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Lettera a Erri De Luca: la lettera di Erri De Luca

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Caro Erri De Luca,
ciò che è accaduto oggi, in Italia, con la tua assoluzione, in altri tempi e sicuramente in altro luogo sarebbe risultato rivoluzionario. Che lo scrittore riesca a fare ballare l’istituzione, in un tempo di democrazia propalata per propaganda, ovvero in un’epoca di disinteresse verso la delega di rappresentanza, senza la quale non sembrerebbe esistere partecipazione istituzionalizzabile, non fa pensare a Wilde o Pasolini: fa pensare al miracolo. Questo è un tempo che viene dopo lo Spettacolo e ciò significa che lo Spettacolo è in forma vaporizzata e molecolare, indistinta e ubiquitaria: qualunque azione o parola che si intruda in uno stato nebulare siffatto, purtroppo o per fortuna, è destinata a un processo di esperienza ai limiti dell’allucinogeno, che lo scrittore conosce bene, in quanto è l’unica materia e l’unica forma con cui ha a che fare: e dico l’ambiguità. Lo scrittore è politicamente ambiguo non per la propria emissione ideologica, ma per la reazione che l’istituzione, questa istanza lugubre e monocorde, quindi antagonista all’umano, pratica contro la parola dello scrittore medesimo, considerando politico ciò che è letterario, equivoco ciò che è definitivo, irragionevole ciò che è vero, criminale ciò che è politico. La tua vicenda di parresiarca che non intende esserlo, per quanto stringa io il tuo corpo e la tua mente nell’abbraccio più forte che posso, dimostra che siamo al canto del cigno di qualcosa che non si desidera più abitare tra noi, nella grande città, nell’oscurità più rurale, nei deserti in cui si grida invano e comunque si continua a gridare. Cosa smotta di tanto indesiderato? La parola, non l’istituzione. Sarebbe ingenuo pensare che la vicenda a cui sei stato indegnamente sottoposto e che a me avrebbe fatto perdere il sonno per lo stress, per quanto costituisca una vittoria della libertà radicale che nella parola stessa è insita, non sia la conferma dell’insidia finale a cui la nostra lingua e il nostro corpo sono sottoposti senza soluzione di continuità. Questa insidia è l’abbattimento dell’essenza stessa della parola, dell’istanza, dell’intenzione, a cui appartiene in toto il regime espressivo che tu, per tutti noi, hai avocato a possibilità concreta, dopo decenni in cui a chiunque sembrava fregare zero della parola in sé.
Andrò a praticare, prima o poi, un mestiere che sembrerà prossimo a quello dello psicoterapeuta, anche se ciò che farò non ha nulla a che vedere con la psicoterapia e con la psiche, pur avendo ricadute psichiche, esattamente come la psicoterapia ha ricadute sul fisico. Tuttavia mi attendo contestazioni assolutistiche al protocollo epistemico e clinico a cui mi atterrò. Penso, in pratica, che si finirà in tribunale, laddove si dovrà discutere dello statuto della psiche e di quello della coscienza. Sembra una follia: una discussione da Accademia platonica davanti al giudice. Perché? Perché la parola sta venendo deprivata dell’agone veritativo più alto e monocratico a cui poteva aspirare, ovvero: il senso.
Il senso è un’irradiazione, un magnetismo che si crea in una relazione. La relazione tra soggetti (individui e/o comunità) sta evitando la parola come rappresentante di senso. Non esiste alcuna crisi editoriale, mentre esiste una trasformazione che, in mancanza di aggettivi più precisi, potrei definire come ontologica: una trasformazione ontologica del rapporto tra libro e soggetto, tra parola e soggetto. Non è questa la sede per considerazioni polverosamente sociologiche o fumosamente filosofiche, mentre è proprio la sede per avanzare gratitudine politica nei tuoi confronti, poiché la difesa della parola, che tu hai praticato con supremo spregio di ciò che alla parola non compete, è uno dei momenti qualificanti della storia politica occidentale e non soltanto. Tu hai anche effettuato un passo in più rispetto all’oggetto di questa gratitudine: richiamando il fatto storico, e quindi tuttora esistente, della resistenza operata dal Mahatma Gandhi, hai inerito a qualcosa che molto spesso sfugge alle genti e soprattutto alle genti che ancora ritengono di vivere, per acritica distrazione o sfortuna di casta, in un regno spettacolare: il gesto è la parola, la resistenza non è soltanto verbalizzata, questa sarebbe una concezione istituzionalizzata della quintessenza della lingua, ovvero dell’enorme sostanza con cui uno scrittore ha a che fare. La resistenza non è soltanto parola, la parola stessa è un gesto. Andarlo a fare capire a dei giudici è dura, farlo sentire attraverso la tua letteratura è invece il compito preternaturale che ti è toccato nella vita e a cui hai assolto con ammirevole esito e deliberato consenso. Non so se si percepisca cosa davvero ci sia prima e durante e dentro la scrittura, poiché sempre si guarda a dopo la scrittura. Ecco che tu hai mostrato cosa sia una scrittura letteraria nell’unico senso che la letteratura può avere, che è il fondamentalismo letterario. Tale fondamentalismo è di per sé ambiguo, come ogni fondamentalismo, ma è anche più fondamentalista e ambiguo in quanto è letterario. Gesto e parola, intenzione e vita, relazione tra umani e tra gli umani e il senso: se non rischiassi di sembrarti offensivo, direi che la lezione impartita a qualunque lettore, giurisprudenziale o civile, è totale e di per sé fa un’opera, addirittura più decisiva e pulsante del tuo recente saggio.
Ho accennato all’insidia e provo a spiegare cosa intendo. Che il ring ultimo a cui la parola viene costretta, e viene costretta ora molto più che ai tempi dei processi pasoliniani, sia quello legale istituzionale ci dice che, essenzialmente, insieme al linguaggio viene dato risalto al politico soltanto nei tribunali. La mobilitazione contro la TAV è essenzialmente questo: il tessuto sociale diviene politicamente attivo. In quanto è l’unica zona significativamente sociale, non sarà da considerare secondario che si tratta di una scelta metonimica: quella battaglia è verissima e sta per un tutto che, altrimenti, non si percepisce come verissimo. Ogni millimentro della Valle corrisponde a anni luce di misurazione di quel tessuto cosmico che è il corpo politico. Un emblema è questo, il superamento del simbolo è questo (come vedi, c’è un punto, tutt’altro che cieco, in cui estetico e politico coincidono senza che tale coincidenza sia fascismo): è vero ed è più vero che rispetto a se stesso. Ciò che hanno tentato di fare con la distorsione ipotetica, che ha portato allo stato di messa in accusa delle tue parole e dei tuoi gesti, è duplicemente infame: non soltanto la parola contro doveva essere condannata, ma un’intera visione delle cose, un intero sentimento del mondo, un intero comparto sociale. Il ring istituzionale come campo ultimo in cui si decide di concentrare il vivente, ovvero come catena di montaggio dello smontaggio definitivo dell’antimacchina retorica e politica, ovvero come somministrazione di un’illusione per togliere qualunque illusione: tu, scrittore o umano, puoi illuderti che il nostro giudizio sia retto e onesto, mentre noi, la macchina istituzionale, divoriamo il discorso, le possibilità di discorso, eleggendo la sentenza a momento veritativo e finale del discorso.
L’opera che hai costruito, partecipando a questa messa in scena che, come qualunque messa in scena, è davvero oscena, realizza per me qualcosa di decisivo, a cui sono coetaneo, almeno quanto è decisivo l’operare di miei coetanei, e cioè il collettivo Wu Ming, i quali, sabotando l’apparato spettacolare e proponendo lo spazio di senso in cui le parole vengono ad avere consistenza (e, quindi, capacità di effettiva messa in relazione tra individui e collettività), hanno trasceso il tempo in cui vivo distorcendone la potenzialità dispercettiva: cioè annullando la capacità di condizionamento da parte dell’istituzione che opera in questo tempo stesso e propala una finta verità, che va dall’irrecuperabilità del tessuto politico all’assenza di reale esperienza. In altro modo, con una radicalità più nervosa e purtroppo forzata, tu hai fatto lo stesso, hai sortito lo stesso risultato: smontare l’apparato di accusa come tu hai deciso di fare, infatti, significa smontare la spettacolarità, togliere potenza alla pronuncia dittatoriale della sentenza, rimettere in bocca le singole parole a noi, tuoi lettori, tuoi amici che mai ti hanno conosciuto di persona e che da anni ti leggono e pensano di starti accanto, per via telepatica.
Questa prossimità per via telepatica dice che lo scrittore esiste, alla potenza massima del suo esercizio, proprio nell’istante in cui la lingua sembra sul punto di sparire o essere assoggettata all’algoritmo dell’isituzione.
Per questo, Erri De Luca, ti ringrazio, per avermi rappresentato in mente corpo e parole.

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