MEDIUM – 10. LE VISIONI

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LE VISIONI
Per due mesi cerco tracce. Un animale da caccia, una caccia all’aria aperta, dove la preda non esiste perché è già stata eliminata fisicamente, e il territorio è un passato dai contorni che chiunque, fino alla lettera, dava per acquisito e certo – ora ridiscusso, riesaminato con l’occhio critico di chi si intestardisce perché vuole sapere, appare confuso e tutt’altro che definito.
I documenti, per esempio. Per cinquant’anni in Italia esiste un’anomalia colossale, organizzata, che possiede sedi in edifici bennoti, un organigramma composto da nomi memorabili della politica nazionale e internazionale, congressi, decisioni, tattiche, strategie, direttive alle federazioni provinciali. Il deposito fisico di un’anomalia storica come il Partito Comunista Italiano doveva di fatto lasciare alle sue spalle, mentre era proceduto alla metamorfosi in una formazione meticcia e indecisa, un oceano pietrificato di testimonianze, di reperti burocratici, di referti dell’umano.


Nulla di tutto ciò.
Ho cominciato con mia madre, la donna che non invecchia mai. Una donna sessualmente desiderabile a sessantacinque anni, disinibita e gaffeuse, una sorta di Ecuba che dovrebbe schiacciare qualunque Edipo. Anni a rendersi immuni dalle sue incertezze, dai terrori che la sua vita (il suicidio della madre, la vicenda coniugale pestilenziale con mio padre) avevano imposto in forma di ansia perenne, di sensazione perpetua di bilico, di filo del rasoio.
Mi racconta tutto quanto so e che non desidero ascoltare, perché l’ho vissuto in prima persona: il fallimento dei rapporti con mio papà, la separazione in casa, i rischi e i sibili notturni delle sirene che avvertivano dell’omicidio imminente. Io le domando del Partito. Mi interessa il Partito, ricostruire la decisione di recarsi in DDR da parte di un uomo che non si muoveva mai.
Mia madre conserva tutto. Non abbandona nulla, terrorizzata dall’essere abbandonata.
La madre costituirebbe la spiegazione, se esistesse un’unica spiegazione.
L’ho vista come una Menade della nostalgia arraffare pezzi indistinti del suo passato il giorno dello sgombero nella casa di mio padre, che vent’anni prima era anche casa sua e, lasciata intatta da papà, le offriva a ogni apertura di anta o di cassetto un aggancio al passato: spalancava un cassetto e un uncino vivente vibrava fuori di lì, le lacerava la pelle, la penetrava e le strappava brani di carne, attraendola a sé. La memoria è il nemico, il suo culto è una religione paterna sbagliata. Deve essere evocabile, finisce per risultare tirannica: è essa che ci convoca alla sua presenza schiacciante, cola il suo piombo su di noi, schiacciati da tanto passato.
Dall’immensa quantità di oggetti che ha salvato dall’impietoso sgombero che avevo organizzato, estrae cinque cartoline. Provengono da Lipsia, l’anno è l’81, la scrittura è tremula e calcata e il testo, per cinque volte, non varia: “Qui tutto benissimo! Vito”. Mi intenerisco. L’uomo introverso fino alla psicosi, non soltanto doveva essere convinto che là, nel cuore della Repubblica Democratica Tedesca, andasse tutto benissimo. E’ che gli andava benissimo, mentre stringeva una studentessa che traduceva tedesco e italiano, e per questo si sentiva in colpa. La colpa gli imponeva l’esorcismo di un invio di cartoline che, nella vita, e precedente e successiva, non avrebbe mai più praticato.
Papà tremulo felice.
I racconti di mia madre sulla vita nella sezione del Partito Comunista coincidono con la sterminata messe di aneddoti che mio padre mi aveva narrato negli ultimi anni di vita, quando per due volte l’avevo costretto a muoversi da Milano e ad andare a Parigi, dove aveva vissuto da giovane con mio zio, il nazionale di rugby operaio alla Citroën. I comunisti teosofi e le macchiette della sezione, i convegni assurdi con la convocazione di esperti improbabili che trasmettevano cultura al popolo dei compagni, annoiandoli mortalmente: perfino un esperto etologo ed entomologo elvetico, che per ore aveva spiegato come funziona il sistema sociale delle api, una specie di soporifero italotedesco che mia madre descriveva nei medesimi termini impegnati da mio padre in place Saint Michel.
I comunisti teosofi. “Perché – dice mia madre – costituivamo un sistema chiuso. Ci si frequentava tra compagni. Si andava ai cineforum con i compagni. Si vedevano i Mondiali di calcio a casa di altri compagni. Tranne i compagni teosofi, che erano diversi e molto discreti. Abbiamo ricevuto qualche invito da due coppie, ma non ci siamo mai andati. Non si discuteva. Erano riformisti e si diceva che i teosofi fanno sedute spiritiche e tuo padre si infuriava: ‘Com’è possibile credere a cazzate simili, ai fantasmi, se sei comunista?’ e aveva ragione. Noi eravamo molto inseriti in un altro gruppo, quello degli ingraiani. Quando ci fu lo scontro tra Ingrao e Amendola al Congresso, in Comitato centrale, una frattura si propagò in tutta Italia, fino all’ultima sezione, e ci guardavamo in tralice. Eravamo inesperti e idealisti. Guardavamo a un mondo migliore, ma essere nel Partito, alla fine, distoglieva l’attenzione da quel sogno, che è il comunismo, incominciavano le lotte per la segreteria, le analisi sui rapporti coi socialisti. C’era un moralismo feroce. Stavamo bene e stavamo male. Parallelamente, vivevamo in un contesto capitalista e mandavamo avanti le cose: tutti. Era una situazione di cecità indotta. Di schizofrenia. Erano tempi che rimpiango, ma non come certi compagni, io non mi sono mai identificata oltre un certo punto, vedevo l’uomo, nella sua interezza, e dopo il viaggio in Unione Sovietica, che avevo fatto da giovane, odiavo Stalin e sapevo che quella, spacciata da tutti come la nuova società ideale realizzata, era una variante dell’essenza dell’uomo: che è sbagliata, malvagia. Le cose, rivestite di altri simboli, erano le medesime di qui in occidente: povertà e sperperi, ingiustizia e dominio dei burocrati e dei militari. In sezione non mi perdonavano questo giudizio e, come facevano mio padre e il tuo, mi davano della qualunquista”.
So che si sta pericolosamente avvicinando al momento in cui nasco io e salto in avanti, appositamente. Vorrei premere le palme sulle orecchie fino al dolore. Federica ha molta ragione, questa ricerca non porta a niente. Devo spiegare perché non soffro: non soffro, è morto, ho toccato il suo cadavere, il suo spettro non mi è apparso, e non soffro, lo penso in una delicata forma di beatitudine coinvolta e distaccata, lui ma non più lui. “Chi si occupò del viaggio in DDR?”
“Mi disse che il Partito, da Roma, aveva offerto la possibilità di partecipare a una delegazione e lui ci andava”.
“Partì da Milano?”
“No, da Roma, questo me lo ricordo. Ma ritornò direttamente a Milano, alla Malpensa, che allora era molto difficile da raggiungere ed era lo scalo di voli internazionali ed esotici”.
“E la DDR era esotica”.
“L’esotismo cominciava a un centimetro al di là del Muro. Non sapevamo niente”.
“Era entusiasta, ti ricordi?”. Occulto la sensazione di sviamento e finzione che avevo tratto da quell’entusiasmo. A venticinque anni di distanza, occulto nuovamente. La mia storia è occultare, un occultamento. So io ciò che disvelo. Ognuno non conosce le apparenze che rilascia.
“Diceva: l’efficienza tedesca che mette in pratica il comunismo scientifico. Marx, dopotutto, era tedesco, era di lì. Altro che Unione Sovietica. Era un modo per darmi della qualunquista. Lì tutto funzionava alla perfezione. Eravamo completamente ciechi”.
“Infatti dopo il crollo del PCI ha mollato tutto e non si è più iscritto al Partito trasformato”.
“Non credere, non era così rigido, ai tempi. Vedeva e criticava dall’interno i limiti del Partito. Era per lo scatenamento delle masse”.
Lui, l’introverso, l’uomo che seppellisce un macigno all’interno di sé per vent’anni, un macigno che ha il volto di questa donna che ho davanti e che è mia madre, lui il taciturno, l’alcolizzato, Jackyll&Hyde, era per lo scatenamento delle masse. Percepiva il Partito come un limite al sogno: il mezzo trasformato in fine.
Era d’accordo con me, il ragazzino impertinente, il ragazzino dedito all’occultamento.
I documenti non si trovano. Non si riesce a ricostruire l’Alphaville del Partito Comunista Italiano. Ci sono gli archivi a Botteghe Oscure, la sede centrale storica, ma nulla sulle attività periferiche. Chiedo per telefono, a un addetto svogliato che biascica in pesante accento romanesco, la possibilità di consultare digesti o atti di viaggi di delegazione. Dico che mi interessa la DDR, il 1981.
“Nessuno sta’ più a chiede ’na robba simile. Nemeno i laureandi”.
“A me sarebbe utilissimo. E’ una ricerca particolare…
“Ci hai da venì qui, allora…”
Torno a casa, sudato, stravolto: Milano è coperta da un’afa agostana in pieno marzo. Il marciapiede rimanda bolle di calore che sfiancano.
Fedrica è sul divano, nella grande stanza, che legge Astronavi sulla preistoria di Peter Kolosimo: “Quest’uomo è un genio. Ha fondato un immaginario”.
Sono privo di forze e vorrei ingaggiare una discussione interpretativa delle cazzate fantasmagoriche di Peter Kolosimo: “Non l’ha fondato. Lo ha perpetuato. Chiunque al mondo pensa che sia andata così in realtà”.
“Chiunque al mondo pensa che siamo un prodotto di laboratorio alieno? Che i morti vagano tra noi, non visti per un problema del nostro apparato percettivo che non può intercettarli?”
“E’ l’unico universale che esiste e che esisterà sempre. E lo spazio sarà sempre il nostro oceano omerico. Il mare non ha sempre il color del vino: muta tinte, ma l’immensità misteriosa di Omero è universale. Kolosimo fu un genio, ma è l’umanità che lo ha prodotto a essere geniale”.
“Parli come un ubriaco…”. Mi sorride: è una provocazione, per un figlio di etilista, detto da una figlia di etilista. Mi chiede come è andata. Non ho voglia di risponderle. Mi sento solo nella mia questua di reperti del passato, invero la professione schivata da mio padre: sono un geologo atipico. Federica sorride, sussurra di andare a letto. Sono le quattro del pomeriggio e non sto in piedi. Mi sento febbricitare.
Vado a letto.
mediumicoaudio.gif Dormo non so quanto, ma quando mi sveglio sono sudatissimo. Ho fatto un incubo di cui non ricordo niente. Forse mio padre, forse quel braccio rigido alzato, il pugno chiuso serrato… Mi alzo, lentamente, perché mi gira la testa, lascio che il sangue rifluisca. Sono in piedi, apro la porta della stanza da letto, non svolto verso il bagno, a passi lenti vado verso l’altra grande stanza. Mi si apre gradualmente la vista: sulla sinistra lo specchio a parete. Sulla destra, il divano dove Federica leggeva e ora sta parlando. Sono frastornato, con chi sta parlando? Chi è venuto? Non mi sono accorto di niente, non viene mai nessuno da me… Avanzo cauto, la visuale si allarga, Federica parla piano, sussurra, come se non volesse farsi ascoltare, vedo le ginocchia dell’interlocutore, poi il suo busto, poi mi arresto: sta parlando con mio padre, che annuisce.
Allora mi sveglio. Un incubo che mi ha spaccato in due. E’ la prima volta che lo vedo in sogno. Aveva la pelle brunita di quando l’ho trovato cadavere. La testa mi gira. Mi tocco, per assicurarmi di essere sveglio del tutto. Avverto l’energia abbattuta dall’incubo, come se continuasse oltre il sonno. Mi alzo. Apro la porta della stanza da letto. Due passi verso la grande stanza, lo specchio a parete sulla sinistra, entro, Federica sta parlando, sussurra, vedo che sta parlando con me, io sono seduto sul divano, appena entro nella stanza Federica e io ci voltiamo verso di me, che sono io, io mi volto verso lo specchio, se sono sul divano chi sono io? E nello specchio c’è, in piedi e muto e con lo sguardo abissale, il cadavere di mio padre col braccio piegato, blumarrone, gonfio, e con la mano sinistra mi fa il cenno di stare in silenzio.
Allora mi sveglio davvero, completamente intriso del mio sudore, due incubi in uno, ho paura, mi sollevo, caracollo per la pressione, sbatto la porta, entro nella grande stanza vedendomi pallido e perlato in volto, Federica è quasi spaventata sul divano.
Mi getto addosso a lei, la stringo, la contamino con il mio sudore, le chiedo scusa, dico che smetto le ricerche, quello che è stato è stato, ed è stata la morte di un uomo a cui volevo tanto bene e con il quale non mi sono mai capito in superficie, ma sotto, sotto…
Avverto la rigidità degli arti di Federica, non mi abbraccia, è rigida come fosse morta, mi sollevo seduto sul divano, è pallida come se il sangue fosse stato trasfuso altrove.
Mi dice: “Lo hai visto anche tu?”
Spalanco gli occhi, muto.
Federica continua, pallida, strappa le parole al terrore: “Mio padre. Era qui. Fino a un momento fa. Era mio padre. Mi ha detto di non toccarlo”. Gli occhi sono arrossati, è sul punto di scoppiare in pianto. “Non darmi della pazza. Ti prego, non sono pazza. L’ho visto. Mi ha parlato. Era lui…”
Federica in mano stringe il grande minerale ultranero, traslucido, che stava al centro della teca geologica a casa di mio papà. Lo fisso.
“Me lo ha dato lui. Mi ha dato questo. Ha detto che non è di tuo padre, è di tutti…”
Mi sollevo a fatica, Federica piange, apro la madia dove ho nascosto le poche cose che ho trattenuto dallo sgombero, la lettera, il suo portasigarette in cuoio che conserva il suo odore, un orologio. Dove ho messo la placchetta d’oro informe che era la medaglietta di Berlinguer. E dove ho stipato, sul fondo, coperto da tutto, il minerale nero, lucidissimo – l’unico che ho conservato tra quelli collezionati da mio padre. Non c’è. Non ha aperto la madia. Gli oggetti sono intatti. Il panno che conteneva il minerale è come sgonfiato.
Uno spettro si aggira.
Due spettri si aggirano.
Su di me preme il mio: lo spettro che da quando ho ritrovato il cadavere chiama, segnala il passato rivoluzionato, un amore e una vicenda fuori dalle righe, dalle aspettative.
Papà, spettro.
E’ ritornato.