Ipertestualizzazione e autocommento in MEDIUM on line

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Non si può teorizzare: parlo di un’esperienza personale. L’ipertestualizzazione di MEDIUM si è rivelata per me, oltre che un’effettiva fatica, un’esperienza esaltante, per dare torsione teorica ed emotiva a un testo che, pur essendo un romanzo, lineare più di quanto mai io abbia scritto, ha sue derive sotterranee ed è carico di un’intimità che viene allo scoperto non come elaborazione del lutto, bensì come donazione di un’esperienza possibile di superare il trauma, attraverso l’immaginario, attraverso il movimento del pensiero e la centralizzazione in qualcosa che, pur essendo costitutivo dell’umano, pensiero non è e nemmeno emozione.


Dico che non teorizzo in maniera generale e universale, perchè sarebbe ridicolo. E’ dagli anni Novanta che la pubblicistica e la saggistica eiettano teorizzazioni sulle possibilità indefinite e sui protocolli innovativi dell’ipertesto. Ma qui non si tratta di utilizzare protocolli e inoltre si applicano link secondo una sintassi del tutto personale. Tale sintassi è mirata evidentemente all’autocommento. La logica dell’opera d’arte a cui penso per il Web, quella che può benissimo debordare in forma cartacea però perdendo di necessità qualcosa, e che ho etichettato sotto il nome di “installazione” – tale logica estetica intrinseca al pluritesto che viene esposto on line predispone varianze pressoché infinite ed è un elemento costitutivo dell’opera stessa. MEDIUM non era un libro finito, in pratica, prima della sua ipertestualizzazione.
Per non essere troppo idiosincratico e quindi astratto, formulo la domanda: perché sono stati scelti determinati passaggi dell’opera e non altri, per essere letti e messi a disposizione in file mp3? Perché soltanto alcune linee di correnti carsiche che governano il testo sono state evidenziate dalla serie di link? C’è una scelta ritmica, c’è una scelta lessicale, c’è una scelta di poetica dell’autocommento, che è la nostra stessa tradizione letteraria e che ha il suo apice iniziale nel meccanismo retorico della Vita Nova di Dante. Quell’autocommento, forma che esplicita le intenzioni dell’autore davanti all’opera reificata internamente, non è assolutamente tale: cresce e concresce, sorprendendo lo stesso autore e costringendolo a passaggi che non si attendeva di dovere compiere. E viene male recepito, come dimostra la critica novecentesca e attuale che non dibatte il centro occulto e manifesto dell’autocommento dantesco.
Regole generali esistono, certo – per esempio il tentativo di fornire, il più possibile, link esterni in lingua italiana. Però ci sono anche link interni, pagine html che ho sentito la necessità di produrre, e non come note pedagogiche e assai distanti dalla funzione esplicativa delle note stesse: per esempio, link come questo o questo o questo, innestano testi altrui in montaggi, furti, suggestioni accolte, emblemi di alterità letterarie che l’autore percepisce come inerenti e quintessenziate nel testo a cui sta lavorando.
Ciò ha molto a che vedere con la logica e la retorica dell’epica. MEDIUM, l’ho detto, è un testo lineare: l’azione si svolge di capitolo in capitolo, non esistono divaricazioni di piani narrativi. E’ la mia storia. Eppure, all’interno di e sotto a questa linearità, esistono digressioni numerosissime, che investono il lettore con un bombardamento effettivo di derive immaginali (una per tutte, l’esaltazione a centro immaginale della figura stravolta e rimetabolizzata di Peter Kolosimo). Questo tentativo ha molto irritato i miei intimi e i lettori critici a me più vicini, quando lo esplicitai testualmente, direttamente su carta, in un libro che, quanto a me, considero un momento fondamentale del mio percorso: cioè L’anno luce. Lì le digressioni e le prosopopee, stilemi fondamentali nell’apparato epico, annoiavano e rallentavano la lettura, sembravano falsi: così i 3/4 dei miei amici. Va detto che c’è 1/4 che apprezzava esattamente questo movimento, teso a comprimere il plot sullo sfondo (un plot, peraltro, estremamente mélo, appositamente mélo: la finzione finta, la storia che sembra una storia e non è una storia), ma devo sottolineare che quel quarto di lettori privilegiati coincide con persone che tentano di compiere, soprattutto su Web, ciò che sto cercando da anni di prefigurare: l’utilizzo del Web in senso retorico artistico. Il cinema è sì un protocollo, ma è piegato a strumento artistico. La fase ulteriore del Web letterario, quella che spero di vedere sorgere nei prossimi anni, è esattamente questa evasione dalla strumentazione comunicativa, affinché si utilizzi tutta la retorica della Rete (che è comunque di natura letteraria, anche nelle sue frange più multimedializzate) in senso prettamente artistico: producendo installazioni, per l’appunto.
In MEDIUM, nessun plot mélo da ridurre a sfondo, per l’urgenza della materia, che non aveva certo la possibilità di esprimere una finzione falsa (ma, semmai, una finzione significativa: cioè allegorica, ma di un’allegoria ben strana: un’allegoria che significa altro e al tempo stesso coincide con il fatto storico narrato). L’urgenza della materia, cioè la morte di mio padre e lo choccante ritrovamento del suo cadavere a un giorno dal decesso, predispone un’epica che dovrebbe, se non erro, stare all’origine della lirica: la pressione sull’individuo è tale che è universale, e quindi tocca qualunque membro della comunità e si fa epica. Esprimo una prospettiva criticamente contestabile e ambigua: cioè che la lirica affondi nell’epica le sue radici.
Precisamente questo è il punto intorno a cui si muove la sintassi dell’ipertestualizzazione di MEDIUM. Se evidenzio una linea di elaborazione alchemica presente nel testo, non lo faccio per mostrare l’elemento alchemico, ma per legare un processo di meditazione interiore che ebbe un suo sistema simbolico di approccio, invitando certo i lettori a informarsi a un primo livello, ma anche a prendere in considerazione quella deriva immaginale (poiché tale fu) come una delle possibili soluzioni del trauma della morte. Ciò valga anche per i link più sorprendenti (come quello, continuo e ossessivamente ripetuto, del telefono SIP), che avrebbero un valore esemplificativo e memorialistico, ma il cui effetto sposta la percezione, lascia per un attimo sbigottiti di fronte a un ricordo scordato o ricordato con precisione, o addirittura mai posseduto.
Ciò a cui voglio giungere è in pratica riassumibile in due istanze: la prima è che la sintassi e la logica del libro sono le medesime dell’autocommento (che non è tale) attraverso ipertestualizzazione, funzionando tutto per ritmi, cioè per alternanze apicali o depressive di una sostanza che è essensialmente silenziosa (si pensi a cosa accade nella mente mentre si attende che si carichi la pagina linkata, che ho volutamente creato con un peso notevole, proprio perché l’attesa si allargasse nel lettore); la seconda istanza, più profonda, è la domanda, effettuata al tempo stesso con corpo fisico, corpo emotivo e corpo mentale circa la natura di quel continuum che fa il ritmo, la vibrazione: “cosa è ritmato?, cosa vibra?” è la domanda in cui MEDIUM invita a stare, è l’elaborazione della morte nella persistenza di amore e beanza che viene da subito e fino all’ultima pagina indicata come la continuità narrativa (cioè immaginativa) del libro stesso.