MEDIUM – 22. LA RIVELAZIONE

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LA RIVELAZIONE
L’arredamento è spartano, a piano terra è un’enorme stanza unica, l’angolo cucina nascosto, si intuisce una scala che conduce al piano superiore. Pochissimi i mobili. Tutto molto pulito. C’è spazio. L’atmosfera è lieve, rarefatta.
Su una poltrona Gretel Hinze ha sistemato Federica, che accusa fitte sempre più dolorose all’addome. Resiste, la guardo, incrocio il suo sguardo, rimaniamo occhi negli occhi per quanto tempo?


Alle pareti, non un quadro. Soltanto, sulla parete più estesa, un’enorme foglio bianco su cui è dipinto un triangolo, ai vertici una lampada a olio e altri due simboli che non comprendo, a tratto nero.
Gretel Hinze si siede accanto a me: “E’ per la lettera, vero?”
Sono sconcertato. “Signora Neubert…”
Agita la mano aperta in gesto di diniego: “Sai benissimo che è un nome falso. Non mi chiamo Andrea Neubert, mi chiamo Gretel Hinze. Usa il nome con cui io e tuo padre ci siamo conosciuti”.
E’ il momento. E’ il momento della rivelazione. Dico: “Era il settembre 1981. Lei sostituì Ulrich Zimmer in qualità di traduttrice per la delegazione del partito Comunista Italiano…”
“… di cui tuo padre faceva parte. Non è precisamente questo che vuoi davvero chiedermi. Ma facciamo come vuoi tu. So che sei stato sempre eccessivamente educato, è un tuo problema, sotto ribolle la sostanza nera. Facciamo come vuoi tu. Le domande che desideri davvero pormi: dopo, quelle dopo…”
Guardo Federica, che rimane incantata dal dettato della Hinze. Non so che pesci pigliare. Devo estrarre di tasca la fotocopia della lettera che lei scrisse venticinque anni fa? Devo chiederle se si sono amati? Perché se lo ricorda così bene? Mentre la vera domanda è: avete scopato? Avete scopato per giorni? Come? Com’era mio padre che scopava? La mente fa girare il capo a vortice, sono confuso…
“Mettiamo ordine. Ulrich Zimmer era, come me del resto e come chiunque lavorava per le istituzioni, un membro della Stasi. Avrò tempo per farti toccare con mano l’immensità morbosa della Stasi. Ulrich era sospettato di attività controrivoluzionaria. Sappiamo che fu ucciso. E non aveva niente a che vedere con la nostra cosa…”
Sospiro. “La cosa tra mio padre e Lei, signora Hinze?”
“Anche. Ma non solo tra noi due”.
Io e Federica siamo due volti allo zero, privi di espressioni, uova bianche in cui si apre il buco nero della bocca.
Gretel Hinze: “Rileggi la lettera. Leggila attentamente”.
Eseguo. Rileggo. “E’ una lettera d’amore. Mio padre, innamorato di questa ragazza che deve laurearsi e avrà poco più di vent’anni, perde la testa e vuole trasferirsi in DDR, abbandonando la famiglia. La ragazza è spaventata a morte dai controlli della Stasi e lo istruisce su come evitare che vengano a sapere della loro relazione..”
La piccola donna che ho davanti socchiude le palpebre e riaprendole brilla nelle pupille azzurre, così azzurre… Le efelidi sul volto sono immobili. Poi sorride. “Signor Genna, dove sta scritta nella lettera la parola ‘amore’?”
Leggo. Non c’è. “Ma parla di questa Grande Cosa tra voi…”
“Infatti. Lo era. Una Grande Cosa tra noi”.
Federica è distesa sulla poltrona, non interviene e mi fissa. “Non c’è stata storia d’amore tra Lei e mio padre?”
“No”.
“E di cosa si trattava allora?”
Della fine del pianeta. Di un’entità oscura nel senzatempo. Tuo padre era l’uomo con le più chiare e potenti capacità medianiche che noi abbiamo conosciuto”.
Gretel Hinze si sitema sul divano. Le sue mani sono luminose, venate e alabastrine, minime rughe le abbelliscono come anelli delicati e armoniosi. Mi osserva: lo sguardo è penetrante. Mi sento svuotato. Cosa sono venuto qui a fare? Cosa sto ascoltando? Cazzate che nemmeno Peter Kolosimo… Che verità sono queste? Quale verità desidero ascoltare?
“Ascolta. Erano tempi difficili. Comprendo bene che quanto sto per dirti ti sembrerà improbabile, assurdo, inverificabile, fuori della storia. Sarebbe un ulteriore errore. Hai commesso un errore a cadere nella tentazione di scavare e di sapere e di arrivare fino a qua. Ti assicuro che ciò che sto per dirti è verificabile e per nulla improbabile. Al momento opportuno, vedrai. Ora, però, prima che tutto ti sia raccontato, dobbiamo fare un’altra cosa. E’ urgente”.
“Cosa?”
“Chiamare un’ambulanza. Lei sta per morire”.
In quell’istante Federica inizia a urlare, si preme il grembo e urla, si piega all’istante, nemmeno un secondo dopo le parole di Gretel Hinze, vomita sul pavimento lucido, urla vomitando, c’è sangue a filamenti che esce con conati potenti, le sono accanto subito, mi piego, reggo il volto sudatissimo, emaciato, bianco – cadaverico.
Gretel Hinze a telefono sta chiamando un’ambulanza.
Viene da noi, appoggia la mano sulla fronte di Federica: scotta. Federica è scossa dai conati, non riesce a pronunciare una sillaba.
“L’ospedale è a poca distanza: uno dei più prestigiosi dell’intera Germania”.
mediumicoaudio.gif L’ambulanza sta arrivando, la sirena si avvicina, Gretel Hinze apre la porta, entrano i barellieri, la Hinze parla con loro in tedesco, caricano Federica in barella, lei si agita contorcendosi, io la seguo e allora accade. Accade che Gretel Hinze, con una forza insospettabile in una donna di così minuscola corporatura, mi fermi. “Rimani qui. Non andare con lei. Accadrà quel che deve accadere. Quello che è meglio che accada”.
E Federica sulla barella inizia a urlare di non abbandonarla, di non lasciarla sola, si volta verso di me, sgrana gli occhi e lancia sguardi di pura paura, gli infermieri la caricano e tentano di mantenerla immobile, Federica mi urla, urla verso di me, mi supplica di seguirla, grida: “Non mi lasciare! Non mi lasciare sola!”.
E io, inebetito, vedo i portelli dell’ambulanza chiudersi, lo sguardo di lei ostruito, rimango immobile, sulla soglia della casa che ho cercato e trovato.
La mia immobilità. Io, sì, ti abbandono.
Le forze mi vengono meno. Non penso.

Federica sta malissimo, la trasportano via, la sirena spiegata, va all’ospedale in un paese straniero, mio figlio nel grembo, vomitava sangue e io sono inerte e rigido e come disanimato.
Nuovamente, come di fronte a mio padre, io sono il disanimato.
L’ambulanza si allontana.
Sono la statua che non sa se sente. Il prefossile umano che si è indurito anzitempo. Sotto scorre la sostanza nera, che ribolle.
Abbandono l’amata. Come sempre: abbandono.
Il padre non spiega niente.