
Vorrei dire qualcosa a proposito della retorica inflazionistica su editoria, editoria 2.0, editor, puttanate che riguardano il digitale, distribuzioni, editing a dire poco imbecilli, enfatiche profezie sul ruolo dell’e-book. Scrive uno che è a contatto col digitale dal 1991 e non è quindi tacciabile di conservatorismo o reazionariato culturale. In questi tre (tre) anni di involuzione del “mercato” editoriale, ho assistito a una specie di effervescenza della cazzata altrettanto editoriale: loschissimi figuri e figure che hanno straparlato, cretinetti che si sono sentiti colonne portanti di aziende in rapido dimagrimento, ontologie sull’editor che non è necessario che sia un intellettuale, produzioni di scrittura a dire poco folkloristica e sgrammaticata e convenzionale fino al vomito, onomanzie e giochi di potere che nemmeno al Risiko praticato in un pomeriggio domenicale a Ladispoli, orrori antiletterari, tutto un “evviva!” alla morte della Grande Madre Cultura, tutto uno sporgersi, una balconata di se stessi, i fiori del tale e del tal altro, la più rovinosa apparizione che la scrittura abbia mai effettuato su mezzo televisivo, le complessioni degne di frenologia, un fibrillare di aforismi da bandella, uno scansare le fatiche a mezzo premio letterario, un intristirsi della psiche e un avvizzirsi del cuore di pietra, licenziamenti surreali e promozioni idiote, il fuoco artificiale del nuovo che è pari alla stellina che si accende sul balcone la notte di capodanno, una povertà umana imbarazzante. E’ vero che si proveniva da una situazione in cui reclamava preminenza una critica mafiosetta che faceva ridere i polli ma non le galline che la praticavano, finti signoreggiamenti durati il lungo arco di un triennio, un urlìo sulla presunta qualità di testi schizoidi e dimenticabilissimi, l’assenza conclamata di una teoria seria e la tranquilla asserzione del se stesso, anche qui, il se stesso, il narcisismo, l’accademia meschina, la recensioncina che chissenefrega effettuata con un disprezzo della verità e dell’onestà da far accaponare la pelle solo se si è capponi. Capponi non si era e non si è. Adesso ciucciatevi questi dati e non rompete più le palle con gli entusiasmi che dovrebbero portare a 100.000 copie di tiratura di un titolo in e-book (una tiratura di e-book!) – il che sembrerebbe uno scherzo della natura naturante e invece è la tristissima realtà. Tanto la realtà per nulla triste rimane questa: i testi, necessari e in cui si gioca una totalità dell’umano, siano in poesia o in prosa, si depositano e restano. Che gli orrendi garbugli non azzeccati si rassegnino: devono mutare in ogni caso le loro prospettive di lettura, devono operare sulla distorsione in cui hanno sguazzato, siano essi i neofiti dell’immoralità 17.0 o i misoneisti dell’accademia delle linci. La letteratura farà sempre a meno delle incredibili sbandate egoiche degli uni e degli altri, le quali sbandate sono state l’unica ontica di un tempo immaturo e, sia pur privo di padri, assai ricco di padrini, e di matrigne. Ciao ciao, bambina: cos’è che trema sul tuo visino? È pioggia o pianto? Nessuno dei due: è il rivolo dello scolo fognario.
D’altra parte, anche le mie sono inutilissime parole. La scrittura autentica e il fatto artistico ignorano queste minimalia. Che basti un minuto di “True detective” a mandare gambe all’aria l’ultimo libro di grido di disperazione dà tanta speranza, ma anche tanta certezza: il bello, il tremendo, l’intenso, il numinoso e il luminoso ci sono – operano nel mondo e nel fenomeno umano.
Quando gli zombie avranno deciso se vivere davvero o morire sul serio, fatemi un fischio. Sarò impegnato nella lettura di un grande testo, ma giuro che tornerò in me.
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