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September 02, 2015 at 10:51AM


Nel 1989 crollava il Muro, crocchiava artritica in via di frattura finale e sfaldamento comico l’eterna Unione Sovietica, la borsa degli affari decollava in Italia, il socialismo nazionale e lombardo non percepiva il parodo tragico e grottesco che stava interpretando e io ero senza fidanzata, disperatamente. La mia identità professionale era costretta a costituirsi sui minimi materiali, precari quando non imbarazzanti o forieri di umiliazione personale e collettiva. Scrivevo poesie, ero convinto che ero un poeta. La fidanzata sempre assente mi creava problemi, l’amore mi era precluso. La mente vacillava, cercavo di tenerla a freno con innesti benzodiazepinici, che mi davano secchezza delle fauci. La casa popolare dove stavo, abusivo nipote di anziani che avevano conservato nelle madie metalliche del ’52 un pacchetto di Miscela Leone, era priva di doccia e bidet. Era l’anno terribile della morte di Antonio Porta. Con il mio amico Brunetto sputavo acido sull’alienazione di massa e sulla borghesia meneghina, in estremi ed estenuanti giri per le circonvallazioni milanesi. La solitudine dei sabati sera, le ore dilatate delle domeniche torpide e canicolari: mi abbattevano con una lentezza prodigiosa, che sottraeva energie al futuro, il quale costituiva una dimensione dell’orrore e del tremito nervoso. Avevo acquistato una macchina da scrivere elettrica, mi sembrava un passo avanti. Non riuscivo ad appassionarmi filologicamente ai testi, ai saperi. Hegel mi faceva crollare. Mangiavo certe patate lessate male, col sale e l’olio troppo verde, che intrideva la pasta del tubero, disfatta male a pezzi dalla forchetta che aveva cozzato contro gli incisivi di mio padre da bambino. Mi telefonavano gli ex compagni del liceo per chiedermi se andavo al parco Forlanini a giocare a calcetto: rifiutavo. Facevo la spola tra la disperazione e la furia biliare, la vita nervosa di un esserino magro, ai limiti dell’astenia. Pensavo ancora alla consistenza del padre, della madre, del male nell’infanzia. La produzione macinava le carni, le menti evadevano in cerca di conforto e rilassamento. La scienza meditava svolte sociali, lo sapevo, lo dicevo, non mi davano ragione, non mi ascoltavano, mi arrabbiavo: avevo ragione, io! Non un petalo di tenerezza nel corpo, nell’animo che si trascinava verso le regioni più gelide e indelicate. Dove era l’humus fecondo del tempo, del sapere? In quei giorni fui selezionato per “Il gioco delle arti”, manifestazione polidiscplinare con cui veniva dato pubblico risalto alle migliori teste artistiche della mia generazione, le cui opere venivano esposte alla Triennale e quindi sui muri della Milano più indifferente ma ancora attenta, ancora attenta, in qualche modo. Mi ricordo i passi solitari, l’urto sulla magrezza, la visione febbrile dei vegetali intorno al Castello, andando alla Triennale, dove constatai, immenso, un manifesto che avvisava il mondo della consistenza inutile dei miei versi, dei miei ritmi. Era una figliazione diretta di Antonio Porta quella cosa: mi esponevo al mondo letteralmente. Era questo, il manifesto.
Vivo ancora così.

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