Meditazione su Orfeo / 3

unamuno.jpgMeditando su Orfeo, il centro attuale della riflessione consiste nell’impossibilità e nello scacco che la forma, il nome, la parola affrontano rispetto alla delimitazione della sostanza coscienziale da cui emergono. Orfeo per me (verrà spiegato più avanti il motivo per cui in questi giorni intensamente studio e medito su Orfeo) è non soltanto il fondatore del canto, e quindi della letteratura come incanto, ma colui che, essendo il fondatore, è esterno a ciò che ha fondato. Su questa apparente insufficienza, vorrei intervenire rovesciando il suo carattere in potenza: cioè in totipotenza, in possibilità totale di alternativa alla letteratura per giungere alla sostanza coscienziale. Finis libri sed non historiae.
A tale proposito, c’è un articolo di Carlo Bo, critico che non mi è mai interessato, su Miguel de Unamuno, autore che non ho mai affrontato degnamente. Riporto qui il testo dell’intervento, che è del 1999 e apparve sul Corriere della sera. Sviluppo e conclusioni mi interessano rispetto alle meditazioni su Orfeo.


Su Del sentimento tragico della vita di Miguel de Unamuno
di CARLO BO
Torna dopo tanto tempo uno dei grandi libri di Miguel de Unamuno, “Del sentimento tragico della vita degli uomini e dei popoli”, uscito nel 1912. Va detto subito che il tempo (più di ottant’anni) non ha intaccato l’immagine rara e alta del testo e però il libro può essere una scoperta per chi fino adesso l’ha ignorato e per chi da tempo lo aveva accantonato considerandolo un punto scontato, quindi da non affrontare, di riferimento per la cultura del Novecento, meglio ancora un testo capitale nell’ambito della meditazione poetica. La nuova edizione italiana si giova della presentazione di un professore spagnolo dell’università di San Sebastiano, Fernando Savater, e di una dotta introduzione di Armando Savignano. Visto a tanta distanza di tempo in rapporto ai temi e alle contraddizioni che hanno segnato un secolo così ricco di proposte e di rifiuti, di speranze e di delusioni, Unamuno si distingue per l’indipendenza e per il coraggio dimostrato, prima, nel silenzio e nella distrazione quasi generale in Spagna e fuori di Spagna e poi all’inizio della guerra civile, questa volta in maniera tragica perché lo scrittore morì sentendo passare sotto le sue finestre le truppe naziste. Tuttora ci appare un solitario, un fuorilegge, messo al bando dalla Chiesa e tenuto in sospetto dalla cultura moderna di vocazione laica. Non basta, Unamuno è stato un protagonista, il grande attore che sta in mezzo alla scena del mondo, apparentemente certo e pago della sua verità ma in realtà tormentato e aggredito da una lunga catena di dubbi. Una sorta di Dio condannato a mettersi in discussione, a giustificarsi e, subito dopo, a condannarsi. Il suo regime naturale era quello del dialogo, riscontrabile nel sodalizio fra Don Chisciotte e Sancio Pancia, tutti e due impegnati nello scandagliare le due realtà: quella visibile e quella ben più chiusa delle cose che noi non vediamo. Il libro riflette come meglio non si potrebbe questo fiume di dialettica, questo modo di vivere e di scrivere allo stesso tempo, ugualmente importanti e ugualmente condannati dalla vanità dell’intero mondo. Da un altro punto di vista, il libro ci offre un esempio di dialogo perfetto fra poesia e filosofia.
Un dialogo che si risolve sempre con la vittoria della poesia. In questo “tornado” di idee e di interrogazioni Unamuno convoca le mille voci che gli arrivavano dalle sue sterminate e liberissime letture. A ben guardare già l’uso che lo scrittore fa di queste citazioni può essere interpretato come il miglior sistema per entrare nel fuoco delle sue passioni. Del resto proprio la passione è ciò che lo distingue dagli altri pensatori, soprattutto dal suo amico-nemico Ortega y Gasset. Se ci potessimo servire di un’immagine dovremmo dire che Unamuno è un Don Chisciotte che non presuppone nessun rogo ultimo delle carte e però procede sempre per dottrine, ben sapendo che proprio le dottrine contengono grandi bugie e tante falsità. Il Don Chisciotte di Salamanca, secondo una famosa definizione, o il rettore a vita di quella famosa università, infatti continuò fino all’ultimo a sentirsi investito da questo bisogno di resurrezione e di riscatto. Se si concorda con questa ipotesi, Unamuno adopera i libri, perfino i suoi testi sacri – dice Nietzsche, Kierkegaard – partendo lancia in resta come fossero altrettanti mulini a vento. Sa che nessun conclave di voci subisce e accetta il suo spirito polemico e tuttavia apre diversi crediti di verità, certo che da quel combattimento non uscirà nulla di utile né di sfruttabile. E qui sta la seconda chiave della lettura del libro che è tutto il contrario di un trattato o di un testo filosofico: qualcosa che non rientra nelle nostre abitudini, nelle regole che dispongono la nostra vita di lettori. Ma il suo vero dialogante, il suo antagonista è Dio e qui ci soccorre uno dei tanti aneddoti che hanno illustrato la sua vita: Unamuno che si sporge dentro un pozzo e urla la parola Dio aspettando che l’eco gli restituisca l’altra parola che ha veramente condizionato la sua esistenza: “Io”.