AUTET recensisce il Dies Irae

coverbig.jpgQUESTO E’ UN BEL LIBRO
di G1
[da AUTET]

Non credo sia giusto tacere di un libro solo perché ne parlano tutti. Soprattutto quando questo libro è così bello, dolce, suadente, triste. Ci eravamo fermati a L’anno luce. Un romanzo non-romanzo, un compimento in-compiuto. Ed ecco che esce questa cosa qui. Un romanzo compiutissimo. Traboccante di sentimento, di passione, di dolore. Un romanzo ottocentesco. Faccio fatica a pronunciarne il titolo – Dies Irae -. Non so bene perché e percome. Forse perché mi convince poco. Oppure perché mi pare renda la vicenda troppo pop. Troppo facile. E non lo è affatto, facile e pop.
Ci vuole fegato a scrivere un libro così. Immagino ci si debba sentire completamente esangui quando lo si chiude. Ebbene sì, credo che la scommessa sia stata vinta: è possibile un autore italiano.


Sul finire de Il tempo ritrovato, Proust ha scritto che l’unica cosa degna di essere scritta nella vita è la nostra esperienza. Già, fosse facile. Cos’è questa “esperienza”?
Qualcosa di talmente folle, fatto di innaturali associazioni, tagli mentali, salti apoplettici mnemonici, atrofie, buchi neri, dettagli secondari, e quindi primari da non poter essere descritta. Eppure, eppure nell’Ottocento, per l’appunto la si scriveva. Si osava. Ci si metteva alla prova. La propria storia, il proprio io, i propri meandri venivan sondati, scandagliati, disossati e poi scritti. Per lo meno ci si provava. Dopo si è smesso. Si è persa di vista questa buona abitudine. Dissolvendola, senza rendersene conto, in una cattiva educazione letteraria. Si è avuto paura. Si è pensato fosse meglio scrivere tutto il resto, cioè il niente. Si è pensato fosse più importante scrivere storie che fossero innanzitutto “storie”. Vicende cioè leggibili, comunicabili, e quindi consumabili. Non storie che fossero “la” storia. La propria. E guardate, che non stiamo banalmente rimpiangendo il fantomatico “Romanzo di formazione”. Non ci interessa qui parlare di questo. No, da “formare” non c’è proprio niente. Troppo rassicurante, troppo ottimista questa prospettiva. No, la vita fa male. E non sempre o comunque il dolore serve per crescere. Perché scrivere il contrario? Perché temere di scrivere la vita, la propria? Perché pensare che non sia abbastanza interessante da farne un libro? Chi l’ha detto? Tutto quello che siamo è tutto quello che siamo stati e che sappiamo di essere. Ed è sufficiente per avere una storia da scrivere. Quella di cui parlava Proust. Quella senza via d’uscita rassicurante. Quella che tutti provavano a scrivere nell’Ottocento. Quella che questo libro prova a scrivere oggi.
Parla di te. Chissenefrega della trama. Parla di te. Mettiti a parlare. E non finirai mai. Si tratta solo di iniziare. Si tratta solo di smettere di aver paura. Quello che hai visto è abbastanza.
Questo libro non ha paura. Affonda la lama completamente. Senza remore. Senza timori. Accetta la sfida. Prova a raccontarla, la storia, l’unica degna di essere scritta. Si respira aria malsana, fumi incolori, si abitano piaghe purulente, ci si ritrova, come lettori, tante volte, in questo libro. Per poi perdersi di nuovo. Parrà persino, per diverse pagine, di incontrare se stessi a un incrocio milanese. Di vedersi attraversare la strada. Tra Affori e la Comasina. Oppure in Corso Como, all’Hollywood. Chi non è mai stato all’Hollywood? Siamo tutti all’Hollywood. Da sempre. Mentre leggevo la parte in cui l’autore descrive la sua esperienza in una tv privata nell’era dei Bogumyl e delle Vanne Marchi, mi è capitato di essere negli studi di Telenova, tra Cesare Cadeo e Franco Rossi, in attesa di registrare un incredibile spot elettorale. Com’era possibile?
E poi, in questo libro, ti ritrovi a soffrire, a ripensare a certe serate, autisticamente condotte per nove-dieci ore in maniera compulsiva ad arginare i tuoi imbarazzi, le tue inadeguatezze, il tuo mal di stomaco, in mezzo a gente che si diverte sempre e comunque e tu non sai perché. E poi a capire attraverso quanti mondi ti è capitato di passare, senza che lo volessi. Come un viaggio in autobus per Bresso. Come un Hans Castorp qualunque della circoscrizione padana di Brugehrio. Che ha, in fondo, più di te il giovane Torless? Turbamenti? Ma quale cazzo di turbamenti: può insegnare a te, un giovane Torless, cos’è il malessere? A te che hai sorvolato sul lattice pavido di una Milano da bere, o sulle guglie antinomiche di una Milano tangentopolesca deviante al malto degli anni Novanta, anestetizzato come un dente cariato. A te che l’Happy Hour l’hai interrogata, ma che, lei, l’Happy Hour, non ti ha risposto. A te che durante i gol di Schillaci soffrivi come un cane per un amore non corrisposto. A te che negli anni Novanta non eri che un cazzutissimo ventenne disperato, che vagava tra i portici del chiostro di Filosofia, Università Statale di Milano, e i concerti degli Helmet, in cerca di un Barone di Charluss qualunque. Non ha senso pensare che esista altro di più importante da scrivere. Parla di te. Parla con te. Ho voluto bene a Genna. Per quello che ha scritto. Per come lo ha scritto. Grazie.
Ah, vi lascio un pezzo (del libro in questione) che magari vi vien voglia di continuare da soli:

“Io, Giuseppe Genna – Milano – Febbraio 1989
E’ notte, stiamo correndo veloci per la città gelata, questa Belfast nonlatina senza rigurgiti popolari né storia né fede, questo opificio in dismissione che spacciano per fabbrica della cultura industriale e per avanguardia del Paese. La punta di zircone venduta per punta di diamante.
Siamo lanciati a bordo di una nuovissima e adamantina e rosso fiammante Renault Clio e uno degli amici pubblicitari (siamo in cinque, io l’unico non pubblicitario) brucia i semafori, ci lancia verso l’Hollywood, che è l’ombelico dell’occidente italiano, lo snodo dell’età dell’oro finto, tutto è iridescente nella velocità in una notte come questa sulla circonvallazione di viale Umbria a pochi mesi dall’ascesa sul palco congressuale stratosferico dell’Ansaldo di Bettino Craxi, che sventolerà sudato in camicia bianca il mazzo di garofani a vantaggio della platea entusiasta e supplice, tutti i protagonisti di questa finzione di caccia al vello d’oro, i moltissimi sorrisi che esplodono a intervalli bianchi fosforescenti tra i palmi delle mani che applaudono..
Il tempo sta mutando.
Non per me.
Io sono sempre nel mio tempo globulare, nella mia bolla, vivo nel fortilizio di autismo che mi separa dalle cose, dai visi, dalla pelle.
I quattro con me lavorano in pubblicità, io sono l’unico a mantenersi con le ricerche telefoniche e a preconizzare i cingoli impietosi del Sistema Politico Sergio Baracco nel decennio che si sta per aprire, la telesvendita politica, l’acme del niente, la paralisi beota, proprio ora che il tempo si sente che sta cambiando, che si apre un’era nuova, un nuovo ordine, e il pianeta ruota intorno all’asse della sua stessa rigenerazione, auspicata e preannunciata – ordita.
Quello alla guida della Clio lavora da Pirella Göttsche Lowe, e ci lavora fino a mezzanotte o l’una, perché è l’agenzia più prestigiosa, “Emanuele è mitologia pura” dice e intende Pirella, i copy e gli art dei concorrenti la sera fanno le carovane per andare sotto le finestre della Pirella a pigliare per il culo gli adepti di “Emanuele”, gente che guadagna (finora ha guadagnato) palate di soldi muovendosi ai ritmi di una catena di montaggio cerebrale, senza prendersi libertà pura nemmeno per un’ora, un falansterio, essere creativi, comunicare, raggiungere il cliente, è un sistema in bolla. Guida, lo pigliano per il culo sotto l’agenzia di sera, vorrebbe fare il poeta, scrive brutti versi, prende psicofarmaci e ci lancia a 140 km/h sulla circonvallazione e galleggia nella bolla di questo sistema di immagini e parole del decennio che sta per esplodere in un nuovo decennio rinnovato, riformato. Il sistema che è una bolla.
Io so: s’incrina, si sgonfia.
Anche gli altri tre sono pubblicitari, ostentano il sorriso dei forti e degli speranzosi, ogni mese è una scaglia che si aggiunge alla massa totale di un nuovo prezioso strato geologico, in dinamica trasformazione, un geomorfismo mobile, un’epoca aurea e irresistibile, il migliore dei tempi possibili vissuto nel migliore dei mondi possibili, questi quattro sorrisi che lasciano la scia bianca fosforescente nella notte, a una velocità sorprendente sulla circonvallazione, le teste tese verso l’Hollywood, il locale dei prodighi e degli antichi romani reincarnati con le Churchill ai piedi e il Rolex che sfavilla del medesimo lucore dei canini nel semibuio dei privé, sistemati secondo la graduatoria delle élite che li occupano, e l’amico accanto al guidatore abbassa il finestrino e ulula, ulula al popolo del Plastic che superiamo come un fotogramma.
Io no, sono indietro.
Io fatico ad aggrapparmi a questo veicolo del nuovo tempo e non esisto.
Sono quello che mezz’ora fa ha procurato per loro grammate di bamba non chimica, di qualità superiore, sono aggrappato con le unghie a questo veicolo nuovo che fiamma la sua vernice rossa saccente a 140 km/h in centro a Milano, le mie unghie ròse, spezzate, il mio volto magro, ossuto, dolicocefalico nel riflesso scuro del finestrino e non parlo.
Io ho una storia e la mia storia non è la loro e la mia storia è il pozzo artesiano in cui sono precipitato, incastrato in un budello spaziotemporale, buio, coperto di fanghiglia e sterco di piccione, io delle dimensioni di un coniglio e tremo nel gelo, io che mi inabisso nel pozzo artesiano che si spalanca nell’anfiteatro naturale del mio sterno.
Io, fuori da tutto e da tutti, mentre quello davanti continua a ululare dal finestrino e urla “In culo agli operai!” e lo fa perché ripetono tutti che si stanno estinguendo, gli operai, e questi quattro parlano soltanto della gloria aurea del terziario avanzato, della società dei servizi, dell’era dell’informazione che stanno cavalcando. Galoppano su stalloni di acciaio e finiture plumbee, sono i cavalieri dell’Apocalisse dell’Era Terziaria Avanzata.
Vivo in un appartamento in stato abusivo, suonano alla porta e sono i carabinieri o l’addetto dello IACP. O il pusher di Calvairate che mi procura la bamba per narici terziarie e avanzate.
Pippano sul ventre bianco e pulsante di una ragazza diversa ogni sera e io sono solo. Immaginano la forma che il mondo deve di necessità assumere e io non esisto in quella forma. Sloganizzano il presente riunificandolo al passato che immaginano essere parificato a oggi, anticipano il futuro con una programmazione verbale e strategica.
Io sono un bambino ricoperto da uove di larva, neroviola, traumi e ricordi che non sciolgo, mi applico e non riesco a sciogliere, scavo nel profondo ed estraggo melma né morta né vivente, che scivola nuovamente nel pozzo di scavo. Scavo ed estraggo ciò che ho già estratto, penitenziale, inibito, sisifeo. Scrivo per difendermi e fare esplodere ciò che immagino e restare inebetito nello stato autistico che realizzo davanti alla sfera con lettere in rilievo della macchina elettronica per scrivere, scrivo il manoscritto incomprensibile del Dies Irae, accumulo investigazioni per una controinformazione da spacciare in forma di letteratura indecifrabile, isolato in queste pareti cartacee che ho eretto a difesa del mio corpo nudo e tremante, ricoperto di uova di larve che contengono le tremende immagini né morte né vive, esse fuoriescono e mi serrano l’esofago e mi spaccano con spasmi gli arti e la mente.
I quattro ululano che la Uno è comodosa e ridono.
Tutto ciò che loro hanno, io non ho. Quello che mi sono caricato addosso, libera le loro schiene.
Le uova di larva neroviola innervate nel mio corpo si aprono e si richiudono, partoriscono senza requie sempre lo stesso organismo larvale né morto né vivente ma attivo, che mi penetra in bocca, risale l’istmo delle fosse nasali, punta al cervello e lì si stampa sulle pareti cervicali e vive attendendo l’organismo gemello che lo raggiungerà, a fasi cicliche continue. Io respiro male, dispnoico per queste interferenze e risalite di larve traumatiche. Esse sono immagini.
Esse sono le immagini del padre che dondola etilista digrignando i denti, della madre che lo tradisce uscendo bianca nella notte andando dagli amanti e lasciando me e mia sorella con il padre etilista, le immagini di Alfredino e del cadavere indecomposto di Gino e del racconto che ne fece mio padre alterato, sono il racconto che vibra sempiternamente nella scena in cui mia nonna Gisella è schiantata e disarticolata sull’asfalto dopo un lancio dall’ottavo piano e le immagini viventi degli elettrochoc, e di mia madre che rientra dagli amanti tardi e la porta di casa ha il chiavistello bloccato così mio padre va ad aprirle per picchiarla, e tutte le notti sveglio ad attendere quel momento, e la pistola da partigiano di mio zio Gino carica nel comodino di mio padre che dorme nella misteriosa stanza da letto dei miei genitori nel buio da solo mentre mia madre ha attrezzato un letto in camera mia e di mia sorella, e l’immagine della sagoma di mio padre che forse ci uccide e che traballa pericolosamente tra la porta del bagno e la nostra porta a vetri smerigliata e forse entra e spara, e l’immagine di mio padre incurvato da proteggere che si sente sconfitto e ha bevuto a cento metri mentre sono sull’albero dei giardini della piazza Martini, e la fotografia in bianco e nero di mio padre scattata nell’ufficio Personale del Comune di Milano firmata dalle BR durante un assedio dei lavoratori precari, e le strane mute telefonate che giungono a mio padre da un giovane calabrese che immagino essere l’omosessuale amante di mio padre, e la sera che mio padre ubriaco percepisco desidera uccidere mia madre in assenza di mia sorella e mi ordina di andare a prendere mia sorella per essere solo con mia madre e ucciderla con l’enorme coltello che c’è nel primo cassetto della cucina bianca e io trascino via mia madre perché so che sta per ucciderla, e l’immagine del ritorno di me e mia sorella e mia madre che troviamo la porta chiusa con il chiavistello incastrato e non possiamo aprire e suoniamo e suoniamo e suoniamo e nessuno risponde e allora sfondo la porta io il tredicenne e corro nella misteriosa buia stanza da letto in fondo all’anticamera dove mi segue il cadavere indecomposto di Gino quando sono da solo e mio padre con la luce accesa e il golfino color crema è disteso sopra il letto e dalla bocca gli fuoriesce una schiuma color crema e chiamo l’ambulanza per il suicidio e si salva, e l’immagine sbagliata di mia madre quella notte mentre piango e urlo e i nervi si scuotono e gli arti subiscono spasmi nel letto dove mio padre ha appena tentato il suicidio e con me e mia madre c’è mia sorella, e l’immagine dei blister svuotati con le compresse schiacciate fuori dai blister e ingurgitate per uccidersi, e la telefonata fievole dall’ospedale giorni dopo la lavanda gastrica che lo ha salvato, e il giorno quando ritorna nella casa con la consapevolezza di tutti del tentato suicidio, e l’assedio di Chernobyl di mia madre priva di controllo mentale che stipa decine di scatole di latte in polvere nella madia e parla soltanto del cesio e vede i suoi amanti segreti di cui ci parla, e la gamba immobilizzata e lo sguardo svuotato e gelido e assente di mia sorella nell’attesa notturna del rientro di mia madre dai suoi amanti a casa, e ancora a lampi le immagini immaginate del corpo bianco di Alfredino portato in processione e lindato dal fango e non vivo e non morto, e le immagini immaginarie erotiche omosessuali e bisessuali ed eterosessuali che mi tempestano la testa risalendo come larve senzienti che portano a termine il loro compito stampandosi sui lobi cerebrali, e i soldi mancanti nella penuria di chi mi sfotte a scuola irridendo mio padre e le cene silenziose per mezz’ora ogni sera senza una parola, e il terrore di rispondere al trillo del telefono nella casa buia per la reazione etilica di mio padre serrato nella salotto davanti alla televisione, e la popolazione dei morti indecomposti che mi pressa e le blatte vive dentro gli scarichi del lavello e le blatte immaginate nel settore basso dell’armadio dove ho nascosto il giornalino porno che mi hanno regalato a scuola, e il giorno della separazione coniugale nel volto di mia sorella che abbandona mio padre etilista sconfitto per sempre di una sconfitta immedicabile mentre io rimango con lui nell’anticamera buia pressato dai cadaveri indecomposti nell’esaurimento di una vicenda nera e senza provare alcun senso di liberazione o sollievo, e la notte tremando nel letto nella stanza dove solo la sera prima c’erano mia madre e mia sorella e non ci saranno mai più, attendere nel letto sveglio tremante il colpo di pistola di mio padre, e abbandonare tutto e traslocare dentro i sacchetti del Pam da solo gli abiti e i libri senza che nessuno mi aiuti verso l’alloggio popolare abbandonato temporaneamente dai nonni a rischio di intrusione da parte della mafia degli abusivi, l’immagine dell’occhio di vetro nel cassetto del comò di mio nonno accanto a un pettine giallo tra i cui denti ancora sono alcuni capelli bianchi di lui che sta morendo, e l’altarino in fiori finti di tela impolverati e il lumino cimiteriale davanti alla fotografia di Gino cadavere indecomposto nella stanza gelida sulla sinistra, e il test a Baggio dei tre giorni militari dove mi dicono che sono pazzo e lo psichiatra mi dice che a me salva la cultura di cui dispongo e mi obbligano a pisciare davanti a tutti e non riesco, e il test psicologico MMPI effettuatomi dall’amante di mia madre che decreta che sono pazzo, e l’immagine del dottore-mummia che è lo psichiatra che mi passa le tavole del test Rorschach e dice che sono pazzo, istogrammi che mi salgono autonomi nel cervello indicando graficamente che gli indici di normalità sono saltati, e le ragazze guardate con enorme disdegno di me stesso e il vomito che mi assedia ogni mattino dal primo anno di università non è altro che il rigurgito delle larve neroviola andate a morire stampigliandosi nel mio cervello, subito sostituite da larve gemelle.
E la frustrazione.
E l’inadeguatezza.
E la povertà.
E l’impotenza emotiva ed erotica.
E la precarietà.
E la magrezza anoressica.
E il freddo interiore.
E le tempeste psicosomatiche, l’infarto a diciassette anni, e il vomito ogni mattino da un anno, i rovesci di bile che ustionano l’esofago scrutando disanimato la ceramica crepata della tazza del water alle sette del mattino.
E gli arredi tarmati e le lane tarlate dell’abitazione popolare abusiva in cui mi difendo scrivendo per ore le parole fantasma del Dies Irae che mai vedranno la luce, il modo con cui io scarico le larve staccandomele con le mani dal cervello e stampigliandole sulla carta per mezzo della macchina elettronica da scrivere, la salvezza transitoria fornita dalle metafore e dalle allegorie, l’inutilità della letteratura che non consola, non sprona, non è midollare.
E questo è l’inizio. Questa è la premessa. Io parto da qui. Io devo staccarmi di dosso, una per una, le uova larvali neroviola che mi si sono attaccate addosso e innervate nella pelle che non sento. Questo è l’incipit, l’esordio, la prima riga del testo, la prima staminale, l’embrione prima di ogni impossibile luce, nel pozzo artesiano dell’utero freddo e io nasco e cresco così. Il corpo è fatto di cibo, che si accumula fino a disgregarsi.
Queste sono le parole invendibili ma mie. Queste sono le parole che vengono rifiutate. Queste sono le sillabe di una sofferenza non commercializzabile. Questi sono i ritmi dei miei singulti di cui a nessuno frega, non un centesimo per caricarsi addosso questo flusso. Nessuno compra, seppure compresse in centinaia di pagine, le uova larvali neroviola di un altro. Queste parole che ho arrestato con un atto di automatica volontà, ma che potevano proseguire all’indefinito, la potenza devastante del mio crisma mentale, questo ricordo nitido di ogni minuto che ho vissuto, sarei capace di enunciare ogni ora che ho vissuto lì e che ha originato un uovo larvale neroviola.
Io, percependo, ho innervato uova larvali neroviola.
Io, lo stolido, l’incapace, l’intelligentissimo. Io, il Mente, la mente che mente, e si difende mentre le larve risalgono e risalgono il mio corpo ora scheletrico e che poi esploderà tra qualche anno, il mio corpo candidato alla psicofarmacologia e alla distruzione anticipata di ogni possibile carezza, di ogni possibile abbraccio, le larve immaginali frenano ogni possibile lacrima dall’interno della rétina e nessuno mi permetterà mai di vendere queste larve, queste lacrime, questi blister svuotati di ogni capsula. Nessuno li comprerà mai e questa è l’unica merce che ho da vendere.
Io non sono e sento che non sarò.
Niente sarà e i quattro sulla Renault Clio ridono e uno ulula fuori del finestrino che “Il mondo è mio!” ad altezza Porta Nuova.
Ecco cosa sono io, con il bacino irrigidito, il membro retratto e insensibile, il respiro da dispnoico, la testa irrigidita nella Renault Clio fiammante, grammi di bamba nella tasca del mio montgomery dai bottoni saltati e dalle asole sfatte, accanto a quattro pubblicitari che meditano sulla possibile crisi di crescita, “il 1987 è stato un passaggio doloroso ma necessario, Wall Street ha espulso la bolla giapponese e alla fine era una crisi di crescita, strutturale” e inneggiano a un Marx capovolto, che aveva previsto l’avvento della dittatura finale del pubblicitariato.
Stiamo andando all’Hollywood e significa che varchiamo le soglie del reale, siamo ai confini della realtà.
Questi quattro pubblicitari che vendono le loro parole, marchiano il mondo con immagini e parole che le persone desiderano comprare.
Chi comprerà queste parole?”