Recensioni ad ‘Assalto’

Andrea Bajani, l’Indice
Giuseppe Genna appartiene a quella schiera di scrittori inesausti, adrenalinici, iperproteinici non tanto – o non soltanto – nella forma quanto nella rabbiosa e inappagabile spinta a mettere in campo (e a prendersi la responsabilità di) una voce autentica, la propria voce. Scindere, erigere palizzate tra il furore del Genna critico letterario sulle pagine telematiche di clarence.com e il periodare vitaminico, teso, eccitato dell’autore di Assalto a un tempo devastato e vile non renderebbe giustizia all’operazione intellettuale, ancora prima che artistica, dello scrittore milanese. La silloge di racconti, riflessioni e contributi critico-speculativi di Genna restituisce l’immagine di un autore appassionatamente anacronistico, se anacronistica oggi è la negazione appassionata di un’euforia del presente. Lungi da qualsiasi agiografia dei diseredati, l’autore di Catrame (Mondadori 1999) china il suo bisturi nelle periferie metropolitane degli anni Settanta, in territori di degrado e violenza, tra le piaghe italiane del terrorismo, tra le pieghe ignorate di una Milano torpida. Il risultato è un libro ibrido, cattivo di quella cattiveria indispensabile a chiunque voglia tentare inversioni a U nell’ora di punta, eppure in qualche modo denso di sentimento, di partecipazione.


“Chi organizza la palude – scrive Genna – incomincia a ignorare che nel fango cresce una specie anfibia e crudele che rovescerà il suo regno. Gli animali di questa specie sono gli ultimi esemplari di asceti resistenti a tutto, anche a se stessi. Il secolo anonimo dei titani è appena all’inizio”. In autunno Genna ritornerà in libreria, per Mondadori, con un romanzo noir. D’obbligo tenerlo d’occhio, fosse anche soltanto perché Assalto a un tempo devastato e vile, nella sua irrequietezza, ha rivelato l’autore forse più interessante e controcorrente dell’ultima stagione letteraria.
——————————————————————————–
Alessandro Zaccuri, Avvenire
“Chi organizza la palude incomincia a ignorare che nel fango cresce una specie anfibia e crudele che rovescerà il suo regno. Gli animali di questa specie sono gli ultimi esemplari di asceti resistenti a tutto, anche a se stessi. Il secolo anonimo dei titani è appena all’inizio”. I “titani” che Giuseppe Genna celebra in queste righe del suo ultimo libro (la raccolta di saggi/racconti Assalto a un tempo devastato e vile, peQuod 2002) non appartengono all’eccezione del mito, ma alla regola della cronaca. Sono gli scaricatori dei grandi corrieri internazionali, i camalli del terziario avanzato, destinati a consumare la loro fatica in anonimi capannoni alla periferia di ogni metropoli dell’Occidente globalizzato. Milano, per esempio. La forza del libro, però, sta nel fatto che […] sotto le mentite spoglie dell’autobiografia romanzata, Genna nasconde l’ambizione – in buona parte riuscita – di aggiornare il risentito moralismo di maestri come Franco Fortini e Primo Moroni, forse il più irregolare tra i corsari di una rivista corsara e irregolare come poche quale fu «Alfabeta». Trentadue anni da compiere il dicembre prossimo, già autore di un interessante noir metropolitano (Catrame) e di un clamoroso e labirintico esempio di controinformazione nel segno del fantomatico Luther Blisset (NetGener@tion), Genna è forse, tra gli autori italiani, quello che ha preso più sul serio la convivenza tra speculazione filosofica e sottoculture popolari, con relativo sconfinamento nel magmatico territorio della realtà osservata attraverso il gioco di schermi del World Wide Web. Un susseguirsi di prospettive e suggestioni che ritorna in Assalto a un tempo devastato e vile, dove l’autore ripropone a più riprese l’ipotesi per cui la cosiddetta narrativa di genere (poliziesca e fantascientifica, nella fattispecie) sia la vera erede degli interrogativi caratteristici della tradizione teologica. Religiosa, sia pure in modo contraddittorio, è del resto l’atmosfera di molte pagine del libro, che si inoltrano nell’esperimento di una nuova epica che sappia accorciare la distanza tra l’estrema periferia milanese e le regioni incontaminate del mito. Contaminandole, appunto. E rendendole, quindi, di nuovo accessibili.
——————————————————————————–
Dario Voltolini, Tuttolibri
Sarà poi vero che la produzione letteraria italiana dei nostri giorni è così spenta, così normalizzata, diluita e vana? Che le generazioni più giovani ricalcano pedissequamente sentieri già tracciati, conformisti, al riparo da rischi e da azzardi?
Voci non standard ne esistono, scritture non svendute ce ne sono. La voce e la scrittura di Giuseppe Genna, ad esempio, sono così. Certo, se quello che si desidera è una posizione non omologata, bisogna poi accettare che la non omologazione ci disturbi, produca attriti, sia sgarbata. Non si può stabilire in che modo si debba essere diversi.
Genna, classe 1969, è un disturbatore: ha un passato fatto di sezioni del Pci e militanze nella destra radicale, di beffe editoriali, di interventi in rete, di attività – se così possiamo chiamarla – neosituazionista. Una sua storia “gialla”, Catrame, è negli Oscar e un suo romanzo “noire”, Nel nome di Ishmael, è in uscita da Mondadori. Questo suo Assalto a un tempo devastato e vile (che è il nostro tempo, l’adesso in cui viviamo tutti noi) è una raccolta di materiali narrativi, saggistici, ibridi, non classificabili. L’accostamento eterogeneo genera frezioni all’interno stesso del libro, ma sono indiscutibili il talento dello scrittore, la sua energia incendiaria, l’orgoglio rivendicativo del suo personale punto di vista; e gli scenari sono indimenticabili, le clausure sociali e architettoniche delle periferie metropolitane degli anni Settanta, gli esseri umani lacerati, il terreno di coltura sordo e duro della violenza: se catalogato come materiale, tutto ciò non ci appare affatto sconosciuto; se combusto e accelerato, invece, rivela una forza nuova. L’emarginazione non è una deriva ma una corsa furibonda, la povertà non genera torpore ma accenzione intellettuale, la necrosi del tessuto sociale non è devitalizzazione ma incubazione di tempi inauditi e nuovi. Quando Genna fa il saggista inventa argomenti e ragionamenti spiazzanti. Quando fa il narratore produce immagini di grande vividezza. Le due (ma sono di più) anime dello scrittore si mescolano, si ibridano e la creatura finale cammina su molte zampe.
Il nostro tempo appare davvero devastato e vile, osservato dalle eccentriche orbite su cui si muove Genna. Non tanto per ciò che di lui, tempo, si sa, né per ciò che di lui si teme e nemmeno per ciò che di lui si sospetta. Appare vile e devastato nel confronto con altri tempi che stanno formandosi, o che erano andati formandosi. Questo è il contributo visionario di Genna, l’immagine di qualcosa che nella sua alterità riesce a far risaltare la struttura invisibile di ciò che già conosciamo.
Che cosa tiene insieme nella scrittura di Genna forze e forme tanto contrastanti, come il delirio e l’analisi critica, la propensione per la scena visiva e l’astrazione più cerebrale, il pathos caldo e avvolgente e la gelida chirurgia sul presente? Forse si tratta di una qualità extraletteraria, che sta oltre la piacevolezza e l’accettabilità, oltre la sensatezza del discorso e la perspicuità delle scelte tematiche, oltre gli antagonismi estetici, politici e simbolici. Si tratta di una qualità che forse non è altro che ciò che chiamiamo intelligenza.
——————————————————————————–
Flavio Santi, Atelier
Finalmente un segno civile, di protesta, che va oltre l’ombelico (che non è quello del mondo, come cantava Jovanotti), l’ombelico che i tondelliani (De Carlo & C.) avevano rimesso in gran spolvero, cioè le proprie sciocche faccenduole, prive di connotati esistenziali forti, amorucoli, sfighe universitarie ecc. – un repertorio si trova nell’ennesimo clone di Pier Vittorio, Marco Mancassola (Il mondo senza di me, peQuod, Ancona 2001). La prima cosa da constatare è che siamo di fronte a un’opera singolare, eterodossa, fuori dalle righe, e lasciamo stare le etichette, del tipo avant-pop o altro (ho sentito che dovrebbe essere un libro avant-pop, come lo era stato Lo spazio sfinito di Tommaso Pincio). Sinceramente non ho ancora capito bene cosa sia questo avant-pop, nonostante le belle spiegazioni incluse nella postfazione al volume. Ma, come diceva Oscar Wilde, esistono solo libri scritti bene o scritti male. E poi, se proprio vogliamo cercare opere avant-pop, allora Petrolio di Pasolini sarebbe l’esempio migliore, immagino con il sospetto di chi, più che capire, intuisce. Cioè, un’opera, nel momento stesso in cui si fa, si espone, si decostruisce, allineando passato, presente e futuro, un po’ come essere figli dei propri figli. Ed è forse anche per questo che non riesco a collocare bene Pincio, che tiene più del daimon calviniano, a mio avviso. Genna, invece, lui, sì, ha preso da Pasolini, ha preso il nerbo stupendamente e miseramente (nella pienezza che può avere nel friulano-romano tale avverbio) incalzante, la furia morale e iconoclasta, la volontà di decifrare gli ideogrammi accavallati e paraplegici nel mondo. Durante la Seconda Guerra Mondiale Genna sarebbe stato un abile decriptatore al servizio del Regno inglese, sullo stile del grande matematico Alan Turing. Gli è toccato invece di nascere nel 1969, ma le sue doti le ha fatte fruttare: ha seguito quella che è l’algebra delle lettere, la poesia; ha scritto un cherosenico giallo metropolitano (Catrame, Mondadori, Milano 1999) e da poco ha licenziato un libro che è una sfida, ampiamente vinta secondo me: Nel nome di Ishmael (Mondadori, Milano 2002), oltre cinquecento pagine di pura narrazione dentro un’italica Unterwelt dagli anni Sessanta a oggi.
Mozartiano e materico, questo Assalto è formato da quattordici pezzi: quattordici cocci di un tragicamente probabile vaso di Pandora, che ha le fattezze del mondo attuale, alla cui rottura non si tenta di rispondere con il proposito di saldare nuovamente i frammenti (come farebbe lo scrittore del Novecento), ma sminuzzandoli ulteriormente in una prismatica masticazione paranoidea. Una parola ricorrente appartiene alla retorica classica e di essa non si è ancora capito bene il funzionamento (ha un valore semplicemente sostitutivo? svolge una funzione cognitiva? di valorizzazione? ecc.): “metafora”. Nella molteplicità delle sue implicazioni essa ben rappresenta la varia e spigolosa leggibilità del mondo: come fosse un monaco cistercense medievale, Genna è convinto che l’universo sia “quasi liber et pictura”, un libro squadernato su cui ficcare i propri occhi perlustratori. E vedere cosa? C’è l’umanità degli emarginati, di Gadal che è venuto dall’Egitto per sfibrarsi all’Ups a caricare e scaricare pacchi, dei “cingalesi, ammassati ordinatamente in un appartamento, quattordici, quindici persone in quaranta metri quadri”, di Marchino “esserino legnoso, scabro, scalfito dal male”, chiuso in casa con la pensione di invalido: “Frequentiamo tossicomani, ladri, ex terroristi, fedeli al precetto che una grande idea nasce soltanto tra i caratteri più resistenti al disastro, tra coloro che più sono esposti al fuoco della sopravvivenza” (parole dure, che prima o poi qualcuno doveva pur dire). C’è la famiglia, il fratello Bruno, il padre, lo zio Gino, il nonno Giuseppe. C’è la Milano affamata e incazzata di Calvairate, del Cam, della Trecca: qui la lezione del primo Testori non rimane lettera muta.
Genna riesce a stringere e a far cozzare il registro lirico e quello etico, sdegnoso: “mio padre: mansueto ma nervoso, percosso dal suo solito tremore, inesplicabile, che da quando ero bambino vedevo fargli vibrare la mano, una foglia rinsecchita che si assopisce fremendo”, “Questo siamo: merda. Siamo sostanza slacciata, organica, liquefatta, che parla di angeli e pasticche, di malinconie e cancri, e devastazioni pubbliche e private, e meccanismi”, “Siamo macchiette messe a friggere nell’olio di riuso del grottesco”, “Ci siamo sciacquati le parti intime con i liquidi che grondavano dal banchetto a cui si è abbuffato il Paese”. L’autore non ha paura di rievocare parole come fatica, fame, rivoluzionario, lavoro, tutti elementi che quagliano alla perfezione in uno dei pezzi meglio calibrati, La morte di un uomo, su Primo Moroni, mitico gestore della libreria Calusca, teso a delineare una scheggia di vita privata e pubblica. È proprio questa capacità di seguire due piste, la privata e la pubblica, che rende l’opera piuttosto originale, nel suo essere intrisa di una dolente complicità.
“In Epoca Laica, la scrittura gialla e quella fatascientifica sono al tempo stesso gli eredi e i curatori fallimentari della letteratura messianica”: giovani scrittori, spesso così privi di collante immaginifico, soppesate questa dichiarazione-intuizione, perché è gravida di conseguenze, come gli scrittori statunitensi hanno capito Ellroy, Pynchon, Dick, Palahniuk). Del resto, lo scienziato John Bell suggerisce sornione che “i mondi della fisica sono invenzioni letterarie”.
L’idea pynchoniana del complotto trova una cristallina formalizzazione nel Meridiano zero, su un apparentemente ignaro assicuratore, vittima di un’inquietante macchinazione statale; così come in Voluisti templum tuum fieri in nobis scientology e satanismo offrono argomenti per una riflessione sugli intrecci di potere ecclesiastico e statale: “Lo spirito come arma della materia – che produce, influisce su e ordina la materia – è divenuto assai presto il principio informatore in materia di spirito”. Una delle peculiarità dello sguardo di Genna è la volontà di strappare quel cielo di carta che grava sulle nostre coscienze di occidentali pasciuti e ottusi e farci vedere di che lacrime gronda e di che sangue questa nostra “community without propinquity”, per ricalcare l’espressione del sociologo Melvin Webber. Le nostre piccole e bieche certezze contro i pani di denti di cui si nutre una tribù del Centrafrica, come raccontato nell’ultimo pezzo, Ciò che resta. E l’Africa – come aveva intuito Pasolini – è un potente igrometro innanzi tutto per i nostri umori occidentali.
Se Lévi-Strauss o Foucault fossero nati in Italia e avessero deciso di raccontare la deriva della civilizzazione da G8, avrebbero scritto qualcosa di simile a questo Assalto. In Genna soffiano venti (di burrasca e di libeccio) che da un po’ non aleggiavano sulle pagine di narrativa. Lui, Antonio Moresco, Dario Voltolini e pochi altri (Michele Mari, Giulio Mozzi) sono le voci nuove da cui aspettarsi una potente, non episodica e feriale, lettura del nostro tempo.