E’ in uscita “Uccidi Paul Breitner” di Luca Pisapia, nella collana #Quintotipo delle Edizioni Alegre

Arriva una splendida notizia da Wu Ming. La prossima uscita nella stupenda collana #QuintoTipo (che è diretta da WM 1 per Edizioni Alegre e mio parere è la realtà editoriale più notevole di questi anni) è lo strepitoso «Uccidi Paul Breitner – Frammenti di un discorso sul pallone» di Luca Pisapia. Ho avuto l’onore di seguire la fase di progettazione e quella di stesura del libro, che è una meditazione narrativa e politica a partire dal fenomeno planetario del football e della sua storia. E’ appunto una controstoria letteraria, quella allestita da Pisapia, un intrico di racconti ibridati da riflessioni ad altissima intensità politica, in cui la macchina spettacolare del calcio si interseca con fatti oscuri e segreti solari, funzionari Fifa che si muovono come agenti segreti, per celebrare un rito collettivo devastante, capace di imporre il capitale a qualunque latitudine, colonizzando le menti e le vite delle persone, implicate nell’industria antiumana dell’organizzazione di grandi eventi sempre leggendari, quali sono i Mondiali. A partire dall’incredibile vicenda della Coppa tenutasi in Argentina nel 1978, mentre i desaparecidos venivano torturati e assassinati tra le mura degli infami Garage Olympo, passando per la storia della nazionale palestinese, fino alla militanza comunista del grande mediano tedesco Paul Breitner (il rivoluzionario che finì per percepire soldi dal caudillo spagnolo Francisco Franco, ricordato dagli italiani perché segnò un gol agli azzurri in finale nel 1982) e al piano della RAF di rapirlo. Da Ballard a Bolaño, da Marx a Žižek (e Barthes, il che spiega il sottotitolo “Frammenti di un discorso sul pallone”, che rimanda ai frammenti di un discorso amoroso del grande semiologo francese), Luca Pisapia compie un miracolo narrativo, realizzando il romanzo sul calcio che non c’era mai stato e ora c’è, impegnando un’ammirevole profondità di sguardo letterario e facendo compiere alle lettrici e ai lettori un viaggio sulle montagne russe del crimine spettacolare e globalizzato. Per me questo oggetto narrativo non identificato è tra le cose più memorabili e significativi, in anni di imbelle produzione culturale: un testo che è urgente leggere, un canto epico alla durata della dialettica tra male sociale e ininterrotta cospirazione del capitale nella sua forma più teratogena e finale.

L’altissima velocità di “Un viaggio che non promettiamo breve”: il saggiopoema di Wu Ming 1

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Oltre la narrazione c’è la realtà insieme allo stile. Oltre alla realtà e allo stile c’è l’epopea strana, complessa, collaterale e centralissima, collettiva, più che epica, scomoda, scalena. A una simile impresa ha lavorato Wu Ming 1 in “Un viaggio che non promettiamo breve”, edito da Einaudi. Non è la prima volta che esprimo ammirazione per WM1, ovvero Roberto Bui, scrittore in sé oltre che componente di un collettivo autoriale che anche i detrattori ammettono essere risultato protagonista in almeno due decenni di scrittura italiana (spesso debordata oltreconfine). Con questo libro, WM1 giunge evidentemente a un punto cruciale, e probabilmente un apice, del suo percorso letterario e conoscitivo. Ho appena accennato al limes, al confine, all’oltreconfine: questo è un libro su una clamorosa resa dei conti intorno ai confini e ai diaframmi, tra interno ed esterno, tra individuale e plurale, tra bene e male, tra solitudine e apertura, tra chiusura e osmosi. Lo sporgersi oltre qualunque genere, prima o poi, esige di sporgersi anche oltre l’ibridazione e l’ibrido che di volta in volta risulta, spora tra spore, che è il modello di filiazione più riuscito nel passaggio di epoche in cui consiste la narrazione e il canto di un quarto di secolo (porca miseria: sono venticinque anni di testimonianza, che mi includono in quella stessa storia parallela e coincidente con la mia traiettoria personale…). Qui WM1 arriva a volture liriche della materia letteraria, il che sembrerebbe inatteso, ma non da chi ha seguito la sua iperbole stilistica (e cioè anche strutturale) alla ricerca di una modulazione del canto. Potrebbe ovviamente sembrare un saggio, in parte è proprio un saggio, la provenienza dell’autore è quella della scienza storica, in “Un viaggio che non promettiamo breve” è addirittura parossistica la raccolta documentale e l’impiego di fonti e di stilemi storici. “Io una scena così non l’avevo mai vista”: ecco come, sinteticamente, si esprime questo uomo scrittore – apparentemente senza stile, con un’espressione all’altezza della società spettacolare in cui è maturata la lotta di cui narra e che canta, ovvero la società dello spettacolo, trascesa in questi ultimi tre o quattro anni. Era una società fatta di scene mai viste. I compagni, tuttavia, quelli in lotta, a migliaia e migliaia, non si può dire che non sappiano allestire uno spettacolo. Lo hanno fatto, fuori dalla luce falsamente confortevole e calda del riflettore – sono stati sempre sotto riflettori freddi, che emanavano una luce diaccia e feroce. La ricursione sui nomi di tutti, nessuno escluso, è un’opera impossibile, ma è un’impresa che uno scrittore tenta: WM1 l’ha tentata. Tenterò anche io un’impresa molto più piccina, trattando di questo libro più compiutamente, per come posso (questo che si sta leggendo è un post impressionistico, non è sede di recensione o ragionamento organizzato e complesso, sia chiaro). Sia detto nel frattempo che, come accade alla migliore letteratura, essa trafora ogni muro e corre ad altissima velocità: questa è la vittoria artistica e politica che il libro di Roberto Bui consegue, il supposto “no” all’alta velocità è formulato poeticamente, a una velocità che più alta non si può – e, nonostante questo, il viaggio resta non breve, come ci era stato promesso. Ci attacchiamo alla promessa: essa sarà mantenuta.

Wu Ming: Il razzismo italiano e i fantasmi del deserto, ovvero: 20 sfondoni di Maurizio Molinari (e una nota su Dacia Maraini)

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Giganteschi Wu Ming. Indignato dalle reazioni aberranti del buoncostume giornalistico italiano, circa quello che viene ritenuto analisi dal ceto medio riflessivo (una delle perenni sventure nazionali), stavo organizzandomi per controbattere come posso, nel mio piccolino, a queste sciagurate e infanganti cialtronerie, a queste bianche supremazie, a questi pezzi di merda che sottraggono on line le foto dalla pagina Facebook di una donna statunitense uccisa a Firenze per pubblicarle in quanto era molto figa. Questa indecenza, questa storica e *ancestrale* disumanità italiota. Essa ha emblemi umani o giù di lì. Per esempio il neodirettore de La Stampa, Maurizio Molinari, uno con la “r” blesa che da anni ho nel mirino dell’attenzione. Sbugiardare questo inesausto primatista del peggio è in ogni caso molto di più di quanto avrei potuto fare io da solo, che spesso pratico un esorcismo rettorico in luogo di un debunking scientifico della menzogna propalata come truismo. Esiste un’antropologia del razzismo, che a volte, e incredibilmente, si esprime anche con un lombrosianesimo, come insegnò il socialista Victor Hugo, non soltanto ne “I miserabili”, quando affrontò lombrosianamente la questione profondamente umana del gergo. Ecco, utilizzando un vieto gergo, potrei invitare tutti voi a farvi un’idea del sarchiapone Maurizio Molinari, uno che ha meno escrescenze epidermiche di Bruno Vespa e però più brizzolatura, entrambi godendo della mascheratura in una grisaglia media e riflessiva, entrambi facendo ceto. Sia lode e grazie ai Wu Ming: la letteratura è anche questo, è questo.

Lettera a Erri De Luca: la lettera di Erri De Luca

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Caro Erri De Luca,
ciò che è accaduto oggi, in Italia, con la tua assoluzione, in altri tempi e sicuramente in altro luogo sarebbe risultato rivoluzionario. Che lo scrittore riesca a fare ballare l’istituzione, in un tempo di democrazia propalata per propaganda, ovvero in un’epoca di disinteresse verso la delega di rappresentanza, senza la quale non sembrerebbe esistere partecipazione istituzionalizzabile, non fa pensare a Wilde o Pasolini: fa pensare al miracolo. Questo è un tempo che viene dopo lo Spettacolo e ciò significa che lo Spettacolo è in forma vaporizzata e molecolare, indistinta e ubiquitaria: qualunque azione o parola che si intruda in uno stato nebulare siffatto, purtroppo o per fortuna, è destinata a un processo di esperienza ai limiti dell’allucinogeno, che lo scrittore conosce bene, in quanto è l’unica materia e l’unica forma con cui ha a che fare: e dico l’ambiguità. Lo scrittore è politicamente ambiguo non per la propria emissione ideologica, ma per la reazione che l’istituzione, questa istanza lugubre e monocorde, quindi antagonista all’umano, pratica contro la parola dello scrittore medesimo, considerando politico ciò che è letterario, equivoco ciò che è definitivo, irragionevole ciò che è vero, criminale ciò che è politico. La tua vicenda di parresiarca che non intende esserlo, per quanto stringa io il tuo corpo e la tua mente nell’abbraccio più forte che posso, dimostra che siamo al canto del cigno di qualcosa che non si desidera più abitare tra noi, nella grande città, nell’oscurità più rurale, nei deserti in cui si grida invano e comunque si continua a gridare. Cosa smotta di tanto indesiderato? La parola, non l’istituzione. Sarebbe ingenuo pensare che la vicenda a cui sei stato indegnamente sottoposto e che a me avrebbe fatto perdere il sonno per lo stress, per quanto costituisca una vittoria della libertà radicale che nella parola stessa è insita, non sia la conferma dell’insidia finale a cui la nostra lingua e il nostro corpo sono sottoposti senza soluzione di continuità. Questa insidia è l’abbattimento dell’essenza stessa della parola, dell’istanza, dell’intenzione, a cui appartiene in toto il regime espressivo che tu, per tutti noi, hai avocato a possibilità concreta, dopo decenni in cui a chiunque sembrava fregare zero della parola in sé.
Andrò a praticare, prima o poi, un mestiere che sembrerà prossimo a quello dello psicoterapeuta, anche se ciò che farò non ha nulla a che vedere con la psicoterapia e con la psiche, pur avendo ricadute psichiche, esattamente come la psicoterapia ha ricadute sul fisico. Tuttavia mi attendo contestazioni assolutistiche al protocollo epistemico e clinico a cui mi atterrò. Penso, in pratica, che si finirà in tribunale, laddove si dovrà discutere dello statuto della psiche e di quello della coscienza. Sembra una follia: una discussione da Accademia platonica davanti al giudice. Perché? Perché la parola sta venendo deprivata dell’agone veritativo più alto e monocratico a cui poteva aspirare, ovvero: il senso.
Il senso è un’irradiazione, un magnetismo che si crea in una relazione. La relazione tra soggetti (individui e/o comunità) sta evitando la parola come rappresentante di senso. Non esiste alcuna crisi editoriale, mentre esiste una trasformazione che, in mancanza di aggettivi più precisi, potrei definire come ontologica: una trasformazione ontologica del rapporto tra libro e soggetto, tra parola e soggetto. Non è questa la sede per considerazioni polverosamente sociologiche o fumosamente filosofiche, mentre è proprio la sede per avanzare gratitudine politica nei tuoi confronti, poiché la difesa della parola, che tu hai praticato con supremo spregio di ciò che alla parola non compete, è uno dei momenti qualificanti della storia politica occidentale e non soltanto. Tu hai anche effettuato un passo in più rispetto all’oggetto di questa gratitudine: richiamando il fatto storico, e quindi tuttora esistente, della resistenza operata dal Mahatma Gandhi, hai inerito a qualcosa che molto spesso sfugge alle genti e soprattutto alle genti che ancora ritengono di vivere, per acritica distrazione o sfortuna di casta, in un regno spettacolare: il gesto è la parola, la resistenza non è soltanto verbalizzata, questa sarebbe una concezione istituzionalizzata della quintessenza della lingua, ovvero dell’enorme sostanza con cui uno scrittore ha a che fare. La resistenza non è soltanto parola, la parola stessa è un gesto. Andarlo a fare capire a dei giudici è dura, farlo sentire attraverso la tua letteratura è invece il compito preternaturale che ti è toccato nella vita e a cui hai assolto con ammirevole esito e deliberato consenso. Non so se si percepisca cosa davvero ci sia prima e durante e dentro la scrittura, poiché sempre si guarda a dopo la scrittura. Ecco che tu hai mostrato cosa sia una scrittura letteraria nell’unico senso che la letteratura può avere, che è il fondamentalismo letterario. Tale fondamentalismo è di per sé ambiguo, come ogni fondamentalismo, ma è anche più fondamentalista e ambiguo in quanto è letterario. Gesto e parola, intenzione e vita, relazione tra umani e tra gli umani e il senso: se non rischiassi di sembrarti offensivo, direi che la lezione impartita a qualunque lettore, giurisprudenziale o civile, è totale e di per sé fa un’opera, addirittura più decisiva e pulsante del tuo recente saggio.
Ho accennato all’insidia e provo a spiegare cosa intendo. Che il ring ultimo a cui la parola viene costretta, e viene costretta ora molto più che ai tempi dei processi pasoliniani, sia quello legale istituzionale ci dice che, essenzialmente, insieme al linguaggio viene dato risalto al politico soltanto nei tribunali. La mobilitazione contro la TAV è essenzialmente questo: il tessuto sociale diviene politicamente attivo. In quanto è l’unica zona significativamente sociale, non sarà da considerare secondario che si tratta di una scelta metonimica: quella battaglia è verissima e sta per un tutto che, altrimenti, non si percepisce come verissimo. Ogni millimentro della Valle corrisponde a anni luce di misurazione di quel tessuto cosmico che è il corpo politico. Un emblema è questo, il superamento del simbolo è questo (come vedi, c’è un punto, tutt’altro che cieco, in cui estetico e politico coincidono senza che tale coincidenza sia fascismo): è vero ed è più vero che rispetto a se stesso. Ciò che hanno tentato di fare con la distorsione ipotetica, che ha portato allo stato di messa in accusa delle tue parole e dei tuoi gesti, è duplicemente infame: non soltanto la parola contro doveva essere condannata, ma un’intera visione delle cose, un intero sentimento del mondo, un intero comparto sociale. Il ring istituzionale come campo ultimo in cui si decide di concentrare il vivente, ovvero come catena di montaggio dello smontaggio definitivo dell’antimacchina retorica e politica, ovvero come somministrazione di un’illusione per togliere qualunque illusione: tu, scrittore o umano, puoi illuderti che il nostro giudizio sia retto e onesto, mentre noi, la macchina istituzionale, divoriamo il discorso, le possibilità di discorso, eleggendo la sentenza a momento veritativo e finale del discorso.
L’opera che hai costruito, partecipando a questa messa in scena che, come qualunque messa in scena, è davvero oscena, realizza per me qualcosa di decisivo, a cui sono coetaneo, almeno quanto è decisivo l’operare di miei coetanei, e cioè il collettivo Wu Ming, i quali, sabotando l’apparato spettacolare e proponendo lo spazio di senso in cui le parole vengono ad avere consistenza (e, quindi, capacità di effettiva messa in relazione tra individui e collettività), hanno trasceso il tempo in cui vivo distorcendone la potenzialità dispercettiva: cioè annullando la capacità di condizionamento da parte dell’istituzione che opera in questo tempo stesso e propala una finta verità, che va dall’irrecuperabilità del tessuto politico all’assenza di reale esperienza. In altro modo, con una radicalità più nervosa e purtroppo forzata, tu hai fatto lo stesso, hai sortito lo stesso risultato: smontare l’apparato di accusa come tu hai deciso di fare, infatti, significa smontare la spettacolarità, togliere potenza alla pronuncia dittatoriale della sentenza, rimettere in bocca le singole parole a noi, tuoi lettori, tuoi amici che mai ti hanno conosciuto di persona e che da anni ti leggono e pensano di starti accanto, per via telepatica.
Questa prossimità per via telepatica dice che lo scrittore esiste, alla potenza massima del suo esercizio, proprio nell’istante in cui la lingua sembra sul punto di sparire o essere assoggettata all’algoritmo dell’isituzione.
Per questo, Erri De Luca, ti ringrazio, per avermi rappresentato in mente corpo e parole.

Leggere “L’armata dei sonnambuli” di Wu Ming

L'armata dei sonnambuli - Wu Ming - Einaudi

Ho terminato ierinotte la lettura dell’ultimo/primo Wu Ming, “L’Armata dei sonnambuli” (Einaudi Stile Libero). Dico primo e ultimo perché qui siamo alle fondamenta celesti. Accade qui un fenomeno di svolta. Questo testo, così come “Q”, non era e non è e non sarà interpretabile con gli strumenti della critica testuale novecentesca: la mette fuorigioco, la sovrasta utilizzando, come scherzo (uno scherzo universale), gli apparati della filologia novecentesca. Stracolmo di intratesti, di intertestualità, l’iper-romanzo di Wu Ming conduce la critica novecentesca a un salto tra un easter egg e l’altro, prendendo sommariamente in giro la volontà meccanica dell’interpretazione stupida. La stolidità umana, la sua bêtise, è infatti uno dei “temi musicali” di questo complesso, affascinante fondamento mobile della narrativa secondo il collettivo bolognese. Che affronta primariamente il “simbolo”: dopo un nomadismo tra soggetti letterari rappresentati emblematicamente dalle rivoluzioni nella storia e nella geografia umana, Wu Ming affronta la rivoluzione per antonomasia, cioè quella francese. Avvicinarsi tramite i saperi a questo soggetto narrativo identificato è un’opera folle e tipica della scemenza umana. C’è scemenza e scemenza, però, così come c’è apparentemente umano e umano – due potenze umane si affrontano, ovunque, e sono quella antiumana che irrigidisce lugubremente il movimento e quella propriamente umana, che è vivere avventura, varcare le soglie dell’ignoto, tuffo nel diveniente, elaborazione ludica del canone storico che è sempre l’avvenire, il mai finito, l’inclusione della memoria in questo cosmico gioco di bambini regali che sempre ripeteranno che il re è nudo. O senza testa. La panoramica iniziale hugoliana, che fa volare lo sguardo sulla piazza della rivoluzione parigina (“Parigi a volo d’uccello”), ha la funzione medesima dell’incipit di “Notre Dame de Paris”: una descrizione fisiognomica dei nasi rivoluzionari identica a quella del carnevale medievale effettuata da Hugo. Il rovesciamento del potere in una festa senza limiti, che è gioia e tragedia, la “volta buona” che libera dalle catene della storia la comunità degli oppressi, il momento vissuto una volta per sempre, senza idealismi, attraverso pasticci linguistici, codici che saltano e si mescolano, un meticciato allegro e crudele, la tragedia che equivale alla commedia, la furbizia che mesta nel torbido e il torbido che si fa di un nitore esemplare, poiché gli esempi vengono ricordati e imitati o, anche se non imitati attraverso la volontà istruita da una pedagogia sovrastorica, ripetuti con i ritmi con cui gli archetipi dialogano tra loro. Bisognerebbe scrivere un trattato su questo libro, sfera armillare dove si intreccia una sapienza artigianale che dura ormai da un ventennio, periodo di tempo che viene eletto da noi italiani a durata media degli orrori di cui siamo capaci, e che Wu Ming ha rovesciato *culturalmente* in una cavalcata entusiasmante che ha fatto crollare le barriere e i paletti del romanzo storico, pur rispettandoli amorosamente. Apparentemente è un romanzo d’appendice (un romanzo d’appendicite per i lettori malevoli e stolti). Qui è possibile infatti soltanto sottolineare il piacere della lettura che “L’armata dei sonnambuli” concede a chi ne faccia l’esperienza. Metafore incastrate in doppie metafore che diventano allegorie, una sapienza dei tempi e delle svolte, la lentezza dosata che diviene velocità, nervo, elettricità. E’ in effetti un romanzo *anche* sull’elettricità. Dal punto di vista storico il mesmerismo, fede nel magnetismo che contagia con la sua febbre una popolazione illuminista, è uno snodo centrale che lega la rivoluzione francese alla costituzione statunitense (Lafayette, occulto mesmerista, istruì Washington, che propose di iscrivere gli Stati Uniti d’America nel culto mesmerico come religione ufficiale, all’interno di un capitolo centrale della carta costituzionale: saltò all’ultimo). Ciò che poteva essere e non è stato ma potrebbe ancora essere e forse sta per essere, anzi c’è la certezza che sarà: ecco il motore della metafisica narrativa di Wu Ming, collettivo dichiaratamente antimistico e antimetafisico, nonostante i suoi componenti pratichino correttamente la metafisica, apparentemente solo en privé. Sulla metafisica narrativa del collettivo sono certissimo che si gioca tutta la partita del godimento delle loro opere, che sono sproni alla pratica, sono pratiche, sono campi aperti di interrogazione e mobilitazione. Non c’è politico senza metafisico, il quale non significa né ideologico né Soggetto Regnante: significa anzi il contrario, la distruzione dell’Ego occidentale, questo orrendo prodotto sempre restaurato, questa malattia dell’equivoco che riduce la storia a un museo immobile e pietrifica il vivente. Storia della rivoluzione di tutte le rivoluzioni, che fa saltare i linguaggi per creare ex novo altri linguaggi, altissimo vertice del pop in cui sono cresciuto e mi sono formato (cioè: non mi vergogno a dire che “Lady Oscar”, nella mia personalissima sensibilità, non corrobori il movimento e non entri nella costellazione costituita da questa summa romanzesca, almeno quanto le letture dei voluminosi tomi di Furet impostimi da mio padre), “L’armata dei sonnambuli” è un libro che va letto e basta – e poi eviscerato, mandato in infinitudine, a contagiare come mesmerismo tutto e tutte e tutti, in un rovesciamento della “cattiva infinità” di cui fu padre teorico Hegel, uno di quelli che mi sembrano essere espliciti nemici di questa narrazione, il filosofo che vede Napoleone dalla finestra di casa e inventa su quella figurina a cavallo la categoria dell'”uomo cosmico-storico”, ulteriore restaurazione che lotta contro l’eroe, cioè il personaggio principale e ambiguo di cui il racconto della storia non può fare a meno di narrare. Vabbè, sono appunti impressionistici, ma davvero è difficile dire qui perché Marie Noziére si chiama davvero così e cosa c’entrano gli Area e perché D’Amblanc si chiami Orphée e quale inferno scenda a violare per riportare cosa in superficie e fallendo in che modo. Leggete questo romanzo e unitevi al coro di tutti noi, adepti di Scaramouche e del fluido magnetico che, esattamente come accade per il veleno, che in greco fa “phàrmakon”, può essere mortale o salvfico: dipende dalle prospettive e dai modi d’uso e dall’impiego quantitativo di quella qualità. Perdonate dunque l’astrattezza e l’idiosincrasia del linguaggio qui impegnato, distantissimo dall’ingaggio di Wu Ming, eterodosso rispetto all’epica di epiche che questo romanzo costituisce. E’ solo un invito a leggerlo, questo romanzo: a leggere, a fare, a essere.

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Il Miserabile e la Rete letteraria sul “Corriere della Sera”

Si parla di Rete, di scrittori, di letteratura. Si parla anche di Carmilla. E si rende implicita una Cosa che sta nascendo. Il Miserabile è contento come una puerpera a pochi giorni dal parto… Per leggere la versione pdf, basta cliccare sull’immagine.

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Quel matrimonio (inevitabile) tra Internet e letteratura
Genna: «È cambiato il linguaggio». Moresco: «Messaggi superficiali»
di PAOLO DI STEFANO
[dal Corriere della Sera]

Che rapporto c’è tra letteratura e nuovi media? Ammettiamolo pu­re, sono passati oltre dieci anni dal­la nascita del web e ancora nessu­no saprebbe rispondere con precisione a que­sta domanda. Eppure, indubbiamente il pa­norama letterario (che non significa ancora la Letteratura) è molto cambiato. Il primo (e visibilissimo) effetto di Internet è che se pri­ma il dibattito, il confronto, l’informazione si tenevano soltanto sui giornali e sulle riviste (cartacee), da qualche anno le sedi di discus­sione sulla letteratura si sono moltiplicate e «democratizzate». L’era del blog ha reso ac­cessibile a tutti un’area in cui prima avevano diritto di parola solo gli addetti ai lavori.
Tutto ciò ha finito spesso per creare un sol­co ancora più netto tra apocalittici (che resi­stono alla nuova barbarie) e integrati (i nuovi barbari, appunto). Su questi temi si interro­gherà per un fine settimana, tra il 2 e il 4 otto­bre, Oronzo Macondo , una «Writer’s Factory» che raccoglierà nell’Agriturismo Vil­la Conca Marco di Vanze (provincia di Lecce) un gruppo di intellettuali web-integrati: scrit­tori (da Gianni Biondillo a Paolo Nori e Anto­nio Pascale), critici, teorici e sociologi della rete (come Carlo Formenti e Michele Trecca). Le domande possibili sono tante: per esem­pio, se il web ha comportato o comporterà un mutamento nelle forme di scrittura, se è cambiato lo statuto della critica militante, quali sono le conseguenze dei nuovi canali nel mercato editoriale. Le esperienze italiane in tal senso sono varie e per molti versi con­traddittorie. Lo mette subito a fuoco lo scrit­tore Giuseppe Genna, cui si devono apporti quasi pionieristici a Clarence , poi alle riviste I Miserabili e Carmilla con Evangelisti: «Fino­ra — dice Genna — solo una parte minima di intellettuali italiani ha discusso di contenuti in rete: all’inizio erano cinque o sei e tutto sommati non sono aumentati di molto. Po­chi hanno capito che c’è uno spostamento di baricentro che comporta l’acquisizione di nuovi linguaggi. E gli intellettuali che hanno operato nel web non sono stati ascoltati dalle istituzioni culturali, in primo luogo gli edito­ri ». Detto questo, è anche vero che molti siti nati con grandi speranze hanno chiuso per la superfetazione di materiale inerte: «Diciamo che quelli che resistono vedono aumentare i lettori in maniera impressionante. Carmilla, fatta da tre-quattro scrittori nei ritagli di tem­po, raggiunge 320 mila lettori al mese, una cifra impensabile in passato per riviste anche importanti come Alfabeta . È una realtà (non proprio virtuale) che non si può ignorare. E bisogna aggiungere che i nuovi hardware moltiplicheranno ancora gli effetti. Poi è an­che vero che aprire a tutti i commenti produ­ce spesso un carnaio che porta all’implosio­ne ».
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Enzo Mansueto sul ‘Corriere del Mezzogiorno’: “Anteprima nazionale”

42_anteprima_nazionalegE’ uscita in edicola una bellissima recensione del critico Enzo Mansueto circa l’antologia narrativa di nove racconti e una prefazione nei tipi minimum fax Anteprima nazionale – Nove visioni del nostro futuro invisibile (laddove il costo si quantifichi in euro 13 e 50 centesimi; e inoltre: 226 pagine – maggio 2009 – ISBN 978-88-7521-222-3), curato il testo da Giorgio Vasta (si sottolinei qui: candidato al Premio Strega per il suo romanzo splendido e importante Il tempo materiale, minimum fax essendone ugualmente editore). La recensione del Mansueto ha ottenuto pubblicazione in una pagina intera che il Corriere del Mezzogiorno ha dedicato a suddetta antologia, con una intensa fotografia di Giancarlo De Cataldo a corredare il pezzo (è infatti uno degli autori partecipanti all’antologia stessa: insieme al sottoscritto e a Tullio Avoledo, Alessandro Bergonzoni, Ascanio Celestini, Valerio Evangelisti, Giorgio Falco, Tommaso Pincio oltreché Wu Ming 1).
Quivi pubblico il file in formato pdf della pagina firmata da Enzo Mansueto, scaricabile assai semplicemente con un clic. Ne anticipo lo incipit di seguito qui sotto!

“La parola ‘futuro’ pare non avere più una cittadinanza in una società freneticamente schiacciata dalla soddisfazione di desideri mercificati, dalla ipertrofia del tutto e subito, da un presente iperesteso e globalizzato.”

[PS. Poiché mi è stata fatta notare la sorpresa di un apparente mutamento della di me scrittura, quasi desiderassi parodiare malamente l’Ingegnere o Ippolito Nievo, specifico che tale nonstile verrà indefinitamente adottato finché le viscere detteranno tale inclinazione, per nulla scherzosa!, semplicemente rispettosa di una angolatura della libido epperò in sé e per sé del tutto priva di significazione alcuna o tantomeno offensiva nei confronti di qualcuno o qualche cosa! gg]

Wu Ming a dieci anni da “Q”: mai dire mai…

[Si celebra quest’anno il decennale di un romanzo importante, che ha segnato e sta segnando – in armonia con altre creazioni letterarie apparse in questi ultimi due lustri – il farsi della narrativa contemporanea italiana, in tutti i suoi aspetti, proponendo il gesto stesso della proposta di poetiche. Sto parlando di Q, del collettivo Luther Blisset, reincarnatosi, dopo storico seppuku, Wu Ming. E’ giunto alla sua decima serie anche Giap!, e-zine del collettivo bolognese – oggi ne viene distribuito il primo numero nel nuovo formato e basta un’occhiata qui per rendersi conto di cosa significa una militanza culturale, politica e poetica che da un decennio dura in Rete. Tutto ciò, per annunciare una sorpresa, anticipata dall’editoriale di Wu Ming, di cui qui sotto riprendo il brano iniziale, rimandando tutti gli interessati al numero di Giap! in questione e invitando a iscriversi alla newsletter di Wu Ming Foundation. Buon compleanno, bardi! gg]

mai_dire_mai_wu_mingGiap #1, Xa serie
SUL LUOGO DEL DELITTO

maggio 2 0 0 9 , seconda settimana

Nel ricordo di Gianni Baget Bozzo, commossi.

EDITORIALE: MAI DIRE MAI

Never again.
“Mai più”. Furono queste le parole di Sean Connery dopo l’ultimo ciak di Una cascata di diamanti (1971), sesto film della saga di 007. Aveva quarant’anni, una calvizie incipiente, e intendeva allargare gli orizzonti della sua carriera artistica, sbarazzandosi di James Bond, ormai divenuto un ingombrante alter ego.
Evidentemente, però, non è così facile lasciarsi alle spalle le origini, o meglio, è difficile resistere alla tentazione di tornare a farci i conti, di guardare se stessi in prospettiva.
Così, dodici anni dopo, nel 1983, Connery rivestì i panni dell’agente segreto per antonomasia. Aveva 53 anni e gli si presentava l’occasione di reinterpretare il suo personaggio di culto in una versione attempata ma ancora piacente, e di farlo attraverso un remake di 007: Operazione Thunderball. Il ritorno era quindi doppio: Connery era di nuovo Bond, protagonista di una storia che lo aveva già visto interprete del personaggio. E’ facile capire perché, con ironia, i produttori e il regista decisero di intitolare il film Never Say Never Again.
La trama prende le mosse proprio dalla necessità di rimettere in forma 007. Secondo alcuni quadri del servizio segreto, infatti, Bond è ormai troppo vecchio per continuare a fare l’agente operativo. Ovviamente, l’intero film non è che la confutazione dell’assunto iniziale e l’allegoria che se ne ricava è quella del superamento della crisi di mezz’età.
Ora, forse qualcuno di voi avrà già visto pagine come questa, o questa, o anche questa. Qualcun altro si sarà accorto che nell’ultimo anno abbiamo disseminato la nostra comunicazione di piccoli indizi.
E’ giunto il momento di dirlo chiaro e tondo: ebbene sì, stiamo scrivendo un romanzo che si svolge nel continuum temporale e storico di Q. Lo abbiamo quasi terminato. Uscirà in autunno… [Continua a leggere]

Crime: un bilancio

di Giuseppe Genna
[da “il manifesto”, 17.2.2009]

crime.gifMUTAZIONI DI RETORICA NELLO SPETTRO DEL NOIR
Oscenamente più splatter e abissalmente più nera di ogni genere narrativo, la morbosità derivata dalla esibizione della morte, che ci viene compulsivamente propinata dai media, sta modificando il genoma di correnti letterarie che vanno dall’hard boiled al romanzo epico. Contribuiscono alla mutazione le fiction, spesso apologetiche nei confronti delle forze dell’ordine, e le strategie dei nuovi serial tv

Più o meno da sempre i critici letterari italiani hanno inveito contro il successo di massa di alcuni libri: thriller o noir che fossero, i loro autori provenivano da zone troppo lumpen della narrativa. Ma l’onda lunga dei «libri neri» non sembra essersi perciò arrestata: la trilogia “Millennium” di Stieg Larsson, e tutto lo tsunami svedese, sono una conferma, almeno apparente, di questa vitalità.
Continua a leggere “Crime: un bilancio”

Affari Italiani: intervista al Miserabile su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

“L’Italia? E’ un’avanguardia dell’osceno”. Giuseppe Genna ad Affari
di LUCA VAGLIO
[da Affaritaliani.it]
genna_affari.jpg“L’Italia in questo momento è un paese di avanguardia, una frontiera dell’osceno dove stanno arrivando a maturazione processi disgregativi e trasformazioni dell’umano che sono la china su cui discenderà tutto l’Occidente…”. A parlare è lo scrittore Giuseppe Genna, che ha scelto Affari per spiegare la sua visione del degrado culturale italiano e per parlare di alcuni dei temi trattati nel suo ultimo libro “Italia De Profundis” (Minimum Fax). Le ragioni della degenerazione? “Stanno nella spettacolarizzazione dell’immaginario, iniziata negli anni ’80 con la nascita delle tv private…”
Perché nel suo ultimo libro parla dell’Italia come del luogo che ha “disimparato ad amare”?
“L’Italia ha avuto una mutazione antropologica e sociale negli ultimi 30 anni, da noi l’oscenità si sta manifestando in modo più potente che in altri luoghi. Si è inverata la profezia pasoliniana dell’involgarimento di massa, della spettacolarizzazione, del discorso unico che sostituisce il dialogo… E se da un lato c’è un imbarbarimento del luogo Italia, dall’altro io stesso sono connesso, con ossa, nervi e muscoli, a questo processo di anestesia emotiva e disamore. Io, che ho disimparato ad amare e ad amarmi, sono questo luogo…”
E fuori dall’Italia le cose stanno diversamente?
“Sì, senza dubbio. Penso che l’Italia sia in questo momento un paese di avanguardia, dove stanno arrivando a maturazione processi disgregativi e trasformazioni dell’umano che sono la china su cui discenderà tutto l’Occidente… Altri popoli sono più indietro lungo questa forma di evoluzione, la metastasi lì è rallentata, c’è ancora qualcosa che frena la metamorfosi dell’umano in insetto. Ad esempio, recentemente a Copenaghen ho avvertito una maggiore pietà per l’altro, una percezione che l’altro sia parte di sé, che da noi, attorno a me e dentro me, è come evaporata”.
E perché, a suo avviso, in Italia questa disumanizzazione è più accentuata che altrove?
“In primo luogo perché noi non siamo un popolo, non abbiamo mai elaborato una cultura nazionale… al più abbiamo una cultura statale e parastatale. E la storia del paese, dalla 2a guerra mondiale agli anni ‘70 è continuamente messa in discussione da revisionismi devastanti. Lo Stato è da sempre un’entità distante dai cittadini. A questo si aggiungano i misteri di Stato mai chiariti e le ferite mai sanate, in primis quella del terrorismo in rapporto quale si pretende un pentimento carcerario, una reclusione sine die e non il recupero della persona. E sopra tutta questa disgregazione noi ci abbiamo steso lo spettacolo”
In che modo?
“E’ un processo che inizia negli anni ’80 con la nascita delle emittenti televisive private, che si fanno veicolo di un immaginario fragile e distorto. Non c’è nazione in cui l’immaginario è stato contaminato dallo spettacolo come in Italia. Basti pensare alle masse di ragazzini, correva l’anno ’84, che urlavano parole senza senso come “Ass Fidanken”… La memoria del paese è spettacolare, è una berlusconizzazione… di cui lo stesso Berlusconi è un sintomo, non la causa. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini che è in tv, durante la diretta da Vermicino, mentre un bambino muore in un pozzo, e l’anno successivo è al Nou Camp di Madrid, mentre l’Italia sta per vincere la finale dei mondiali calcio, e dice “Non ci prendono più…”. Ma si rende conto Pertini di essere dentro uno spettacolo, che segna una linea di discrimine nella nostra storia? O Antonio Ricci che dice che “Striscia la notizia” è servizio pubblico, quando non è altro che un veicolo di un trauma dell’immaginario. Tutto questo espropria l’umano dell’umano, del linguaggio e di ogni idea o possibilità di cambiare la realtà”
Ma questo fenomeno non riguarda un po’ tutto l’Occidente?
“Sì, ma in Italia si è manifestato in modo più vistoso, anche rispetto agli Stati Uniti, dove, grazie alla struttura federale e al fatto che la tv pubblica, la Pbs, non era sotto controllo politico come la Rai, la disgregazione culturale è stata meno drammatica. Ricordo che nel ’69, quando venne fermato dalla polizia l’anarchico Pietro Valpreda, a pochi giorni dalla morte di Giuseppe Pinelli, c’era un giornalista che intervistava il questore di Milano e dava per certo, usando un tono quasi autoritario, che fosse stato preso il colpevole. Il giornalista veicolava una falsità, spacciandola per verità, in relazione a un fatto intricato e complicatissimo… Bene, quel giornalista era Bruno Vespa, che oggi continua a fare le stesse cose. Questa è l’Italia. Si veicolano falsità e spettacolo come se fossero verità… La realtà viene spogliata sua della verità, in modo pop…e poiché, salvo poche, luminose eccezioni non ci sono intellettuali in grado di opporsi, il paese è in balia di un unico linguaggio, di un unico discorso”.
Quali sono le luminose eccezioni?
“Beh, l’Italia è un’avanguardia per quanto riguarda l’espropriazione dell’umano, ma lo è anche nella produzione dell’umano. La nostra è la lingua letteraria più antica tra quelle moderne. Alcuni scrittori italiani stanno producendo cose che a livello planetario non si fanno. Nessun americano o inglese è all’altezza del poeta Andrea Zanzotto… pochissimi agiscono politicamente e linguisticamente dentro il testo come Tommaso Pincio, i Wu Ming, Valerio Evangelisti o Walter Siti, probabilmente il più grande scrittore vivente in Italia. Si tratta di minoranze esigue… ma molto costanti nel tempo e avanzatissime. Seamus Heaney o Derek Walcott, gli ultimi Nobel anglosassoni, sono fermi a quello che Giusuè Carducci faceva nelle sue “Odi Barbare”. In Italia siamo oltre la morte della lingua… lo ha detto Carmelo Bene, e negli ultimi anni non si è visto un altro come lui… Ma se si guarda al campo della pubblica attenzione la figura dell’intellettuale viene attaccata, ignorata oppure spettacolarizzata, come è successo a Roberto Saviano, che è stato trasformato in un’icona che non corrisponde a quello che Saviano sente e vuole provocare nel lettore”.
In “Italia De Profundis” esprime un giudizio critico sullo stile della poesia italiana di oggi…
“La poesia italiana non parla più… salvo pochissime eccezioni, come l’ultimo libro di Mario Benedetti, “Pitture nere su carta”, edito da Mondatori o Milo De Angelis e lo stesso Andrea Zanzotto. Questi poeti rappresentano un’avanguardia mondiale. Tutti gli altri fanno piccole cose, nel solco della nostra tradizione lirica, quasi a prolungare una sorta di deriva neopetrarchista… non entrano nell’immaginario e nemmeno nello scavo di sé… è inevitabile che se non scavano dentro di loro non possono parlare agli altri”.
Le cose vanno così male anche per il cinema?
“Qui c’è un problema di industria culturale, non si ha la voglia e la capacità di rischiare, di uscire fuori da alcuni schemi rigidi e prestabiliti. E, sia chiaro, non si rischia producendo “Gomorra”, che pure è un film molto interessante, o “Il Divo” con Servillo… Nella mia esperienza di giurato alla Mostra del Cinema di Venezia (2006, ndr), grazie allo sguardo panoptico sulla cinematografia mondiale regalatomi da quella occasione, mi sono reso conto di quanto sia povero, debole e morto il cinema italiano… Anche l’ultimo dei cinesi ha un impatto estetico, etico, politico, emotivo di una forza a cui nessuna opera del nostro cinema attuale può arrivare”.
E non c’è soluzione a un simile degrado culturale?
“L’Italia per diventare paese deve subire uno shock forte, passare per una fase dura di depauperamento determinata da varie ragioni, dalla crisi climatica alle ondate migratorie provenienti dalle aree più povere. Questo shock sociale diventerà un grande evento politico per il nostro paese. Gli italiani, da poveri, probabilmente recupereranno la loro umanità… forse mi sbaglio, ma io vedo solo questa possibilità di cambiamento. Chi spende il 18% del suo stipendio per il telefonino e non se ne rende conto non è più umano…”.
Non le sembra di avere un approccio un po’ pessimista, di legare la sua analisi a dei presupposti radicalmente negativi?
“Davvero restituisco questa impressione? Non è una cosa in cui mi riconosco, certo rispetto allo stato di cose che ci circondano denuncio una negatività. Ma se non avessi dentro di me l’idea di una positività non parlerei in questo modo”

Repubblica.it: Dario Olivero su Italia De Profundis

Giuseppe Genna - ITALIA DE PROFUNDIS - minimum faxIl sito ufficiale
ITALIA DE PROFUNDIS su minimum fax
Rassegna stampa e materiali
Anticipazione sul blog Il Miserabile
Ipertesto della Scena italiana come inferno
I booktrailer: 1234
Videomeditazioni: La storia non siamo noiStoria di fantasmi
Acquista Italia De Profundis su iBS o su BOL.

Libri, il romanzo politico: quattro passi nel New Italian Epic
Il De Profundis di Giuseppe Genna sul nostro Paese surgelato
di DARIO OLIVERO
[da Repubblica.it]
frecciabr.gif La versione integrale dell’articolo
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In una delle “Storie di m… che non ricordo più” contenute nel libro il protagonista io narrante si ritrova nella seguente situazione. Ha conosciuto un transessuale su Internet, è finito a casa sua dove c’erano altre due ragazze come la prima. Si è lasciato andare a un’esperienza tosta per un uomo. Mentre lo faceva qualcosa dentro di lui si sbloccava e nella serie di immagini che gli affioravano alla mente ce n’è una che in parte commuove, in parte forse dà una chiave di lettura a Italia De Profundis di Giuseppe Genna (minimum fax, 15 euro): “L’auto che schiaccia il Poeta Omosessuale in retro infinite volte”. Povero Pasolini, povera patria, poveri noi. Che restiamo a guardare l’inerzia e la ripetizione con cui tutto questo accade. Romanzo difficile. Un po’ saggio quando analizza la società italiana, punta più avanzata della fine dell’umanesimo che per prima elaborò in sei secoli di cultura. Un po’ racconto di un figlio che deve seppellire il padre senza a sua volta essere sepolto dalla burocrazia grottesca che solo noi riusciamo a concepire. Un po’ amori finiti, vecchie storie di m… e di eroina. Un po’ dialogo con il lettore tra la confessione della difficoltà a partire con la storia ai consigli a saltare una decina di noiosissime (davvero) pagine. Un po’ denuncia della perenne era glaciale in cui l’Italia ha surgelato ogni conto con il proprio passato. Un po’ sfiducia in un sistema democratico svuotato da ogni rappresentanza. Un po’ orrore per la mancanza di pietà che chi dovrebbe avere non ha per chi non vuole più vivere. Un de profundis appunto.
[…] P.S.
Nota finale. All’inizio fu Petrolio di Pasolini. Il primo tentativo organico di scrivere un romanzo sul buio: Mattei, l’Eni, Cefis, la strategia della tensione, l’Italia. Ora siamo a Saviano, con un’accelerazione impressionante negli ultimi anni. Lucarelli, Siti, De Cataldo, Evangelisti, Wu Ming. Molti partirono dal noir seguendo l’idea di Sciascia e del giallo americano: usare il poliziesco come griglia della realtà. Sono arrivati molto più in là, alla più importante corrente culturale che l’Italia ricordi dai tempi del Neorealismo. C’è che chi dato un nome a questo: New Italian Epic. Molte riflessioni dei protagonisti, oltre che in Rete, si trovano nell’Almanacco Guanda di quest’anno dal titolo Il romanzo della politica, la politica nel romanzo (22 euro). Di questi tempi la politica bisogna andarsela a cercare.

In Bottega di lettura: Demetrio Paolin su Italia De Profundis

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Su “Italia De Profundis” e oltre
di DEMETRIO PAOLIN
[da Bottega di lettura]
paolin_idp.jpgLa prima domanda che mi sono fatto, leggendo Italia De Profundis (Minimum fax) di Giuseppe Genna è stata: che libro è? Un romanzo, una narrazione, una confessione, una autofiction?
Per rispondere a queste domande parto da una divergenza interessante. Se guardate la copertina del libro, sotto il titolo appare la scritta “romanzo”. Se andiamo invece sul sito del libro, nella immagine che riproduce la copertina accanto alla parola romanzo abbiamo un punto interrogativo.
Paradossalmente prima di entrare nel libro dobbiamo sciogliere questa tensione. Tra “romanzo” e “romanzo?”.
L’autore non ci aiuta, nel testo ci sono diverse dichiarazioni su cosa sia o non sia Italia De Profundis

La verità è che il romanzo non coincide più con il veicolo della narrazione. Esso stesso è un canale alienativo, e lo diventa maggiormente quando l’élite intellettuale ne richiama la tradizione, che è quella di uno strumento efficace nell’interpretare la realtà. Eppure a quale narrazione bisogna guardare? Questo, precisamente questo, è il problema della poesia in epoca contemporanea.

Eppure sulla copertina del libro c’è scritto “romanzo”. Certo mi si dirà, è una scelta ovvia dell’editore. Tale dicotomia, però, mi interessa e per risolverla mi affido non tanto alle dichiarazioni esplicite di Genna nel libro, che appunto sono per il superamento del romanzo stesso, quanto alle strutture implicite e in particolare alcuni apparati paratestuali.
Mentre leggiamo Italia De Profundis arriviamo ad un punto in cui in bella vista l’autore affigge una sorta di post-it al centro della pagina che recita

Da questo punto, fino a pagina 91, tutto diventa noiosissimo. Al fine di evitare tale noia, si consiglia vivamente di saltare a pagina 92, dove non è neppure detto che non ci si annoi. Comunque, ciò che segue è più noioso di quanto sia umano immaginare e inoltre si tratta di una parte che abbassa le vendite del libro. Si raccomanda di saltarla a piè pari, davvero.

Questo intermezzo mi pare illuminante. Mi sembra di sentire una voce simile a quella del Manzoni che mentre ricopia la famosa introduzione ai Promessi sposi ad un tratto entra in scena, sbuffa e parla dell’eroica fatica etc etc… L’autore interviene dirige, mette in scena se stesso, che è diverso dal “Giuseppe Genna” che agisce nel libro: questo intervento, negandola, paradossalmente svela una struttura che è narrativa nel profondo. Da pag. 74 a pagina 91, Genna condensa le immagini del libro, sia quelle lette sia quelle che leggeremo. E’ una parte essenziale del testo, che Genna ironicamente – il riferimento all’abbassamento delle vendite del libro – ci invita a saltare. Non è l’unica struttura paratestuale esistente. Io ne ravviso altre due legate alla sezione, un vero e proprio confiteor (p.114), detta le storie di “merda”.
Incominciamo a leggere la prima. “Giuseppe Genna” prende il suo motorino e si dirige verso Enzino, mentre va verso Enzino, Giuseppe Genna dice

Provengo da via Novara, esco da casa di Vanessa. Chi desiderasse sapere chi sia Vanessa e cosa è successo a casa sua, può ignorare quanto sto scrivendo, saltare le pagine, andare al segmento successivo.

Mi pare che il meccanismo sia chiarissimo. Abbiamo una struttura de “le storie di merda” che l’autore mette secondo una logica che ci pare temporale, l’intermezzo ci chiarisce che il tempo del racconto è sfasato rispetto al tempo degli accadimenti: Genna racconta prima una cosa che è successa dopo e ci informa anche che se vogliamo possiamo andare a leggerci direttamente l’altra storia. Questo rimandare a parti del testo successive, questo mischiare i piani temporali mi hanno fatto venire in mente il Tristram Shandy, che rappresenta uno dei modi – forse più atipici e nel contempo classici– di scrivere un romanzo e un romanzo moderno.
Quando ci troviamo davanti alla terza storia di merda, dove il protagonista pratica l’eutanasia ad un malato terminale, leggiamo una nota – in questo caso l’elemento paratestuale è evidentissimo – che ci dice: i nomi, i luoghi e quant’altro sono stati cambiati per evitare eventuali rischi legali. Poi seguono queste righe

Questa è dunque la finzione? Cosa c’è di vero nella finzione? La finzione è vera? E’ romanzesca? E’ una storia? Questa è una confessione? La finzione, qui impiegata a fini di occultamento, è un occultamento?

Siamo davanti ad una confessione, ma a pie’ pagina l’autore incomincia a ragionare manzonianamente sul vero, verisimile e falso, che sono il germe della riflessione sul romanzo almeno per quanto riguarda la letteratura italiana.
Dopo la nota continuiamo la lettura della storia e incontriamo un uomo così simile a Welby, così uguale a lui, così medesimamente desideroso di porre fine alla morte, ma qualcosa non quadra: la sua strenua volontà che la cosa rimanga nascosta. L’uomo non si è rivolto ai giornali né alle televisioni, vuole morire solo. L’uomo è molto religioso, sulla testiera del suo letto crocifissi, rosari benedetti a Lourdes e disegni di bambini.
Poi il colpo di scena. Genna ha un dubbio legato proprio a tale ostinata scelta di privacy: qualche ricerca e si scopre che l’uomo che vuole morire è un pedofilo condannato. Di colpo il caso di cronaca, alla Welby, è altro, l’episodio diventa una riflessione dostoevskijana sul male, sulla pietà e la colpa (p.167-172).
Rimaniamo alle strutture paratestuali. Italia De Profundis ha una epigrafe tratta da Petrolio, il romanzo di Pier Paolo Pasolini. La citazione ci porta a domandarci quanto è in che modo Petrolio abbia influito sul libro di Genna. C’è una prima vicinanza che è tematica. Petrolio nelle intenzioni di Pasolini doveva essere un romanzo sull’Italia e su cosa era diventata nel corso degli anni 70. Il testo di Genna vive la medesima tensione “morale”. Anche se l’analisi pasoliniana si muoveva nell’ambito del potere e ai prodromi di quel mutamento sociale ed economico che paradossalmente a Genna viene “rivelato” nella sua permanenza nel villaggio vacanze in Sicilia.
Il libro di Pasolini agisce più in profondità.
Torniamo per un attimo a quella sorta di confessione delle esperienze più tremende di “Giuseppe Genna”. Il titolo che viene dato a queste 4 lasse di testo è appunto “storie di merda”.
Ora se prendiamo Petrolio, notiamo come tra gli appunti una parte molto cospicua sia legata a “Il Merda. Una visione” (Pasolini, Petrolio Einaudi [1992], pp.323-85). Sono pagine quelle dove tramite il Merda assistiamo ad una sorta di processione allegorica in cui con un gioco di specchi si mostra cosa realmente è la società italiana. E lo si mostra tramite il Merda e le sue peripezie.
Le storie di merda di Genna vivono della medesima trasparenza allegorica: Genna raccontando di sé e delle proprie vicissitudini, vuole dire altro e precisamente la metamorfosi finale di ogni italiano.
Si crea quindi una prossimità tra il Merda pasoliniano e le storie di merda di Genna, legate da questo intento di rivelazione finale.
Tra le storie “inconfessabili” di Genna abbiamo, infine, la descrizione dell’incontro tra il Giuseppe Genna e Vanessa, una drag queen. In queste pagine assistiamo alla descrizione particolareggiata di una fellatio che il protagonista Giuseppe Genna compie. In questo caso il debito verso Petrolio, non è tanto tematico o strutturale come nei primi due casi, ma letterale.
Nel romanzo di Pasolini assistiamo alla descrizione particolareggiata e precisa di una fellatio da parte del protagonista Carlo (Pasolini, cit., pp.201-29), che nei termini e nei modi ricorda quella presente in Italia De Profundis.
Quindi proprio l’esempio più basso della abiezione di Giuseppe Genna nasconde un omaggio e una citazione chiara al libro che fa da palinsesto alla narrazione.
Italia De Profundis è il libro gremito di letteratura, dove l’elemento autobiografico se c’è è soltanto dato iniziale, perché tutto – come accadeva per altri versi in Hitler – si riconduce alla scrittura e alla letteratura. L’episodio dell’eroina, le sue allucinazioni e dialoghi al limite ci riportano alle atmosfere de Il pasto nudo, la descrizione delle settimane nel villaggio turistico sono una sorta di tenzone rispetto a Wallace e al suo reportage Una cosa divertente che non farò mai più (l’autore in questo caso dichiara la relazione tra Italia De Profundis e il testo di Wallace).
Queste riflessioni ci portano a dire che Italia De Profundis è un romanzo per struttura, montaggio e per trama, ma a rendere ancora più interessante il tutto è funzione allegorica, che Genna dà alla sua narrazione. Proprio l’allegoria, che è un tratto che Wu Ming ha ravvisato caratteristico della NIE, fa divergere negli esiti Italia De Profundis dai protocolli narrativi della nuova epica italiana.
Wu Ming 1 nel suo intervento definisce così l’allegoria

E’ l’allegoria metastorica. Si può descriverla come il rimbalzare di una palla in una stanza a tre pareti mobili, ma anche come un continuo saltare su tre piani temporali:
– Il tempo rappresentato nell’opera (che è sempre un passato, anche quando l’ambientazione è contemporanea);
– Il presente in cui l’opera è stata scritta (che, anch’esso, è già divenuto passato);
– Il presente in cui l’opera viene fruita, in qualunque momento questo accada: stasera o la prossima settimana, nel 2050 o tra diecimila anni.
Le opere che continuano a risuonare in questo presente sono chiamate “classici”. Il loro segreto sta nella ricchezza dell’allegoria metastorica, la stessa che possiamo trovare in miti e leggende. La storia di Robin Hood è sopravvissuta ed è ri-narrata a ogni generazione perché la sua allegoria profonda continua ad “attivarsi”.

A me pare che questa definizione abbia un difetto, ovvero descrive un simbolo più che un allegoria. Il riverbero di un libro nel tempo ha a che fare con la potenza simbolica (o mitica) e non con quella allegorica di una storia. [*]
Cosa è quindi allegoria?
L’allegoria è dire una cosa per dirne un’altra. L’esempio più eclatante è in un gesto. Ognuno di noi sa cosa è la transustantazione. Ovvero il momento in cui il pane diventa il corpo di dio. Il segreto è che rimane pane, ma nel contempo è la carne di dio.
Se dobbiamo parlare di allegoria, allora io credo che bisogna muoversi su questo campo.
Io narro una cosa, la narro così come è. Eppure questa cosa ha un significato altro che prescinde, che non ha rapporti, con quello che sto dicendo. Io scrivo che mi sono perduto in un bosco oscuro, ed è così, è un fatto. Nello stesso tempo io parlo di un uomo che cade nel peccato.
Io non faccio niente perché il lettore intenda questo, non gli do segnali specifici – in quel caso sarebbe un simbolo -, ma tutto semplicemente accade nella scrittura.
Italia De Profundis non crea quindi dei rimbalzi. I fatti si presentano nudi, accadono. Sono lì in tutta la loro presenza. “Giuseppe Genna” infila un ago nella sua vena, e noi vediamo solo e soltanto questo. Eppure alla fine del libro comprendiamo che abbiamo fatto una esperienza diversa, altra. Il testo non ha creato quella sorta di complicità tra autore e lettore, quel legame è che tipico del simbolo. Per capire il simbolo io devo avere un legame con chi lo pronuncia.
Italia De Profundis contrariamente a Dies Irae non fallisce in questo: non si fa simbolo, ma allegoria. Alla fine di Dies Irae io mi sentivo come Giuseppe Genna (nel “come” è contenuta la carica simbolica del libro). Dopo Italia De Profundis io non sono Giuseppe Genna, che rimane da me separato e distante: perché non si dà allegoria senza distanza. Mi rendo conto che l’autore Giuseppe Genna raccontando i nudi fatti di “Giuseppe Genna” ha detto qualcosa di me come uomo.
Il testo di Genna non rimbalza, per mantenere la metafora di Wu Ming, ma è fermo e chiuso. La profonda letterarietà della struttura, il continuo gioco di citazioni non fanno che frapporre uno schermo tra l’autore e il lettore, uno specchio, che per comodità si chiama “Giuseppe Genna”, e dove misteriosamente ognuno vede ciò che alla fine è.
[*] Nota di Giuseppe Genna: nell’accezione che Demetrio Paolin conferisce all’allegoria secondo quanto descritto da Wu Ming 1 nel memorandum sul NIE, accade uno scontro tra sistemi ermeneutici e filosofici contrapposti. Mentre infatti, come ribadito in più punti, Wu Ming 1 utilizza, per tentare di circoscrivere il campo di forze allegorico, l’impianto dinamico dell'”allegoria aperta” desunta da Benjamin, l’interpretazione dell’opposizione tra simbolo e allegoria (a tutto vantaggio del simbolo, che in Benjamin è in un certo senso l’avversario teoretico sia in Angelus Novus sia nel Dramma barocco tedesco) è mutuata dall’estetica esistenzialista di Pareyson e, mi pare, soprattutto del testo su Kafka di Remo Cantoni, laddove il filosofo italiano giunge a conclusioni polarmente opposte rispetto a quelle enunciate da Benjamin nel saggio kafkiano in Angelus Novus. Entrambe le prospettive, tuttavia, conducono a un esito unico, che forse è il Bloch di Tracce a riassumere: è la prospettiva dell’abolizione del “come”, cioè il raggiungimento di una “letteralità” così intensa da resistere a qualunque temporalità umanistica e a qualunque ermeneusi. Il punto comune su cui mi pare necessario lavorare è dunque questo: non tanto le sistematiche che fanno da premessa a modalità interpretative apparentemente opposte, quanto l’esito “aperto” del testo, che è una “potenza” in grado di significare al di là della costrizione del testo stesso a un messaggio, a una forma non dinamica, a un significato o a un Discorso, che è sempre il Discorso.