MEDIUM – 20. LEI

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LEI
Nella stanza d’albergo.
Pomeriggio.
mediumicoaudio.gif Seduto accanto al letto su cui Federica è distesa. Si è calmata soltanto quando ha visto il letto, quando l’ho costretta a stendersi. Continuava a ripetere, preda delle allucinazioni, continuava a ripetere che loro mi avevano avvertito di non cadere nelle tentazioni.
La tentazione era venire qui.
Nel luogo dove vive Gretel Hinze, la ragazza che mio padre amò venticinque anni fa, e l’amò al punto tale di progettare l’inimmaginabile per un uomo che, un anno dopo, avrebbe tentato il suicidio: trasferirsi nella Germania dell’Est, abbandonare la famiglia, il figlio undicenne e la figlia settenne, lui, l’uomo tradito da sua moglie dal primo giorno dopo le nozze, avrebbe tradito per trovare la salute che l’amore concede, come un sospiro di sollievo dalla fatica immane.


mediumicoaudio.gif L’immane continua fatica.
Le chemioterapie che lo costringevano a trascinare le gambe, irrigidite, nell’immane continua fatica.
L’uomo che ritenevo colpito dall’asteroide dell’immagine idealizzata di un amore marcito, quello per mia madre, era dominato da altri spettri, che non sospettavo.
E sono qui, a dispetto delle tentazioni.
Quante tentazioni subisce un uomo nell’arco di un giorno?
E io?, a quante tentazioni avevo accondisceso?
Frugare tra le carte di mio padre.
Frugare tra le ceneri e i grossi frammenti del corpo di mio padre carbonizzato, nell’urna, alla ricerca dell’oro di quella medaglietta.
Incuriosirmi, indagare.
Partire.
Fare l’amore con Federica nel punto preciso in cui era crollato, dove avevo trovato solo 48 ore prima il suo cadavere gonfio e rigido.
Continuare come una talpa cieca alla ricerca del nome di una donna che aveva amato mio padre, per non ottenere niente.
Trascinare con me la mia compagna incinta.
Sottoporla alla disattenzione che nasce dall’attenzione concentrata in un unico punto estraneo a lei.
Conoscere l’uomo della Stasi che aveva tracciato la linea su cui avrebbero eretto il Muro.
Escludere chiunque altro.
Mancano gli altri. Non ci sono gli altri. In questo viaggio solo il mio sguardo e personaggi occasionali, ognuno una liana che mi permette di afferrare la liana successiva, e la donna che amo trascinata in questo vortice interiore.
Molte tentazioni per non meritare pene.
E’ dimagrita, è spettrale, Federica, nel sonno.
Decido di svegliarla.
In taxi, verso Dösen. Sobborgo a sud di Lipsia, in realtà periferia di Lipsia. Accanto a me, Federica si tocca l’addome. Mi dice che avverte movimenti fastidiosi. Il bambino. Io ignoro, guardo fuori.
Lipsia appare più dimessa di Berlino. I tram devono essere in parte quelli ancora in uso sotto la DDR, restaurati probabilmente, e di produzione cecoslovacca.
Völkerschlachtdenkmal, mausoleo ciclopico, brunito,dedicato alla vittoria contro Napoleone: torre tozza, circolare, sormontata da una corona di statue arcigne, combattenti della coalizione antinapoleonica.
Augustusplatz. Il taxista dice: “Ai tempi della DDR si chiamava Karl-Marx-Platz”.
L’Università. La celeberrima. Qui venne Goethe, venne Peter Kolosimo. Intravvedo il portale decorato da un bassorilievo in stile realistico socialista. Di fronte c’è la Gewandhaus, la sala per concerti, dove dirigeva Kurt Masur negli anni Ottanta. Mio padre venne con Gretel qui, a sentire Kurt Masur?
Circonvoluzione del Markt, la piazza del mercato, totalmente recintata per una serie di lavori, in parte per ristrutturare edifici, per costruire – dice il taxista – un tunnel ferroviario sotterraneo.
Federica si preme l’addome.
In prossimità del Mädler Passage è l’Auerbachs Keller, il ristorante immortalato nel Faust di Goethe, in cui Mefistofele compie i suoi sortilegi e incanta, letteralmente, gli studenti – e mio padre, che ne riportò una cartolina.
Lipsia è nota, dai tempi dei tempi, come centro culturale e librario per eccellenza in tutta la Germania. Una qualità che è rimasta intatta anche durante gli anni della DDR, come dimostravano l’esistenza di case editrici di qualità come Insel o Reclam, tuttora attive.
La Chiesa di San Tommaso (dove eseguiva Bach), è uno squallido supermercato.
Zeitgeschichtliches Forum, il museo permanente dedicato alla storia delle Germanie dalla fine della guerra a oggi.
Ricostruzioni.
Cancellazioni.
Rarefazione dell’abitato.
Siamo in vista di Dösen.
Villette monofamiliari.
Condominii che non superano i tre piani.
Grattacieli di multinazionali di cui non si intuisce il brand.
Alberi fragili, magri, giovani: recenti.
L’indirizzo è Johannastraße 10.
La via è squallida. I muri delle case sono verniciati a partire da una fascia che tocca il terreno in mattoni di cotto nuovo, che sembra lucidato in cera.
Il cielo è grigio.
Ecco la piccola monofamiliare.
Il cancello aperto.
Vedo Federica pallida, la smorfia di un dolore sordo e continuo che le piaga il volto.
Verso la porta principale.
Suono il campanello.
Aspettiamo.
“Ja…”
Apre la porta.
Eccola.
Ci guarda interrogativa. E’ piccola, non più di 1,60. I grandi occhi azzurri sgranati su di noi, scomposti i capelli biondi molto stinti. Avrà cinquant’anni, o poco più.
“Sei arrivato. Sei qui” dice in italiano con distorsione tedesca guardando me dritto negli occhi.
Non capisco, sono immediatamente confuso. Mi aspettava. Mi gira la testa, l’addome mi si contrae, lo sguardo si offusca, è inaudito!
E poi si volta verso Federica e le dice: “Vieni. Tu stai male”.
E mi volto, e Federica di colpo si piega e trattiene un pesante lamento e porta le mani al grembo.