Il nuovo libro: non spiegare il Male, farlo vedere

x.jpgSi delinea sempre di più l’orizzonte sconfinato e abnorme, il gorgo infinito di terra e dolore su cui devo lavorare per estrarre il letame della Storia e i poveri corpi annullati, per comporre il romanzo per me impossibile, perché sono a contatto con la potenza del tragico che assume una configurazione opposta a quella della tragedia canonizzata dalla tradizione e perfino dalla nostra lingua di tutti i giorni. Ho apparentemente a che fare con Dostoevskij e Shakespeare, quanto a materia narrativa, ma qui la materia storica sopravanza quella narrativa e induce a una totale presa di distanza dalla tradizione. Mi sento come uno che lavora alla Cosa Nuova che è la Cosa Antica: rappresentare il Male, ma senza spiegarlo, senza nobilitarlo e senza dargli rilievo umanistico, non solo perché non lo merita, ma perché è la Storia stessa a conferire al male questo ruolo di svuotamento e non di riempimento letterario. A tal proposito, è utile la filosofia. Per esempio quella di Giorgio Agamben, per cui ripubblico qui di seguito i miei ragionamenti sul suo libro La potenza del pensiero: è da quello stato di potenzialità che riesco a rappresentare l’antiumano che si appalesa in sembianze umane…

GIORGIO AGAMBEN: LA POTENZA DEL PENSIERO

agambenpp.jpgNon è una sorta di Trionfo della volontà in àmbito filosofico, quello che Giorgio Agamben (insieme a Toni Negri, probabilmente, il più interessante filosofo italiano contemporaneo) allestisce con un titolo tanto ambiguo come La potenza del pensiero. Potenza, in Agamben, è una categoria prettamente aristotelica, che struttura il principio stesso della prassi politica: è il mèllei, lo “stare per” in quanto scaturigine dell’accadere, ma è anche l’unificazione di quell’equivoco dualismo con cui certa modernità (e molta contemporaneità) hanno inteso opporre Platone a Aristotele. Reinterpretazione del residuo metafisico, dunque, in una prospettiva che non è iperuranica e nemmeno cade nel bieco storicismo, nella decrittazione del reale come avvenimento che è avvenuto, ai miei occhi La potenza del pensiero è un testo organico fondamentale per chi desideri, oggi, comprendere di fronte a quale svolta, davvero epocale, si trofi la filosofia.
Non è un caso che il libro di Agamben sia un collage di saggi, attualmente introvabili, pubblicati nel corso di decenni in rivista o letti in conferenza. E’ semmai la prova di quanto coerente sia il discorso del filosofo italiano: tessere di un mosaico che contengono in se stesse un’omogeneità di sostanza, una coappartenenza a priori eppure non algebricamente predeterminata. Il discorso filosofico di Agamben potrebbe perfino essere assimilabile a una preghiera, tesa a dare testimonianza di un’apertura continua dello sguardo implicito nel pensiero, ogni volta rinnovabile a seconda delle soglie che affronta, a seconda delle storie a cui si trova ad assistere. L’impiego della categoria di “storie”, qui utilizzata secondo la sua accezione narratologica, non sarà peregrina, se la letteratura è uno dei fuochi principali dello sguardo pensativo che Agamben tenta di spalancare su molteplici paesaggi umani. A più riprese la letteratura è convocata quale corpo di un simile sguardo: Rilke, le teorizzazioni di Jesi sulla “macchina narrativa” nei suoi rapporti con la “macchina antropologica” (cioè: la questione della mitopoiesi), Hölderlin (un must per un post-heideggeriano come Agamben), Valéry, Walser – tutti protagonisti delle digressioni centrali di questo straordinario testo.
Che la scrittura, l’oralità e il linguaggio vengano a costituire la principale specola da cui filtra lo sguardo di Agamben è chiaro proprio considerando la struttura di questo imponente lavoro filosofico. Si inizia infatti con una sezione dedicata al linguaggio o, più precisamente, al buco nero del linguaggio, identificato da Agamben nell’espressione tradizionale “la cosa in sé”, recuperata a partire dalla Settima Lettera platonica, a cui il filosofo romano concede polemicamente una centralità fondante l’intera storia della metafisica, in contrapposizione con i detrattori otto-novecenteschi, che avanzavano l’ipotesi dell’apocrifo. La rilettura di passi fondamentali della Lettera di Platone è illuminante rispetto al corpus di Agamben e manifesta l’ambiguità più-che-filosofica che qui si desidera discutere, evitando la celebrazione di default in cui si potrebbe comodamente ripararsi.
Agamben rifà la teoria del rapporto tra linguaggio e metafisica chez Platone, richiamando il Lambda aristotelico in piena armonia con la traiettoria dialettica del padre della filosofia occidentale. Sono apparentemente assenti, ma implicitamente convocati, i grandi nodi della metafisica platonica: la negazione relativa e assoluta del Sofista, il duplice movimento di riunificazione e diàiresis che compongono la strategia dialettica, e soprattutto il momento di conversione della diànoia. L’evitamento di questo percorso onomastico, che è tuttavia convocato senza essere nominato, indica l’approccio anti-mistico con cui Agamben avvicina Platone. Ciò è testimoniato dall’esito a cui si giunge in questa ultrateoria del linguaggio: il linguaggio non è disgiunto dalla “cosa in sé”, ha a che fare con essa, anche se è proprio nel momento in cui enuncia che lo strumento linguistico si trova a bucare la dicibilità della cosa in sé, in quanto il linguaggio stesso testimonia della dicibilità, che è coincidenza con la cosa in sé. Propedeutica politica di enorme valore: in questa coscienza testimoniale del linguaggio come apertura e chiusura rispetto alla dicibilità in sé, si struttura una prassi comunitaria che è la radice stessa del politico (è il forte nesso con la ripresa di Schmitt, in particolare dei rapporti tra legge ed extra-legem, rielaborati dal Badiou più vicino al discorso agambeniano: rapporti che sono formalmente identici, per struttura e stile, a quelli che Agamben indica tra linguaggio e “cosa in sé”).
E tuttavia c’è un’obiezione da avanzare, che conduce a un esito metafilosofico, ma che di per sé è iscritta in una metodica tradizionale, di stampo eminentemente aristotelico. Il passaggio dubbio è così enunciato da Agamben:

E’ a questo punto che compare l’espressione to pragma auto, la cosa stessa – una formulazione che rimase così determinante per indicare la cosa del pensiero e il compito proprio della filosofia, che torneremo a incontrarla più di duemila anni dopo, come una parola d’ordine passata di bocca in bocca, in Kant, in Hegel, in Husserl, in Heidegger: “Su questa cosa non vi è alcun mio scritto né potrà mai esservi. Non è, infatti, in alcun modo dicibile come le altre discipline [mathèmata], ma dopo molto stare insieme intorno alla cosa stessa [perì tò pràgma autò] e dopo molta convivenza, improvvisamente, come luce schizzata dal fuoco, nasce nell’anima e ormai nutre se stessa [autò heautò ède tréfei] [341 c 4-d 2]”.

Questa, la premessa platonica del sillogismo agambeniano. Vediamo ora la conclusione:

Qui non c’interessa tanto prendere posizione su questo problema [l’oralità esoterica, nota mia], certamente importante, quanto provare a chiederci che sia quella “cosa stessa” di cui Platone si dà pensiero e che Dionigi presumeva a torto di aver compreso. Che cos’è la cosa del pensiero?

E’, in breve, in una sintesi fulminea che raramente si riesce a incontrare nella contemporaneità filosofica, tutto l’errore della filosofia occidentale. Come può Agamben passare dalla “cosa stessa” alla “cosa del pensiero”? Platone non fa menzione del “pensiero” rispetto alla “cosa stessa”. Platone utilizza verbi precisi per cercare di indicare le modalità di approccio alla cosa stessa. Si accede alla cosa stessa “dopo molto stare insieme intorno alla cosa stessa”, dopo “molta convivenza” con essa. Non c’è altro che lavorare perché “improvvisamente, come luce schizzata dal fuoco, nasca nell’anima e ormai nutra se stessa”. Non è fatta menzione del pensiero. Non risulta a nessuno che la continua convivenza col problema della “cosa stessa” sia pensare alla “cosa stessa” o, peggio, che la “cosa stessa” sia la “cosa del pensiero”. La metafora non casuale utilizzata da Platone è afferente all’area semantica dell’illuminazione. Ammesso che il fuoco sia il pensiero (il che è tutto da discutere), a un certo punto schizza fuori dal pensiero qualcosa che è fuoco, ma cade in un àmbito estraneo al fuoco. L’anima non sembra coincidere con il pensiero stesso, anche concesso che il pensiero sia il fuoco. Da se stessa questa esperienza della “cosa stessa” nutre l’anima, una volta che questa strana illuminazione sia stata esperita.
Agamben discute dunque la metafisica non platonica, bensì quella acclaratasi come tale grazie al titanico movimento della filosofia moderna e contemporanea. Così facendo, Agamben non affronta Platone: affronta l’ombra di Platone, osservandola dalle catene che lo fissano alle pareti della caverna. E questa caverna è la filosofia occidentale, che ritiene che il pensiero sia il suo campo di ricerca, il suo habitus elettivo. Agamben poi fa questo lavoro: tenta di strappare, in questa stessa tradizione filosofica occidentale, la possibilità di stare nella “medesimezza” della sua implicita metafisica, la quale però non ha nulla di platonico. Il primato del pensiero, per quanto risulti fondamentale e indiscutibile ai filosofi occidentali, non è tale in assoluto, e sicuramente non è tale per Platone: il pensiero è una modalità distinta dell’anima umana, cioè del principio di coscienza vitale e di consapevolezza che rende l’uomo umano. Vivere non è pensare e la sfida lanciata dalla “cosa stessa” sta proprio in questa differenza, non linguificabile, poiché il linguaggio accade se c’è coscienza, ma la coscienza può accadere anche senza che vi sia linguaggio.
E’ tanto più ammirevole, perciò, l’opera di Agamben, che cerca di trainare la tradizione filosofica verso lo spazio che genera ogni linguaggio possibile senza essere esso stesso linguistico, poiché il suo intento torna a coincidere con quella mossa iniziale platonica: il convivere intorno alla cosa stessa è la possibilità stessa di ogni comunità, è lo stare che trascende il pensiero o, per dirla con Agamben medesimo, non è il pensiero bensì la potenza del pensiero. E’ lo strumento della meditazione extrapensativa, priva di oggetto, in cui risiede l’unica attività filosofica.
Giorgio Agamben – La potenza del pensiero – Saggi e conferenze – Neri Pozza – 38 euro