Manca

nigredp.jpgSe solamente arrivassi al nero vero, al nero vero…
Cosa credete impala che attraversate i colpi di tamburo delle mie pulsazioni interne, cosa credete filarie che mi intasate l’intrico rosso smalto delle arterie, cosa credete blatte che attente insistete sulla soglia delle mie barriere? Le mie barriere che ho pòsto a vigilare confini che ho dimenticato… Che le mie lingue non siano fuoco e battano sui tamburi delle pulsazioni mie? Credete che lo stormo che si avvicina in erosione dell’aria alla mia testa infuocata io non sappia arrestarlo? Io ho appreso con dura fatica e spreco di amore a cancellare, so ripulire con il polso sfiancato e i tendini corrosi dalla stanchezza e dal sordo dolore le superfici meno adatte, i confini che neanche supponevo…
Manca. Crogiolìo. Fatto patogeno. Sia accluso il mio cervello di pietra e il mio cuore di riso al latte, ogni infanzia mia vissuta e rivissuta e vomitata in crediti e per conto terzi, sia incluso il proiettile splendido e cherubino che sto sparando da anni non veduto io, sia acclusa ogni sfrangiata seta disfatta dalle mie disperazioni ché questo sono e sono capace, io, se manca, di occludere la mancanza e di stabilire, certo signore che troneggia nel centro di qualunque ventricolo che abbia battaglia, il mio luogo regnante, la mia solitudine famelica, l’opportunità del lavoro interiore – il suo sfrangiarsi in molte fibre e io le rimirerò a una a una.


Ciotole dei pazzi. Cerchia dei pensieri. Zona dei segni indecrittabili e oscuri. Glottide dell’universo. Lamento intonato. Sasso. Rosso perduto. Lebbra silente. Lingua luce. Riga del nuoto. Flutto oscuro. Oscuro. Oscuro.
Sono cosparso di un chiarore di cenere: è male.
Dove il ghiaccio si apre ristà alto un bagliore: è male.
L’occhio declama all’altro occhio, che è di lei: è male.
Veniva dalla rosa: è male.
Mi risveglio traghettando: è male.
E’ male in figura di porco selvatico il sogno in cui l’uomo disperato apre la porta in legno e nella stanza buia allucina nella cavea: è un satiro, è una cerbottana, è una siringa, è una sampogna – sono oggetti simili, non appartengono al tempo.
Aggredite per me questa voce che dice che è tempo che sia tempo: è male?
Si riempie il bosco nero di pensieri di un destino in grugniti. Ma sono re.
Respiro. Salvezza. Attenzione.
Cosa credete lì fuori voi, mute feste di ruggine e crassi respiri affannosi? Voi colesterolo. Voi falsità senza perdono. Voi negazione di ogni negazione. Voi evitamento di ogni santo dolore. Voi compattezza che si sfarina allo sguardo regale. Voi oro finto masticato da denti in carie. Voi decisioni pressurizzate predecise e sistematizzate in manuali d’uso per idiota. Voi cancellazioni di voi. Voi cancellazioni di me. Si alzi la mia mano che è tremenda, si apra il palmo e si arresti la vostra carovana disastrosa, voi che siete in carovana lenta esasperata e ritenete di stare fermi in quanto chiamte “il luogo”.
Come disse la sorella recitando rimbombando nella conca mia acustica un pomeriggio ch’ero disteso sotto il raggio obliquo di luce traversato dalla polvere casalinga, a uno a uno io esplodo i proiettili destinati ai vostri crani, io lo faccio.
Bene, l’essere trasvolato sopra te: trasvolato.
Bene, l’eco sonora che anche io mi concessi quando dagli occhi tuoi traboccò il cielo: traboccò, concessi.
Bene avere visto di chi fosse la stella che vi brillava: vi brillò. Fu un attimo, un filo luminoso blurosso la mia vista, vide la stella, brillò, pulsò, si spense.
Bene che a quella vista io non gridai: invece gridai.
Gridai: o mancanza…
O mancanza tu sei la vergine delle sanguinanti, io sono le sanguinanti. Io vedo il crogiolìo patogeno e io so prostituire ogni mio gesto purché sia fatto riempimento alla conca che imprimi tu in me, o mancanza.
S’alza lo sterno.
Vorace è il respiro: è bene.
Fortilizi di un’età dai costumi misteriosi, da un buio cieco inghiottiti: avanzo verso di voi: è bene.
Mente crespe nella foresta pluviale sotto la striatura di indaco io vedo e posso scartare questa vista che bea la specie che rinnego: è bene, è la specie mia.
O mia mancanza tanto amata e tanto odiata, quindi ti sciolgo.
Istruzione per il discioglimento:
com’ella fosse un’immagine sopra carta incisa, colorata e crespa, ravvedendone tu il volto disegnato con perfetta simiglianza alla copia reale, muovi la mano dolorosa affinché con estremo disordine ed eco sia piagata la carta e venga osservato il fuoco che si alza sacrale senza orizzonte alla parete in cotto smangiato da precedenti fumi e sia vista la tua mano con gesto repentino lanciare tra cotali lingue di fiamma la carta con la di lei immagine recata in superficie e ora rovinata dalle piaghe, e sia contemplato veloce il lavorìo del fuoco che alimenta l’ultimo brillìo della carta fina, finché non sia ridotta a cenere nera assai compatta momentaneamente, e infine a frammenti volatili che si innalzano nella canna fumaria e sia scomparsa così quell’immagine che era stata vista.
Un ultimio brillìo: brillò. E’ bene.
Bene sororale, grande madre cielo non visto che in etere abbracci la folla in protesta della mente e essa arranca, sia dunque estinta la mancanza: secca la sete stessa, brucia il fuoco, alimenta ogni alimento, illumina la luce.

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