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Superamento dell’Apparente Grande Difficoltà

Si può affermare che accadono momenti, nell’esistenza, in cui l’allucinazione che gli umani definisono “realtà” (così stabile grazie alla memoria in stato di veglia, che collega istante a istante e ne desume un senso), si rovescia addosso all’individuo, provocando una dissociazione da quella stessa. Sembrerebbe un’onda anomala o, secondo una metafora alternativa, un enorme nodo da sciogliere. Può capitare che negli individui la percezione di quanto sta accadendo si appoggi a ciò che è stato trasmesso dalla cultura con cui l’uomo abita il mondo, e questo rovesciamento della realtà, che porta con sé il sentore della fine dell’individuo stesso venga in qualche modo nominato: il destino, la mala sorte o la sorte semplice, la disgrazia, l’inatteso, la fatalità. Oppure la percezione interna si dissocia essa medesima dalla dissociazione che la realtà opera sull’individuo, proprio quando questa sembra dirgli addio. L’umano elabora allora una cultura altra, un gesto che propriamente non è culturale e che non ha un’ospitalità certa presso il regno umano su questo pianeta, nonostante sia ripetuto dall’inizio. La sua natura è una certezza che si esprime attraverso esorcismi. Nell’esorcismo sembra esprimersi una speranza, invece si esprime una calma.
Dunque, l’Apparente Grande Difficoltà ha avuto risoluzione. Ciò che ci si attendeva, ascoltando la falsa verità del dato reale, era una smentita del dato reale. Nemmeno ce la si attendeva, tale smentita. Era, in un certo senso, assai logico e naturale che la Grande Difficoltà fosse falsa. Quando sarà oggettiva, si sarà giunti a percepire l’oggettività come un’increspatura dell’indifferenza.
L’Apparente Grande Difficoltà si è scongiurata da sola. Ciò che attende chi per ventura passi per questo stretto dominato dalle Sirene, è fare quanto fece Orfeo o quanto fece Ulisse, che sono figurazioni culturali di un più grande esorcismo, cioè di una più vasta calma. Si sta – in un modo calmo. Si continua a stare.
C’è un sollievo strano, come avere espulso una sostanza tossica, oppure avere vomitato, la pece è stata respinta dal sangue, la traspirazione è misurata, nello standard ci si muove osservando curiosamente se stessi e meditando gravemente sulla leggerezza conquistata, con la vaga vertigine di avere superato una montagna, osservando il profilo di quella successiva che si nascondeva dietro il massiccio appena attraversato, quasi non credendo più, come quando, ebbri per un alcolico ma non del tutto approdati all’incoscienza, si sorride soli al tavolo di una birreria e si saluta senza alcuna pulsione la cameriera che ha portato la bevanda, né grati né ingrati, prima di riprendere il corso dei pensieri.

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Dall’Almanacco Guanda: IL CORPO DEL CARDINALE

almanaccoguanda.jpg[E’ in tutte le librerie l’annuale Almanacco Guanda, curato da Ranieri Polese. A partire dal caso Gomorra, convocando critici e scrittori, che intervengono teoricamente o attraverso racconti, si discute di rapporti tra politica e narrazione, dagli scrittori «noir» (Lucarelli, De Cataldo, Fois ecc.) all’opera di romanzieri come Cordelli (Il duca di Mantova) e Siti (Troppi paradisi, Il contagio). Intervengono Arpaia, Biondillo, Breda, Caprara, Casadei, Casalini, Cordelli, Cortellessa, De Cataldo, Desiati, Franchi, Genna, Polese, Rebori, Savatteri, Stajano. Pubblico qui, ringraziando l’editore per il permesso, il mio racconto, in perfetta continuità con Italia De Profundis, l’ultimo romanzo, appena uscito per minimum fax. gg]
IL CORPO DEL CARDINALE
di Giuseppe Genna
Sia osservato.
E’ nudo. E’ anziano, ma ha il volto di un bambino gonfiato dal cortisone dopo una purpurea. L’incarnato è pallido, è della tonalità di certe fotografie ovoidali in ceramica sulle lapidi. I capelli radi, senza la zucchetta rosso porpora, erano insospettabili capelli di quella foggia chemioterapica. E’ nudo. Le braccia parallele al costato e alle anche e ridotte a una circonferenza minima, i bicipiti assenti, il ventre che sporge come una protesi e invece è gonfio per il rilascio addominale.

Italia De Profundis

Sul Riformista: Andrea Di Consoli su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
I booktrailer: 1234
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.
Andrea Di ConsoliAndrea Di Consoli è un intellettuale a tutto pieno: operatore dell’editoria, impegnato in radio, critico (anni fa lessi stupefatto Le due Napoli di Domenico Rea), poeta (La navigazione del Po mira a un’indistinzione riuscitissima di epica e lirica), ma soprattutto romanziere (con impianto anche sociologico la sua “raccolta” Lago negro, via via facendo emergere uno stile e un sentimento della forma che in Italia è sempre più raro, da Il padre degli animali a La curva della notte, che ne fanno l’autore di punta della narrativa Rizzoli). Non conosco personalmente Di Consoli, ma vorrei pubblicamente ringraziarlo per quanto scrive sul Riformista a proposito di Italia De Profundis.
Per quanto mi concerne, non ho mai ricevuto una recensione del genere . Al di là delle valutazioni in positivo, intendo, che qui si manifesta uno sguardo fraterno, si stabilisce un luogo di condivisione. Tale luogo di condivisione, mi sembra, si sta allargando sempre più tra gli scrittori italiani. Ciò che Di Consoli vede in IDP è, conoscendo l’opera dell’autore di origine lucana, qualcosa di intimamente anche suo, e di altri. L’insistenza sull’archetipo del “Padre” credo indichi una via di autoconsapevolezza di cui, soprattutto in Rete, si sta discutendo intensamente.
Oltre ai ringraziamenti, pubblico la versione integrale dell’articolo di Andrea Di Consoli.

Il de profundis di Genna per un’Italia in metastasi
Autopsia di se stesso – In questo romanzo viscerale, l’autore sovrappone la morte materiale dei padri a quella spirituale del Paese. Davvero nulla ci salverà dall’agonia?
di ANDREA DI CONSOLI
[da il Riformista]
Italia De Profundis (Minimum Fax, 348 pagine, 15,00 euro) di Giuseppe Genna (Milano, 1969) è un libro grandioso. E’ un’eruzione vulcanica, un’opera monstre, una potentissima deflagrazione dei saperi, dei generi letterari e della psiche. Non s’era mai letto un libro così potente, in Italia; un libro, cioè, dove ci fosse tutta la nostra contemporaneità: la depressione, l’ipocondria, l’ansia, la morte, l’amore, il sesso, il sadomaso, la disoccupazione, la letteratura, Milano, Palermo, le periferie, il lumpenproletariat milanese, l’eroina, l’autobiografia, la finzione, il villaggio turistico siciliano, la morte del padre, un’orgia transessuale, il sapere enciclopedico, il cinema, la Mostra di Venezia, David Lynch, Mantova, Berlino, Burroughs, Kafka, il narcisismo, l’autopunizione, l’agonia, l’eutanasia, il disprezzo, la pietà, gli ospedali, la psichiatria, il corpo, la difficoltà di amare e la sperdutezza. E’ un’opera-mondo, questa di Genna, sia pur costruita (felicemente) intorno a spedizioni punitive e conoscitive nei paraggi della propria vicenda personale. Il Genna che si sviscera e si scortica in pubblico, che pratica su di sé “installazioni”, e sperimenta sulla propria pelle pensieri e parole di inaudita intelligenza estremistica, è un Genna di intensità ed espressività ineguagliabile (che qui tocca il suo vertice). Questo libro è una totalità in cui l’autore milanese mette in scena se stesso, con pietà e con furore, in pagine di sconvolgente “indentramento”. Ogni parola, in questo libro, ha un costo altissimo (personale). Si parla, sia pure sotto l’effetto allucinogeno ed esaltante di una divina retorica, e di un mirabolante stile bellico e rabdomantico, di due cadaveri (l’autore, e l’Italia) che Genna scruta e “canta” con estrema freddezza autoptica. Genna fa autopsie poetiche. La superficie delle sue parole è calda di febbre, ma dentro, nel cuore di questo libro, c’è freddezza: la freddezza di chi percorre cunicoli e vene nascoste perché sente come scrittore il dovere di dire tutto, di sapere tutto, di non nascondere niente. Perché la verità, pare suggerirci Genna, bisogna guardarla negli occhi, anche quando si presenta sotto forma di orrore sociale, di malattia, di agonia: di cadavere. E non c’è mai moralismo, nel suo squallido attraversamento delle viscere della nostra Italia (lo dice lui stesso: Genna non è come D.F. Wallace, che si “nascondeva” nella letteratura). Genna espone ai miasmi della decomposizione la stessa letteratura, che ovviamente soffoca, e rischia di collassare. Italia De Profundis è un “canto” disperato e viscerale sull’Italia, e su un italiano preciso che si chiama Giuseppe Genna (protagonista del libro); un essere colmo di saperi ma privo di amore, un uomo che cerca la psiche e scopre (ripeto, a proprie spese) che la psiche è nel corpo “ferito a morte”; un essere che sa travestirsi, mistificare, depistare, esagerare, ricordare e dimenticare, cambiare, lamentarsi, commuoversi, ammalarsi e guarire, e che vive in un’accelerazione dei punti di vista che somiglia molto all’accelerazione impazzita delle cellule tumorali. Un libro, Italia De Profundis, sulla principale malattia dell’Italia contemporanea: il cancro. Su questo mostro che nasce dentro, e che si mangia il corpo vivo: un male spirituale, per Genna, un male dell’anima. Infatti il libro inizia con il racconto atroce della morte del padre (per cancro ai visceri); e racconta dell’agonia per cancro del padre della “fidanzata”. E’ come se Genna volesse dirci: l’Italia che ci è stata data è malata, e noi siamo figli di questa malattia. Ecco, Genna fa un lamento da “figlio”, sia pure incistandolo su un corpo da vecchio. La gioventù di Genna nasce già terminale e postuma; e fa rese dei conti senza aver vissuto a pieno quel che la vita sembrava promettere. C’è tutto, in questo libro: il disprezzo italiano per la poesia, la devastazione del paesaggio, la nevrosi somatoforme, la paura, l’odio, l’amore impossibile, l’autodistruzione commossa, una vita rapinosa vissuta al cardiopalmo. Tutte cose che imprimo alla scrittura di Genna “deformazioni” incredibili: ora più narrative e distese, ora più violente, fino agli esiti extreme dell’implosione totale (ci sono intere pagine quasi “illeggibili”). Qui non siamo più nella complessità moderna, ma nell’ultracomplessità caotica dei moventi, dei saperi, dei sentimenti, delle ragioni e dei torti. Un libro che fa male. Che punge come un siringa infetta. Che odora di quartieri periferici. Che odora di malattia: l’atroce malattia chiamata Italia, nel sintomo specifico chiamato Giuseppe Genna.

Italia De Profundis

Su 02blog.it: intervista su Italia De Profundis

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Gabriele Ferraresi è uno dei giornalisti più interessanti della leva che si è affacciata in questi ultimi anni. Alcuni suoi reportage surreali (come questo o questo) sono pezzi di pura letteratura. Non ho capito come mai ancora non si sia fatto avanti un editore per pubblicare una raccolta delle incredibili interviste di Ferraresi, tra le quali spiccano alcune imperdibili apparese su Cronaca Vera. Detto ciò, Ferraresi mi ha chiesto un’intervista su Italia De Profundis, da pubblicare su una specie di portale che non conoscevo: si chiama 02blog.it e, a mia detta, è interessantissimo. Ci si trovano dentro materiali sorprendenti. In ogni caso, l’intervista è stata realizzata. Eccone un assaggio e, in calce, il link alla versione integrale, per chi ne fosse interessato.

Intervista: Giuseppe Genna, Italia De Profundis, e il Paese che abbiamo disimparato ad amare
di GABRIELE FERRARESI
[da 02blog.it]
[…] Spesso in quello che scrivi – penso al Dies Irae, o anche ai tuoi noir di qualche anno fa, come Catrame – rientra il quartiere di Calvairate, che racconti come una personale Yoknapatawpha, e Italia De Profundis non fa eccezione. Che cosa non hai ancora raccontato di quell’aleph che si estende tra piazza Martini, viale Molise e piazza Insubria?
Calvairate, in IDP, fa la fine di “Giuseppe Genna”: finisce. Dalla morte di mio padre, e non per una mancata elaborazione del lutto, io non torno più nel mio quartiere di provenienza, questa specie di mostro architettonico e antropologico di cui, esattamente come “Giuseppe Genna”, desideravo liberarmi anche (ma non solo) per via letteraria. Potrei andare avanti anni a raccontare saghe di Calvairate – non ho ancora scritto nulla, in pratica, sulle vicende disumane o paraumane di quella zona. Davvero, come ogni zona metropolitana, è un labirinto di storie e io in realtà ho solo sfiorato i muri esterni del labirinto. Poiché però questo è il libro della fine, nel senso che da questo punto io non so dove vado con la scrittura (nemmeno so se vado), c’era da giungere al punto definitivo della disintossicazione personale, che è una delle prospettive a cui io guardo idiosincraticamente a quello che ho scritto. Rimangono scorie, ovviamente, ma esse non esigono più di passare attraverso il filtro letterario. In questo senso, ho iniziato ad aprire la crisi, come si diceva di Forlani o Fanfani ai tempi di immemorabili compagini governative […].

La versione integrale dell’intervista su Italia De Profundis

Italia De Profundis

Valeria Parrella su Italia De Profundis

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Questo libro non sa come ringraziare lo sguardo di Valeria Parrella, autrice de Lo spazio bianco, una delle migliori scrittrici in tutto il comparto narrativo in Italia. L’autore di questo libro sa come ringraziarla: lo fa ora, per l’intercettazione e le parole spese.

Valeria Parrella su Grazia
Italia De Profundis è un magnifico esempio di scrittura ibrida, un bellissimo libro che ha una sua peculiare virtù “risvegliativa”; è, citando lo Genna stesso, un’accelerazione verso forme inedite…

La recensione in formato pdf

Italia De Profundis

Italia De Profundis in libreria – Un brano inedito

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Il romanzo Italia De Profundis (minimum fax, € 15) è finalmente acquistabile in tutte le librerie e anche on line. Ne riproduco un brano che non è inserito né nel sito ufficiale né nella pagina di minimum fax. Si tratta di una parte del quarto capitolo, che ha per titolo il medesimo del libro, e descrive la scena italiana, prima di una traduzione della stessa in termini narrativi secondo prosa poetica

«Era, dunque, l’estate improduttiva e faticosa del 2007, ma già da due anni io sto male, da due anni io non mi riposo, non ci sono vacanze, ma soggiorni nella calura brevi, inappaganti.
Ci avviciniamo al luogo del racconto.
Stanno fondando un nuovo partito.
I periodi glaciali che non conducono a nulla di nuovo spaventano. Gli italiani appaiono indifferenti al clima psichico. Da vent’anni la loro collettività è entomologica, termitica.
Questo nuovo partito sostituisce i rimasugli rosastri del fu Partito Comunista Italiano, un terzo della nazione lo votava, ci credeva, veniva ripagato con un’educazione chiesastica ma colma di senso di contenzione, se non di contrizione.
Io sprofondo, parallelo ai miei concittadini, in un altro genere di disperazione: sconosciuta. Dapprima è un nucleo lontano, interno, una fusione fredda che osservo con stupore glaciale. I periodi glaciali conducono sempre a novità inattese: fenditure improvvise nel pack, sprofondamenti nel dramma, repentine ritirate delle nevi, discioglimento delle vedrette, spalancamenti di abissi impensati.
La disperazione cresce, si allarga, mangia spazio e ossigeno in me.
Gli italiani stanno raggiungendo il culmine dell’idiozia. Concionano. Berciano contro le tasse. Non si smuovono. Non intuiscono la crepa. L’orizzonte di deflazione psichica a cui stanno correndo incontro, con gioiosa incoscienza. Nemmeno la morbosità, nemmeno la rassegnazione, nemmeno l’indignazione hanno più presa su questo popolo diviso in due caste sommarie, la ricca e la povera che vive nella finzione di una ricchezza elusiva, l’agio ostentato a spese di una povertà occulta ritmata dal pagamento delle cambiali: debiti contratti per andare in vacanza in luoghi di culto estivo per vip e segnalati come costanti del desiderio dai magazine del gossip, questa stampa non patinata, in carta a bassissima grammatura e inchiostrata male, che viene sfogliata avidamente da due terzi del Paese.
Sono raddoppiate le procedure di pignoramento.
Sta incombendo, sulla nazione che utilizza il bene rifugio del mattone, la bolla speculativa edilizia, un tumore che partirà entro un decennio dall’area angloamericana e investirà come un tornado gli italiani, i proprietari di case, gli scopritori delle bellezze rumene della multiproprietà sul Mar Nero e sul Mar Caspio, i detentori di mutui trentennali, difficoltosi da ottenere dalle banche, codici proibitivi che richiedono un esame spettrografico condotto attraverso una miriade incontenibile di appretti cartacei, autocertificazioni complesse, impegni che rasentano il giogo dell’usura.
La spesa per la telefonia cellulare è la più alta del continente.
I SUV hanno invaso le metropoli, inutili abbozzi di Transformers»…

Italia De Profundis

Italia De Profundis: quarto e ultimo booktrailer

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxE’ da lunedì in vendita in tutte le librerie il romanzo Italia De Profundis, edito per i tipi della collana nichel di minimum fax. Il sito ufficiale (www.italiadeprofundis.com) è stato visitato da moltissimi lettori, tanto che ho dovuto allargare la capacità di banda: ringrazio davvero tutti (ricordo anche che ora il sito è affiancato dalla pagina onnicomprensiva sul portale minimum fax, dove il libro si può ordinare).
Intanto, dopo il primo, il secondo e il terzo booktrailer, ho caricato il quarto e definitivo. E’ un collage di immagini che fa riferimento al contesto esistenziale, a un capitolo specifico del libro (quello in cui “Giuseppe Genna”, per disperazione, diventa eroinomane) e all’indagine psichica che ho tentato di condurre col testo. La musica è tratta dall’album di Franco Battiato, Dieci Stratagemmi: si tratta del pezzo 23 cromosomi. Segue una lettura di un brano di Italia De Profundis, su immagini di un discorso di Nisargadatta Maharaj. In calce alla finestra video, c’è il testo che viene letto. Ecco dunque il terzo booktrailer:

Da Italia De Profundis
Ero un ragazzino magro dall’intelligenza mobile, che non percepiva l’usufrutto di quella difesa letale anzitutto per chi la utilizza e che ignorava che l’usufrutto non è eterno. Portavo pantaloni jeans elastici, ridicoli. Indossavo camicie col colletto alla cinese. Mi vestivo con skipper e cappellino da marinaio di Kronstadt, avvolgevo il collo da anoressico o ipertiroideo con un saffy che marchiava la mia appartenenza a chissà quale sinistra.
Ero polvere alla polvere, il muretto del cortile contro cui bambino facevo rimbalzare la palla veniva creduto Grande Muraglia.
Foravo il tempo con lo sguardo, incapace di capovolgersi in quel preciso momento. Riuscivo a intuirmi dopo vent’anni di una vita che non sapevo come si sarebbe effettivamente configurata, ma non tentavo minimamente di osservarmi in quel qui e in quell’ora. La renitenza dell’idiota, che avevo incluso nella fenomenologia che mi inchiodava adesso, era la medesima di quello sparuto e magrissimo anticipatore del disgusto presente.
Non riesco a vedermi, ma potrei scrivere una lettera lunghissima a quel ragazzino, saccente per anaffettività, disperato senza conoscere i motivi della disperazione e la calma che il desiderio di abbandono concede a chi si lascia vincere nel campo di battaglia in cui ci si deve lasciare vincere.
Chi ero? Ora e allora.
Chi eravate? Chi siete?
Alimento nella foresta della carne. Farmaco per sradicare la malattia che è la trasmigrazione tra vita e vita nella medesima esistenza. Lento lavorio, invisibile, acutissimo, ultrasottile.
La morte riduce il ciclo dell’azione – non lo estingue.
Quante volte ero morto, io? Quante morirò?
“I pensieri del suo diario ritornavano indietro ad altre identità”: l’intero mondo aveva valenza ed è una falsa identità.
Ulteriori discorsi oggi sulle “barriere” e gli “scopi”.
La condizione del bisogno assoluto espresse il procedimento conosciuto come “sopraffazione”. Non rispondere. Cosa avrebbe potuto “sopraffare” quella persona che eri tu e sei tu, essendo persone diverse e la medesima persona allo stesso tempo? L’aria? Non rispondere. Il grande vento che faceva roteare quello che avresti potuto avere… Cosa vorresti? Cosa avresti voluto?
Attraversare la porta dello spavento supremo. E’ tutto quanto rimane da compiere.
Non è compiuto.