MEDIUM – 19. VORTICE SULLA “PICCOLA PARIGI”

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VORTICE SULLA “PICCOLA PARIGI”
Non che Peter Kolosimo avesse tutti i torti a frequentare l’Università di Lipsia.
Segui l’Elster Bianco e giungi in quella che Goethe definì “la piccola Parigi”, e dove Bach trasformò i rudimenti nei vertici metafisici della Passione secondo Matteo e della Messa in si minore.


Federica sta male. Il viaggio in treno per la Sassonia l’ha provata. La vista non l’ha distratta. Ha subìto conati di vomito ed è caduta in un sonno agitato. Le occhiaie sono sempre più marcate, il pallore sempre più tendente all’ittero. Sta perdendo peso. Non si tratta della gravidanza. E’ come se ciò che ci unisce stesse smottando in una zona nera. Io stesso so di smottare in una zona nera. Federica avanza rivendicazioni assurde con un ritmo insostenibile, inventa ricordi irreali, mi attribuisce colpe che non ho. Sono arrivato a pensare che sia gelosa della donna che stiamo andando a scovare: Gretel Hinze, l’oro della Stasi. Oppure, più probabilmente, è gelosa dell’attaccamento che dimostro a questa ricerca inutile. Ha ragione: mi troverò davanti una cinquantenne (“ninfomane” secondo Hagen Koch), una che si è scopata mio padre. La andrò a disturbare, farò riaffiorare il nome che ha cancellato e mutato, con la semplice pezza di appoggio di una lettera d’amore scritta un quarto di secolo prima.
Chi penso di essere io?
E Federica che si scuote e inarca il labbro, addormentata sul sedile anatomico della Bahn…
Fuori, il paesaggio è una preparazione forestale alle glorie di Lipsia, città che innestata nel vortice della storia.
1813. E’ qui, a Lipsia e nei suoi verdi corollari, che si gioca il destino di Napoleone e di tutto il continente. Waterloo inizia qui. Dopo la disfatta della campagna di Russia e la minaccia di un attacco degli Stati alleati nella Sesta Coalizione antinapoleonica, l’imperatore francese deve ricostruire l’esercito, stremato e schiantato dal Generale Inverno. La Russia è inviolabile: non lo comprese Napoleone, non lo capì Hitler, non l’ha chiaro l’occidente capitalista. Essa dorme un immenso sonno, pronta a svegliarsi nel momento apocalittico.
Napoleone chiama a raccolta il maggiore numero di giovani e non giovani in grado di combattere, mentre il suo alleato, il vicerè Eugenio, si impegna a contenere l’avanzata delle truppe ostili, fino all’arrivo di Napoleone. Ma deve arretrare: una sconfitta dopo l’altra. Non gli resta che concentrare i pochi uomini e mezzi a sua disposizione intorno a Magdeburgo: spera che Napoleone giunga al più presto. Non attende molto. Il Piccolo Corso raduna il suo esercito a Erfurt, in Turingia, si ricongiunge con Eugenio alla Saale, affluente dell’Elba. A fine aprile le sue truppe varcano il fiume e cominciano ad avanzare verso Merseburg e verso Naumburg.
E’ il prologo che porterà Napoleone alla battaglia di Lipsia, detta la “Battaglia delle Nazioni”. Inizia il 16 ottobre del 1813 verso le 8 del mattino. Si apre con scontri a nord e a sud di Lipsia. Alle 11 l’attacco delle forze coalizzate è ancora in corso, caotico e frammentario. I francesi bloccano le forze nemiche. Nel pomeriggio Napoleone ordina il contrattacco. Il suo piano consiste in un forte fuoco di concentramento di artiglieria, con la cavalleria di Murat lanciata a sfondare al centro, aprendo la strada all’avanzata delle fanterie. Sembra Risiko, ma è la Storia; sembra Storia ed è un Risiko. La cavalleria e la fanteria francesi non sono più quelle di Austerlitz, di Wagram e di Jena – gli ingredienti della leggenda militare Napoleone. I russi resistono bene e addirittura respingono indietro il nemico. Ingenti le perdite: per gli alleati circa trentamila uomini, per i francesi venticinquemila. Intanto stanno arrivando i rinforzi per i coalizzati: Bernadotte, che aveva abbandonato Napoleone per schierarsi col nemico, con settantamila uomini e il generale russo Bennigsen con altrettanti. Da questo istante Napoleone si troverà di fronte un esercito nemico di quattrocentomila soldati, con 1500 cannoni.
La giornata del 17 ottobre trascorre in tranquillità, gli eserciti nemici che si osservano.
Per il giorno 18 il comando supremo dei coalizzati aveva previsto almeno sei attacchi concentrici contro i francesi. Mai come ora, in tutte le guerre napoleoniche, si sono trovati in una simile situazione di vantaggio. Al mattino presto Napoleone ordina, in ritardo, di restringere il fronte e partono i combattimenti iniziali – confusi, scaramucce di contenimento. Nel pomeriggio la situazione precipita. Bernadotte e Bennigsen entrano nella lotta, Napoleone riceve la notizia drammatica: il corpo d’armata di Sassonia ha disertato ed è passato nei ranghi dei coalizzati.
Il tradimento, questa negazione che spezza la linea di orizzonte dell’umano. La linea è rotta, l’umano separato dall’umanoseparato da sé. Il tradimento è una potenza tragica e non visibile, onnipresente che percorre questi binari a una velocità superiore a quella dei vagoni Bahn. Questo capovolgimento che istituisce nuove diritture. Che spalanca crudeltà. L’oppositore della pietà.
Nelle file napoleoniche è dunque aperto un vuoto impossibile da colmare. A questo punto l’imperatore, consapevole di non poter più difendere Lipsia, ordina la ritirata generale verso il Reno e passare il fiume Elster Bianco.
Vedo l’Elster Bianco tinto di rosso, lattiginoso per gli spettri. Il paesaggio deposita strati minerali di azioni umane, finché esiste l’uomo. Il tempo storico è una lunga breve parentesi nell’immensa vicenda geologica. Siamo prefossili. Punto lo sguardo dove furono trucidati umani. Le loro divise trafitte. Flutti ematici. Corpi gonfi, blumarroni, in rigor mortis, giorni dopo.
Nelle prime ore del mattino del 19 ottobre 1813 la ritirata dei francesi è in pieno svolgimento. A Lipsia sono rimasti trentamila francesi, al comando di Poniatowski, con il compito di bloccare l’avanzata del nemico e consentire il transito delle truppe napoleoniche. Lui, l’imperatore nano, ha affidato il compito al generale Dulauloy di far saltare il ponte di Lindenau dopo il transito dell’ultimo soldato francese. Invece accade l’irreparabile: il ponte viene fatto saltare quando ancora è in corso il transito delle truppe. Grottesco: l’anima del caso manifesta il suo corpo imbecille e idiota, che si esibisce per scompigliare gli accadimenti, condiziona l’andamento, stravolge il calcolo. L’anima della storia è grottesca. Trentamila uomini restano bloccati a Lipsia, senza possibilità di scampo, saltato in anticipo quel ponte. I francesi intrappolati perdono la testa e si accalcano confusamente sulle rive del fiume. E’ la folla disperata, somma disgregata di speranze e strategie individuali, la folla di blatte umane intrappolate, i topi che si gettano in massa nel fiume senza seguire alcun pifferaio. Le truppe coalizzate avanzano sparando nel mucchio. Il tiro al bersaglio provoca una strage. Il maresciallo Oudinot si salva a nuoto, mentre Poniatowski, lanciatosi anch’egli nelle acque gelide dell’Elster Bianco, viene trascinato via dalla corrente: ecco un esempio che illustra le disparità della sorte, che non eguaglia niente, ed è grottesca essa stessa. Caso, caos: la natura pone diseguaglianze. La storia e la natura sono potenze anticomuniste.
Nel pomeriggio i superstiti francesi si arrendono. Il bilancio delle perdite è devastante. In quattro giorni di battaglia i coalizzati hanno accusato cinquantaquattromila tra morti e feriti contro i trentottomila francesi, oltre a trentamila prigionieri. Il risultato della sconfitta di Lipsia è per Napoleone la perdita di quanto restava dell’impero a est del Reno. Baviera, Sassonia e Wurttemberg lo avevano abbandonato. Il declinante prestigio di Napoleone avrebbe tra breve subito l’umiliazione del voltafaccia dei marescialli, dell’abdicazione, della partenza per l’Elba. L’uomo diventa il principio della propria distruzione.
Lipsia è fatale.
Nel 1906 Rudolf Steiner vi tenne una celebre conferenza. A latere confidò ad alcuni adepti che stavano calcando il Suolo Fondamentale, il Suolo della Fine della specie umana per come la conosciamo.
A Lipsia si tenne il congresso delle associazioni astrologiche tedesche, rispettivamente nel 1921 e 1922. Anche Hitler (nato a Braunau, città vivaio di medium, argomento sul quale il dibattito era molto acceso negli anni della sua adolescenza) vi partecipò: nei primi mesi del 1920 prese lezioni dall’astrologo ed indovino Hanussen, secondo la testimonianza del suo collega di partito Otto Strasser. Per il futuro Führer (su cui erano celebri le profezie di Elsbeth Ebertin), dunque, l’astrologia (tenuta in grandissima considerazione per la scelta dei giorni in cui attuare operazioni belliche e politiche) era solo un pezzo del mosaico di fantastoria, fantacosmogonia, occultismo ed antiche culture sul quale si basava la sua formazione e quella dei suoi gerarchi (Hess riteneva che l’astrologia fosse una scienza riscoperta, da combinare con la geofisica haushoferiana).
La stessa cellula embrionale del partito nazionalsocialista, nell’agosto del 1918, fu, d’altronde, la misteriosa ed occulta Società di Thule (oltre al Vril, altra società segreta molto influente in Germania), raggruppamento antisemita di estrema destra, una setta che si ricollegava agli insegnamenti di Haushofer ed alle dottrine di Liebenfels. La Thule, fondata da Rudolf Glauer, che poi mutò il nome in Heinrich Von Sebottendorff, era, dunque, una società esoterica infarcita di nazionalismo, di esaltazione per una grande Germania, destinata a risollevarsi ed a conquistare la superiorità razziale del suo popolo.
In epoca DDR fu da Lipsia che partì il youtubeicon.gif Lipsi. Uno dei ricordi tv trasmessi al Quartier Generale della Stasi. Il Lipsi era un ballo, l’alternativa ufficiale al twist. Al termine dell’infinita logorrea di Von Schnitzler, il volto e la voce del Canale Nero, sugli schermi era apparsa la scritta GUT AUFGELEGT, che nei sottotitoli veniva tradotta con l’espressione antitelevisiva Di buon umore. Una musica obliquamente allegra, come in un film di Lynch, introduceva una bellezza della DDR, vestita in abito stretto alla vita, purissimi Sessanta dell’Est Europa. Avvicinandosi alla telecamera esclamava: “I venditori di dischi ultimamente ricevono insistenti e strane richieste dai clienti. Chiedono musica ‘Lipsi’”. L’atmosfera è davvero Lynch alla sua quintessenza: un Lynch bulgaro. La ragazza continua ed enuncia un contorto sillogismo che conferma la sensazione di iperrealtà dell’assurdo: “Ho una domanda: che cos’è il ‘Lipsi’? L’enciclopedia nazionale della musica risponderebbe: ‘Non ne ho idea, e se non c’è in nessuno dei miei venti volumi, significa che non esiste’. Invece il venditore di dischi direbbe: ‘Lipsi – i miei clienti non chiedono altro! E’ un’epidemia!’. Una giovane coppia afferma: ‘Lipsi – è la cosa più semplice che c’è. La danza è in 6/4, prendi la donna col braccio sinistro, e… beh, è facile, guardate!”. mediumicoaudio.gif E’ un’allucinazione, la propaganda ai suoi livelli più patafisici: l’uomo finge di cercare le parole, poi si mette a cantare: “Se davvero vuoi conoscerlo, devi solo iniziare, oggi i giovani hanno il Lipsi da danzare!”. La scena è una sala da ballo, lui vestito come un impiegato, lei indossa scarpe coi tacchi, all’inizio sono rivolti nella stessa direzione, ma lui le è dietro e le tiene la mano, si spostano orizzontalmente con un passo a lato, poi sollevano insieme l’avambraccio e si allontanano inclinandosi. La telecamera stringe sui loro piedi, ed ecco il passo, frenetico: una sorta di complicata figurazione della giga irlandese. Poi si torna alla ripresa che li inquadra a corpo pieno, si avvicinano, accennano a un passo di valzer, poi si staccano allontanandosi con un salto all’indietro. Quindi piazzano le mani ai fianchi e compiono qualche passo di danza russa. Sorridono esasperanti. La musica che accompagna il Lipsi è una bossa nova tedesca, il che mi pone in un cuneo spaziotemporale mai sperimentato. La voce della cantante della hit Lipsi è stridula, le parole sono inqualificabili: “Oggi tutti i giovani ballano il passo del Lipsi, solo il passo del Lipsi, vogliono impararlo tutti il Lipsi: è moderno! Rumba, boogie e cha cha cha sono balli superati, dal nulla, da un giorno all’altro, da Lipsia, è arrivato il passo del Lipsi, l’unico che resisterà!”.
Le alte gerarchie tentavano di opporre alla rivoluzione rock, che stava sovvertendo l’occidente, questa specie di mix folkloristico, inventato, confezionato per diventare, come diceva filologicamente la ragazza della trasmissione, “un’epidemia”. L’epidemia del Lipsi: robot, marionette snodate, balli da strapaese lanciati come tendenza generazionale e nazionale, mentre a pochi chilometri di distanza rotolavano pietre e c’era da youtubeicon.gif timbrare un biglietto – di sola andata. E stavano per arrivare i Pink Floyd e la post-rivoluzione lisergica.
Il Lipsi smentì la profezia di quella trasmissione: “L’unico ballo che resisterà” non deve essere stato danzato da mio padre e da Gretel, nell’81.
Era nato a Lipsia e non si sa se fosse vero. La città è fatale e, nel caso di ciò che è fatale, non è possibile individuare ciò che è vero e discernerlo dal falso.
In prossimità della “piccola Parigi”, Federica ancora dorme. Dormono entrambi: Federica e il piccolo germoglio, il feto che inizia a concrescere, a stabilire le proprie differenze interne, organi molli e sistema osseo e le ramificazioni nervose. Eccolo attraversare il fascismo della natura, provenendo dal comunismo sovrannaturale da cui lo abbiamo reclamato con il nostro coito.
Sobborghi di Lipsia: verde e villette.
Ora Lipsia è al centro dell’Europa per motivi televisivi. Si tiene qui infatti il programma che accumula il massimo numero di spettatori nel Vecchio Continente. E’ una serie tv poliziesca. Negli Usa hanno deciso di copiarla e stanno preparando una versione rifatta, da lanciare sulle orme di Lost e 24. Il serial è noto come “il Colombo della Sassonia”, anche se non ha nulla a che vedere coi telefilm interpretati da Peter Falk. E’ la risposta vincente del piccolo schermo alla convocazione di Falk nel Cielo sopra Berlino di Wenders. Quando trasmettono le puntate di SoKo Leipzig, la nazione si ferma. E’ un fenomeno televisivo che unifica realmente la Germania, al di là del processo che ancora presenta ferite da suturare. E’ il corrispettivo della nostra Squadra, solo che è fatto molto meglio. Ho visionato alcune puntate a casa di un amico che lavora per un produttore di format milanese. “SoKo” significa “Sonderkommission”, squadra speciale, appunto, ed è la sigla con cui in Germania si definiscono i nuclei operativi della polizia criminale – quelli che intervengono nelle situazioni più critiche, contro i criminali più pericolosi o dove sono in gioco le vite umane degli ostaggi. A capo del team c’è il commissario capo Hajo Trautzschke (interpretato dall’attore Andreas Schmidt-Schaller), un uomo sulla cinquantina, determinato, che antepone la giustizia a tutto, fine osservatore, detective raffinato che nella bibbia della serie – cioè il testo che raccoglie tutte le caratteristiche di ciascun personaggio – viene definito egli stesso “il Colombo della Sassonia”: e lo slogan è fuoriuscito dal copione e ha invaso la Germania.
Trautzschke è da più di vent’anni nella polizia e vanta un passato da pugile amatoriale, testimoniato dall’aspra grossolanità del suo volto. Dopo la morte della moglie Petra in un incidente, vive con la figlia venticinquenne Leni (Caroline Scholze), una giovane giornalista del Leipziger Abendblatt, in una piccola villa liberty alla periferia di Lipsia. E’ il Jack Bauer di Angela Merkel: vedovo, con figlia che si intrufola nei casi e nelle operazioni speciali – ha anticipato 24.
Schmidt-Schaller è un divo. Negli extra del dvd c’era una sua intervista. Recitava, ovviamente, la parte dell’attore al naturale, la parte dell’uomo fuori dalla parte, e diceva: “Ricordo che per l’episodio Zanzibar, tra i massimi successi della serie, la produzione scelse un ragazzo autistico che avrebbe dovuto interpretare un ruolo piuttosto importante nella storia. Per me fu una sfida ed una grande emozione: dovetti adeguarmi in tutto a quel giovane che sembrava vivere in un mondo tutto suo dal quale, però, usciva quando si trovava davanti alla macchina da presa. Rimasi profondamente impressionato da quel miracolo”.
Dopo i finti idioti del Lipsi, l’autentico autistico di SoKo Leipzig.
Federica si sveglia mentre stiamo entrando in stazione, che, per inciso, è la più grande in Europa. Il treno scivola mutando continuamente inclinazione, districandosi tra i ventitré binari, che distesi creano un campo metallico sconfinato, binari lucidati a nuovo, nessun accenno di ruggine, specchiano il sole, accecano. “Dove siamo?”
“Me lo chiedo anche io. Lipsia è il nome, ma non significa nulla”
“Ho dormito tutto il tempo” dice, stirandosi. Mi accorgo di quanto sia spaventosamente dimagrita. “Tu che hai fatto?”
“Ho guardato il paesaggio”.
“E ora?”
“Prima l’albergo. Poi in taxi. Vediamo di raggiungere questo sobborgo. Dösen”.
“Hai paura?”
“Paura? Di cosa? Che la tizia ci cacci?”
“No, in generale. E’ che ho paura. Non smetto un attimo di avere paura”. Sembra dimagrire sotto i miei occhi.
Mariott Hotel. Pieno centro di Lipsia, dietro Richard-Wagner Straße.
Federica sembra in trance, mentre il taxi percorre le vie rifatte del centro. E’ ancora in quello stato.
Dice: “E’ tutto cambiato”.
Dice: “Siamo vicini”. Poi: “non senti come vibra?”
“Cosa?”
“La città. Vibra. Vibra così tanto. Siamo vicini, vicinissimi. Siamo vicini alla fine”.
“Quale fine?”, cerco di mantenere la voce accondiscendente, dolce.
Si volta verso di me, mi guarda fisso negli occhi, occhi svuotati, urla nel taxi, il volto della Medusa, una maschera tragica, i lineamenti stravolti, non è più lei, urla: “Ti avevamo detto di non cedere alle tentazioni!”.