MEDIUM – 16. L’OCCULTO ASSALTO

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L’OCCULTO ASSALTO
Il direttore dell’hotel si chiama Klaus Henke e ha la mia età. Sono sorpreso e a disagio di fronte a un direttore così giovane: il parametro anagrafico salta, fuori dall’Italia. In Italia devi avere gli anni di Paolo Stoppa per dirigere un hotel del genere.
Cosa ha visto Federica? Allucinazioni? Spettri? Dov’è? Quella violenza sulle cose, gli abiti all’aria, le valigie sventrate… Cosa ha visto per combinare un tale strazio?


Henke è desolato e convoca il personale in servizio e nessuno ha notato uscire Federica. Non significa nulla, la hall è affollatissima, il Comfort pare che sia l’ultimo grido di Berlino, noi abbiamo prenotato qui soltanto per la vicinanza alla sede centrale della Stasi.
Henke mi chiede in quali condizioni si trovava mia moglie, gli rispondo che non siamo sposati, aspettiamo un figlio. Soffre di pressione bassa, all’aeroporto è quasi svenuta. E’ quanto dico. Henke è perplesso. Disagio palpabile. Non è mai accaduto niente del genere al Comfort? Mai. Henke mi racconta di un gruppo di hooligan che ha consumato un festino notturno devastante, ma la stanza non era ridotta in condizioni come la mia ora. Per fortuna lo scarico dell’acqua ha retto il flusso, altrimenti il disastro sarebbe stato maggiore.
Affondo: “Chi può essere entrato?”. Occulto. E’ la maschera.
“Entrato?” si stupisce Henke in perfetto inglese.
In quel momento il gruppuscolo di addetti del Comfort si spalanca: Federica è tornata. E’ stupefatta, chiede cos’è successo, entra in stanza, si mette le mani tra i capelli, si volta e dice ciò che non deve dire: “E’ la Stasi. Te l’ha detto il tuo amico: non morirà mai. Ci hanno seguito fin qui”.
Il direttore Henke è allibito. Un cliente che sospetta che la Stasi sia penetrata in una stanza in pieno 2006…
Federica discute animatamente con lui in tedesco, poi spiega anche a me: “Mi sono svegliata, mi ero ripresa perfettamente. Mi è venuta voglia di una cioccolata e sono uscita a prendermela. Il bar nella hall era strapieno. Sono stata fuori dieci minuti, non di più”.
In italiano, e sottovoce, chiedo: “Non sei stata tu? Non è una delle visioni?”
Il suo sguardo muta, torna quel gelo penetrante, che mi devasta. “Credi di stare con una matta. Con una che ha visioni”.
“Non qui e non adesso, Federica”. Subisce la secchezza, fa sempre così. Imbronciata si appoggia allo stipite, poi rientra nella stanza, incomincia a rimettere nelle valigie i vestiti.
Io tratto con il giovane Henke per un’altra stanza, ma prima gli chiedo se è possibile conoscere chi ha prenotato le stanze attigue alle nostre.
“Non ha senso. Chiunque, superata la hall, poteva eludere la sicurezza e penetrare nella vostra camera. Sono mortificato. Ma perché la Sua compagna ha fatto il nome della Stasi?”
Mi qualifico come ricercatore, scuso Federica con lo stress a cui la mia ricerca l’ha costretta: fotografie e documentazione di interrogatori e dossier sulle liquidazioni di Mielke. Dico che sto scrivendo un saggio, Henke si fa più ossequioso. E’ l’effetto dell’enunciazione: “Sono uno scrittore”: ossequio ipocrita o insinuante. Come se lo scrittore avesse connivenza con una qualunque potenza da ossequiare. Come lo scrittore fosse un Mielke qualsiasi. Eppure Henke ha ragione: lo scrittore è un Mielke, un umano disposto a indire bandi di esecuzione, a disporre liquidazione di vite costruite con fatica. Lo scrittore è l’uomo del Canale Nero: le sue lamentazioni su quanto sia immorale tutto ciò che esula o attacca la sua scrittura. Lo scrittore è l’occidente in putrefazione e il correttivo di una Stasi isolata, ma non per questo meno letale.
“Hai davvero creduto che fossi stata io?” chiede Federica mentre sistemiamo le cose nella nuova stanza.
“Sì. Qualcosa non va. Le tue allucinazioni. Non sono casuali e il suolo tedesco sembra farti male”.
“E’ chiaro che qualcosa non va. Non vai tu”. Il suo sguardo mi disseziona. Sta mutando di giorno in giorno, di giorno in giorno ingrossa il feto. “Sei alla ricerca di niente, in uno Stato che è morto, per un padre che è morto. Questo non va. Mi tratti come la bara di tuo figlio che è l’unica cosa viva in questa storia”.
Non ho esperienza di periodi di puerperaggio. Sono incline a prestare una fede assoluta alle donne, considerandole una specie nella specie, superiore alla maschile per intuizione e capacità di penetrazione del problema. So che il difficile viene dopo il parto, eventualmente. Non prima.
Bussano.
Chiedo chi è.
E’ il direttore Henke.
Mi chiede di seguirlo.
Federica non vuole stare sola, è un passo dietro me.
Siamo di nuovo alla stanza che è stata distrutta.
Sistemando, hanno spostato il letto matrimoniale.
Sotto il letto matrimoniale.
Arretro di un passo, spaventato, ho già compreso alla prima superficiale occhiata. Federica invece si avvicina, cauta.
Henke: “Non abbiamo toccato nulla. Vi prego di comportarvi allo stesso modo: abbiamo allertato la polizia locale”.
Federica si arresta all’istante.
Allora sono io ad avvicinarmi, un passo, due.
E’ un cerchio in gesso bianco sulla moquette. All’interno del cerchio, una stella a cinque punte.
Al centro, una foto in bianco e nero. Una foto larga, lo sviluppo è in orizzontale.
E’ mio padre.
Di faccia, di profilo.
Foto segnaletica. Parole tedesche battute a macchina nello spazio bianco sotto il collo.
Federica si avvicina: “Genna, Vito Antonio. Sospetta attività controrivoluzionaria (richiesta verifica se cessione informazioni una volta rientrato in Italia). 11 settembre 1981, ore 14:20”.
Guardalo. Serio, corrucciato, lo sguardo a forza trattenuto verso l’obbiettivo e desiderebbe scendere, guardare verso il basso. Papà, mi guardi a distanza di venticinque anni, uno sguardo che non avresti pensato mai io incrociassi. Avevo undici anni, ero a chilometri di distanza. Rientravi da un viaggio, percosso da scosse a cui eri disabituato, perduto negli occhi di una sconosciuta di nome Gretel. Ti hanno fermato, un controllo che Mattei e gli altri della delegazione dovevano considerare di rito. Tu eri preoccupato. Il tuo volto che ha soltanto cinque anni più del mio di ora, nella foto. La barba rasata alla perfezione, vedo i pori della tua pelle dilatati nel bianconero perfetto della macchina fotografica Stasi. Il tuo sguardo testimonia una cupezza che male si adatta a quanto avevi vissuto nei giorni precedenti. E’ come se stessi vedendo, o avessi visto, la fine del pianeta, il tuo schianto personale. Eccola, conclamata, la radice scura e viscida, animale, che ti si innesta dentro, che ti contamina e ti impulsa al suicidio l’anno successivo.
Cosa successe dopo quella foto, al rientro?
mediumicoaudio.gif Hai ruminato, hai masticato la radice nera lucida che si era intrusa in te: per un anno. Caracollando per l’indice alcolico, la bocca impastata, hai chiuso il catenaccio a metà, perché non potessimo rientrare, ti sei diretto in salotto, hai estratto pillole a caso (aspirine, cortisonici, antistaminici, xamamine), le hai estratte dai blister, una per una, le hai ingollate con quanta acqua?, hai infilato i blister in un sacchetto di plastica minuscolo, lo hai portato in anticamera, i sensi erano offuscati e vacillavi e ti sei scordato di spegnere la luce della tremenda anticamera, sei andato nella stanza da letto dove ventiquattro anni dopo avrei trovato il tuo cadavere, ti sei steso sul letto, con il tuo golfino a V color crema, la schiuma gastrica ha iniziato a fuoriuscire come una crema dalle tue labbra e già avevi perso i sensi, finché sono arrivato io.
Sono arrivato io, papà, va tutto bene: sei morto. Sei nello spazio tra attimo e attimo. Sei tra noi, parli con noi, sei in mezzo a noi, papà.
Il tuo volto incupito ritorna giovane, bianco e nero, la grana della tua pelle che ho sentito gelida sulla tua fronte di cadavere era viva nella foto dove inizi a stare male, perché una fine nera stilla in te e non smetterà di stillare fino a una fine reale e vissuta.
Papà.
La polizia fa domande interminabili, che Federica traduce.
E’ notte, sono stravolto.
Non sono riuscito nemmeno a dirle che l’ho trovato, il nome della donna, Gretel, è lei che ha scritto a mio padre.
Il progetto di una felicità posteriore è per me e per Federica anteriore.
Tempo, scivolo della rovina, della gloria, della sacertà.
La polizia insiste, vuole sapere cosa facciamo realmente e io dico la verità, sono uno scrittore italiano che sta compiendo un viaggio per ritrovare un’amica di suo padre, un’amica che viveva Oltrecortina.
Mi chiedono come spiego il reperto dell’archivio Stasi. Rispondo che ci sono stato nel pomeriggio, a quell’archivio, e non risultavano fotografie segnaletiche di mio padre.
Mi chiedono il perché della stella a cinque punte nel cerchio. Rispondo che potrebbe essere un rituale, un segno per spaventare.
Tutto è fatto per spaventare qui e ora. Per farci superare la soglia dello spavento supremo. Riti, mancava una candela sulla foto di mio padre. Una pessima imitazione di satanismo berlinese. La Stasi usava questi metodi?
I poliziotti dicono: la Stasi usava altri metodi.
Escludiamo la Stasi, dico io, e loro rispondono: la Stasi non esiste più. E’ un museo.
Chiedono se desideriamo sporgere denuncia. Sono esausto, ci pensa Federica.
Trattengono l’immagine di mio padre, chiedo se posso averne un duplicato. Dicono di no, è materiale di Stato, del nuovo Stato tedesco.
“Stai male?”
“L’ho trovata”.
“Chi?”
“La donna. Esisteva. Mattei non mi aveva detto la verità. Era la traduttrice ufficiale. Gretel Hinze. Domani la cerco sull’elenco di Lipsia e di Limbach. La cerco in Rete”.
“Se fossi tuo padre, sarei incazzato. Muoio e tu rovisti nel mio passato che non ho voluto che conoscessi”.
“Se tu fossi mio padre, perché mi avresti tenuto nascosto una parte del tuo passato? Avevo undici anni. Poi sono cresciuto. Perché avresti occultato?”
“Tu, Giuseppe, perché occulti?
Buio.
Sonno.
In sogno un uccello mi entra dalla finestra nella grande stanza di casa mia, non riesce a trovare l’uscita, sbatte le ali, mi cozza contro e mi fa male, polvere di sterco in sospensione per l’aria, cerco, di farlo uscire, tocco le penne, blumarroni e livide, le penne sono gelide, ricoperte di una brina scivolosa, tocco le penne schiaffeggiandolo, sono unte, l’uccello fissa su di me il suo occhio piccolo, nero, lucido, la radice di tutto il male.