Ken Kalfus: ‘Nota’

Il racconto di quello che David Foster Wallace definì “uno scrittore importante in ogni senso della parola, perché ci sono scrittori divertenti, e scrittori brillanti e innovativi, e scrittori sapienti capaci di commuovere, e Ken Kalfus ha tutte queste doti…”

di KEN KALFUS | da Sete, Fandango, 2002

Copyright © 1998. Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo paragrafo può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, orale o telepatico, compresa la fotocopia, la registrazione, la trascrizione, il ricalco, la stampa a inchiostro, o a secco, il ciclostile, il ciclostile ad alcol (a scuola, le copie venivano scambiate tra le classi, e ce le distribuivano quando erano ancora calde e umide, con l’inchiostro che portava con sé una fragranza corposa e tossica che ci costringeva a spiaccicarci i fogli di carta sul viso mentre pensavamo: ecco allora è questo l’odore del blu), la telescrivente, il telefax, il telefono, il semaforo, la scrittura nel cielo come gli aerei che lasciano la scia, il sussurro, la seduta spiritica, la confessione, FTD, floppy disk, hard drive, RAM, la calligrafia precisa e attenta tracciata su una rarissima pergamena, o con qualsiasi altro sistema di archiviazione e informatizzazione, senza il permesso scritto, eccezion fatta per brevi citazioni inserite in articoli, recensioni, profili, commenti, biografie, commedie musicali, spettacoli a soggetto e annunci di premi letterari. Le richieste per ottenere il permesso di riprodurre parti consistenti di questo paragrafo devono essere inviate all’autore (che davvero ancora conserva questo felice ricordo del vapore alcolico del ciclostile, che, se inalato a pieni polmoni quasi fosse un campione di aria proveniente da un campo verde e lussureggiante, produceva un’indiavolata sensazione di vertigine, combinata agli altri esaltanti effetti della carta stampata) che, diciamolo chiaramente, sarebbe onorato di ricevere posta di tal sorta e considererebbe queste offerte in una luce quanto mai favorevole, poiché, malgrado le frasi sopracitate, l’autore vorrebbe che questo paragrafo fosse trasmesso in tutte le lingue e in qualsiasi forma tecnologica, non certo per ragioni personali o finanziarie ma per portare alla luce e all’attenzione di tutti un’altra, l’ennesima, sfaccettatura del Tutto. Scrivetemi una riga, niente più. Il mio indirizzo e-mail è 72754.2514@compuserve.com Eccezion fatta per i casi palesemente satirici (un’eccezione che si applica a questo intero paragrafo, che simula i meccanismi di creazione di copyright ma è privo di qualsiasi protezione in quel senso), tutti i personaggi in questo paragrafo sono fittizi, e qualsiasi somiglianza a persone reali, viventi o decedute, incluso l’autore, è puramente accidentale o almeno imprevista. Tra ciò che descriviamo e la verità si insinua un confine sbiadito, che qualsiasi scrittore, nei suoi disperati vagabondaggi, è destinato ad attraversare quasi per caso, per poi, senza accorgersene, tornare serpeggiando sui propri passi. (Non sono ancora soddisfatto della descrizione dell’inchiostro. Ci sono altri dettagli: la carta imbevuta di blu, che ammorbidisce e avvolge le lettere, come se la carta stessa fosse ebbra, lievemente alterata, intossicata dall’inchiostro. E così il colore delle lettere si faceva più leggero, come virato in viola, una trasformazione che sfuggiva a qualsiasi similitudine prima che scorgessi il rossore dell’alba di una mattina d’estate, alcuni anni dopo. Non ho mai visto la macchina dei ciclostilati, ma l’ho sempre immaginata come uno strumento grazioso, azionato a mano con una serie di grosse leve. In fondo la vista di trenta adolescenti che si schiacciano in faccia i fogli di carta calda e fresca di inchiostro come se fossero impegnati in qualche cerimonia di un culto segreto non mi era mai sembrata così degna di nota. Una ragazza che conoscevo dai tempi dell’asilo – con la quale ho spesso viaggiato seguendo gli intrecciati sentieri della vita senza quasi averle mai parlato – scostava il foglio di carta dal viso con un sospiro di soddisfazione che mi eccitava per un istante facendomi un poco innamorare di lei, e subito dopo mi spaventava, non appena mi ricordavo della sua impenetrabilità. Nella nostra innocente e modesta scuola da quartiere residenziale, osavamo pronunciare battute sul nostro bisogno di farci una dose di inchiostro, e ad aprile e a maggio appallottolavamo i compiti in classe e i temi scritti a ottobre e a novembre, mesi che ormai ci sembravano lontani, un ricordo della nostra infanzia, pieno di promesse eppure perso per sempre. Dopo un paio di semestri, dalle profondità del mio armadietto si alzava un profumo come sbiadito e per nulla eccitante, che era poco più che una funzione della memoria. La memoria resiste ancora a una descrizione completa. E dopo questo ennesimo fallimento che senso avrebbe pretendere un copyright?). Il paragrafo contiene il testo integrale dell’edizione rilegata in copertina rigida. Nessuna parte è stata omessa.

Biobiblio

Ken Kalfus è nato a New York nel 1954. Ha esordito nel 1998 con i racconti raccolti in Sete (Fandango). Nel 2000 è stato finalista al Premio PEN/Faulkner per la raccolta di racconti Plutonio 239 e altre fantasie russe (Mondadori) e nel 2006 è stato nominato al National Book Award per Uno stato particolare di disordine. Il suo libro più acclamato è Il compagno Astapov (The Commissariat of Enlightenment del 2003, recentemente uscito dal catalogo Mondadori e ripubblicato da Fandango).

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