MEDIUM – 28. IL FETO

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IL FETO
Entro cauto nella stanza dove hanno messo sotto flebo Federica: è sveglia, pallidissima e mi dice con voce che è un sussurro: “Hai fumato una sigaretta in dieci secondi?”
Sono stordito. “Quale sigaretta?”
“Sei andato a fumare neanche dieci secondi fa. Prenditi una pausa, non puoi non staccare mai. Il peggio è passato, è andato tutto bene”. Vedo che comincia a lacrimare. Poi esplode in pianto. Mi avvicino, respinge il mio abbraccio. “Mi sei stato vicino, ma è tremendo. E’ tremendo. E io ho così tanta paura di essere abbandonata anche se mi sei vicino…”. Si asciuga le lacrime. “E questa cosa… Non può cambiare tutto, questa cosa…”


Sbatto le palpebre, non so cosa dire, mi chino, bacio la sua pelle: neve, cotone, seta pura. Le occhiaie sono profonde. Taccio: il mio silenzio di oppositore. L’inconsapevolezza è l’arma che utilizzo per ferire. Le dico: “Stacco davvero un attimo: me la fumo, la sigaretta. Torno subito”.
Esco nel corridoio: la luce rende tutto così felpato. Mi siedo su una poltrona, mi affosso nel cuoio morbido.
Ha allucinato. La Hinze ha detto: “Non preoccuparti per Federica: non l’hai abbandonata. Non è rimasta sola un attimo. Eri lì con lei”. Potrei essere abituato a tutto, visto ciò che ho visto. Stringo tra le mani il quaderno con le fotocopie dei rapporti di mio padre. Allucino.
Bilocazione allucinatoria. Federica mi ha visto tutto il tempo insieme a lei. Il Zentrum non ha ignorato un ingranaggio del suo ciclopico, non visibile meccanismo. Avranno lavorato su Federica in seduta? Uno o due visualizzatori? Una catena?
Cosa richiese, nella visione intima e irraggiungibile, l’Ostacolatore a mio padre? Perché abbandonarmi? Che storia devo vivere? Che storia voglio vivere senza essere consapevole della mia stessa volontà? Cosa devo sviluppare in un mondo che non è affatto fisico, ma è allucinatorio? E’ un’allucinazione più densa e pesante e stabile di quella onirica: ma è la medesima sostanza di cui sono fatti i sogni, quella in cui siamo svegli. Qui, ora. Il comunismo è realizzato a priori.
E tu, papà, davvero volevi rientrare qui, in questa tundra agitata da pene e soprassalti? Essermi figlio? Figlio di tuo figlio: ostacolarmi?
Si presenta un dottore, alto e segaligno, biondo, gli occhi azzurri che identifico con l’assetto oculare tipicamente nazista: il taglio, l’intensità dello sguardo. Sembra conoscermi. Anche lui mi ha visto presente accanto a Federica. Mi parla in inglese, perché già sa che non capisco una parola di tedesco. Mi dice: “Non è nella prassi, ma visto che lo ha chiesto con insistenza… può venirlo a vedere… Tanto dovrà essere cremato domattina, con gli altri resti organici, nell’inceneritore…”
Mi sollevo a fatica dalla poltrona, sono esausto. Un mio doppio si è mosso nell’ospedale mentre al Zentrum vedevo il non visibile? Ho allucinato là o qua? Oppure hanno allucinato?
Seguo il dottore, che dal badge leggo chiamarsi Rhürdanz. Svoltiamo a destra, il corridoio è lungo, il pavimento grigio gommoso non mi impedisce il dolore sordo ai tendini e ai polpacci, è tutto illuminato con una luce calda, effusa da faretti impiantati nel soffitto basso e bianco.
Passiamo accanto alla vetrata della nursery: piccoli cuccioli umani, stanno allucinando in attesa che il sistema percettivo si solidifichi e, contemporaneamente a questo, si solidifichi il mondo che percepiranno.
Il dottor Rhürdanz spalanca porte di gomma verdechiara: è la zona di introduzione alle sale operatorie. Apre una porta sulla sinistra. E’ la sala operatoria dove Federica ha abortito, ha espulso il feto che secondo la Hinze era mio padre.
Eccolo” dice Rhürdanz.
In un piccolo vassoio metallico. Una forma preumana, dagli evidenti caratteri ittici, ripiegata su di sé, completamente bianca con le vene in evidenza perché il derma non si è ispessito: un reticolo bluastro in campo bianco. Sanguinolento: tracce ematiche dall’utero di Federica. La testa grossa, l’accenno di palpebre chiuse. Il principio delle labbra simili a quelle di una carpa. E l’appendice a sinistra, che sarebbe stata il braccio, sollevata, piegata a novanta gradi all’altezza della giuntura, il piccolissimo pugno chiuso, bianchissimo, rigido.
Domani verrà cremato.
Una settimana dopo Federica riparte. Io resto.
Non so: è finita? Non so. Ombra umana nel vortice di polvere, che non sa, si copre la vista, protende un braccio in avanti, verso il non sapere.
“Dammi tempo”, dice mentre si appresta a superare i controlli. Non mi bacia. Resto solo.
Berlino, periferia est.
L’abnorme parco di Treptower.
Conclude la città madre.
Cammino tra frasche ombrose, misurando i passi, pensoso. Disceso dalla Bahnhof, proveniente da Ostkreuz. Verso il monumento dei caduti sovietici che liberarono la città da Hitler. Adolf Hitler aveva occhi cerulei quasi bianchi, le pupille contornate di rosso, perennemente, risultato dell’esposizione all’iprite nel corso del primo conflitto. Mitili svaniti, fossili di miti nei musei, coperti dall’iprite più recente. Lapidi, steli. Memoriali.
Stravolgimento di tutti i memoriali.
Il vero padre non muore, perché non esiste.
Il figlio falsifica tutto, occulta tutto, distorce e si oppone a tutto e, facendolo, rende tutto vero.
Il comunismo realizzato non differenzia parti, trasmissioni genetiche e supera ampiamente i limiti della materia: la storia crolla dallo stato onnipotenziale di un comunismo soprannaturale, che partorisce illusoriamente la natura.
I Sovietici avevano torto.
I Comunisti avevano ragione, ma non nel modo in cui pensavano di averla.
I Maya avevano ragione.
Peter Kolosimo aveva ragione.
Parlava del Triangolo delle Bermude, la vasta area magnetica dove impatterebbe l’asteroide Vesta, se la Terra non mutasse il proprio corso, e un giorno del 2012 diventasse notte e la notte giorno. E il sole sorgesse da ovest, nel mondo rinnovato, che si prepara alla fine, al nuovo inizio.
Giungo ai piedi della statua della Madre Dolente, privata del figlio: cinque metri di granito che irradia sofferenza muta.
Un chilometro quadro si stende davanti a me. Prima devo salire la bassa scalinata e passare attraverso un portale, ai cui estremi sono chinati in posizione di omaggio luttuoso due soldati in bronzo dell’Armata Rossa, i mitra impugnati come spade e poi lo sguardo si amplifica, la percezione si allarga: è un chilometro quadro accompagnato a sinistra e destra da serie parallele di steli bianche, istoriate con vicende che fermano nel tempo i momenti della liberazione di Berlino. La più impressionante: una fila orizzontale, infilata in prospettiva, di militi tra di loro identici. Steli accecanti, incomprensibili parole di Stalin a commentare, in cirillico e in tedesco. Vado verso il fondo, il culmine, uno ziggurat dominato da una statua alta undici metri, un soldato sovietico regge un bimbo con un braccio e con l’altra mano usa una spada per spezzare la svastica.
Impressionante. Più dell’Eur. Più del Zentrum.
mediumicoaudio.gif Questo memoriale si è svuotato di memoria storica, saturandosi di memoria mitica, soprannaturale, mutate le condizioni politiche. Era pesante, tirannico, plumbeo, mentre Breznev modulava il suo “Niet”. Ora si apre come una valva, come un’ostrica, svela la perla di questo mito paterno e materno e filiale che supera i tempi umani: è lo scherzo beffardo che ricorda alla Germania e a me che la grande madre patria è patria: terra del Padre. E che non esiste. Esso commuove, ciclopico. Il tempo non esiste. Esiste Esso.
Dalle steli accecanti, come un folletto, spunta mio padre: dalla settima a destra, poi dalla prima a sinistra, poi dalla decima a sinistra. Sorrido. verrebbe da salutarlo. Brindiamo agli ostacolatori, i disinibitori che consentono il transito qui, nella tundra folta di gioie e superamenti.
Socchiudo gli occhi, il sole inonda ogni terra, ogni terra non può essere patria, se non per un’occasionale transitorietà.
Valva umana sfaldata dai venti, polverizzata dall’orbita di Vesta.
Abbiamo cinque anni da questo istante per compiere l’amore che ci unisce. Conosciamo la fine, sappiamo della fine: cosa diventa l’amore, sapendo che la fine è imminente? Fede nell’unificazione, nella traslazione.
Ci prepariamo a spalancare la porta dello spavento supremo, lievi corpi di aria più lieve dell’aria, intessuti di coscienza che si discioglie, noi facciamo qui e ora il nostro ingresso nel senzatempo.