MEDIUM – 11. L’ECOGRAFIA

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L’ECOGRAFIA
Abbiamo bisogno di un antidoto sovrano contro ogni forma di realismo.
Se si ama la vita, non si legge: si allucina.
Vivo nell’allucinazione.
Vivo accanto a una donna minata da un’allucinazione: ha visto il fantasma del proprio padre, e io non posso smentirla, perché quell’apparizione, così definita e poco evanescente, ha lasciata una traccia, la copia perfetta del misterioso minerale conservato nella teca di mio padre.


Penso di portare da un geologo professionista questo aggregato che impressiona: sembra roccia basaltica, sembra prelevato da una falda lunare, materia minerale esposta al sole senza lo schermo di un’atmosfera. Sembra provenire da un altro pianeta. Sembra un capitolo da Peter Kolosimo. L’antidoto sovrano a ogni forma di realismo.
Organizzo un’ecografia spettrografica: un laboratorio del Politecnico, dove lavora un mio conoscente, un ragazzo incontrato anni fa alla festa di una pseudoartista giapponese che viveva in un edificio del complesso del Politecnico: all’interno di una cupola di rame verdastro, un monolocale circolare amplissimo, da cui osservavo Milano nella sua squallida interezza – bruma delle polluzioni, circolari le tangenziali, squallore orizzontale basso.
A fatica ho recuperato l’interno del laboratorio geologico, il ragazzo si ricordava di me, gli ho spiegato la cosa, la morte di mio padre, il minerale, e lui si è incuriosito e ha detto. “Vieni qui, gli facciamo l’ecografia completa”. Spettrografia, esame dell’albedo, scomposizione chimica. Mi dice termini che appartengono a un gergo per me esoterico, ma che mio padre conosceva alla perfezione, ci si era laureato studiandoli.
Sono spinto nella formazione di mio padre, la professione virtuale che mai praticò, detenendone le conoscenze. Mi appiattisco su una zona immaginaria in cui è stato vivo ed è morto.
Il Politecnico è un sistema abnorme di edifici che variano in stile per comporre un labirinto cupo, generalmente poco sviluppato verso l’alto e adorno di tetti in rame verde. Pesanti ornamenti vegetali in stile liberty, in pietra grigionera, conferiscono al complesso un’aura oscura e soffocante. Le facoltà sono molteplici, aggregate in un’area vasta quanto un quartiere. Doccioni e gargoille, non visti da nessuno, poiché di rado il milanese solleva lo sguardo e centra l’attenzione sugli edifici che costeggia quotidianamente, pendono da contrafforti la cui funzione è architettonicamente ambigua. E’ un perfetto asylum inglese, manicomiale e votato alla protezione di una scienza ottocentesca, ed è dove mio padre, giovane, ha studiato. Dove entro io, dal portone metallico che scatta cigolando, è a pochi metri dall’obitorio, dal punto preciso in cui è calata la coperchiatura della bara sul volto del cadavere di mio padre.
Entro nell’edificio ombroso sulla destra, salgo il largo scalone dopo avere fatto al custode il nome dell’assistente che conosco, al primo piano osservo le porte in legno antico, che incutono timore per una sapienza scientifica positivista, è tutto greve. Arrivo ansimando al laboratorio, che sta invece dietro una porta a doppi vetri: l’assistente mi vede, mi saluta.
Lavora per un’ora sul minerale.
E’ perplesso.
Gli ho raccontato l’intera storia. Dice che un materiale del genere… “Dove l’avrà preso?”
“Nella Repubblica Democratica Tedesca”.
Mi scruta interrogativo. Gli spiego l’intera storia. E’ ancora più perplesso. “Lasciamici lavorare. Pensavo di dirti subito, a occhio, di cosa si trattava. Ma è complesso”.
Incomincia ad armeggiare intorno a spettrografi, bilance elettroniche, microscopi. Effettua l’ecografia.
Aspetto minuti infiniti nel caldo afoso della stanza, che puzza di forfora e cuoio capelluto.
“Niente idrogeno e niente elio. Albedo bassissima: 0,03. E’ principalmente roccia basaltica. Presenza di tracce di olivina e di complesso nucleare ferro-nickel. Inclusioni di calcio e alluminio”. Mi guarda esterrefatto.
“Cosa significa?” chiedo.
“Che non è di questo pianeta”.
Non è terrestre.
Mi spiega la tassonomia con cui vengono distinte le categorie asteroidali. Il frammento in possesso di mio padre corrisponde a una porzione minima di asteroide. Il geologo mi fa l’esempio di Vesta 4: Vesta è il secondo asteroide in ordine di grandezza e il più grande nella Fascia principale interna, situata all’interno della lacuna di Kirkwood a 2,50 AU. Vesta fu scoperto dall’astronomo tedesco Heinrich Wilhelm Olbers il 29 marzo 1807, dall’osservatorio privato situato al piano superiore della sua casa a Brema (Germania), mentre transitava nella costellazione della Balena. Olbers concesse di scegliere il nome per il nuovo asteroide al grande matematico Carl Friedrich Gauss (Io: “Quello delle curve gaussiane?” e il geologo: “Esatto”): fu battezzato così in onore della dea romana Vesta, la Grande Madre dell’esoterismo di età augustea. La forma di Vesta sembra essere quella di uno sferoide oblato stabile compresso gravitazionalmente: un autentico corpo planetario. La sua rotazione è molto veloce per un asteroide, con il polo nord che punta in direzione della costellazione del Cigno. Le temperature sulla sua superficie oscillano in un intervallo compreso fra circa -20°C con il Sole allo zenit, e circa -190°C al polo invernale. I dati possono variare di molto con le stagioni. La composizione geologica di Vesta 4 è identica al frammento che ho portato in laboratorio. Il geologo è attonito. Esistono frammenti asteroidali, anche provenienti, secondo le teorie più accreditate, direttamente da Vesta, ma sono in numero ridottissimo e custoditi nelle più prestigiose università americane e australiane.
Sono senza parole. “Tu cosa ne pensi?” chiedo al geologo.
“Forse un frammento di Vesta, o di un asteroide simile, cadde in Germania dell’Est all’epoca del Muro. Forse tuo padre lo ebbe in dono, per qualche merito. Avevi un padre che faceva la spia per la Stasi e questo è il suo premio” e sorride.
Non immagina quanto, al momento, questa ipotesi scherzosa abbia la possibilità di essere vicina alla verità. Allo spionaggio, io, non avevo pensato.
“Comunque viene dallo spazio profondo” dice il mio amico geologo.
E’ l’antidoto sovrano a ogni forma di realismo, ed è disperante.
Torno a casa dilaniato dall’eccitazione e dall’abbattimento. Non vedo l’ora di raccontare a Federica dei risultati emersi dall’analisi del laboratorio geologico. E sono affranto dall’idea che mio padre possedesse un frammento tanto misterioso, raro, preziosissimo. Che non avesse detto nulla in proposito. L’asse della sua storia ruota di ulteriori gradi, sfugge ulteriormente la ricostruzione di una figura amata nel silenzio buio e interiore delle notti in cui ero terrorizzato da lui, dal tentativo di omicidio che mia madre – e con lei, io e mia sorella – davamo per scontato.
Padre Vesta che provieni da lontananze colossali, inaspettato, mantenuto segreto.
L’entusiasmo prevale sul disfacimento. Entro in casa e non mi trattengo, Federica ha ripreso colore dopo giorni di pallore, appare al settimo cielo, interrompe il mio racconto alle prime sillabe, lo interrompe con foga, oppone un racconto al mio, e mi sorprendo mentre piango, silenzioso, ed è di gioia, finalmente, perché lei ha detto: “Sono incinta. Quasi di tre mesi”.
Avevamo pensato allo stress. Dalla morte del padre le mestruazioni avevano preso un ritmo incostante, con ritardi e anticipi misurabili da un sismografo sotto terremoto. Poi erano scomparse. Federica continuava l’assunzione di anticoncezionali.
Non era possibile che fosse incinta.
“La ginecologa ha detto che càpita. Che ha in cura coppie sterili o che hanno enormi difficoltà ad avere figli, fanno l’amore con frequenze estenuanti, tentano persino gli impianti artificiali, senza risultato. E una che prende la pillola rimane incinta…”
Sono felice come non mai. La ruota compie il suo giro completo. Una mia cara amica ha subìto la perdita della madre che non ha potuto vedere il nipotino, nato un mese dopo la scomparsa della nonna.
Nisargadatta Maharaji, il guru induista, il tabaccaio di Bombay che si illuminò improvvisamente negli anni Cinquanta e divenne meta, nel suo piccolo negozio di bidi, di un pellegrinaggio sterminato, dice del concepimento che si tratta di una fotografia dell’universo nell’istante preciso in cui lo spermatozoo feconda l’ovulo: le stelle, le galassie anche, l’intera disposizione degli ammassi di materia nell’universo influisce direttamente sul corpo solido nel suo cominciamento materiale all’interno dell’utero. Reggo in mano, felice, lacrimante, un frammento di asteroide che viene dallo spazio profondo, la forza che determina lo sviluppo e il percorso del mio futuro figlio.
Tre settimane dopo, l’ecografia.
E’ l’undicesima settimana.
Ecografia per via transvaginale.
Dice la gincologa: “Valutiamo l’impianto in sede normale della camera di gestazione, la presenza e la vitalità dell’embrione, la datazione della gravidanza. Se l’embrione è visibile, si stabilisce l’eventualità di una gravidanza gemellare, si visualizza l’attività cardiaca ed i movimenti fetali, e si stabilisce la grandezza misurando la lunghezza fra i due estremi dell’embrione, che è detta lunghezza vertice-sacro. Non dimentichiamo la morfologia dell’utero, gli eventuali fibromi preesistenti alla gravidanza, ma anche le possibili anomalie malformative dell’utero e delle ovaie. Poi ci sono da scongiurare varie ipotesi di anomalie della forma fetale: colpiscono un neonato su quaranta. Le anomalie cardiache sono in assoluto le più frequenti, seguite da quelle dell’apparato urinario, muscolo-scheletrico e del sistema nervoso centrale”.
Tremiamo.
Io e Federica abbiamo paura.
Assumeva farmaci anticoncezionali, potrebbero avere causato malformazioni.
Attaccare il filo è più semplice che staccarlo. Nascere è più difficile e doloroso che morire. Il corpo da costruire è opera complessa, il corpo da abbandonare è uno svestimento rapido e indolore.
La ginecologa fa cenno di avvicinarmi, mentre la sonda ecografica penetra nell’addome di Federica.
Lo vedo.
E’ stellare.
E’ una pulsar.
E’ Vesta intercettata dall’occhio di Hubble.
Vedo pulsare qualcosa che mi viene detto essere il cuore.
E’ tutto buio, tranne questo piccolo astro lattescente, grigiastro, sgranato.
Questo piccolo spettro preumano.
mediumicoaudio.gif La metamorfosi sta arrivando.

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