Hitler - romanzo

Lo Jakob von Gunten di Walser nel romanzo

Mentre scrivo, tutto si muove. La pangea teorica iniziale si rombe, dalle falde esce lava, si infilano oceani, si formano nuove concrezioni geomorfiche. E’ soltanto dopo avere superato la metà del libro che mi è chiaro come il mio protagonista, lo zero che è umano e non-umano e irradia il Male, abbia già un’occorrenza nella letteratura. Mi attendevo di trovarla in Kafka, ma ierinotte, ritornando da una cena con un amico scrittore, con cui si è parlato della distruzione del romanzo storico, mi è venuta alla mente l’isolata figura, la figura perfettamente isolata e metafisica di Jakob von Gunten, il protagonista omonimo del romanzo di Robert Walser, con cui lo scrittore svizzero distrugge il romanzo di formazione, trasformandolo in narrazione metafisica. Un indimenticabile scritto di Giorgio Agamben, letto in rivista anni fa (la rivista si chiamava Marca), si addentrava nello “zero assoluto di Jakob con il passo che avrebbe condotto lo stesso Agamben, insieme a Deleuze, a passeggiare per il linguaggio esistente e non-esistente di Bartleby lo scrivano di Melville. Jakob von Gunten e Bartleby non fanno il Male, ma pongono il mondo fuori gioco. Lo fanno (e non è la conclusione né di Agamben né di Deleuze) rinunciando all’empatia. La chiave che lega il protagonista di Walser, quella caricatura di Hölderlin che osserviamo morta nella neve, al personaggio di cui nel romanzo si opera l’autopsia è proprio questa: l’incrinatura dell’empatia, del legame tra sé e l’altro – il legame di specie. x2.jpgLa differenza è che Jakob resta nella superficie vuota che è sé, mentre lo zero umano e non-umano non resta in sé: esorbita, irradia. Di qui, l’orrore. Jakob von Gunten non esorbita e non comunica orrore, ma soltanto vertigine. Egli è metafisico; il mio personaggio no. Egli è simile, anche se non identico, a un illuminato; il mio personaggio è l’opposto di un illuminato, anche se si crede un illuminato. Tuttavia la chiave retorica è quella: è Walser che devo usare.
Da uno splendido articolo di Giorgio Vasta su Nazione Indiana, desumo le citazioni dal romanzo di Walser che definiscono certamente Jakob e, per paradosso, si attagliano perfettamente al buco nero che sto esaminando mentre stendo il romanzo

robert_walser.jpgdallo Jakob von Gunten di Robert Walser
[grazie a Giorgio Vasta]
Qui si impara ben poco, c’è mancanza di insegnanti, e noi ragazzi dell’Istituto Benjamenta non riusciremo a nulla, in altre parole, nella nostra vita futura saremo tutti qualcosa di molto piccolo e subordinato. L’insegnamento che ci viene impartito consiste sostanzialmente nell’inculcarci pazienza e ubbidienza: due qualità che promettono poco o nessun successo. Successi interiori, magari sì: ma che vantaggio potremo trarne? A chi dànno da mangiare le conquiste spirituali? A me piacerebbe essere ricco, andare in giro in carrozza e aver denaro da buttar via. Ne ho parlato a Kraus, il mio compagno di scuola, ma lui non ha risposto che con una sprezzante alzata di spalle e non mi ha degnato di una parola. Kraus ha dei principi, sta ben saldo in sella, a cavalcioni della sua contentezza, e questo è un cavallo su cui chi vuole andar di galoppo preferisce non salire. Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico. Mi sono sentito anch’io invadere da un senso strano, finora sconosciuto, di contentezza. Sono abbastanza ubbidiente, non al punto di Kraus, che è imbattibile nel precipitarsi a eseguire zelantemente gli ordini. Sotto un solo aspetto noi scolari, Kraus, Schacht, Schilinski, Fuchs, Pietrone, io, eccetera, ci assomigliamo tutti: nel fatto di essere assolutamente poveri e in sottordine. Siamo piccoli, piccoli fino a sentirci spregevoli. Chi ha in tasca un marco da spendere, lo si guarda come un principe privilegiato. Chi, come me, fuma sigarette, desta preoccupazioni per le sue abitudini spenderecce. Andiamo vestiti in uniforme: ebbene, questa circostanza di portare un’uniforme ci umilia e nello stesso tempo ci esalta. Abbiamo l’aspetto di uomini non liberi, e ciò può essere una mortificazione; ma abbiamo anche un aspetto elegante, il che ci preserva dalla profonda vergogna di coloro che se ne vanno attorno in abbigliamenti personalissimi, ma strappati e sudici. A me, per esempio, il vestire l’uniforme riesce assai piacevole, dato che sono stato sempre incerto su come vestirmi. Ma anche questo mio aspetto mi riesce per ora enigmatico. Forse in fondo a me c’è un essere estremamente volgare. O forse, invece, ho sangue azzurro nelle vene. Ma una cosa so di certo: nella mia vita futura sarò un magnifico zero, rotondo come una palla. Da vecchio sarò costretto a servire giovani tangheri presuntuosi e maleducati, oppure farò il mendicante, oppure andrò in malora.
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Ci divertivamo a lustrare il pavimento, a tirare a lucido gli oggetti, anche quelli di cucina, tra un visibilio di stracci e di polvere detersiva, a inondare d’acqua il tavolo e le sedie, a rendere splendenti le maniglie delle porte, a soffiare sui vetri delle finestre per poi nettarli; ognuno ha il suo piccolo compito, ognuno si dà da fare.
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Tutt’a un tratto capisco cos’è che rende così amabili le donne. Mi divertono le loro civetterie, e scorgo un senso riposto nella trivialità delle loro mosse e del loro frasario. Se uno non le capisce quando portano una tazza alla bocca o si rialzano le gonne, non potrà mai capirle. Le loro anime saltabeccano in cadenza coi tacchi altissimi dei loro deliziosi stivaletti, e il loro sorriso è nello stesso tempo un vezzo insulso e un frammento della storia universale. La loro superbia e la loro scarsa intelligenza sono affascinanti, più affascinanti dei capolavori dei classici. Le loro mancanze di virtù sono sovente quanto di più virtuoso ci sia al mondo, e quando poi montano in collera e si arrabbiano? Solo le donne sanno come ci si deve arrabbiare.
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Ci si dà chiaramente a intendere che non c’è miglior modo di istruirsi che la disciplina e le rinunce, che in un esercizio semplicissimo, in certo modo stupido, c’è maggior beneficio, più veritiere nozioni che non nell’apprendimento di una quantità di concetti e di significati. Ci impadroniamo prima di una cosa, poi di un’altra, e una volta che ce ne siamo impadroniti, quasi quasi è essa che ci possiede.
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Annuii di nuovo. È un fatto: dico di sì a tutto con grande facilità.
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Quando si guardano le guance della signorina Benjamenta, non si ha più voglia di continuare a vivere, perché si ha la sensazione che la vita debba essere un infernale brulichio di basse volgarità.
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Se uno di noi fosse, o meglio fosse stato un eroe che avesse compiuto qualche impresa coraggiosa ponendo a rischio la vita, sarebbe autorizzato (così è scritto nel nostro libro) a entrare nel portico di marmo adorno di affreschi che giace nascosto tra il verde del nostro giardino; e là una bocca lo bacerebbe.
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Ho rispetto solo per le esperienze, e queste, di regola, sono perfettamente indipendenti da ogni pensiero, da ogni confronto. Così, per esempio, apprezzo il modo in cui apro una porta. È un’azione che contiene più vita riposta di qualsiasi domanda.
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Qui al nostro istituto s’impara a risentire e a sopportare una perdita, e ciò costituisce secondo me una facoltà, un esercizio in mancanza di cui l’uomo, per quanto insigne sia, rimarrà sempre un grande fanciullo, un bambinone piagnucoloso. Noi allievi non speriamo nulla, anzi ci è severamente vietato nutrire nel nostro intimo alcuna speranza per l’avvenire; e nondimeno siamo perfettamente tranquilli e sereni.
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Una cosa sola so di preciso: noi aspettiamo!
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Ho la sensazione un po’ oltraggiosa che nella vita non mi mancherà mai da mangiare. Sono sano, lo rimarrò, e ci sarà sempre modo di servirsi di me per qualche uso. Non sarò mai di carico al mio stato, alla mia comunità. Un simile pensiero, ossia la certezza di aver sempre il proprio pane quotidiano come uomo di bassa estrazione, mi ferirebbe profondamente, se fossi ancora il vecchio Jakob von Gunten, se fossi ancora il rampollo, il virgulto della mia casata, mentre invece sono diventato qualcosa di completamente diverso, sono diventato un uomo comune […]
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Del resto anche la malinconia mi è tanto cara, tanto tanto preziosa: perché educa.
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E poi, la verità è che le grosse commozioni mi producono nell’anima un effetto come di freddo glaciale.

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