“Il mio paradiso è deserto” di Teresa Ciabatti

ciabatti

Il suo paradiso non è deserto: Teresa Ciabatti e il nuovo romanzo contemporaneo

di GIUSEPPE GENNA

Il nuovo romanzo di Teresa Ciabatti, Il mio paradiso è deserto, ruota intorno a Marta Bonifazi, a mio avviso tra i personaggi indimenticabilii della nostra narrativa contemporanea. Un meccanismo narrativo perfetto, che si intrude nella realtà di vilipendio morale e fisico che è la cifra di questo presente. Gli scrittori italiani non sono bene allenati a questa forma di racconto, che pendola tra realismo apparente e trance tutt’altro che immaginaria. Si ritroveranno in Joyce Carol Oates e Alice Munroe (ma anche in certe accelerazioni di Elizabeth Bishop) gli stilemi del processo narrativo di cui Teresa Ciabatti offre a profusione esempi, materia di incanto e meditazione.
3-Ciabatti_IL-MIO-PARADISO-E-DESERTO_300dpi-660x1034Gli incastri sono padroneggiati con una tecnica raffinatissima, momenti di visione e sensazione sono fatti esplodere con invidiabile sapienza, le strutture rispondono all’esigenza di una scrittura che necessita e urge dall’interno. La contemporaneità viene letterariamente fenomenologizzata, per me in maniera inattesa poiché sono pochi attualmente in lingua italiana a condurre una ricognizione drammaturgica così orientata all’espressione del disagio e del formidabile di un’epoca.
E’ un castello labirintico dalle finestre rotte e dalle porte spalancate, quello edificato da Teresa Ciabatti: una perfezione dell’arzigogolo ricondotto a norma della visibilità e una tecnica degli spazi aperti da cui spira un vento forte e foriero di tempeste, che coincide con l’aria del tempo in cui la scrittrice è immersa insieme a noi. Ciabatti, evidentemente tra le migliori autrici attuali, sa dosare la frenesia e la libido del racconto, mediandola con una raffinatissima ragione del male supremo, quello banale e polveroso, disappropriante e dissociativo, nel cui vuoto ci muoviamo e agiamo e respiriamo.
Lo sguardo intercetta sguardi, li restituisce in un vorticante e repentino choc, che simula le grammatiche del trauma. Un esempio – si segua nella scena che propongo sotto lo sguardo della scrittrice, che forza la lingua a un basso parlato, del tutto funzionale a un momento medio e mediocre dell’azione, per fare baluginare una possibilità di epifania, quasi sempre figlia della luminosità in questo romanzo:

«Senti un po’, dì a ’sto stronzo di tuo zio quanto serveper mettersi a produrre vino.»
Fu in quel momento che gli sfilarono davanti Marta e Lorenzo. Sebbene vicini, il sole cadeva perpendicolare sul ragazzo, una lama di luce solo su di lui, il resto in ombra. O così sembrava ad Attilio.
Successe anche che in quella luce i loro sguardi si incontrassero. Si fissarono per un attimo.
Era più forte di lui, non riusciva a non guardarlo.
Probabilmente l’altro se n’era accorto. Impossibile, Attilio faceva di tutto per nascondere quella cosa che gli vorticava dentro, quel vulcano. Era bravo a dissimulare.
«Tra mezz’ora ci mettiamo a tavola» cinguettò Luisa.
«Io non mangio» rispose Marta.
«Ma tesoro…»
«Non rompere il cazzo.»
Concentrato sull’oggetto del suo desiderio, Attilio non ebbe la prontezza di rimbeccare la figlia, di avvertirla che non doveva azzardarsi a rispondere così alla madre, altrimenti le arrivavano dritti dritti due ceffoni in piena faccia, no, lui tornò a parlare con Saverio della vigna, mentre con la coda dell’occhio seguiva il ragazzo camminare tra le foglie cadute, avanzare sempre più, fino a sparire dalla sua vista.

La sequenza di scene che cercano e trovano la memorabilità è tutta giocata sulla presenza di oggetti, desideri, forme, di cui l’autrice de Il mio paradiso è deserto intravvede i fantasmi: una legione sterminata di “io” che si avvicendano, determinando le patologie, che sono autentiche mozioni d’ordine narrativo. La narrazione, come sempre nella scrittura di Teresa Ciabatti, è l’espressione di patologie, essa stessa un momento patologico, neurotico, vòlto a ricercare l’espressione e la retorica di questa corrente universale in cui vita e malattia sono inestricabilmente congiunte, elettricamente quintessenziate, e rappresentate attraverso scorci di purissima letteratura.
Sgargiante per apici di eccessi e per improvvise ricadute, la trama apparentemente realistica del romanzo rende inverato lo slogan di battaglia e di poetica di Siti, a cui la narrativa di Teresa Ciabatti si avvicina con cautela (il titolo sembra rimbalzare contro i Troppi paradisi di Siti): il realismo è l’impossibile e le storie sono un’ambiguità costruttiva che redime la memoria nel momento in cui la espone al vuoto dei sensi.
Va da sé che consiglio vivamente questa lettura, e in particolare agli scrittori, sebbene Il mio paradiso è deserto non sia un libro per scrittori: osservino attentamente l’officina di quest’autrice che fa innamorare della tramatura per ritrarsi venefica in spazi che paiono ematomi della fantasia, vuoti a perdere immaginativi, trance capace di cullare ogni trauma e di ristabilire la coscienza e il piacere che vengono negati altrove, nel mondo e nella storia che ingannano e deludono gli umani.

 

Il mio paradiso è deserto

di GIANCARLO LIVIANO D’ARCANGELO | da l’Unità, 3 aprile 2013

Nella mente di Marta Bonifazi, la protagonista «Il mio paradiso è deserto» (Rizzoli 2013), ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, esiste un passato che ha le fattezze di un sogno perfetto, e in cui la luce dei ricordi mostra solo cose belle, e al contempo prende forma un futuro che aspira a essere altrettanto perfetto, idilliaco, magico. Nel mezzo, c’è un eterno presente, orrorifico e sarcastico, ricco di colpi di scena, la storia dettagliata della forma mentis di una donna che non è come vorrebbe essere e come la società la concepisce e l’accetterebbe tributandole amore e ammirazione, ossessione moderna di ciascuno di noi perduti sul palcoscenico dello spettacolo, addestrati come siamo a vederci vivi e felici nel futuro, amati, vincenti, applauditi. Perché Marta Bonifazi è la figlia di uno degli uomini più importanti di Roma, dell’ottavo Re di Roma, e il suo futuro ha le sembianze di un sogno caramellato e televisivo, un idillio perfetto da M-Tv. Passato, presente e futuro sembrano ondeggiare di continuo nella sua mente, sembrano determinarsi meccanicamente per poi cancellarsi con assoluta schizofrenia.
Nell’infanzia Marta è stata una bambina felice. La sua è stata una famiglia felice, e in quel passato rimestato, ripassato di continuo con frenesia ma con lo sguardo cristallizzato dell’attualità, i Bonifazi sono sempre immobili, splendidi, statue di cera, figure-specchio che brillano come estasiati dalla loro stessa perfezione. Il futuro che Marta desidera invece sarà palingenetico, ci sarà una miracolistica liposuzione, smetterà di essere la ragazza obesa che sfila sgraziata e rabbiosa in ogni pagina combinando disastri e incolpando tutti fuorché davvero se stessa. Sarà bellissima. Sarà magra. Sarà desiderata, invidiata, sarà, ancora una volta, applaudita. Il presente, in questo meccanismo triturante, è allora solo un tempo intermedio, che esiste solo nella nuda successione nei fatti, narrati con ritmo pirotecnico e chirurgico talento narrativo. Emerge come metro di paragone con passato e futuro, come tempo cronologico e non psichico, tanto che verrebbe da chiedersi leggendo, se la vita non sia davvero questa triste interruzione tra il sogno di cosa saremo e il ricordo di cosa siamo stati. Per molti sembrerebbe proprio di sé. Ed è sul sospetto che le cose stiano esattamente in questo modo che scaturiscono la nostra rabbia o la nostra frustrazione, quando come Marta inseguiamo una dopo l’altra tutte le deviazioni possibili pur di realizzare l’irrealizzabile, pur di inseguire i nostri modelli precostituiti.
Per Marta l’ossessione è la liposuzione. E per noi? Per cosa siamo disposti a rinunciare alla felicità presente? Per Marta il presente sottomesso al futuro è terrore degli specchi. È la velocità di un’auto, la sua, che si lancia in una corsa folle e inutile investendo un uomo. È andare a una festa e odiare tutti quelli che le sono intorno, è odiarsi, percependosi diversa da tutti. È pagare un’amica perché lasci in pace il ragazzo che le piace. È minacciare il padre. Detestare la madre, e poi amarla, e detestarla ancora, perché nella perfezione di quel corpo femminile non si trova niente di proprio, nessun senso di appartenenza. E nonostante tutti questi sforzi lasciarsi soggiogare ancora e ancora dal più dorato e al tempo stesso dal più crudele degli incantesimi: Le sue azioni non avevano conseguenze. Marta Bonifazi aveva un privilegio unico al mondo: poter tornare indietro nel tempo. Annullare gli sbagli, cancellare i fallimenti, cambiare il passato. Un’illusione, più che un incantesimo, perché le conseguenze sono su se stessi. Così come, al contempo, è un’illusione la nostra immagine idillica del futuro. Non può che essere così. I sogni sono personali, nessun altro li può condividere identici ai nostri. Ogni paradiso è deserto. Nei sogni si è sempre soli, ed ecco perché l’infelicità di Marta è comune a tutti i Bonifazi.
Il paradiso di Pietro, il fratello maggiore di Marta, è lontano dalla sua famiglia, dalla sua città, dalla fidanzata Melania. È altrove insomma, in un posto in cui nessuno lo conosce, in cui nessuno è ossessionato dai suoi falsi successi all’università. Il paradiso di Luisa, la madre di Marta, è un paradiso di dolcissime assenze e attese. Il paradiso di Attilio, padre di Marta, è l’eterna giovinezza, è non vedersi mai vecchi negli occhi degli altri, nemmeno in quelli del suo giovane amante sul quale credeva di esercitare un potere gigantesco e di fronte al quale invece si riscopre debole, vecchissimo, incerto come non lo era mai stato. Nemmeno il denaro, in questa crisi di umanità, funziona come cura. Perché nell’ossessione del possesso ci sarà sempre una perfezione più esatta da inseguire, e ci aggrappiamo a una foto di famiglia ritoccata con Photoshop per convincerci di essere davvero così, felici e senza difetti perché la felicità non è mai difettosa. Fino a che il futuro non arriva sottoforma di vecchiaia, e si dissolve. Perché, come dice il più vecchio amico e consigliere di Attilio Bonifazi, Da vecchio ti sogni bambino. Quando il tuo paradiso, oltre che deserto, è ormai irrimediabilmente anche più vicino.

Annunci