Nic Pizzolato, creatore di “True detective”, e il suo romanzo “Galveston”

$(KGrHqZ,!iYE+uKnoUPFBQOi4gnH1g~~60_35Sto leggendo alcuni libri in questi giorni; uno è la traduzione italiana dell’unico romanzo scritto da Nic Pizzolatto, il creatore di “True detective”. Il romanzo si intitola “Galveston” (qui su Amazon) ed è edito in Italia, in fastidiosa traduzione, da Mondadori nella collana Strade Blu (qui su iBS).
“Galveston”, che Pizzolatto ha scritto nel 2009, non ha nulla a che vedere con il nero atrabiliare e metafisico di “True detective”. Non c’è sfondamento, in quel senso. E’ un super-Elmore Leonard, piuttosto, con meno secchezza e uno stile più lussureggiante. La formidabile descrizione del territorio – una Louisiana sovrapponibile a quella del serial tv – è funzionale all’immaginario. Il regime metaforico tende chiaramente, nelle derive descrittive del paesaggio, al trascendimento metafisico; il discorso sulla “consapevolezza” e l'”attenzione” è sottotraccia: incombe, letteralmente. Esploderà nella scrittura del serial tv più sconcertante dell’epoca digitale, “True detective” per l’appunto. Paludi e sconfinamenti in Texas, raffinerie abnormi e isole fluviali, vegetazione sterminata e polverosa insieme a motel sul punto di diroccare, ombra inquietante e luce abbacinante: ecco lo scenario che prima si fa allegorico e poi direttamente metafisico. Sono le quinte di un dramma assoluto.
Alcune notazioni per gli amanti (moltissimi) del serial televisivo: il protagonista di “Galveston” è il ritratto sputato di Rustin Cohle ad altezza 2012; una sua mania casalinga consiste nel ritagliare un esercito di figurine a forma umana da lattine di birra Lone Star; mentre è in fuga, il protagonista, Roy, si imbatte in una catapecchia a dir poco delabré, con tanto di zanzariera sbrecciata alla porta, e il commento dell’autore è che si tratta “della tipica casupola locale in cui i motociclisti producono metanfetamina”. I piani temporali rimbalzano tra 1987 e 2008. Il protagonista, Roy, ha pochi mesi di vita in apertura del libro, per via di una metastasi diffusissima nei polmoni, ma già a pagina 50 si sa che vent’anni dopo è sopravvissuto, esattamente con l’aspetto che ha Rust Cohle in chiusura di serie (perfino l’occhio distrutto del personaggio è descritto in “Galveston” come se fosse, con precisione sorprendente, quell’occhio devastato che Matthew McConaughey rende immobile e nirvanico mentre pronuncia l’enormità comica che la luce sta trionfando).
Tutto sommato: un libro assolutamente trascurabile, a fronte del capolavoro che è uscito dalla penna di Pizzolatto nella scrittura del serial, però utile a osservare come l’immaginario viene consolidandosi, articolandosi, in una lenta ecpirosi in cui deflagra tutto l’universo immaginario medesimo.
Quest’ultima osservazione mi importa. Non si deve scordare che “True detective” è scrittura. Il rimbalzo onnipotenziale tra oggetti e scene e sequenze ed episodi e nomi e personaggi e particolari, che rende alto il voltaggio dell’attenzione, stressando tutte le retoriche, è letterario. Non c’è possibilità di narrazione, senza compiere l’opera letteraria. Il tentativo di riduzione a narrativismi generici o psicologici è fallimentare, come dimostrano le interviste post-promozionali HBO a Nic Pizzolatto e Cary Fukunaga, nell’interessante post-trailer che verte sull’episodio finale della serie “True detective” (il video in apertura di post).
Resta, la storia scritta? Resta, l’immagine? E cosa è il personaggio, in tutto ciò? Ne dà un esempio definitivo lo stesso Nic Pizzolatto, scegliendo l’eblema che è vuoto, e in “Galveston” e in “True detective”. Questo emblema, davvero vuotissimo, domina la visione nel video qui sotto. C’est tout.