MEDIUM – 25. LA VISIONE

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LA VISIONE
Fuori da Lipsia, fuori dai circondari di Dösen e Dölitz, in aperta campagna, abbandonando la strada statale, prendendo una provinciale e poi curvando nei campi brumosi, tracciati da neve residuale.
Sempre più lontano.
“Quando posso andare da Federica?”
“Dopo che avrai visto”.
“Visto cosa?”
“Quello che devi vedere al Zentrum”.
“C’è qualcosa di mio padre anche lì?”


Gretel Hinze svolta in uno sterrato. Di colpo siamo tra le betulle. “Lì c’è tutto quanto non posso dire e devi vedere. Vedere per capire. Sei tu che hai deciso di cedere alle tentazioni e di arrivare fino a qui. Abbiamo cercato di impedirtelo ed è inutile che ti spieghi come, vero? Sai già di cosa parlo…”
Le telefonate.
Gli sgomberatori che cercavano tra i libri: cercavano la lettera.
La messinscena all’hotel a Berlino.
Per vedere, devi fidarti. Il fondo di tutto è al Zentrum. Non ti piacerà”.
La neve è spessa, dura, lo sterrato è ghiacciato in larghe lastre.
Finché si apre una radura.
La Hinze: “Ovviamente non è segnata sulle mappe: è area militare. Visibile dal satellite, ma protetta a ogni livello. E’ schermata, rigidamente controllata. L’attività è passata sotto la gestione della Repubblica Tedesca, dopo l’unificazione. Ha resistito alla morte dello Stato. E’ la dimostrazione che il comunismo opera al di là della storia. Tutti ne siamo convinti”.
“Continuate le attività di visualizzazione?”
“Non soltanto. Si effettuano ricerche psicologiche di avanguardia. E c’è il lab per la costruzione di satelliti e sonde. Non è sfumato il progetto di arrivare a Marte, Kohl se ne appropriò. La clausola è presente nel trattato di unificazione, ma è segretata. Negli Stati Uniti esistono realtà identiche. Gli Stati Uniti, sul piano storico, sono ancora il nemico. Ovviamente, l’Amministrazione degli Stati Uniti, non gli Stati Uniti in sé. Gli USA sono una componente fondamentale di irradiazione della potenza comunista. Chi non lo capisce vive in un kinderein, il giardino degli antiamericani suicidi”.
Realtà come il Zentrum negli Stati Uniti…
Cia e Fbi sperimentano localizzazioni a distanza, spaziali e temporali, mettendo sotto contratto sensitivi e medium. Da decenni. Progetti segreti, a cui si appoggia una nota e contestata sètta che, qui in Europa, e in particolare da noi in Germania, è stata osteggiata con tutti i mezzi legali, perché si sa benissimo che serve come infiltrazione sui generis. Vallo a chiedere a Gheddafi, che ci ha perso un figlio, grazie a un’operazione di bombardamento condotta su indicazione di visualizzatori sperimentali utilizzati dalla Cia: intercettarono le coordinate di un gruppo di tende nel deserto libico, Gheddafi si salvò di un soffio. I responsabili politici e militari di questi progetti ricoprono cariche altissime nell’attuale gerarchia USA. Il giro vicino alla presidenza è composto essenzialmente dal general maggiore Albert N. Stubblebine III, ex direttore dell’intelligence dell’esercito INSCOM (un acronimo che sta per Intelligence and Security Command) tra il 1981 ed il 1984. In quel periodo lanciò una serie di progetti segreti a Fort Meade per la ‘visione remota’ e altre sperimentazioni ESP, il più esplicito propulsore di una versione metapsichica delle tecniche militari di combattimento. Nel 1981 fondò una ‘unità di spie psichiche’, sempre a Fort Meade, e promosse progetti analoghi a Fort Bragg. C’è poi il generale Peter Schoomaker, attualmente Capo di stato maggiore dell’esercito, già comandante generale del Comando congiunto per le Operazioni speciali tra il ‘94 e il ‘96, e comandante delle Operazioni speciali dell’esercito dal ‘97 al 2000. Secondo il libro molto ben documentato di Jon Ronson sulla diffusione della New Age nell’esercito USA, un testo fondamentale che si intitola The Men Who Stare at Goat e che puoi reperire su Amazon, Schoomaker ha costituito un centro studi dell’ufficio del Capo di stato maggiore dell’esercito per diffondere l’applicazione di tecniche paranormali nell’esercito americano, come suo contributo alla guerra globale al terrorismo di George W. Bush. Non è questione di due elementi isolati. C’è anche il generale Wayne Downing, anch’egli in passato a capo delle Operazioni speciali. In precedenza aveva diretto le operazioni speciali in occasione dell’invasione di Panama del 1989, in cui furono impiegate alcune delle tecniche di ‘guerra mentale’ nel corso dell’assedio alla nunziatura apostolica in cui si era rifugiato Manuel Noriega. E il generale William Boykin. Comandante generale delle Operazioni speciali dell’esercito di Fort Bragg dal 1998 al 2000. In precedenza, tra il ‘92 ed il ‘95, aveva comandato la nota unità anti-terrorismo Delta Force. Era a capo delle forze speciali che a Mogadiscio, in Somalia, provocarono nel ‘93 il grave incidente del ‘Black Hawk’. Nemici storici, ovviamente. In un’altra e ben diversa prospettiva, esploratori di una forza per ora conosciuta a tratti, che l’opinione pubblica bolla come superstizione. E’ l’accesso all’immaginazione attiva. E’ la porta al comunismo realizzato”.
Di colpo, la foresta di betulle si dissolve, si apre una vasta pianura coperta di neve intatta, la pista che percorriamo è una linea nera nitida e fangosa. Sullo sfondo intravvedo edifici grigi come il cielo, alti una ventina di metri, pura architettura fascista – o realista comunista, il che è identico: volte abnormi su porticati ombrosi, che bucano l’accecante chiarore del materiale edile.
“E’ marmo” dice la Hinzel. “Ci siamo ispirati all’Eur di Roma: complesso che condensa una potenza magnetica formidabile”.
Il checkpoint: tutta l’area è cintata da una rete metallica, che immagino elettrificata, con piccole torrette di sorveglianza a cento metri l’una dall’altra. L’entrata è presidiata da militari. Scattano, quando frau Hinze si ferma davanti allo sbarramento. Discutono brevemente in tedesco: odio questi suoni secchi, una parlata che è uno scambio di colpi da sparo, mitragliatori alla cieca. Lingua che è maestro di morte.
I militari ci fanno proseguire.
Più ci avviciniamo più il Zentrum appare monumentale. E’ davvero come l’Eur. Un edificio sconvolgente, a pianta quadra a cui manca un lato, scalinate impegnative e fuori misura per raggiungere il portico. Sul fianco dell’edificio a destra, il parcheggio. Poche auto.
Scendiamo.
Seguo Gretel Hinze in silenzio. La neve è sporca, a cumuli, ai fianchi dei lastroni di marmo erosi.
Saliamo la scalinata centrale, fatico, ho il fiato corto.
Arriviamo all’entrata principale: un portale alto dieci metri, in metallo lucido e ampie vetrate, a specchio.
Dentro, è un utero di marmo scuro. La Hinzel confabula con due addetti militari alla cabina accanto all’entrata, mentre mi perdo a osservare le gigantesche scalinate, a 45° divergenti, il soffitto altissimo.
“Non andiamo su. Andiamo giù” dice la Hinzel e attraversa questa sconfinata hall, lei così minuta, con il passo deciso di chi sa dove andare e cosa fare.
Arriviamo agli ascensori.
“Terzo piano sotterraneo” dice al militare addetto all’ascensore, che sembra il gabinetto di un bunker antinucleare. In tre subiamo il movimento pneumatico di discesa. L’aria è soffocante. Ho la nausea. Non penso a Federica.
“Non pensare a Federica” dice la Hinzel. “manca poco, e capirai”.
Terzo piano sotterraneo.
Qui la luce è un neon raggelante. Un corridoio dal soffitto basso, i tubi luminosi sotto grate, cemento armato scurito dal tempo, a destra e sinistra una teoria di porte.
“Questo è l’archivio. Seguimi”.
La seguo.
Improvvisamente, in corrispondenza di una porta sulla destra (la sesta?, la settima?), si ferma, estrae un mazzo di chiavi ed entriamo in una stanza buia.
Accende il neon.
Stanza insonorizzata, con un materiale isolante che ha fatto il suo tempo, vedo, da quanto è ingiallito. Un tavolo al centro. Scaffali alle pareti: tre, stracolmi di vhs e bobine magnetiche. C’è una videocamera a circuito chiuso sull’angolo tra pareti e soffitto a destra, in fondo. C’è una videocamera di recente produzione su un trespolo: fissa sul tavolo. Il tavolo non è lungo ed è in fòrmica che finge di essere legno. Appoggiato alla parete, uno schermo al plasma, connesso con lettore dvd, lettore vhs e lettore di bobine.
Gretel Hinze sa dove estrarre cosa deve estrarre: è una bobina video a nastro magnetico. Controlla la data, la sigla di ciò che è stato ripreso.
Mi dice: “Siediti”.
Seduto, la osservo montare la bobina con gesti sicuri. “Non abbiamo ancora riversato su supporto ottico. I fondi li impieghiamo nelle ricerche, fino all’ultimo euro. Non sottraiamo agli stanziamenti un’opera da formiche come quella del riversamento. Dovremmo, però: la qualità della visione incomincia a essere compromessa. Ma vedrai sufficientemente bene”.
Termina l’opera di montaggio, accende il televisore: lo schermo è buio. Non fa partire il lettore.
“Devo prima spiegarti alcune cose.
Dall’estate del 1980, tutti i nostri visualizzatori in Europa non riuscirono più a entrare in contatto con il piano spaziotemporale. Che tu ci creda o meno, è così: noi entriamo in uno spazio mentale immaginario ma che è reale. Una memoria non solo del nostro universo, ma di diversi altri. Un archivio di ogni tempo, passato e futuro, e di ogni dimensione. Il suo nome tecnico, di origine induista, è Akasha. E’ così, secondo i precisi insegnamenti della Blavatsky e della Besant, o le tecniche di visualizzazione buddhiste o induiste, o le meditazioni alchemiche o cabbalistiche.
Non importa che tu creda. Osserva soltanto gli effetti.
I nostri visualizzatori, concentrandosi sulle informazioni che avevamo selezionato circa l’imminenza di un pericolo su scala planetaria, scavarono in quella dimensione. Uso il termine ‘scavare’ a proposito: è ciò che Don Juan insegnava a Carlos Castanedasi scava. A qualunque visualizzatore che tentasse di arrivare a realizzare la visione di quel pericolo che avevamo isolato, si opponeva uno spesso strato buio. Era come un panno nero, liquido. Un volto umanoide, liquefatto, galleggiava sulla superficie verticale di quello schermo nero. Parlava mediumicoaudio.gif un linguaggio che nessuno riusciva a decrittare”.
Le parole di Federica, scossa nel sonno, nell’incubo, a Milano: La morte è un maestro e parla in lingua tedesca, no parla in lingua italiana e non è la morte ma solo uno strato nero che impedisce di vedere oltre, col suo nero panno e la visione non lo trapassa, vedete anche voi nel nero fluttuare quell volto liquido, che muta i lineamenti e sembra urlare, è il maestro nel senzatempo che ci impedisce di vedere, è lui l’ostacolo, noi lo dissolveremo o lo pregheremo di farci vedere, chissà la visione al di là…
“Dopo mesi di inutili tentativi effettuati per superare quello strato buio che si frapponeva tra noi e la visione del disastro, provammo una strategia diversa, che la Teosofia e tutte le tecniche occulte consigliano in questi casi: la catena spiritica per prossimità fisica.
Se controlli i registri alla sede centrale berlinese della Stasi, riscontrerai che la delegazione dei comunisti italiani non era l’unica presente in quei giorni in DDR: convocammo delegazioni dal Portogallo, dal Belgio, dalla Spagna, dalla Francia, dall’Austria, oltre, ovviamente, i membri al di qua del Muro che partecipavano ai nostri programmi. La Stasi era in subbuglio perché temeva infiltrazioni, non essendo tra l’altro a conoscenza della reale natura del nostro progetto.
Furono giorni difficili.
Selezionammo i migliori visualizzatori, tra cui tuo padre.
Registrammo le sedute, che si protrassero per due giorni drammatici. Nessuno di noi, tantomeno tuo padre, era preparato ad affrontare quanto si produsse nel corso di quelle sedute, che ci schiantarono fisicamente e psichicamente.
Ora vedrai quello che accadde.
Quando non parliamo in inglese o italiano, ti traduco quello che viene detto.
Purtroppo, il medium ero io. Avevo ventidue anni. Ero stata selezionata dopo che a scuola avevo manifestato intemperanze di strana origine. Avevo scaraventato, senza toccarla, una mia compagna di classe a metri di distanza. Preconoscevo i risultati dei compiti. Giunsi al Zentrum a sedici anni. Fui istruita. Non mi aspettavo di canalizzare quello che canalizzai in quei giorni del settembre ‘81…”
Sono una colonna dorica battuta da venti salmastri. Sono un monolito di Stonehenge. Sono il pugno chiuso livido, gelato e rigido del cadavere di mio padre.
“Sei pronto?”
Annuisco.
Gretel Hinze fa partire il meccanismo.
mediumicoaudio.gif Nebbia video, rumore bianco.
Poi, un’immagine in bianco e nero.
Uomini che si siedono attorno a un tavolo simile a quello a cui sto io ora.
All’improvviso, entrando in video da sinistra, è lui: mio padre, quarantaduenne, le basette lunghe, i capelli mossi, pallido, il golf a collo alto scuro che conosco, e si siede.
Vito Antonio Genna: rinato, rifatto, formato video, un buco nero che si rischiara al suo interno.
Il mio presente è il suo futuro, il suo futuro è il mio passato, il nostro passato è il medesimo passato, il nostro futuro è il medesimo futuro.
E mio padre ringiovanito mi osserva, lo sguardo nell’obbiettivo.