Ancora in elaborazione del lutto per la precoce perdita di “True detective”, incappo nella fine annunciata della seconda stagione di “House of cards”. La puntata che chiude la stagione è forse la migliore di sempre. Lo show diventa compassato, silenzioso, carico e intenso in emotività e rimozione. Si tratta di un serial tv shakesperiano, il migliore negli ultimi anni a mio modestissimo avviso, a parte “True detective” appunto, che non appartiene al dominio televisivo o cinematografico, in quanto è arte. In “House of cards” è strepitosa interpretazione di Kevin Spacey, nel ruolo di Frank Underwood, capo dei deputati democratici al Congresso, protagonista di un’unione coniugale che si ispira dichiaratamente al “Macbeth”, artefice di complotti che investono Stati e stati di coscienza. Dominio totale dei registri espressivi, vocali, fisici e delle ellissi, da parte di questo strepitoso interprete, che alza l’asticella della recitazione televisiva. Lo consiglio vivamente a chi ama il “nero”.
PS. Tutto però manca di una profondità narrativa essenziale: lo scarto e l’ellissi non bastano, così come non basta l’accumulo che DEVE culminare in un aforisma, spesso di calco scespiriano. E’ semplicemente gigantesco Kevin Spacey, ma la regia è normale e anche le svolte e gli snodi sono normali, nel senso che si cerca la sorpresa attraverso un meccanismo necessitante. Tempo e spazio non sono distorti. Se compare una pistola, essa sparerà.
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