Mozzi: ‘Amore’. Da ‘Il male naturale’

Compio nuovamente un gesto che nel 1998 costò parecchi problemi a Giulio Mozzi: la pubblicazione del suo racconto ‘Amore’, a mio parere uno dei più perfetti pubblicati in Italia negli ultimi 25 anni. Dal libro che ora è nuovamente disponibile, grazie a Laurana.

Anni fa io causai un grave danno a Giulio Mozzi, pubblicando il suo racconto Amore sul sito Mondadori. Il racconto era una delle tessere più importanti (forse la fondamentale) del libro Il male naturale. Era il 1998. Accaddero cose spiacevoli, ci fu una ormai leggendaria interrogazione parlamentare da parte di un deputato leghista. Ciò apparentemente coprì il fatto che era il libro che doveva essere valutato leggendario, poiché la leggenda è la letteratura e Il male naturale di Giulio Mozzi è la letteratura tutta.
A distanza di tredici anni questo libro di Giulio Mozzi, come era necessario che fosse, torna nuovamente in libreria, per i tipi Laurana. Rispetto alla prima edizione mondadoriana, vi si trovano una nota molto circostanziata dal punto di vista storico, in cui Giulio Mozzi fornisce il resoconto di quanto accadde fuori dal libro, anche per colpa mia, oltre che per responsabilità della bêtise umana, che è sempre responsabile. C’è inoltre una molto intensa postfazione di Demetrio Paolin.
Ho dichiarato quanto penso, in maniera assai stringata, del libro di Giulio Mozzi. Ho dichiarato pubblicamente quanto io a tutt’oggi mi senta in colpa per quanto accadde.
Mi è necessario oggi riproporre Amore, esattamente come allora e per i medesimi motivi per cui misi lo misi on line. E’, a mia detta, una delle narrazioni poetiche più vicine alla perfezione di quanto io avverto essere la letteratura, la sua abissale ambiguità. Questo racconto equivale, a mio parere, a un tao morale e teologico in forma letteraria. E’ quindi un testo impossibilmente prossimo, come molti altri nella storia della letteratura, alla scrittura sacra. [gg]

Amore

di GIULIO MOZZI | da Il male naturale (1995; Mondadori, 1998; Laurana, 2011)

Il bambino disse: «Voglio una pistola».
L’uomo disse: «Va bene». Guidava piano, cercando un parcheggio.
All’Upim il bambino guardò tutte le pistole. Ne scelse una a tamburo, di metallo nero e lucido, con l’impugnatura di legno. Prese anche una confezione di cartucce e una cintura da pistolero con la fondina. L’uomo pagò tutto.
A casa, l’uomo portò subito il bambino in bagno. Lo spogliò e lo mise nella vasca da bagno. Lo lavò con cura, con il bagnoschiuma e la spugna. Il bambino stava dritto in piedi dentro la vasca.
L’uomo avvolse il bambino nell’asciugamano grande, lo portò in camera da letto e lo distese sopra il letto grande. Aprì l’asciugamano e cominciò a massaggiare delicatamente il bambino. Lo toccava appena con la punta delle dita.
Quando l’uomo toccò l’inguine del bambino, il bambino disse: «Portami la pistola». L’uomo andò nell’ingresso e prese la pistola dal sacchetto dell’Upim. La diede al bambino.
Poi l’uomo si spogliò e si distese sul letto vicino al bambino. Stava disteso sul fianco destro e accarezzava ancora il bambino con il palmo della mano sinistra. Il bambino era disteso sulla schiena e teneva la pistola nella mano destra. Guardava il soffitto e ogni tanto tendeva il braccio destro verso l’alto.
L’uomo baciò i capezzoli del bambino e poi cominciò a leccargli il petto. Il sesso del bambino si mosse appena. L’uomo lo prese in bocca e cominciò a succhiarlo lentamente. Il bambino non si muoveva quasi più e teneva il braccio destro, la pistola impugnata, appoggiato al letto.
«Lascia stare la pistola, adesso», disse l’uomo. Il bambino disse: «No». Si inginocchiò e cominciò a toccare il sesso dell’uomo con la canna della pistola. L’uomo si abbandonò.
Il bambino si sedette sopra il petto dell’uomo. Strinse la mano sinistra alla base del sesso dell’uomo, che era diventato gonfio, e continuò a toccarne la punta con la canna della pistola.
L’uomo si sollevò appoggiandosi sui gomiti. Era quasi seduto. Con entrambe le mani prese il bambino per la vita. Ruotò in modo da appoggiarlo sul fianco sul letto. Aprì le gambe del bambino, infilò la testa in mezzo e di nuovo prese il sesso in bocca.
Il bambino cominciò a leccare il sesso dell’uomo. Evitava il glande e la radice, lo toccava appena con la lingua, piccoli colpi senza appoggiare. L’uomo invece teneva tutto il sesso del bambino dentro la bocca. Poi il bambino si distese, chiuse gli occhi.
Con un brivido il bambino venne, una sola goccia molto liquida. L’uomo la inghiottì, pulì il sesso del bambino con la lingua. Il bambino rimase fermo, gli occhi ancora chiusi.
«Fai venire anche me», disse l’uomo.
Il bambino disse: «No», senza aprire gli occhi.
«Fammi venire», disse ancora l’uomo.
Il bambino aprì gli occhi e si inginocchiò. Puntò la pistola in faccia all’uomo, tenendola con tutte e due le mani. «Ti uccido», disse.
L’uomo disse: «Io ti voglio bene».
«Non devi muoverti», disse il bambino. Con la mano sinistra continuò a tenere la pistola puntata in faccia all’uomo. Con la destra prese il sesso dell’uomo vicino alla punta e lo strinse forte.
«Mi fai male», disse l’uomo. Ma non si mosse.
Il bambino disse: «Se ti muovi ti uccido». Abbassò la mano destra e scoprì il glande dell’uomo. Cominciò a pizzicarlo con il pollice e l’indice. L’uomo chiuse gli occhi.
L’uomo venne sussultando. Lo sperma, molto e denso, bagnò la mano del bambino. Il bambino sfregò la mano sporca sulla pancia dell’uomo.
L’uomo restò disteso con gli occhi chiusi, respirò a fondo tre volte, quattro. Aspettò un poco. Disse a bassa voce: «Adesso ti riporto a casa, amore».
«Ti sei mosso», disse il bambino. Infilò la canna della pistola nell’ombelico dell’uomo e cominciò a spingere.

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