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January 11, 2016 at 12:11AM

E’ un gran bel film privo di verticalità “The revenant”, che in parte riscatta ai miei occhi Iñárritu dall’irritante, rettorico, premiato dall’Academy, plaudito dall’attuale premier italiano e sopravvalutatissimo “Birdman”. Qui siamo a un altro livello di resa, complice l’opposta e integrata bravura di due sodali nella vita e nel lavoro, ovverosia Leonardo Di Caprio e Tom Hardy. Non c’è ingaggio metafisico, poiché non è un dato metafisico la tonitruante presenza della natura – oscura, perenne, come sempre al di là del bene e del male, con i suoi massacri segreti che dominano la scena priva di testimonianze, pressante contro me che osservo dietro uno schermo con un orrore che annulla la stupefazione e che è tutta la stupefazione. Un’opera di regia muscolare, anche nel senso della realizzazione, se si tengono presenti le due ore di luce giornaliere in condizioni estreme, per girare le scene una dietro l’altra, secondo l’ordine di montaggio, senza contare l’ingente spesa per realizzare l’unica scena in 3D del film, abbastanza memorabile, cioè lo scontro tra il protagonista e l’orso. Su questa scena è stato fatto calare il silenzio più assoluto, quanto alle tecniche di produzione: DiCaprio sostiene che rivoluziona certa praticabilità del filmico e, se un minimo capisco di tecniche realizzative, potrebbe davvero avere ragione. E’ una sequenza pazzesca. La regia tuttavia è muscolare anzitutto nella mimesi, nella continua ripresa dal basso, a imitare la posizione a cui è costretto Di Caprio, qui costretto a (autocostrettosi a interpretare con) un mutismo quasi assoluto. E’ muscolare anche negli effetti grandangolo. Ciò non significa che non faccia impressione. Qui fa tutto impressione. La natura è davvero spaventosa, un coro di miliardi di molecole, una tragedia priva di personaggio, priva di personificazione. Le interpretazioni sono consonanti, pur nella diversità, che va all’antitesi, dei due caratteri principali. Tom Hardy è perturbante soprattutto nel parlato, nella dizione, nella grana di voce. Notevole il lavoro di casting. La colonna sonora di Sakamoto e Noto è da leggenda, del tutto solidale con la rappresentazione di questa natura oltre il selvaggio, prossima all’abbacinante e all’atrabiliare delle tenebre spirituali (quest’ultimo è un esito che Iñárritu non raggiunge). Un caleidoscopio dell’umano al termine della sua ciclica notte, con uno stacco finale che non soltanto vale il film: lo trascende, letteralmente: visivamente. Credo che i secondi finali siano il vertice interpretativo di Di Caprio e registico di Iñárritu.

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