December 03, 2014 at 04:24PM


Il Novecento è anche e soprattutto Gottfried Benn, il Novecento è anche e soprattutto una poesia “altra”, una alterità estrema, rischiosa e corrosiva, scandalosa forse, che fa scoccare l’arco voltaico tra Dante e Kafka, che riconcilia Gongora e Walser, lo spazio di un nitore inumano, e perciò spesso percepito come disumano, l’etere che si condensa nella stele, i crittogrammi puntuti assiri e il monolito nero lucido nello spazio cosmico, dove è gelo e calore, ghiaccio nero e calor bianco, e il fenomeno umano è apparso e scomparso, e la storia è sempre un sogno transitorio, qualche massa cerebrale la pensava e poi ne riusciva delusa l’anìmula bella ed effusiva, quella pasticca tutta emozioni che attizza artificiale il fuoco del barbecue estivo, tenutosi sotto le grandi costellazioni, dove con otto punti luce immaginarono un toro, un capricorno, un ofiuco…

Devi saperti immergere, devi imparare,
un giorno è gioia e un altro giorno obbrobrio,
non desistere, andartene non puoi
quando è mancata all’ora la sua luce.

Durare, aspettare, ora giù a fondo,
ora sommerso ed ora ammutolito,
strana legge, non sono faville,
non soltanto — guàrdati attorno:

la natura vuole fare le sue ciliegie,
anche con pochi bocci in aprile
le sue merci di frutta le conserva
tacitamente fino agli anni buoni.

Nessuno sa dove si nutrono le gemme,
nessuno sa se mai la corolla fiorisca —
durare, aspettare, concedersi,
oscurarsi, invecchiare, aprèslude.

(Gottfried Benn nella traduzione di Ferruccio Masini, da “Aprèslude”, Einaudi, 1981)

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