Giorni dopo giorni dopo il giorno

giunigredo.jpge il giorno è quello nero, si diffonde, aria secca, aria umida, flusso statico ostacolato, e si marmorizza – dove io non sono. Asfodeli neri. Indivie marcite. Nella palude l’acqua non è stagnante, la fauna non è amica. I belati furono sorrisi un tempo, non ricordo più. Non ricordo più gli anni trascorsi, i mali, le gioie, le accanite disperazioni: santità. Oblio che è buono scivolo e mi salvi, capovolgi il tuo parto discendente, radia i giorni a venire.
L’ipocrita erosione della tarma nell’armadio, meccanica, intenta intorno al pullover che fu mio un tempo, che fui io un tempo. Dove sono?
Mattine e sere si susseguono come danni muti, come esplosioni contenute nelle pire d’ossigeno dall’acqua oceanica. Sismi sotterranei, disse il veggente Hanussen, nel 2200 causeranno un’onda anomala e Nuova York ne sarà sommersa – così disse, e vestiva scarlatto, nel suo Palazzo Occulto.
Nomi dimenticati, lapidi dimenticate, sillabe che non hanno sfiorato il livido che liquido si espande. Assenze. Non desiderate intrusioni. Interruzioni. Poche salvifiche parole. “Tra barbarie e alienazione noi viviamo, o il paradiso artificiale sudafricano della scrittrice Karen Blixen” – così ha detto. Annuisco, salvo presso la mia meridiana umana. “Non piangiamo più – hai visto?” – così ho detto io.
Sono collaterale.
Uomo nudo, in controluce incarbonito, di spalle, nell’immenso prato piano che fu vivace, ora è spoglio, le mani a conca dalla gola alle narici: urlo.

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