Il Mucchio Selvaggio: intervista al Miserabile sul Dies Irae

mucchio.jpgAutori: GIUSEPPE GENNA
Ambizioso, lacerante, monumentale e onnivoro: Dies Irae è l’ultimo romanzo di Giuseppe Genna. Lo abbiamo intervistato.
di Alessandro Besselva Averame
Questo è il tuo romanzo più complesso. Lo hai scritto in un mese e mezzo, ma viene da pensare che fosse lì da tempo e attendesse solamente di essere dissotterrato.
265.jpgNon esattamente. L’editore, a cui avevo proposto due romanzi che potessero anche interessare l’estero, mi ha invece invitato a fare un libro molto italiano, che utilizzasse una scrittura molto alta. Mi hanno anticipato l’uscita e avevo pochissimo tempo, in genere mi ci vuole circa un anno per documentarmi prima di scrivere. Poi c’è stata una sincronicità inquietante. Ho scritto questo libro di corsa anche perché non sapevo se a marzo mio padre, malato, sarebbe stato in grado di leggerlo. Aveva frequentato molta letteratura contemporanea, tutto Pynchon, tutto Wolfe, tutto DeLillo, tutto Mailer, ed era il mio primo lettore. In Dies Irae prendo anticipatamente congedo da lui e il giorno in cui l’ho finito e l’ho stampato per portarglielo, visto che non sapevo se il tumore gli avrebbe permesso di leggerlo al momento dell’uscita, l’ho trovato morto d’infarto.


276.jpgE’ da Assalto a un tempo devastato e vile che io tento di unire, in termini personali, la mimesi della figura paterna e, in termini di teoria della letteratura, la mimesi della realtà. Questo romanzo va in dialettica con il mio esordio, nel mezzo c’è tutta una fiction che mi è stata commissionata, e che per quanto io abbia infarcito di tematiche di interesse personale, di ordine metafisico essenzialmente, non si può dire che i precedenti fossero libri in cui il mio io esprimeva una necessità intensa. Questo invece viene dissepolto dai diverticoli più bui del mio inconscio, per cui, contemporaneamente, hai torto e hai ragione.
In effetti il legame con Assalto è evidente…
Nel mio primo libro già non credo, in partenza, alla forma romanzo. Anche se credo a una forma, perché anche lì c’è comunque un filo rosso. Qui è diverso, sono passato attraverso anni di affinamento della tecnica romanzesca: per committenza, perché era diventato il mio lavoro a un certo punto, prima che mi strappassi da Mondadori. Ho sempre fatto romanzi senza credere nel romanzo, nel romanzo di genere e nella poetica dei generi applicata ad esso. Romanzo di formazione, romanzo nero, romanzo postmoderno: ecco, io non penso che quella forma sia veritativa, che parli all’uomo contemporaneo, quello degli ultimi vent’anni, e ritengo ci sia da fare un profondo sforzo di immaginario, formale, strutturale, non solo tematico ma sintattico, di lingua, per superare questa poetica. Il Dies Irae è il mio tentativo. Magari fallito, magari è solo una variante del romanzo postmoderno. Però ci ho provato.
C’è stato un attraversamento della letteratura di genere, un successivo superamento e infine l’esplosione definitiva di quella forma, se ho ben capito.
Qual è il protocollo emotivo, cognitivo, letterario, che sostiene il genere? Il complotto, la paranoia. E’ il legame più evidente tra il romanzo di genere e il postmodernismo americano, Pynchon e DeLillo: la paranoia come interpretazione dell’impatto dell’uomo sulla realtà. Fino a Genova, per me, la letteratura è indistinguibile dalla sua espressione politica, la controinformazione è offuscata, ridotta ad un underground minimo. Quando ho cercato di nascondere dentro il thriller delle cose, il senso era, da un lato, fare della vera controinformazione, dall’altro fare della metafisica in termini occidentali, esattamente quello che fa Valerio Evangelisti con l’alchimia. Ma mentre Valerio Evangelisti fa coincidere la materia del racconto con quello che nasconde – è evidente che Eymerich ha a che fare con il soprannaturale – io uso una figura laica, e la cosa sfugge. Quando questo non viene intercettato, quella forma diventa per me inutile. A prescindere dal discorso che fanno certi critici, secondo me un po’ ignorantelli, ovvero “ha rotto i coglioni il thriller come bestseller”. Non faccio polemica con il thriller, ma credo che si debba fare un passo avanti nella modificazione dell’immaginario. Quello che fanno i Wu Ming non è né thriller né romanzo storico, è una modificazione di immaginario: l’opera fa genere a sé e allora finisce la poetica dei generi, una invenzione peraltro recente, che risale al momento in cui sono saltati i canoni. L’idea nuova, secondo me, è che un’opera faccia genere a sé e parli ad altre opere del suo presente. In Dies Irae questo discorso è esplicito, cerco di mettere in comunicazione il mio lavoro con quello di Wu Ming, Evangelisti e Pincio. La mia allegoria fantascientifica fa riferimento a Lo spazio sfinito di Pincio.
I tuoi libri parlano sempre, in vari modi, della salute morale di questo paese, della sua anima, e c’è sempre una presenza che stringe, che blocca, che impedisce all’Italia di diventare qualcosa di vivo e libero…
L’esperienza che ho fatto a Montecitorio per un anno è stata determinante nel delineare il mio nichilismo nei confronti dell’Italia. Così come la decadenza di Milano, città in cui sono cresciuto, e che ho visto viva almeno finché era vivo un intellettuale, il maestro di poetica che mi ha formato, Antonio Porta, finché c’erano la Cooperativa Intrapresa di Gianni Sassi o Milano Poesia. Dall’89 in poi l’ho vista crollare secondo i ritmi e le modalità con cui negli anni successivi è crollata l’Italia: dal punto di vista della creazione dell’immaginario – la cosa che mi sta più a cuore -, economico, dell’elaborazione politica. Dal crollo è emersa Milano stessa, ovvero il brodo primordiale in cui questa decadenza si era manifestata. Berlusconi viene da qui, ed è sintomatico, non eziologico. E’ un sistema che viene formandosi qui, che ho visto – di anno in anno, dalla morte di Berlinguer in poi – imporsi in città e poi allargarsi al paese, diventando addirittura un prodotto d’esportazione: Berlusconi che dà del kapò a Schultz al Parlamento Europeo determina l’esistenza di un modello sottoculturale esportabile. Le rozzezze texane dell’amministrazione Bush vanno di pari passo con quelle brianzole di Berlusconi, è lo stesso livello di sottocultura. Se devo valutare l’Italia che non chiude gli anni 70, che apre in quel modo gli 80, che vive quegli anni 90 e questo ultimo quinquennio, do un giudizio che certamente rischia il moralismo, ed è quello di una wasteland, di una landa desolata, in cui però si riescono a intercettare manifestazioni di resistenza di ordine prettamente umanistico. Wu Ming, Pincio, Mozzi sono stati microfenomeni di resistenza molto salutari nell’ultimo decennio…
Al centro di questo libro c’è una specie di buco nero, che si identifica in parte con il pozzo di Vermicino, da cui i personaggi cercano di sfuggire in vari modi…
Il libro è questo buco nero, un ammasso di materia talmente compressa da risultare vuoto, che esercita una gravità oscura su tutto. Lo sfondo è il paese che ci scivola dentro, in una identificazione progressiva con la sottocultura. I personaggi tentano invece la fuga, sentono che è impossibile sfuggire ma alla fine questa forza di attrazione, nel momento in cui diventano consapevoli che il perdono e la pietà sono le prime forze antigravitazionali, si annulla. Tre dei quattro – io e le due donne – hanno problemi con la figura paterna, i padri muoiono e la storia si chiude. Il quarto ha un problema col potere e impazzisce. E’ un altro modo per sottrarsi a questa gravitazione buia, oscura, a questa nigredo, per dirla in termini alchemici.
Le voci dei morti presenti nel romanzo: un topos legato all’idea che i morti abbiano qualcosa da dire ai vivi…
Da un lato si tratta di una mia esperienza reale: se Paola riunisce le storie di due mie amiche, tutto ciò che dico di me è vero. Dall’altra mi sembrava un’allegoria perfetta della letteratura: le voci dei morti sono la tradizione letteraria. La loro voce ha una lingua irreale, la sintassi è saltata, è riconoscibile ma bizzarra. Sono Cicerone, John Donne, Dante, Shakespeare. La letteratura è verosimile come le voci dei morti, in entrambi i casi la domanda è: “sarà vero o sarà falso?”. La letteratura si fonda su questa domanda ed esprime altissima ambiguità in quanto utilizza come strumento principale il verosimile, che rende tutto allegorico.
Qua e là viene fuori una visione dello scrittore, della sua incidenza sul presente, un po’ pessimista…
No, io sono ottimista, è lo scrittore che si fa ingabbiare dall’idea di non dover faticare a creare nuovo immaginario, nuova forma, nuova mitopoiesi, nuova comunicazione alla comunità che si va a colpire. Negli ultimi 25 anni l’incidenza degli scrittori sul paese è stata nulla. Io mi sono impegnato in una battaglia che ritengo tuttora giusta, quella per Cesare Battisti, e ho avuto modo di chiedere di firmare l’appello a molti scrittori. Non ho ricevuto una solo rifiuto netto o determinato, ma solo dinieghi pavidi. In queste condizioni, il vagabondare di Giulio Mozzi per l’Italia ad insegnare cos’è scrivere e che cos’è leggere è un atto immediatamente politico, come lo è il fatto che ad ogni uscita di libro il collettivo Wu Ming faccia un tour di 150 incontri. Sono segnali che mi inducono ad un ottimismo radicale: la crepa è aperta e non farà altro che allargarsi. Sono invece pessimista rispetto a chi si chiude nella lamentazione, nel pessimismo, in uno pseudoadornismo di secondo grado, che ancora resiste quando in realtà lo stesso Adorno aveva detto cose molto più profonde.