MEDIUM – 27. IO

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IO
“E’ la verità di tutte le tradizioni, di tutte le sapienze, di tutte le profezie. E’ l’incrocio assoluto delle religioni e di coloro che hanno visto e sono tornati per dirlo e per scriverlo. E’ chiamata anima, jiva, psyké, angelo custode, spirito individuato, soffio formale, gemello celeste: è la porzione di noi nel senzatempo. Caduti da quella, viviamo l’esistenza materiale, transitoria, breve spazio di tempo tra nascita e morte. E ne facciamo esperienza più e più volte. Non è una caduta, una pena: è volontà di esperire in questo mondo solido e grossolano i nostri desideri e le nostre paure. Scendiamo nella carne come gocce, ma noi non siamo questo. Non siamo questo corpo e nemmeno questa identità. Stabile, non visto, un testimone sa che noi siamo noi: questa coscienza che ci interpenetra è in questo mondo e non è di questo mondo. Osserva e non giudica: è testimoniale. I poeti ne parlano, le Scritture sacre ci avvertono: inascoltati entrambi. La coscienza è un riflesso di un’attività superiore, priva delle forme solide che noi conosciamo qui.


L’Ostacolatore è il tuo gemello celeste: è il tuo principio di coscienza. E si scatenò contro tuo padre. Perché lo fece, è dato saperlo solo per quello che a me rivelò tuo padre. Tu eri un bambino innocente, a migliaia chilometri di distanza. Avevi undici anni. Inconsapevole della storia che ti avrebbe atteso, del percorso che avresti fatto. Il tuo principio di coscienza, che sovrasta il tempo, conosceva e conosce questo percorso. E di questo parlò a tuo padre. L’Ostacolatore smise di parlare attraverso me, parlò internamente solo con tuo padre. Ora accelero la registrazione: andò avanti per quasi mezz’ora, noi immobili in catena, io semisvenuta, e tuo padre che vibra ai colpi di quanto l’Ostacolatore, che è ciò che tu sei veramente senza saperlo, gli disse”.
Tu che reggi la mia terra. Papà. Dolori innumeri pesano su me. Io ho aperti gli occhi, eppure non vedo in che sciagure sono stato e sono, né dove io abiti, né chi sono quelli che vivono con me. So forse da chi sono nato? Dei miei cari, o vivi sopra la terra, o già sotterra, io sono il nemico, l’ostacolatore, e non lo so. Da questa terra, con viaggio terribile, una duplice maledizione mi spingerà via, verso l’ignoto: la maledizione di me e quella del padre.
“Cosa disse l’Ostacolatore a mio padre?”
“Di abbandonare. Di abbandonare tutto. Di abbandonare te. Tu per sorte non disponi delle capacità di cui era dotato tuo padre. L’Ostacolatore gli disse di abbandonare anche quelle. Tuo padre fu riottoso fino al termine. Disse di sì. Cedette. Non raccontò nulla se non a me. Una settimana dopo la sua partenza, mi telefonò per dirmi che meditava di lasciare tutto: la casa, l’Italia, te e la famiglia intera, e di venire a stare qui, al Zentrum, ad aiutarci a frenare la fine. Gli risposi con la lettera che tu hai scambiato per un’epistola amorosa”, e sorride, Gretel Hinze, le minuscole zampe di gallina ne esaltano il fascino. “Ma poi tuo padre non rispose più. Non fu più possibile contattarlo. Sparì: non incontrò più i nostri mediatori. Smise, probabilmente, le visualizzazioni. Non so se o come ti abbandonò. Ritenne che fossimo capaci di frenare, anche senza di lui, la fine: ciò che vedemmo quando l’Ostacolatore ce lo permise”.
mediumicoaudio.gif E gli occhi, papà, in te posso fissare, sebbene vorrei chiedere molte cose, e molte ascoltarne e vederne. Ma troppa pietà, troppo amore, troppo orrore in me susciti! Sono stato lo sventurato: io ti ho domandato la mia sventura. In quale piega della terra io mi trovo? È mia questa voce che svapora nella mente e si perde? O mio dèmone, mia nube! Dove precipiti?
Nube di tenebra esecrabile, infesta, orrenda oltre ogni parola: essa mi ha avvolto nella vita, nei miei insanabili dolori che io stesso ho voluto, nube di dolore che anche ora mi avvolge e resta immota. Il male del presente mi devasta, il male trascorso preme la mente.
Papà, respiro: addio.
“L’Ostacolatore si ritirò”. Frau Hinze parla mentre, in accelerazione, la moviola fa muovere le sagome dei visualizzatori come Ridolini: i loro microgesti accelerati, mio padre che sussurra velocissimo tra sé e sé, tutti con gli occhi serrati, e la giovane Hinze distrutta, la testa appoggiata sul tavolo, il sangue che si è coagulato sopra le labbra.
Finché c’è luce, distorsione di campo, il video salta. Allora la Hinze ritorna indietro: risucchio del tempo, di minuti, il tempo ha corso contrario, le labbra di mio padre, veloci, si muovono all’opposto, gli stessi movimenti antagonisti. La materia esige antimateria. Il tempo esige l’antitempo.
“Questo è il momento in cui accadde”.
“Cosa accadde?”
“L’Ostacolatore, che sei tu, si aprì: fu identico allo spalancarsi di un sipario buio. E vedemmo il pericolo imminente, la fine della specie…”
“E qual’era il pericolo?”
La Hinze riporta a velocità normale il video, dice di ascoltare la voce di mio padre. E’ sì la voce di mio padre, ma sembra sotto dettatura: “Asteroide Vesta, 2080, zona di impatto California centrale. Lo vedete?”
In tedesco, l’uomo accanto alla giovane Gretel Hinze: “Lo vediamo, ma non visualizziamo il tempo e nemmeno l’esito”.
Mio padre: “2080, 21 dicembre, ore locali 23.12. L’asteroide ha un nome e si chiama Vesta. Riuscite a vedere il nostro pianeta?”
E’ Mattei che lo dice, e io lo so già: “Lo vedo, ma è strano. Ruota al contrario…”
Mio padre: “L’inizio della fine: 2012, inversione dei poli magnetici terrestri. Il pianeta resta immoto un giorno solare e poi inverte la rotazione. Era già accaduto, mai però in periodi in cui il pianeta era abitato dall’uomo tecnologico. Con rotazione attuale, l’asteroide Vesta impatterebbe nell’Atlantico. Vedete gli effetti dopo l’impatto?”
L’uomo accanto alla Hinze: “Vedo nebbia nera”.
Mio padre: “E’ l’estinzione”.
Mattei: “Non possiamo sapere se è vero o se è una visione creata dall’Ostacolatore…”
Mio padre: “E’ vero… Si sta producendo ora… L’Ostacolatore dice che l’opera sarà incessantemente sottrarre frammenti all’asteroide Vesta e spingerlo di qualche grado fuori dall’orbita attuale. Il gruppo del Zentrum e non solo esso. Bisognerà strappare frammenti, tentare di polverizzarlo. Portare qui frammenti della sua massa…”
“E allora si produsse l’apporto. Tecnicamente, in gergo occultista, si tratta di oggetti, i più vari, che si materializzano all’interno del cerchio della seduta: molto spesso, chiavi arrugginite, bambole, fiori resecati o con bulbo. In questo caso, il frammento che è ora in tuo possesso. Fu il primo, ma non l’unico. In rapida sequenza, si materializzarono dodici frammenti. Il primo fu consegnato a tuo padre: voleva custodirlo a ogni costo”.
Dopo la distorsione del video, appare una bruma al centro del tavolo, e si dissolve: ecco i frammenti asteroidali. Riconosco quello che per anni fu messo al centro della teca in cui il geologo laureato Vito Antonio Genna conservava la sua collezione di minerali.
“Eravamo sotto choc. Tuo padre mi diede istruzioni. Mi spiegò parzialmente quanto l’Ostacolatore gli aveva comunicato. Disse di avere visto la propria morte: alle 20.13 del 31 dicembre 2005, solitario in casa sua, per infarto. Disse che tu ti saresti mosso per raggiungere qui la verità che ti aveva nascosto e che l’Ostacolatore desiderava rimanesse occulta. Disse che sarebbe tornato, che i suoi figli avrebbero spostato il cadavere a un giorno dalla morte. Che doveva tornare immediatamente e che avrebbe utilizzato te, il proprio figlio, per ritrovare un corpo umano…”
“E’ Federica che è incinta…”
“Non lo è più. Il feto è stato espulso. Abortito spontaneamente. Ti accompagno da lei”.
Mentre lasciamo il Zentrum, nell’immenso ingresso si fa incontro una persona anziana, corrosa dal tempo, dolicocefala con la fronte espansa: fatica a camminare. Sorride a Frau Hinze. Parlano in tedesco. Poi la Hinze si rivolge a me: “E’ mio marito”.
“Suo marito è morto”.
L’anziano ride: “Tutti siamo morti molte volte!”.
Lo scrittore agita la domanda convulsa, impossibile: “Lei è Peter Kolosimo?”
L’anziano si allontana, sorride a batte le mani, come se si fosse trovato davanti al numero di un clown che non sa in che circo sta esibendosi.
E la Hinze dice: “Andiamo”.
Verso la clinica universitaria.
“Ti abbandonò?”
“Mio padre? Fui io ad abbandonare lui e mia madre. Divorziarono. Ebbe una vita penosa. L’affanno, la solitudine, un peso che io riconducevo all’amore per mia madre: andato deluso, finito in abbandono. Era abissalmente convinto che la sua fosse un’esistenza fallita. Trovata la lettera, ho attribuito all’amore per quella ragazza tedesca dell’Est quel peso: il desiderio di vivere col suo amore in DDR, un progetto mai realizzato. Nemmeno un anno dopo avere ricevuto quella lettera, tentò il suicidio: e fallì, perché io lo salvai”.
“Lo salvasti perché sei stato l’ostacolatore”.
Il figlio. Il figlio falsifica. Il figlio spiega tutto.
Dico: “Tutto potrebbe essere falso, come diceva Mattei. Potrebbe essere una montatura quello che ho visto. Niente potrebbe essere vero”.
“Infatti. Hai ragione, ma in un’altra prospettiva, per cui non sei pronto, giovane Genna. Tutto potrebbe essere falso, niente potrebbe essere vero. Laddove non c’è differenza tra me e te, tra mio e tuo: là potrebbe essere vero ed è in effetti vero”.
“Il vostro comunismo soprannaturale. Il comunismo magico”.
“Il comunismo è magico. La storia realizzerà la natura del senzatempo”.
“L’asteroide Vesta non è in rotta di collisione col pianeta. E’ falso”.
“Inizierà dal 2012. Muterà la sua orbita per collisione con un altro asteroide della fascia esterna che delimita il sistema solare. Dall’82 lavoriamo sul progetto intorno a Vesta”.
“E cosa accadrà?”
“Nessuno lo sa. Devi interpellare Nessuno perché te lo dica. Il comunismo può perfettamente fare a meno della nostra specie. E’ una legge universale. Se l’inversione della rotazione del pianeta già causasse l’estinzione, non per questo il pianeta smetterebbe di ruotare, col sole che sorge da ovest. La storia va avanti, anche senza la specie. La storia è infinita, la sua violenza è violenta per noi, non in assoluto. Il comunismo è pace suprema, le sue storie manifeste non si arresteranno mai. Un testimone le osserverà senza giudicarle, sempre. Il senzatempo è qui e ora”.
Davanti alla clinica universitaria.
Gretel Hinze: “Non preoccuparti per Federica: non l’hai abbandonata. Non è rimasta sola un attimo. Eri lì con lei”.
“Cosa dice? Sono stato al Zentrum mentre lei abortiva nostro figlio, chiunque fosse nostro figlio, foss’anche stata la nuova manifestazione di mio padre”.
“Non ci sono né padri né figli. Ho un’ultima cosa per te…” e fruga nella borsa.
Stringo il fazzoletto di mio padre, tenuto venticinque anni sottovuoto. Sento tra i polpastrelli l’oro appiattito della medaglietta sottratta alle sue ceneri.
La Hinze estrae dalla borsa un quaderno. Me lo passa. Lo apro a caso: sono fotocopie. “Sono alcune visualizzazioni di tuo padre. Farle leggere a chiunque contribuirebbe all’opinione che già hanno di te: sei un clown che si esibisce in un circo che non conosce. Sei scrittore, no? Quindi instabile psichicamente. Narciso e patologico”.
Sono incantato dalla scrittura densa, piatta, di mio padre.
“Non ci vedremo più. Buona fortuna, giovane Genna. Sei cancellato dal Zentrum, da Lipsia, non ci sei mai stato, non ti ho mai visto, non so che esisti. Sei nessuno. Nessuno che scrive. Nessuno scrive”.
Lentamente accelera, va via.
Mi volto. Inebetito con un quaderno in mano dove appaiono cose che…
Sono solo, sagoma nera controluce, figura di spalle che avanza mentre si spalanca la porta a vetri automatica dell’ospedale, inondata di morbida luce.