Abbattimento del senso del futuro

x.jpgIl senso del futuro è il sogno silenzioso di cui si ha confusa consapevolezza: esso è il motore di tutte le storie. Ogni racconto, tutte le storie narrano l’esperienza del futuro, l’apertura che si spalanca dal non sapere in forma di speranza, disperazione, certezza, menzogna sussurrata a se stessi o agli altri. Il futuro è in Shakespeare come ammonimento, in Dante come pedagogia interiore, in Eschilo come dato naturale e incontrovertibile dell’azione umana.
Nel romanzo a cui lavoro (per ora studiando centinaia e centinaia di pagine), sono costretto a destituire di potenza un determinato e potente senso del futuro inalato dal Male nel mondo, e per farlo devo appoggiarmi (ma non usare) l’assenza di senso del futuro che fa da contrappeso a quel primo disgustoso elemento. Non cito l’autore né il titolo dell’opera, poiché ancora non è tempo di svelare il soggetto del libro – ma ecco un brano che si riferisce con perfezione matematica ed profondissima empatia a ciò che io devo ricordare senza renderlo figura, senza limitarlo in formule…

Una volta vidi, in maniera drammatica, il nesso essenziale tra il “lasciarsi andare” rinunciando a se stessi e la perdita dell’esperienza del futuro. Il mio capoposto, uno straniero, un tempo compositore e librettista famoso, mi confidò quanto segue: ”Tu, dottore, vorrei raccontarti una cosa. Qualche tempo fa ho avuto un sogno strano. Una voce m’ha detto che potevo esprimere un desiderio – bastava che dicessi quel che volevo sapere, avrebbe risposto a tutte le mie domande. E sai che cosa ho domandato? Vorrei sapere quando finirà per me! Tu lo sai che cosa intendo, dottore: per me! Cioè, volevo sapere quando saremo stati liberati noi, […]quando finiranno le nostre sofferenze”. “E quando hai avuto questo sogno?” gli chiesi. “In febbraio” – rispose (eravamo ai primi di marzo). “E che cosa t’ha detto la voce del sogno?”, chiesi ancora. Con voce bassa, misteriosa, mi sussurrò: “Il trenta marzo…”.
Quando F., questo mio compagno, mi raccontò il suo sogno, era ancora pieno di speranza, credeva che la voce del suo sogno avrebbe avuto ragione. La data della profezia s’avvicinava sempre più, e le notizie sulle vicende pervenute facevano sembrare meno probabile, ancora in quel mese di marzo, la liberazione. Subentrò allora qualcosa di nuovo. Il 29 marzo, all’improvviso, F. ebbe una febbre altissima. Il 30 marzo, quindi, nel giorno in cui, secondo la profezia, la guerra sarebbe finita, e con ciò il dolore “per lui”, F. prese a delirare e infine perse coscienza… Il 31 marzo era morto. Era morto di tifo petecchiale.
Chi conosce l’intima relazione tra lo stato d’animo d’un uomo, e pertanto sentimenti come coraggio e speranza, disperazione e demoralizzazione da un lato e, dall’altro, l’immunità dell’organismo, può comprendere le mortali conseguenze di un’improvvisa disperazione e depressione. La causa intima della morte di F. fu la sua grave delusione. Egli attendeva un certo giorno, nel quale, lo sapeva, sarebbe stato libero: ma non andò così e subito venne meno la resistenza del suo organismo contro il tifo petecchiale che stava covando. La sua fede nel futuro e la sua volontà di futuro erano paralizzate; il suo organismo soggiacque alla malattia e così, infine, la voce del suo sogno ebbe ragione.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: