E’ in uscita “Uccidi Paul Breitner” di Luca Pisapia, nella collana #Quintotipo delle Edizioni Alegre

Arriva una splendida notizia da Wu Ming. La prossima uscita nella stupenda collana #QuintoTipo (che è diretta da WM 1 per Edizioni Alegre e mio parere è la realtà editoriale più notevole di questi anni) è lo strepitoso «Uccidi Paul Breitner – Frammenti di un discorso sul pallone» di Luca Pisapia. Ho avuto l’onore di seguire la fase di progettazione e quella di stesura del libro, che è una meditazione narrativa e politica a partire dal fenomeno planetario del football e della sua storia. E’ appunto una controstoria letteraria, quella allestita da Pisapia, un intrico di racconti ibridati da riflessioni ad altissima intensità politica, in cui la macchina spettacolare del calcio si interseca con fatti oscuri e segreti solari, funzionari Fifa che si muovono come agenti segreti, per celebrare un rito collettivo devastante, capace di imporre il capitale a qualunque latitudine, colonizzando le menti e le vite delle persone, implicate nell’industria antiumana dell’organizzazione di grandi eventi sempre leggendari, quali sono i Mondiali. A partire dall’incredibile vicenda della Coppa tenutasi in Argentina nel 1978, mentre i desaparecidos venivano torturati e assassinati tra le mura degli infami Garage Olympo, passando per la storia della nazionale palestinese, fino alla militanza comunista del grande mediano tedesco Paul Breitner (il rivoluzionario che finì per percepire soldi dal caudillo spagnolo Francisco Franco, ricordato dagli italiani perché segnò un gol agli azzurri in finale nel 1982) e al piano della RAF di rapirlo. Da Ballard a Bolaño, da Marx a Žižek (e Barthes, il che spiega il sottotitolo “Frammenti di un discorso sul pallone”, che rimanda ai frammenti di un discorso amoroso del grande semiologo francese), Luca Pisapia compie un miracolo narrativo, realizzando il romanzo sul calcio che non c’era mai stato e ora c’è, impegnando un’ammirevole profondità di sguardo letterario e facendo compiere alle lettrici e ai lettori un viaggio sulle montagne russe del crimine spettacolare e globalizzato. Per me questo oggetto narrativo non identificato è tra le cose più memorabili e significativi, in anni di imbelle produzione culturale: un testo che è urgente leggere, un canto epico alla durata della dialettica tra male sociale e ininterrotta cospirazione del capitale nella sua forma più teratogena e finale.

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L’altissima velocità di “Un viaggio che non promettiamo breve”: il saggiopoema di Wu Ming 1

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Oltre la narrazione c’è la realtà insieme allo stile. Oltre alla realtà e allo stile c’è l’epopea strana, complessa, collaterale e centralissima, collettiva, più che epica, scomoda, scalena. A una simile impresa ha lavorato Wu Ming 1 in “Un viaggio che non promettiamo breve”, edito da Einaudi. Non è la prima volta che esprimo ammirazione per WM1, ovvero Roberto Bui, scrittore in sé oltre che componente di un collettivo autoriale che anche i detrattori ammettono essere risultato protagonista in almeno due decenni di scrittura italiana (spesso debordata oltreconfine). Con questo libro, WM1 giunge evidentemente a un punto cruciale, e probabilmente un apice, del suo percorso letterario e conoscitivo. Ho appena accennato al limes, al confine, all’oltreconfine: questo è un libro su una clamorosa resa dei conti intorno ai confini e ai diaframmi, tra interno ed esterno, tra individuale e plurale, tra bene e male, tra solitudine e apertura, tra chiusura e osmosi. Lo sporgersi oltre qualunque genere, prima o poi, esige di sporgersi anche oltre l’ibridazione e l’ibrido che di volta in volta risulta, spora tra spore, che è il modello di filiazione più riuscito nel passaggio di epoche in cui consiste la narrazione e il canto di un quarto di secolo (porca miseria: sono venticinque anni di testimonianza, che mi includono in quella stessa storia parallela e coincidente con la mia traiettoria personale…). Qui WM1 arriva a volture liriche della materia letteraria, il che sembrerebbe inatteso, ma non da chi ha seguito la sua iperbole stilistica (e cioè anche strutturale) alla ricerca di una modulazione del canto. Potrebbe ovviamente sembrare un saggio, in parte è proprio un saggio, la provenienza dell’autore è quella della scienza storica, in “Un viaggio che non promettiamo breve” è addirittura parossistica la raccolta documentale e l’impiego di fonti e di stilemi storici. “Io una scena così non l’avevo mai vista”: ecco come, sinteticamente, si esprime questo uomo scrittore – apparentemente senza stile, con un’espressione all’altezza della società spettacolare in cui è maturata la lotta di cui narra e che canta, ovvero la società dello spettacolo, trascesa in questi ultimi tre o quattro anni. Era una società fatta di scene mai viste. I compagni, tuttavia, quelli in lotta, a migliaia e migliaia, non si può dire che non sappiano allestire uno spettacolo. Lo hanno fatto, fuori dalla luce falsamente confortevole e calda del riflettore – sono stati sempre sotto riflettori freddi, che emanavano una luce diaccia e feroce. La ricursione sui nomi di tutti, nessuno escluso, è un’opera impossibile, ma è un’impresa che uno scrittore tenta: WM1 l’ha tentata. Tenterò anche io un’impresa molto più piccina, trattando di questo libro più compiutamente, per come posso (questo che si sta leggendo è un post impressionistico, non è sede di recensione o ragionamento organizzato e complesso, sia chiaro). Sia detto nel frattempo che, come accade alla migliore letteratura, essa trafora ogni muro e corre ad altissima velocità: questa è la vittoria artistica e politica che il libro di Roberto Bui consegue, il supposto “no” all’alta velocità è formulato poeticamente, a una velocità che più alta non si può – e, nonostante questo, il viaggio resta non breve, come ci era stato promesso. Ci attacchiamo alla promessa: essa sarà mantenuta.

Wu Ming: Il razzismo italiano e i fantasmi del deserto, ovvero: 20 sfondoni di Maurizio Molinari (e una nota su Dacia Maraini)

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Giganteschi Wu Ming. Indignato dalle reazioni aberranti del buoncostume giornalistico italiano, circa quello che viene ritenuto analisi dal ceto medio riflessivo (una delle perenni sventure nazionali), stavo organizzandomi per controbattere come posso, nel mio piccolino, a queste sciagurate e infanganti cialtronerie, a queste bianche supremazie, a questi pezzi di merda che sottraggono on line le foto dalla pagina Facebook di una donna statunitense uccisa a Firenze per pubblicarle in quanto era molto figa. Questa indecenza, questa storica e *ancestrale* disumanità italiota. Essa ha emblemi umani o giù di lì. Per esempio il neodirettore de La Stampa, Maurizio Molinari, uno con la “r” blesa che da anni ho nel mirino dell’attenzione. Sbugiardare questo inesausto primatista del peggio è in ogni caso molto di più di quanto avrei potuto fare io da solo, che spesso pratico un esorcismo rettorico in luogo di un debunking scientifico della menzogna propalata come truismo. Esiste un’antropologia del razzismo, che a volte, e incredibilmente, si esprime anche con un lombrosianesimo, come insegnò il socialista Victor Hugo, non soltanto ne “I miserabili”, quando affrontò lombrosianamente la questione profondamente umana del gergo. Ecco, utilizzando un vieto gergo, potrei invitare tutti voi a farvi un’idea del sarchiapone Maurizio Molinari, uno che ha meno escrescenze epidermiche di Bruno Vespa e però più brizzolatura, entrambi godendo della mascheratura in una grisaglia media e riflessiva, entrambi facendo ceto. Sia lode e grazie ai Wu Ming: la letteratura è anche questo, è questo.

Lettera a Erri De Luca: la lettera di Erri De Luca

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Caro Erri De Luca,
ciò che è accaduto oggi, in Italia, con la tua assoluzione, in altri tempi e sicuramente in altro luogo sarebbe risultato rivoluzionario. Che lo scrittore riesca a fare ballare l’istituzione, in un tempo di democrazia propalata per propaganda, ovvero in un’epoca di disinteresse verso la delega di rappresentanza, senza la quale non sembrerebbe esistere partecipazione istituzionalizzabile, non fa pensare a Wilde o Pasolini: fa pensare al miracolo. Questo è un tempo che viene dopo lo Spettacolo e ciò significa che lo Spettacolo è in forma vaporizzata e molecolare, indistinta e ubiquitaria: qualunque azione o parola che si intruda in uno stato nebulare siffatto, purtroppo o per fortuna, è destinata a un processo di esperienza ai limiti dell’allucinogeno, che lo scrittore conosce bene, in quanto è l’unica materia e l’unica forma con cui ha a che fare: e dico l’ambiguità. Lo scrittore è politicamente ambiguo non per la propria emissione ideologica, ma per la reazione che l’istituzione, questa istanza lugubre e monocorde, quindi antagonista all’umano, pratica contro la parola dello scrittore medesimo, considerando politico ciò che è letterario, equivoco ciò che è definitivo, irragionevole ciò che è vero, criminale ciò che è politico. La tua vicenda di parresiarca che non intende esserlo, per quanto stringa io il tuo corpo e la tua mente nell’abbraccio più forte che posso, dimostra che siamo al canto del cigno di qualcosa che non si desidera più abitare tra noi, nella grande città, nell’oscurità più rurale, nei deserti in cui si grida invano e comunque si continua a gridare. Cosa smotta di tanto indesiderato? La parola, non l’istituzione. Sarebbe ingenuo pensare che la vicenda a cui sei stato indegnamente sottoposto e che a me avrebbe fatto perdere il sonno per lo stress, per quanto costituisca una vittoria della libertà radicale che nella parola stessa è insita, non sia la conferma dell’insidia finale a cui la nostra lingua e il nostro corpo sono sottoposti senza soluzione di continuità. Questa insidia è l’abbattimento dell’essenza stessa della parola, dell’istanza, dell’intenzione, a cui appartiene in toto il regime espressivo che tu, per tutti noi, hai avocato a possibilità concreta, dopo decenni in cui a chiunque sembrava fregare zero della parola in sé.
Andrò a praticare, prima o poi, un mestiere che sembrerà prossimo a quello dello psicoterapeuta, anche se ciò che farò non ha nulla a che vedere con la psicoterapia e con la psiche, pur avendo ricadute psichiche, esattamente come la psicoterapia ha ricadute sul fisico. Tuttavia mi attendo contestazioni assolutistiche al protocollo epistemico e clinico a cui mi atterrò. Penso, in pratica, che si finirà in tribunale, laddove si dovrà discutere dello statuto della psiche e di quello della coscienza. Sembra una follia: una discussione da Accademia platonica davanti al giudice. Perché? Perché la parola sta venendo deprivata dell’agone veritativo più alto e monocratico a cui poteva aspirare, ovvero: il senso.
Il senso è un’irradiazione, un magnetismo che si crea in una relazione. La relazione tra soggetti (individui e/o comunità) sta evitando la parola come rappresentante di senso. Non esiste alcuna crisi editoriale, mentre esiste una trasformazione che, in mancanza di aggettivi più precisi, potrei definire come ontologica: una trasformazione ontologica del rapporto tra libro e soggetto, tra parola e soggetto. Non è questa la sede per considerazioni polverosamente sociologiche o fumosamente filosofiche, mentre è proprio la sede per avanzare gratitudine politica nei tuoi confronti, poiché la difesa della parola, che tu hai praticato con supremo spregio di ciò che alla parola non compete, è uno dei momenti qualificanti della storia politica occidentale e non soltanto. Tu hai anche effettuato un passo in più rispetto all’oggetto di questa gratitudine: richiamando il fatto storico, e quindi tuttora esistente, della resistenza operata dal Mahatma Gandhi, hai inerito a qualcosa che molto spesso sfugge alle genti e soprattutto alle genti che ancora ritengono di vivere, per acritica distrazione o sfortuna di casta, in un regno spettacolare: il gesto è la parola, la resistenza non è soltanto verbalizzata, questa sarebbe una concezione istituzionalizzata della quintessenza della lingua, ovvero dell’enorme sostanza con cui uno scrittore ha a che fare. La resistenza non è soltanto parola, la parola stessa è un gesto. Andarlo a fare capire a dei giudici è dura, farlo sentire attraverso la tua letteratura è invece il compito preternaturale che ti è toccato nella vita e a cui hai assolto con ammirevole esito e deliberato consenso. Non so se si percepisca cosa davvero ci sia prima e durante e dentro la scrittura, poiché sempre si guarda a dopo la scrittura. Ecco che tu hai mostrato cosa sia una scrittura letteraria nell’unico senso che la letteratura può avere, che è il fondamentalismo letterario. Tale fondamentalismo è di per sé ambiguo, come ogni fondamentalismo, ma è anche più fondamentalista e ambiguo in quanto è letterario. Gesto e parola, intenzione e vita, relazione tra umani e tra gli umani e il senso: se non rischiassi di sembrarti offensivo, direi che la lezione impartita a qualunque lettore, giurisprudenziale o civile, è totale e di per sé fa un’opera, addirittura più decisiva e pulsante del tuo recente saggio.
Ho accennato all’insidia e provo a spiegare cosa intendo. Che il ring ultimo a cui la parola viene costretta, e viene costretta ora molto più che ai tempi dei processi pasoliniani, sia quello legale istituzionale ci dice che, essenzialmente, insieme al linguaggio viene dato risalto al politico soltanto nei tribunali. La mobilitazione contro la TAV è essenzialmente questo: il tessuto sociale diviene politicamente attivo. In quanto è l’unica zona significativamente sociale, non sarà da considerare secondario che si tratta di una scelta metonimica: quella battaglia è verissima e sta per un tutto che, altrimenti, non si percepisce come verissimo. Ogni millimentro della Valle corrisponde a anni luce di misurazione di quel tessuto cosmico che è il corpo politico. Un emblema è questo, il superamento del simbolo è questo (come vedi, c’è un punto, tutt’altro che cieco, in cui estetico e politico coincidono senza che tale coincidenza sia fascismo): è vero ed è più vero che rispetto a se stesso. Ciò che hanno tentato di fare con la distorsione ipotetica, che ha portato allo stato di messa in accusa delle tue parole e dei tuoi gesti, è duplicemente infame: non soltanto la parola contro doveva essere condannata, ma un’intera visione delle cose, un intero sentimento del mondo, un intero comparto sociale. Il ring istituzionale come campo ultimo in cui si decide di concentrare il vivente, ovvero come catena di montaggio dello smontaggio definitivo dell’antimacchina retorica e politica, ovvero come somministrazione di un’illusione per togliere qualunque illusione: tu, scrittore o umano, puoi illuderti che il nostro giudizio sia retto e onesto, mentre noi, la macchina istituzionale, divoriamo il discorso, le possibilità di discorso, eleggendo la sentenza a momento veritativo e finale del discorso.
L’opera che hai costruito, partecipando a questa messa in scena che, come qualunque messa in scena, è davvero oscena, realizza per me qualcosa di decisivo, a cui sono coetaneo, almeno quanto è decisivo l’operare di miei coetanei, e cioè il collettivo Wu Ming, i quali, sabotando l’apparato spettacolare e proponendo lo spazio di senso in cui le parole vengono ad avere consistenza (e, quindi, capacità di effettiva messa in relazione tra individui e collettività), hanno trasceso il tempo in cui vivo distorcendone la potenzialità dispercettiva: cioè annullando la capacità di condizionamento da parte dell’istituzione che opera in questo tempo stesso e propala una finta verità, che va dall’irrecuperabilità del tessuto politico all’assenza di reale esperienza. In altro modo, con una radicalità più nervosa e purtroppo forzata, tu hai fatto lo stesso, hai sortito lo stesso risultato: smontare l’apparato di accusa come tu hai deciso di fare, infatti, significa smontare la spettacolarità, togliere potenza alla pronuncia dittatoriale della sentenza, rimettere in bocca le singole parole a noi, tuoi lettori, tuoi amici che mai ti hanno conosciuto di persona e che da anni ti leggono e pensano di starti accanto, per via telepatica.
Questa prossimità per via telepatica dice che lo scrittore esiste, alla potenza massima del suo esercizio, proprio nell’istante in cui la lingua sembra sul punto di sparire o essere assoggettata all’algoritmo dell’isituzione.
Per questo, Erri De Luca, ti ringrazio, per avermi rappresentato in mente corpo e parole.

Leggere “L’armata dei sonnambuli” di Wu Ming

L'armata dei sonnambuli - Wu Ming - Einaudi

Ho terminato ierinotte la lettura dell’ultimo/primo Wu Ming, “L’Armata dei sonnambuli” (Einaudi Stile Libero). Dico primo e ultimo perché qui siamo alle fondamenta celesti. Accade qui un fenomeno di svolta. Questo testo, così come “Q”, non era e non è e non sarà interpretabile con gli strumenti della critica testuale novecentesca: la mette fuorigioco, la sovrasta utilizzando, come scherzo (uno scherzo universale), gli apparati della filologia novecentesca. Stracolmo di intratesti, di intertestualità, l’iper-romanzo di Wu Ming conduce la critica novecentesca a un salto tra un easter egg e l’altro, prendendo sommariamente in giro la volontà meccanica dell’interpretazione stupida. La stolidità umana, la sua bêtise, è infatti uno dei “temi musicali” di questo complesso, affascinante fondamento mobile della narrativa secondo il collettivo bolognese. Che affronta primariamente il “simbolo”: dopo un nomadismo tra soggetti letterari rappresentati emblematicamente dalle rivoluzioni nella storia e nella geografia umana, Wu Ming affronta la rivoluzione per antonomasia, cioè quella francese. Avvicinarsi tramite i saperi a questo soggetto narrativo identificato è un’opera folle e tipica della scemenza umana. C’è scemenza e scemenza, però, così come c’è apparentemente umano e umano – due potenze umane si affrontano, ovunque, e sono quella antiumana che irrigidisce lugubremente il movimento e quella propriamente umana, che è vivere avventura, varcare le soglie dell’ignoto, tuffo nel diveniente, elaborazione ludica del canone storico che è sempre l’avvenire, il mai finito, l’inclusione della memoria in questo cosmico gioco di bambini regali che sempre ripeteranno che il re è nudo. O senza testa. La panoramica iniziale hugoliana, che fa volare lo sguardo sulla piazza della rivoluzione parigina (“Parigi a volo d’uccello”), ha la funzione medesima dell’incipit di “Notre Dame de Paris”: una descrizione fisiognomica dei nasi rivoluzionari identica a quella del carnevale medievale effettuata da Hugo. Il rovesciamento del potere in una festa senza limiti, che è gioia e tragedia, la “volta buona” che libera dalle catene della storia la comunità degli oppressi, il momento vissuto una volta per sempre, senza idealismi, attraverso pasticci linguistici, codici che saltano e si mescolano, un meticciato allegro e crudele, la tragedia che equivale alla commedia, la furbizia che mesta nel torbido e il torbido che si fa di un nitore esemplare, poiché gli esempi vengono ricordati e imitati o, anche se non imitati attraverso la volontà istruita da una pedagogia sovrastorica, ripetuti con i ritmi con cui gli archetipi dialogano tra loro. Bisognerebbe scrivere un trattato su questo libro, sfera armillare dove si intreccia una sapienza artigianale che dura ormai da un ventennio, periodo di tempo che viene eletto da noi italiani a durata media degli orrori di cui siamo capaci, e che Wu Ming ha rovesciato *culturalmente* in una cavalcata entusiasmante che ha fatto crollare le barriere e i paletti del romanzo storico, pur rispettandoli amorosamente. Apparentemente è un romanzo d’appendice (un romanzo d’appendicite per i lettori malevoli e stolti). Qui è possibile infatti soltanto sottolineare il piacere della lettura che “L’armata dei sonnambuli” concede a chi ne faccia l’esperienza. Metafore incastrate in doppie metafore che diventano allegorie, una sapienza dei tempi e delle svolte, la lentezza dosata che diviene velocità, nervo, elettricità. E’ in effetti un romanzo *anche* sull’elettricità. Dal punto di vista storico il mesmerismo, fede nel magnetismo che contagia con la sua febbre una popolazione illuminista, è uno snodo centrale che lega la rivoluzione francese alla costituzione statunitense (Lafayette, occulto mesmerista, istruì Washington, che propose di iscrivere gli Stati Uniti d’America nel culto mesmerico come religione ufficiale, all’interno di un capitolo centrale della carta costituzionale: saltò all’ultimo). Ciò che poteva essere e non è stato ma potrebbe ancora essere e forse sta per essere, anzi c’è la certezza che sarà: ecco il motore della metafisica narrativa di Wu Ming, collettivo dichiaratamente antimistico e antimetafisico, nonostante i suoi componenti pratichino correttamente la metafisica, apparentemente solo en privé. Sulla metafisica narrativa del collettivo sono certissimo che si gioca tutta la partita del godimento delle loro opere, che sono sproni alla pratica, sono pratiche, sono campi aperti di interrogazione e mobilitazione. Non c’è politico senza metafisico, il quale non significa né ideologico né Soggetto Regnante: significa anzi il contrario, la distruzione dell’Ego occidentale, questo orrendo prodotto sempre restaurato, questa malattia dell’equivoco che riduce la storia a un museo immobile e pietrifica il vivente. Storia della rivoluzione di tutte le rivoluzioni, che fa saltare i linguaggi per creare ex novo altri linguaggi, altissimo vertice del pop in cui sono cresciuto e mi sono formato (cioè: non mi vergogno a dire che “Lady Oscar”, nella mia personalissima sensibilità, non corrobori il movimento e non entri nella costellazione costituita da questa summa romanzesca, almeno quanto le letture dei voluminosi tomi di Furet impostimi da mio padre), “L’armata dei sonnambuli” è un libro che va letto e basta – e poi eviscerato, mandato in infinitudine, a contagiare come mesmerismo tutto e tutte e tutti, in un rovesciamento della “cattiva infinità” di cui fu padre teorico Hegel, uno di quelli che mi sembrano essere espliciti nemici di questa narrazione, il filosofo che vede Napoleone dalla finestra di casa e inventa su quella figurina a cavallo la categoria dell'”uomo cosmico-storico”, ulteriore restaurazione che lotta contro l’eroe, cioè il personaggio principale e ambiguo di cui il racconto della storia non può fare a meno di narrare. Vabbè, sono appunti impressionistici, ma davvero è difficile dire qui perché Marie Noziére si chiama davvero così e cosa c’entrano gli Area e perché D’Amblanc si chiami Orphée e quale inferno scenda a violare per riportare cosa in superficie e fallendo in che modo. Leggete questo romanzo e unitevi al coro di tutti noi, adepti di Scaramouche e del fluido magnetico che, esattamente come accade per il veleno, che in greco fa “phàrmakon”, può essere mortale o salvfico: dipende dalle prospettive e dai modi d’uso e dall’impiego quantitativo di quella qualità. Perdonate dunque l’astrattezza e l’idiosincrasia del linguaggio qui impegnato, distantissimo dall’ingaggio di Wu Ming, eterodosso rispetto all’epica di epiche che questo romanzo costituisce. E’ solo un invito a leggerlo, questo romanzo: a leggere, a fare, a essere.

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Il Miserabile e la Rete letteraria sul “Corriere della Sera”

Si parla di Rete, di scrittori, di letteratura. Si parla anche di Carmilla. E si rende implicita una Cosa che sta nascendo. Il Miserabile è contento come una puerpera a pochi giorni dal parto… Per leggere la versione pdf, basta cliccare sull’immagine.

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Quel matrimonio (inevitabile) tra Internet e letteratura
Genna: «È cambiato il linguaggio». Moresco: «Messaggi superficiali»
di PAOLO DI STEFANO
[dal Corriere della Sera]

Che rapporto c’è tra letteratura e nuovi media? Ammettiamolo pu­re, sono passati oltre dieci anni dal­la nascita del web e ancora nessu­no saprebbe rispondere con precisione a que­sta domanda. Eppure, indubbiamente il pa­norama letterario (che non significa ancora la Letteratura) è molto cambiato. Il primo (e visibilissimo) effetto di Internet è che se pri­ma il dibattito, il confronto, l’informazione si tenevano soltanto sui giornali e sulle riviste (cartacee), da qualche anno le sedi di discus­sione sulla letteratura si sono moltiplicate e «democratizzate». L’era del blog ha reso ac­cessibile a tutti un’area in cui prima avevano diritto di parola solo gli addetti ai lavori.
Tutto ciò ha finito spesso per creare un sol­co ancora più netto tra apocalittici (che resi­stono alla nuova barbarie) e integrati (i nuovi barbari, appunto). Su questi temi si interro­gherà per un fine settimana, tra il 2 e il 4 otto­bre, Oronzo Macondo , una «Writer’s Factory» che raccoglierà nell’Agriturismo Vil­la Conca Marco di Vanze (provincia di Lecce) un gruppo di intellettuali web-integrati: scrit­tori (da Gianni Biondillo a Paolo Nori e Anto­nio Pascale), critici, teorici e sociologi della rete (come Carlo Formenti e Michele Trecca). Le domande possibili sono tante: per esem­pio, se il web ha comportato o comporterà un mutamento nelle forme di scrittura, se è cambiato lo statuto della critica militante, quali sono le conseguenze dei nuovi canali nel mercato editoriale. Le esperienze italiane in tal senso sono varie e per molti versi con­traddittorie. Lo mette subito a fuoco lo scrit­tore Giuseppe Genna, cui si devono apporti quasi pionieristici a Clarence , poi alle riviste I Miserabili e Carmilla con Evangelisti: «Fino­ra — dice Genna — solo una parte minima di intellettuali italiani ha discusso di contenuti in rete: all’inizio erano cinque o sei e tutto sommati non sono aumentati di molto. Po­chi hanno capito che c’è uno spostamento di baricentro che comporta l’acquisizione di nuovi linguaggi. E gli intellettuali che hanno operato nel web non sono stati ascoltati dalle istituzioni culturali, in primo luogo gli edito­ri ». Detto questo, è anche vero che molti siti nati con grandi speranze hanno chiuso per la superfetazione di materiale inerte: «Diciamo che quelli che resistono vedono aumentare i lettori in maniera impressionante. Carmilla, fatta da tre-quattro scrittori nei ritagli di tem­po, raggiunge 320 mila lettori al mese, una cifra impensabile in passato per riviste anche importanti come Alfabeta . È una realtà (non proprio virtuale) che non si può ignorare. E bisogna aggiungere che i nuovi hardware moltiplicheranno ancora gli effetti. Poi è an­che vero che aprire a tutti i commenti produ­ce spesso un carnaio che porta all’implosio­ne ».
Continua a leggere “Il Miserabile e la Rete letteraria sul “Corriere della Sera””

Enzo Mansueto sul ‘Corriere del Mezzogiorno’: “Anteprima nazionale”

42_anteprima_nazionalegE’ uscita in edicola una bellissima recensione del critico Enzo Mansueto circa l’antologia narrativa di nove racconti e una prefazione nei tipi minimum fax Anteprima nazionale – Nove visioni del nostro futuro invisibile (laddove il costo si quantifichi in euro 13 e 50 centesimi; e inoltre: 226 pagine – maggio 2009 – ISBN 978-88-7521-222-3), curato il testo da Giorgio Vasta (si sottolinei qui: candidato al Premio Strega per il suo romanzo splendido e importante Il tempo materiale, minimum fax essendone ugualmente editore). La recensione del Mansueto ha ottenuto pubblicazione in una pagina intera che il Corriere del Mezzogiorno ha dedicato a suddetta antologia, con una intensa fotografia di Giancarlo De Cataldo a corredare il pezzo (è infatti uno degli autori partecipanti all’antologia stessa: insieme al sottoscritto e a Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio oltreché Wu Ming 1).
Quivi pubblico il file in formato pdf della pagina firmata da Enzo Mansueto, scaricabile assai semplicemente con un clic. Ne anticipo lo incipit di seguito qui sotto!

“La parola ‘futuro’ pare non avere più una cittadinanza in una società freneticamente schiacciata dalla soddisfazione di desideri mercificati, dalla ipertrofia del tutto e subito, da un presente iperesteso e globalizzato.”

[PS. Poiché mi è stata fatta notare la sorpresa di un apparente mutamento della di me scrittura, quasi desiderassi parodiare malamente l’Ingegnere o Ippolito Nievo, specifico che tale nonstile verrà indefinitamente adottato finché le viscere detteranno tale inclinazione, per nulla scherzosa!, semplicemente rispettosa di una angolatura della libido epperò in sé e per sé del tutto priva di significazione alcuna o tantomeno offensiva nei confronti di qualcuno o qualche cosa! gg]