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COME SECONDO ME VIVI TU OGGI, VIVO IO . Delle impressioni.

Siccome non so scrivere in altro modo quello che mi è capitato in questa settimana negli ultimi cinque anni della mia vita, lo scrivo così, ma non è la letteratura, erano delle impressioni. Ero io che andavo nei bar negli uffici e nelle psicoterapie e in giro, con il motorino, entrando nei bar. E’ tutto vero di questo accaduto che è accaduto a me. Metto un titolo per dire che sei tu, càpita a te, ma non è vero: non è un titolo.
Questo è il post che ti dice come vivo io.

COME SECONDO ME VIVI TU OGGI, VIVO IO

Bambini, attenti: non è una prosa poetica, è una cosa vera.
Sono stato nei bar, negli uffici, nei laboratori, nei luoghi della psicoterapia, questa settimana: ne ho riportate le seguenti impressioni.

Se per ventura a voi, che siete nati molti decenni fa, capitasse per ventura a voi di parlare con quelli di un nuovo mondo, fiorito come fiorisce il mostruoso cotone, in un vasto campo americano giallo dove nemmeno esistono più i negri a raccoglierlo, avvertireste la minaccia che non è sottile? Siete, infatti, tutti, annullati. La parola di un “giovane” è oggi un’insidia peggiore di qualunque zibaldone: il suo fulmicotone è lento, la loro voracità è da gasteropodi, persino la bava è infida, ravvolge, non fa scivolare verso la breccia del marciapiede dove è andata a rintanarsi la lumaca che la ha rilasciata: quella striscia di bava non si secca, non è argentina, non muta, ha liquidato una storia barattando da principio se stessa con un mondo inerte di una fantasia insepolta, che abolisce il passaggio dalla notte al dì, abolisce il passaggio.
Tu parli loro nel bar e ti dicono. Ti dimentichi, vai via.
Parli loro nel secondo bar, ti aboliscono, ti dimenticano, vanno via.
Parli loro in una stanza larga e diaccia, nessuno sente, sono concentrati a dimenticare ogni parola pronunciata nell’istante stesso in cui la pronuncia, o padre.
Ascolta: ho parlato con il mondo. Le sue frasi erano sprarire e la melassa dell’aria era un candore di cotone che ti va in gola e nei polmoni e leva l’aria e respiri cotone da ora in poi, non esiste aria, non più, esiste questo idrofilo da respirare.
Questa settimana ovunque ho parlato.
In una giornata di lena e fatica mi capita di incontrare le persone e di parlare loro e di chiedermi perché, chi sono, cosa dico loro, cosa fanno. In effetti non fanno niente, per loro è questo fare il giusto. Stanno tenendo pulito il monolocale che si portano appresso ovunque, privo di pareti ovunque, guscio grande inesistente attorno a loro, chiocciole che sono gasteropodi, grandi molluschi dentati, e suggono il latte di sangue da te. La loro parola è sempre un addio alle parole tutte. Che pensamenti sono queste trance in cui rifugiano, rintanano i loro corpi pallidi di carne molle, di carni efficientate di palestra e tumore delle luci al neon o U.V.A.? Non so. “Non so” è la loro risposta sempre, sei tu dall’inizio tuo, quando sei iniziato eri questa cosa, scappandone. In fuga da questo inizio di te da sempre, andavi a rotolare, dei bulloni, un santino nel greto sotto l’acqua limpida e fredda che lo distorce e distorce la sua immagine, una vite arrugginita, un balocco, lo smegma di un pesce trigliato di acqua dolce e, più in là, il cadavere di un libro di liriche di Camillo Sbarbaro, un turacciolo di metallo e gomma arancione consumato ai bordi, di plastica, i ricordi e tutte le idrolitine infilate nella bottiglia e esplose, nell’acqua, che ingurgitare era niente in un’infanzia così, in fuga. Ecco, basta, questo era lo stop, grande, di questi anni medicati male che furono la tua vita in forma umana e arriva questo basta, grande, stop, ecco: è il mondo nuovo, generato a immagine e somiglianza di un’immagine che somiglia all’immagine e scolora, trascolora: sono loro, quelli nuovi, nuovi umani, una forma transitoria e un poco spessa, con la fronte aggrottata e l’occipite ai suoi posti, che girano la testa e lo sguardo, hanno un rigore della spina dorsale oppure afflosciate nel corpo a pera, fatto a renitenza, nelle sere nelle palestre agli strumenti parlando, ascoltando le cuffie, correndo di qua e di là sui tapis-roulantes, che vanno, stanno fermi come vasi grossi di carne floscia, ticchettano, fanno i computer, fanno i reset, lo caricano, era scarico, le batterie, la sera, le domande, i sonni, i benessere, uno zero via l’altro, stando ovunque non in fuga, contrari a te. Il loro antagonismo è la natura principale. Spengono te, la coscienza. S’azzuffano? No. Che dentini!
Il pallore che hanno, sempre di ritegno senza prossemiche, con delle fisionomie spicce e quarti gradi, terzi gradi, che non ti fanno, ogni ritegno non è pudore affatto in loro e è una specie di pallore all’idea, è penultimo, sedimenta sale del senso che evaporava e ha lasciato giù queste molecole inerti, organiche e inerti, quindi inorganiche – e questo è l’umano, fenomeno, con cui ho a che fare qui da un lustro, Italia, nel piccolo cerchio fiocamente illuminato dalla fiammella della mia esistenza, un patetismo anche questa fiammella, ma di altro ordine e di altro senso…
Sono nuovi. La loro aggressività non è né fisica né spirituale: è qualcosa di ginnico, uno che fa ginnastica senza accorgersene, quegli esercizi introiettati muovendo l’esterno, il corpo a destra e sinistra, il minuscolo exploit che fa dire “oplà!”, senza nemmeno l’esclamazione, quasi che l’aria fosse densa, un immenso latte di bellezza, un dopotrucco universale, dove l’attrito consuma se stesso e si è di piombo essendo di gomma plasticata, come i bambolotti “moderni”, le braccia dei Big-Jim, quando gli arti sono più sensibili e vivi di quelli canonici in plastica dura e immobile, le braccia dei Big-Jim, quella gomma dovrebbe sembrare più vibratile e viva. Sono fatti così. Il loro occhieggiare attonito in un’indifferenza complice dello sterminio, che la realtà utilizza quale retorica principale e addirittura virtuosistica per risolvere il fenomeno umano, è la prova che non hanno appreso la silenziosa e spietata lezione che impartiscono le pietre: sono essi stessi pietre, pietre di gomma umana, di gromma umana. Aggiornano gli stati. Sono apparsi legione con il trascorrere dei documenti di identità. Il loro invecchiamento non è progressivo, è a balzi, il loro pallore è una radiazione di fondo, una costante, un’organizzazione di ciò che viene, il minuscolo messia laico e inconsapevole, la cui comparsa cambia il mondo in peggio e rende il miracolo un yogurt di psiche e lipidi e sebo dal cuoio capelluto al capello, dove l’errore è abolito con la stessa inconsistenza della loro empietà, con il travolgersi istantaneo in un mondo privo di tutto e non di fatica, una sfibratezza, un’occlusione aperta, frontale, silenziosa. Ti guardano con “occhioni” e ti sorridono con i “sorrisini” e manipolano due metri di mondo come se fosse una casa, ma è priva di porte, non si possono spalancare le porte, quale casa si abita senza spalancamenti?, da quando la casa è un tetto e un tepore? La casa è un’insidia, si muore sempre in casa.
Come si stempiano! Non esiste più una donna. Il “velo” è “islamico”, per loro, il pazzo è “pazzo”, la sete è “un sintomo”, l’acqua è un “rimedio”, la cosa è casuale, l’errore non c’è o è una rovina della casa antica che mi dirocca dentro e lascia il mondo scoperto di ogni madre, il padre è “cattivo”, l’istante è “niente”, il mondo è perplesso, l’anemia è “mediterranea”, questa psiche è sconosciuta e non è che “niente” anche la psiche, il corpo è larva, la memoria è insana, lo sparo è “terrorista”, il titolo è “giornale”, che bello è “essere bambini”, è tutto un “”.
E tu parlavi a Sbarbaro con loro, andavi in direzione Padre, per dimenticare i padri, nella riva di un ruscello a contemplare le screziature della ruggine e dei muschivi in una giada dentro la ghiaia del greto sotto l’acqua di vetro e gelo di un torrente in Slovenia con il poeta Mario Benedetti.

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