MEDIUM – 18. L’UOMO CHE TRACCIÒ LA LINEA

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L’UOMO CHE TRACCIÒ LA LINEA
A Federica, che gli parla in tedesco fluente, si presenta come “Herr Mezzogaudio” e a me viene da ridere, mi sembra di essere in un decentramento del regno di Oz.
“Ha cambiato nome, come sospettavo. Non svolge la professione di traduttrice. E’ vedova. Si è sposata a Lipsia nel 1991, è vedova dal ‘93. In occasione del matrimonio già non era più Gretel Hinze: si chiamava Andrea Neubert. L’uomo che sposò era un agente Stasi, di quindici anni più anziano di lei, tale Bernd Pflugbeil. Tumore al pancreas: decesso all’ospedale di Lipsia. La nostra donna si trova ancora in città: la residenza, ufficialmente, è immutata, sta a Dösen – nell’hinterland sud di Lipsia”.


Federica e io siamo confusi, ammirati, colpiti dalla massa di informazioni che Karl-Heinz Mezzogaudio ha recuperato in due ore.
“Questa donna è misteriosa” ci dice.
“Perché?”
“Perché il suo incarico, nell’81, è indiretta connessione a una morte sospetta, quella del traduttore ufficiale per le delegazioni comuniste italiane, Ulrich Zimmer. Morì annegato nel bacino di Elster. Il rapporto è ambiguo: il corpo fu trascinato dalla corrente, Zimmer annegò nel canale Saale-Ester. E non fu annegamento, poiché l’esame autoptico non rinvenne acqua nei polmoni. La diagnosi è IMA, che sarebbe…”
“Lo sappiamo cos’è. Infarto miocardico acuto”.
“A trentasette anni. Ciò che insospettisce è il ritrovamento immediato del corpo e l’assenza di indagini della Stasi. Per approfondire, bisognerebbe sapere se Zimmer fu liquidato, in quanto sospettato di attività antigovernativa. E’ una morte tipica nell’àmbito delle liquidazioni Stasi”.
Federica a me: “Non importa. Adesso che abbiamo il nome della donna che ha scritto la lettera, ci basta. Non siamo in un giallo. Per quanto assurda, questa è la realtà, è la storia, non un thriller. Andiamo a Lipsia, le parli e torniamo a casa. Tutto mi inquieta in questa vicenda”.
“Non siamo in un giallo, però tutto inquieta, è vero. Lasciami seguire il suo ragionamento…” e indico Mezzogaudio con un cenno del capo, sgarbato.
“Sei uno stronzo egoista”, si alza, Federica, va a chiedere la chiave della stanza, va via. Mezzogaudio la osserva con uno sguardo che non è né distaccato né lubrico: è una donna che gli piace. Sorvolo. Chiedo: “Come si potrebbe sapere di Zimmer?”
“Se hai un’ora di tempo, ti faccio incontrare la persona che ce ne può parlare. Forse ha conosciuto anche la Hinze, ai tempi in cui si chiamava così”.
“Per me va bene”.
“Attento. Entriamo in DDR, andando da lui”.
“In che senso?”
“E’ un reperto della Stasi, un uomo molto furbo, che si finge pittoresco. Ha ridotto il suo appartamento a un museo della DDR. Per cui svolse un ruolo storico”.
“Quale?”
La linea del Muro. Sono stato io a tracciarla. Ci impiegai un giorno intero. Ne sono fiero”. Si chiama Hagen Koch e ci accoglie con un amico che non rivela il suo nome. Mezzogaudio ha effettuato un rapido giro di telefonate per avere accesso a questa casa museo dell’ex Germania Orientale. Abita in un blocco gigantesco, il cui grigiore è stato annullato da una ripittura rosa dei balconi. Mezzogaudio mi dice che è uno dei tipici casamenti in cui abitavano gli agenti Stasi. mediumicoaudio.gif Falansteri di un orrore che non era percepito come tale. Avevano paura della Stasi, ogni cittadino tedesco orientale taceva di sé e dei suoi per paura di trovarsi in presenza di un informatore Stasi, ma era oppressione più che terrore, senso di soffocamento. Quanto alle liquidazioni, agli assassinii e alle torture, nulla di diverso da quanto accadeva sottotraccia, senza mai salire alle ribalte della cronaca, in occidente. Noi italiani percepiamo soffocamento, ma non terrore – forse dovremmo.
“Un giorno memorabile” dice Koch. Io e Mezzogaudio siamo d’accordo che all’uomo va concesso il tempo di indossare la sua maschera folkloristica, il perfetto comunista, l’eroe anonimo che compie il gesto storico. Dopo domanderemo di Zimmer e della Hinze.
“Un giorno memorabile. Dalla fine della Guerra la spartizione della Germania aveva creato un problema insolubile. Inglesi, americani e francesi si erano accaparrati le regioni occidentali, la Russia aveva acquisito il controllo di Turingia, Sassonia, Sachsen-Anhalt, Meclemburgo-Pomerania occidentale, e Brandeburgo. Berlino fu divisa secondo le stesse modalità. La città sorgeva nell’area orientale, così Berlino Ovest divenne una specie di enclave del libero mercato. Dal ‘46 in DDR si tennero elezioni libere e democratiche, con partiti che portavano i nomi degli equivalenti occidentali, ma che nessuno votava: si aveva paura, ma anche si era convinti di edificare una società nuova, perfettamente umana, liberata. Così i comunisti della SED ottenevano il 98% dei consensi. La situazione a Berlino era insostenibile. C’era un via vai enorme, mercato nero, inflazione nella DDR per l’intrusione di cambi dei marchi della RFT, che valevano il quintuplo dei marchi dell’est. E c’erano fughe, continue: duemila al giorno, ad altezza 1961. Un’emorragia che lo Stato decise di arrestare. Il capo dello Stato era Ulbricht e decise che era necessario costruire una ‘misura protettiva antifascista’. Era il Muro. La notte del 12 agosto 1961 fu sistemato filo spinato lungo il confine e sentinelle furono poste a intervalli regolari. Il giorno dopo fui convocato. Mi diedero scarpe all’uopo. Era una giornata estiva, calda. Mantenevo la gamba sinistra a ovest, la destra a est. E tracciavo la linea bianca su cui avrebbero costruito il Muro. Avevano dato l’incarico a me in quanto appartenente all’ufficio tecnico. Honecker mi seguì di persona per tutto il percorso. Tracciai la linea lungo gli interi cinquanta chilometri: in un unico giorno! Avevo ventun anni. L’indomani stavo a stento in piedi, mi esplodevano le vesciche…”
L’uomo accanto a Hagen Koch continua a fissarmi. E’ disinteressato alla storia del suo amico. Probabilmente l’avrà ascoltata migliaia di volte.
Koch mi passa fotografie del lato orientale del Muro: sono foto rarissime, non era dato prendere immagini del confine.
Pietra tombale.
L’appartamente è stipato di cartoni, da cui sporgono calendari, memorabilia, anche schede di documentazione. E fotografie. “Sa quanta gente viene a trovarmi per rivedere questi oggetti? Siamo in piena Ostalgie…”
“Ne ho avuto l’impressione” dico. “Ieri, al Quartier Generale della Stasi, c’era una folla a vedersi vecchie trasmissioni del Canale Nero. E mi sembravano nostalgici. Pacifici e rassegnati. Ma nostalgici”.
“Perché lo chiama Quartier Generale? E’ il Museo della Stasi. La Stasi non esiste più”. E’ l’anonimo amico di Hagen Koch a parlare.
Mezzogaudio: “Herr Koch, siamo qui per chiedere se ricorda Ulrich Zimmer. Traduttore italiano-tedesco, addetto alle delegazioni dei comunisti italiani. Agente Stasi”.
L’amico anonimo è teso, sensibilmente. Koch è invece euforico: “Ma certo, Zimmer! Svolgeva compiti di traduzione anche per il Canale Nero, quando decidemmo di operare sulla televisione italiana… come si chiama… Rai, vero?”
L’amico di Koch: “Zimmer è morto nell’81. Un tragico incidente”.
Mezzogaudio: “Sì. Annegò”.
Koch, meno euforico: “Annegamento, certo…”
Mezzogaudio: “Chi lo sostituì?”
L’amico di Koch: “Ne conoscete già il nome. Venite qui a fare la recita!”. E’ alterato. Koch, sorridendo, fa finta di calmarlo.
Mezzogaudio: “Gretel Hinze”.
Hagen Koch scuote la testa: “Una mezza ninfomane. Ricoprì quell’incarico per poco. Mi pare sei mesi. Se la faceva con gli occidentali. Erano attività non solo immorali, ma sospette. A letto poteva rivelare di tutto…”
L’amico di Koch: “Fu sostituita. Su richiesta di quell’italiano che si occupava dei rapporti tra SED e comunisti italiani…”
Koch: “Mattei! Il grande Mattei!”
A questo punto intervengo io: “Perché Mattei sarebbe grande, Herr Koch?”
Koch: “Tu sei troppo giovane. Non sai cosa passò quell’uomo. Fu internato in Siberia durante la Guerra, considerato un traditore dal NVKD. Lo salvò Stalin in persona. Ha vissuto qui fino alla morte della moglie. Un comunista vero. Un grande comunista”.
C’è una pausa. A questo punto faccio una domanda. Lo scrittore compie gesti inconsulti. Mazzi spaiati, sguardi di sorpresa, imposizione di balbettii, sconcerto: ecco gli esiti che intende ottenere. E la domanda è: “E Peter Kolosimo? Non fu un grande?”