MEDIUM – 21. L’ALTRO PADRE

mediumggcom.jpgIl sito di MEDIUM
Acquista MEDIUM in forma cartacea a € 9.19 (più spese postali di € 4.98) presso Lulu.com (l’autore non guadagna un centesimo né dalla vendita del libro né dalle spese)
Comunicazione importante su prezzo e formato del libro cartaceo
<< DA DOVE CONTINUA


L’ALTRO PADRE
A Parigi, marzo 2002, a un anno quasi dall’operazione di tumore alla prostata (era andato “tutto benissimo, un caso esemplare” secondo il chirurgo), camminavamo io e mio padre, lui nell’impermeabile da ispettore Tibbs: Place Dauphine, l’ombrosa, la perfettamente circolare, con i negozi per metà sotto il livello del marciapiede, dove Maigret sorbiva le sue birre, di fronte al Quai. Mio padre taceva, come sempre, era stato un miracolo trascinarlo nella città dove aveva vissuto con suo fratello, l’operaio alla Citroën. Vedevano gli incontri di rugby nel televisore in bianco e nero.


Verso la cattedrale: Nôtre Dame. Una folla immensa di turisti, in gran parte giapponesi. Mio padre dice: “Non entriamo. Ci mettiamo ore. D’altronde basta vedere l’esterno”.
“L’esterno?”
Sempre tacendo, sempre con le mani conserte dietro la schiena, camminava verso un punto preciso. Mi sentivo goffo, seguendolo. Qualcosa distonico mi separava da lui. Mi sentivo un bambino di trent’anni. Non ero abituato a girare con lui, in un luogo distante. Era la prima volta che vedevo Parigi ed ero stravolto dalla città. Ci eravamo ritrovati, il giorno prima, io e lui, minuscoli, sotto l’immane portale accecante per bianchezza della Grande Arche voluta da Mitterrand: una declinazione di architettura che evolveva gli stilemi del sovietismo in direzione ipergalattica, spaziale. Io e lui, minuscoli, schiacciati dalla prospettiva faraonica di quell’installazione modernissima. Io e lui stupiti assieme.
“Guarda in alto, sulla destra. Lo vedi?” disse indicando tra i doccioni della Cattedrale.
“Cosa?”
Il corvo”.
Undici decimi di vista e non riuscivo a distinguere in quella folla di figure petrose allegoriche. Fiché lo individuai: un corvo dal piumaggio liscio, pietra lucidata, il becco a punta semiaperto, teso.
Mi chiese: “Vedi che indica una direzione?”
Annuii.
E’ quell’edificio di là della Senna. Il terzo. Lo vedi?”
“Sì”.
“Andiamoci. Sicuro che lì è scolpita una salamandra”.
Ci incamminammo. Mio padre mostrava di conoscere nessi di simbolismo medievale. Avevo studiato alchimia, Fulcanelli e i misteri delle cattedrali massoniche. Cosa ne poteva sapere un uomo intriso del Marx più storicista, uno che per tutta la vita aveva negato la chance metafisica, la trascendenza? O anche semplicemente i fantasmi? Quando gli parlavo, a Milano, dei miei incontri con sciamani o guaritori, cambiava discorso senza che io avessi terminato il mio. E adesso mi portava a verificare l’ipotesi che un corvo scolpito in Nôtre Dame indicasse una scultura a forma di salamandra in un palazzo della Rive Gauche.
Passammo il ponte. Arrivammo al portone. Mio padre incominciò a scrutare, inforcati gli occhiali dalle lenti pesanti e la montatura spessa. Studiò la facciata. Si volse verso Nôtre Dame, calcolò la traiettoria aerea, fece salire lo sguardo oltre il terzo piano. “Eccola”.
Aveva ragione, eccola, simile a lucertola, in marmo verde a venature bianche.
Mio padre sembrava soddisfatto. Infilò gli occhiali nell’astuccio, annuendo con la testa.
“Animale mistico” dissi. “Simbolo del fuoco, si nutre di fuoco, il fuoco non la consuma. A seconda della posizione e del colore in cui è rappresentata, indica un’istruzione. Inizialmente si tratta di distruggere traumi e nodi psichici. Poi si procede verso l’allargamento di coscienza. Non è materia da te, papà…”
Non diceva niente, camminava, un passo avanti a me, ondeggiò con la testa alla mia osservazione.
mediumicoaudio.gif Tacevamo. Come sempre.
Era il crepuscolo: cremisi e indaco, cielo addensato di nubi colossali che rifrangevano spettri multicolori.
Ci sedemmo su una panchina, nel piccolo parco manutenuto alla perfezione dell’isoletta abitata dai multimiliardari, l’Île St. Louis.
“Non sono mai stato qui”. Osservava il crepuscolo fessurando gli occhi. La grana della sua pelle.
La grana della tua pelle, papà. La fronte gelida manteneva intatta la grana della tua pelle, papà, quando vi poggiai il palmo aperto, papà cadavere.
Non immaginava che sarebbe morto entro quattro anni.
Fissava lo sguardo nella luce calante, che s’affocava arrossandosi.
Taceva. Poi disse: “Mia madre, essendo incinta di me in età che ai tempi era ritenuta sconsiderevole, anche negli strati popolari, poiché aveva 38 anni, fino all’ultimo fasciò stretto il grembo per non mostrare la gravidanza imminente”.
Il silenzio non era disturbato dal lontanissimo tappeto sonoro del traffico di là della Senna.
“Il comunismo” disse, “il comunismo non è naturale. La natura esce dal grembo del comunismo. Grembo fasciato. Non intuimmo quel parto. Eravamo gattini ciechi. Niente è finito. Il comunismo non può finire. Deve ancora iniziare” disse.
E io non compresi niente.
E mi dimenticai, mi ricordai soltanto la grana della pelle di mio padre, la sua fronte abbronzata, l’epidermide liscia, da bambino, la carnagione olivastra nel riflesso rosso fuoco che nutre le salamandre.
Volevo carezzarlo e non lo feci.
Sbagliai nuovamente. Sbagliai come sempre
.