MEDIUM – 26. L’OSTACOLATORE

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L’OSTACOLATORE
Da questo visore che spacca il tempo si affaccia il volto di mio padre, che ha cinque anni più di quanti ne abbia io ora.
Stroboscopio che scava nel tempo. Akasha bidimensionale che funziona a bobina magnetica. Anti-tv che disvela e riconfigura. Lo Video Zapruder dei miei lari.
Il bianco e nero è lievemente confuso.
Sono in dodici intorno al tavolo.
Dodici apostoli, dodici segni zodiacali, dodici pianeti.
Confusione di voci, metalliche per la tecnologia arcaica, ma distinguibili.
Si siede la piccola, ineffabile Gretel Hinze: sembra una ragazzina non cresciuta, il suo incarnato è luce pura, appare sovraesposta.


Tra i dodici riconosco, identico a come è ora, il vecchio Mattei.
Lo indico, stupefatto. La Hinze annuisce: “Sì, anche Mattei”.
Gli altri sono sconosciuti e la giovane Hinze è l’unica donna presente. E’ lei a condurre il gruppo. Parlano tedesco inizialmente e la Hinze di ora traduuce la Hinze di allora.
Dice: “Come detto nella riunione preparatoria, non ci sono avanzamenti. Nessuna informazione utile. Deduciamo che quello che abbiamo chiamato l’Ostacolatore sia un fenomeno larvale, un residuo umano che ci impedisce la visione per noi fondamentale di quanto accadrà al pianeta. Continuiamo a pendere per l’ipotesi che si tratti di esplosioni atomiche, ma non abbiamo conferme. Ci sono domande?”
Parla mio padre e sono incredulo: l’uomo che temeva l’autorità, il silenzioso a oltranza, è disinibito qui, qui ha sete di sapere: “Su ciò che dice l’Ostacolatore non c’è stata concordanza tra i rapporti?”
La Hinze risponde in italiano e accanto a lei un uomo annuisce, annuisce anche Mattei: “E’ comprovato che le urla e i sussurri lanciati dall’Ostacolatore sono frequenze differenti a seconda del visualizzatore”.
Parla l’uomo alla destra di Gretel Hinze, magro come uno stecco, dolicocefalo con la fronte eccessivamente dilatata: “E’ nostra opinione che l’Ostacolatore ci abbia voluto riunire. Non ci spieghiamo altrimenti questa disfasia a seconda del visualizzatore”.
La Hinze, in tedesco, a tutti: “Agiremo secondo tecniche che sono ampiamente sperimentate. Non c’è differenza rispetto alle visualizzazioni che effettuate individualmente. Solo, ci terremo per mano: questo pare fondamentale per creare un campo psichico più potente e, dunque, più penetrante”.
Mattei: “C’è un’altra differenza, secondo la Besant, forse vale la pena di spiegarla meglio…”
La Hinze: “Sì. Qui realizziamo una catena chiusa. L’Ostacolatore apparirà. Se apparirà e non sarà superato da subito, a chiunque di noi, nello schermo mentale, si esprimerà attraverso uno di noi: fisicamente. Non fatevi impressionare dalla trance medianica e dal mutamento di voce a cui sarà sottoposto il soggetto che l’Ostacolatore eventualmente sceglierà. Il soggetto sarà propriamente medium: un mezzo, un canale per la manifestazione fisica di un’entità del senzatempo. Avrà coscienza di quello che l’Ostacolatore dirà attraverso di lui, ma non potrà arrestare il flusso di parole. La coesione della catena impedirà che l’Ostacolatore lasci tracce permanenti nel soggetto che occuperà. Non spezzate dunque la catena per nessuna ragione. Prescindete dai fenomeni che possono accadere. Ancorandosi fisicamente al mondo attraverso uno di noi, l’Ostacolatore avrà accesso a oggetti e potrà esercitare potenzialità materiali: per questo la stanza è priva di arredi. L’importante è che sia chiaro a tutti che per nessun motivo va spezzata la catena”.
Mio padre, in lingua tedesca, mentre sono allibito di fronte al filmato che ora sembra più iridescente e definito: “Chi guiderà il gruppo?”
L’uomo accanto a Gretel Hinzel: “Sarà Gretel. Il visualizzatore più preciso sei tu, Vito. Si è deciso di mantenerti fuori dalla guida, affinché ti concentri sull’Ostacolatore. Se l’Ostacolatore non occuperà te o Gretel come canalizzatori, sarete voi a parlare con Lui”.
Si sistemano.
Mani strette sotto il tavolo.
Scambiatevi un gesto di pace.
Pausa. Silenzio. Hanno tutti gli occhi chiusi. La Hinzel domanda: “Se siete pronti, iniziamo la concentrazione…
Respirate piano, profondamente…
Inspirate chiarore…
Espirate fuliggine
…”
Minuti di concentrazione. Statue di cera unificate in piena DDR, in una stanza segreta, in attesa.
Ha inizio la fase del buio chiarore…
Visualizzate il punto bianco al centro del buio chiarore… Immaginàtelo traslucere maggiormente… Diventa rosso… Diventa indaco…

Visualizzano. Sono entronauti.
“Scendete scalini all’interno, nel buio chiarore. Scendete dentro di voi…”
Sembrano laccati nella luce fioca che illumina la scena.
Il comunismo mette fine a ogni povertà: la povertà realizzata è il culmine delle ricchezze. Chi è ricco e sovraccarico di pesi non ha accesso al regno dei cieli. Il cammello non passerà per la cruna.
Pausa.
Fuori dallo schermo: fibrillazione. Sono agitato.
Poi, Gretel Hinze: “Lo vedete?”
Assenso da parte di tutti i visualizzatori.
Mio padre: “E’ mutato. Non vedo il buio. E’ una parete verticale di spilli. Ondeggia, le punte degli spilli sono puntate verso di me. Vedo il volto, liquido come prima: spilli in movimento, avanzano, compongono i lineamenti. Voi lo percepite così?”
No. La risposta è scomposta ma unanime: l’Ostacolatore, per tutti i visualizzatori tranne che per mio padre, è uno strato di buio in cui fluttua un volto.
“Non sta parlando” dice mio padre. “A voi?”
Non parla.
Passano minuti al ritmo di secondi.
Poi nel video si nota qualcosa. Dapprima impercettibile, poi cresce, è intenso, sono scosse, è Gretel che si scuote, Gretel è scossa fino a sollevarsi a sbalzi dalla sedia, e ha conati di vomito, gli occhi chiusi la bocca è spalancata. Riesce a dire con voce flebile: “Ha preso me…” e poi è ferma, immobile, rigida, le ossa del volto sembrano essersi spostate: non è più lei.
Le labbra serrate. Le apre. Improvviso, non credibile ma reale, dalla sua bocca fuoriesce il rumore crescente di un tuono atmosferico, non umano, un suono grave che monta crepitando e scuote l’aria e alla fine sembra disarticolarsi, differenziarsi, ed è una voce greve, disumana, una cifra metallica profonda, una voce fatta di più voci di timbro maschile, di cui una è una voce stridula, dalla gola della giovanissima Gretel Hinze esce un coro alieno, disarmonico, grave. E dice e lo dice in italiano: “Io sono… qui”.
Ad ascoltarla da fuori e venticinque anni dopo, fa tremare le ossa. Impossibile non uscirne stravolti. Eppure i visualizzatori del Zentrum restano concentrati. Scruto mio padre, la figura conosciuta in atti sconosciuti.
La voce gorgoglia: rombo vitreo. “Io sono… Qui… Per te…” dice, e la giovane Gretel Hinze sembra quella di adesso, invecchiata di trent’anni.
Mio padre: “A chi ti rivolgi? Chi sei?”
Attraverso la bocca di Gretel, l’Ostacolatore: “Io sono… Per te… Qui… Vito Antonio Genna…”.
La Hinzel ora ferma la riproduzione del filmato: “Questo non ce lo aspettavamo. Perdemmo la concentrazione. Tuo padre resse alla perfezione. Le sue qualità erano indiscutibilmente di eccellenza”.
Il filmato riprende.
Mio padre, in italiano: “Tu saresti qui per me? Ostacoli la visione di tutti noi per causa mia?”
Pausa, scotimenti nel gracile corpo della giovane Hinze: “Tu… L’idiota sei… Carne della mia carne… Cani ri mi cani…
Mio papà: “Io sono l’idiota e tu chi sei? Il tuo nome, tu non hai dimenticato il tuo nome. Non ti sei riunito all’essere. Sei individuato. Il tuo nome!”
La virulenza del padre. L’Ostacolatore non arretra. La risposta fa esplodere i midolli, allora come oggi: “Giuseppe… Genna…”
E mio padre enuncia freddissimo: “E’ mio padre. Smettiamo, rompiamo la catena”.
E rompono la catena spiritica.
Gretel Hinze adesso: “Rompemmo a fatica. Io ero esausta. Ripulimmo, in silenzio: c’era vomito, io ero sudata, stravolta. Eravamo spaventati. Nessuno si era atteso scene violente e rivelazioni medianiche così impressionanti. Non era mai accaduto con le visualizzazioni individuali. Non mi reggevo in piedi. Fu tuo padre a prendere in mano la situazione. Disse che si trattava di tuo nonno, Giuseppe Genna. Tuo nonno era morto nell’inverno dell’80. Simpatie fasciste, sicuramente un conservatore e un monarchico. Tuo padre ci spiegò della renitenza di tuo nonno a cedere sulle posizioni ideologiche, della secchezza emotiva con cui trattava i cinque figli, della severità del personaggio. Disse che le ultime parole pronunciate attraverso di me dall’Ostacolatore, ‘cani ri mi cani’, erano dialetto siculo, ‘carne della mia carne’: e tuo nonno era siculo.
Vito aveva sospettato che l’Ostacolatore si rivolgesse direttamente a lui, nelle visualizzazioni individuali. Aveva percepito che coinvolgeva tutto il gruppo del Zentrum per colpire lui. Disse, tuo padre, che questo era uno schema universale, il noto Edipo, traslato su livelli di universalità inimmaginabilmante superiori a quelli a cui alludevano la psicoanalisi e tutte le scienze psicologiche.
La morte di tuo nonno era stata dolorosa e, a dire di tuo padre, profondamente inaccettata. Era morto con astio e renitenza. Di qui, probabilmente, la sua permanenza nello stato intermedio, che è detto tecnicamente ‘larvale’. La personalità non è disciolta del tutto. Manifesta intenzioni e desideri che conducono alla reincarnazione o, in casi più drammatici, a girovagare nell’etere terrestre, esprimendo ira, impotenza, frustrazione. E’ il motivo per cui l’occultismo è un errore: permette a forme sottili di spalancarsi porte sul reale. Il senzatempo è altro: è discioglimento di ciò che è mio e tuo, di me e di te in quanto differenti, in quanto formali.
Ci trovavamo di fronte a un’anima potente, oscura, ostacolatrice.
E tuo padre si trovava di fronte a una battaglia. Aveva le armi spuntate. Il padre di tuo padre poteva impedirci la visione finché avrebbe voluto. La decisione di tuo padre fu di tramutare la battaglia in trattativa.
Noialtri eravamo virtualmente esclusi da questo confronto. Eravamo attaccati a tuo padre come uno scalatore che perde il chiodo e si aggrappa a uno sperone. Dipendavamo dai due Genna: l’Ostacolatore e il possibile liberatore.
Ricordo tuo padre, il tremito, il pallore, ancora più inquietante sotto la luce del neon in un incarnato olivastro: era verdognolo. Le labbra viola. Le mani gli tramavano.
Si ritirò per una decina di minuti, solitario, in concentrazione.
Si ripresentò.
Riformammo la catena.
Il filmato è tagliato: si è direttamente nella seduta. L’Ostacolatore si ripresenta impossessandosi di me. Io perdevo energia mentre le sue parole, che non potevo frenare, mi facevano rimbombare i polmoni come un cava, i bronchi sembravano esplodere, la nausea era insopportabile”.
Il tremito. Il tremito di mio padre. Quante volte mi ero chiesto quale trauma avesse dato inizio a quel suo tremolio, un parkinsonismo senza Parkinson, e la spiegazione era stata sempre per me l’etilismo, il fegato, il sistema nervoso crollato, il tentativo di suicidio.
Frau Hinze mi chiese se ero pronto per la nuova visione.
Io non tremavo. Lo schermo acceso: mio padre trema, concentrato allo stremo, in bianco e nero nel plasma del televisore. L’Ostacolatore è già tra loro.
“Papà…” dice mio padre, e l’Ostacolatore non risponde.
“Papà…” ed è inutile. “Papà” dice mio padre, “tu sei in uno stato intermedio. Sei nella ‘valle delle ossa secche’ di Ezechiele, papà. Conosco le tue peregrinazioni, i tuoi tentativi, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i viventi; li hai messi alla prova – quelli che si dicono viventi e non lo sono – e li hai trovati bugiardi, papà. Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ama ora, papà: per discioglierti nel senzafatica, nell’intatto dal tempo. Congiungiti al senzatempo, vai oltre. Ricorda dunque da dove sei caduto e dove sei crollato, ravvediti e compi le opere di prima. Eri un uomo buono. Se non ti ravvederai, verrò da te. Io non ti condanno, io ti perdono, nella vita e in questo incunabolo del tuo soffrire: sofferenza che, da padre, riversi nera su tuo figlio. Io, tuo figlio, carne della tua carne, come ricordi tu stesso, ti chiedo: aprimi la visione, lasciami penetrare oltre di te, papà. Lascia che veda e che possa aiutare costoro a provvedere. E tu sarai disciolto dal mio amore che ti trascinerà nei luoghi dei santissimi, dove non ci sarà nome a distinguerti nella beatitudine…”
C’è silenzio, mentre la giovane Hinze è scossa e vomita saliva, schiuma in conato. E poi erompe, sovrastante, e ci costringe ad abbassare il volume, la voce di voci dell’Ostacolatore: clangore di metalli che stridono, gravi e acuti, robottici: “Tu parli così e non sai niente, Vito Antonio Genna, carne della mia carne… Tu parli con parole false. La tua malizia è la malizia di chi non sa e pretende di conoscere. Tu sei il tracotante. Io sono l’ultimo, che era morto ed è tornato alla vita. Conosco la tua tribolazione, la tua povertà e tuttavia sei ricco e non ti accorgi e usi la malizia per difendere il tuo silenzio. Col tuo silenzio mi soffochi in terra. Tu conosci solo la calunnia e l’occultamento. Posso dirti di non temere ciò che stai per soffrire: ecco, ugualmente tu mi provochi sofferenza. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita: ma tu non mi ascolti. Tenti di farmi piangere ora, la mia condizione è ora penosa, più penosa in séguito: mi farai piangere in futuro. Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte: per questo sono qui: per vincerti, carne della mia carne. Tu tieni saldo il mio nome e hai rinnegato la mia fede e il mio amore. Ravvediti dunque e pregami, e dillo; altrimenti verrò da te e combatterò contro di te con la spada della mia bocca”.
Parlano una lingua ampollosa, che mi sfugge nel suo generale significato. All’improvviso mi viene in mente il lembo salino del fazzoletto di mio padre: tessuto intriso, tessuto commisto a liquidi organici seccatisi, fossili.
Mio padre risponde senza pause all’Ostacolatore: “Padre, la tua ingratitudine verso tuo figlio è falsa: sei nel nero regno, nello squallido, nell’impotenza e riversi su di me il tuo rancore. Assetato di vita, come un agnello cadi nel latte. Tu non sei vero, se non nell’amore con cui posso trascinarti presso Troni e Dominazioni: regni della beanza che ti sfugge. Accogli la mia proposta e spalancami la visione che cerco. La mia vita testimonia il rispetto che ti ho portato, il mio decoro nel porgermi a te. Ora sei qui per impedire non a me, ma a questi altri viventi, l’opera che devono compiere. Io conosco le tue opere: ti si crede vivo e invece sei morto. Papà, sei morto. Lascia che colmi questa morte di amore, papà…”
Se fossi ostacolato dallo spettro oscuro di mio padre, se ne fossi spronato: come Amleto, come Riccardo, come Enea… Il padre abita lo scrivente…
E l’Ostacolatore spalanca il tubo digerente di Gretel Hinze, la ragazza, spacca i capillari, inizia a sanguinare dalle narici: “Conosco le tue opere, Vito Antonio Genna. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure non hai tentato di osservare la mia parola e hai rinnegato il mio nome. Me lo hai domandato e non lo hai riconosciuto”.
A questo punto la testa di mio padre inizia a ciondolare. Mi impressiona, osservo sul suo volto quasi glabro (papà, i baci sulle tue guance quasi glabre…) i segnali di una sofferenza intollerabile: “Non ho rinnegato il tuo nome. Tu sei mio padre, Giuseppe Genna, e io ti dichiaro l’odio che non ti ho dichiarato in vita, perché fui colmo d’odio per i tuoi risentimenti, e ti dichiaro dolce amore nella morte, papà, perché sei stato umano, nella comune sofferenza io ti amo come ti ho amato in vita mentre ti odiavo. Ti professo la verità, testimonio il vero e ti supplico di disciogliere l’ostacolo, di permetterci di vedere oltre…”
mediumicoaudio.gif E l’Ostacolatore ride, se può essere definito riso questo clangore di schianti a ripetizione che mi fa rabbrividire, questo raccapricciante barrire acuto e fondo. A fiotti il sangue dalle narici della giovane Hinze. mediumicoaudio.gif E l’Ostacolatore dice: “Sono Giuseppe Genna, e non tuo padre. Io sono tuo figlio. Sono il senzatempo del tuo figlio di carne che vive inconsapevole di essere anche nel senzatempo, così come tutti i viventi sono inconsapevoli. Sono il figlio che hai chiamato a vivere e soffrire pene sulla terra. Io sono il vivente del vivente. Tu mi parli da morto e io sono vivente più di te, e io ti sovrasto, sovrasto la carne della mia carne, la carne da cui vengo in terra, essendo immortale qui, nel senzatempo. E, padre, io ti serro la vista, mi oppongo al tuo sguardo, finché tu non umilii la tua tracotanza davanti a me: a me che sono sceso superiore in stazza a te e tu trattieni e umilii il mio rappresentante in terra, tuo figlio Giuseppe Genna”.
E mi volto verso Gretel Hinze, che blocca il filmato, e allunga la mano sul mio volto e mi carezza.
L’Ostacolatore sono io.