La donna del Ki

Tu sei colei che all’incrocio degli assi sta, nel punto fermo, da dove la danza si fa e si osserva, armonica delle membrane esterne e dei fluidi che avanzano rigogliosi, obnubilando la nostra crescita parallela, disconnessa, diseguale. Come il seme di senape contiene l’albero della senape stesso, tronco disumano e virgulti che sorpassano le immagini, ti poni nelle radici mentre pronunci sillabe di paura e stoni il canto nella stonatura perfetto e saturo di sé, che saetta immediato, dove non sono presente e, inaudito il canto stesso, io perdo senso in dissennato ascolto.
Lieve terra che costudisce il seme.
Umane ambasce che irretiscono i retaggi.
La tela delle necessità, l’aracnide che avanza, come in una poesia non ricordata e tradotta male di Ted Hughes, o nel frontale di Nôtre Dame de Paris: il libro è muto, tu sei muta e ogni lingua sprigiona da te: io ti ascolto.
Sconosciuta ai più me stessi.
Radiosa lallazione, inizio che mi precede.
Io nella casa cava sono distante dalle cose disumane, io avanzo per tentoni verso carni stellari, esse si modificano in progresso inarrestabile, disciogliendo da sé i nodi, senza fissa dimora.
Ti sono sotterraneo, smuovo da sotto il terriccio secondo lo stampo dei tuoi passi a me superni.