Tu cavalchi un toro morto, Europa

Tu cavalchi un toro morto, Europa, i capelli sfilacciati al vento, sono di stoppa, l’esoftalmo che piange muco, la parte destra del tuo corpo nudo piagata da lividi in cancrena, i linfonodi gonfi come grappoli di uva appassita e dura, a sinistra ponfi, tu lo cavalchi senza respiro, le sopracciglia estinte dal volto dilatato e pastoso, vacue l’iridi, tu cavalchi un toro putrefatto, che perde i polmoni dal ventre squarciato e corre per inerzia inesplicata. Le tue braccia fioriscono tumori, i tuoi denti anneriti. Fulminea trapassando ad arco per terre senza cielo, e decollando in immensa velocità della accelerazione, con rumore di zoccoli e metallo in concrezione, punta lo sguardo bucefalo il toro ormai svuotato verso ciò che sta di fronte ed è un baratro d’aria, l’abisso orizzontale, la perfezione a cui hai sempre ambìto tu, Europa. Il cranio leso, in più punti le suture scollano lembo da lembo, dài ai fedeli del tuo corpo il tuo corpo, la malattia di un inverno perenne e un’estate senza gocce, aspra la sudorazione che a rivoli riga in acidi la tua pelle che fu alabastro. Oh!, la vicenda dei cuori, Europa, che estratti da umani costati hai passato con filo di ferro e trascini in fila al tuo trotto velocissimo, bissi immagini ripetute e non ti muovi accelerando, la fronte che mostra nello squarcio il luogo centrale della gemma, strappata, l’osso frontale scheggiato, le unghie scollate, la spina calcanea che fora il callo al tallone, le anche fratturate e tu urli – stridii che uditi distanti captano per gioia o, di sollievo, sospiro. Tu cavalchi un toro irsuto, Europa, morto, di spine in metallo e di sarcomi accesi, le corna consumate dal vento e incrinate dal tempo, immensamente antica e dimentica di questo sei la vecchia, sei la paralitica, sei la terminale consunta, la crisalide non abitata dalla gemma del tempo strappata dalla fronte tua, e calpesti zoccolando nella tua corsa che finisce la piattaforma felice che a sud è per te ultimo sostegno, urlando senza voce, sabbia in gola ed è sabbia d’oro, oro che hai inghiottito, tu tutta piombo fatta, vene imbottite in iniezioni di argento, occhi placcati di stagno, capelli induriti in massa di flusso in nichel, lingua di uranii, caviglie in peltro, fatta tutta ferro su un pezzo informe di carne enorme che si staglia e si stacca correndo, verso dove?, aggrappata alle corna di oro decaduto a carbonio tu cavalchi verso lo choc frontale, Europa, l’epidermide di metallo duro e alcalino, toro in putrefazione, verso la sorda nera parete di vuoto che irradia, lì finisci nella tua ambìta perfezione, da tempo.
Noi, i mondani, trascinati, nella soglia di tale salto, noi non ci perdoniamo, noi domandiamo il vostro perdono, santissimi altri.

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