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Perché contestare sarebbe aggredire?

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Interrompono due lezioni di Panebianco e va a fare slogan con “aggressione” e “blitz” la retorica giornalistica, che a mio parere ha colpa almeno per la metà di quel disastro che furono gli anni di piombo. L’analisi addirittura inverte i termini della questione, asserendo che l’interruzione di un professore, il quale da anni pronuncia tesi occidentaliste sul maggior quotidiano nazionale, corrisponde a ciò che i fasci fecero negli anni Trenta con i docenti ebrei: così Aldo Cazzullo, sul medesimo quotidiano in cui occupa colonne il professore Panebianco.
L’ex professore universitario Romano Prodi, a cui secondo me si deve almeno la metà della responsabilità per gli anni di berlusconismo che abbiamo vissuto, è scandalizzato. Il coro, minimo ovviamente, contro tali malefatte denuncia che si tratta delle pratiche antidemocratiche. La democrazia è infatti, e lo sanno tutti, la calma placida del servo sciocco, l’assenza conclamata di conflitto, la latenza di qualunque scintilla dialettica. Così hanno voluto, così avete voluto. Non mi ricordo di avere vissuto un tempo in cui fosse tanto ignorato e così poco praticato il conflitto sociale. Come sempre nella storia umana esistono i poveri, gli ingiustamente sfruttati, i disagiati che la società schiaccia con indifferenza e nonchalance. Ci si attacca alle opere caritatevoli del sindaco illumninato, dell’assessore al welfare, dell’associazionismo cattolico che però ha un rapporto con la chiesa altrettanto cattolica. La chiesa: questo carnevale che è grottesco ogni giorno di più, questa confessione dell’ecumenismo più stronzo e infido, questa rendita di posizione che è autenticamente trasformata in un fenomeno dissociativo, tra pappa del cuore e cinismo repressivo che non ce la fa più a essere dittatoriale. Ciò che sta mancando è proprio il conflitto di base. La democrazia funziona, se funziona, proprio in questo modo. Io ti occupo l’ospedale. Io ti spacco la scuola dove imponi dei programmi educativi che rimbecilliscono le giovani menti. Io ti fotto la polizia che ritiene di essere un’istituzione fascista, quando ha una delega per via di un contratto sociale, il quale va sempre ricontrattato, sempre, costantemente, altrimenti diventa un digesto di norme feudali in cui uno nasce, dovendole accettare come disgrazia o emanazioni da chissà quale cielo. Questo “io occupo, io spacco, io fotto” o è declinato alla prima persona plurale o sortisce il disastro di un popolo, come si può motivatamente ravvedere nell’angosciante deriva che il grillismo evidenzia. La realtà non tarda a fare ascoltare la propria voce per nulla flautata. Gli operatori della notizia ritengono di avere vinto una guerra, questo è incredibile e indecente. Altrettanto fa la componente più vergognosamente e sordidamente complice dell’afflizione dei popoli. E’ incredibile e indecente anche questo. Il loro scetticismo criminogeno, che recita con il sopracciglio inarcato alla Spock la vieta formula del “voi non sapete cosa è il potere e come si gestisce”, è una malattia tanto dell’ideale quanto della psiche – e quindi diviene una malattia del corpo, per cui si creano emorragie, spesso causate da metallo urlante che vola allegramente per l’aere. E’ proprio contro il sangue per le strade che scrivo questo che scrivo. L’irresponsabilità di giornalisti e docenti, nel caso di Panebianco riuniti nel medesimo evento fisico, è una devastazione continua, che si perpetua attraverso la leggenda che la “pubblica opinione” sarebbe il controller delle democrazie, come ci insegna una nazione di alienati che baciano il culo alla monarchia più assassina della storia planetaria e vengono a insegnarci che cosa sarebbe democratico, non essendo stati capaci di rovesciare quattro vecchi aristocratici beoni e con il segretino sessuale puritano vintage. Complimenti anche a quelli che sono puritani non vintage, ma neo-: il tempo che ritenente di vivere e forgiare è proprio la negazione di qualunque presente. Costoro sono quelli che chiami “i coetanei”: la schiatta più ridicolmente e tragicamente omologata che abbia mai potuto ravvedere nel mio piccolo orizzonte esistenziale e nel mio vastissimo orizzonte intellettuale e nel mio ancora più esteso orizzonte etico. Privi di strategia, i coetanei mi ricordano il bovino che rumina erbetta fresca e violette con un sorriso dell’esoftalmo, mentre lo accompagnano allo sparachiodi. I coetanei non lo sono, spesso: sono più giovani di me. E’ una schiatta composta da persone come quella che non ha girato il video che linko: mamma mia!, chissà cosa succedeva a riprendere con lo smartphone i protagonisti di questo bell’esercizio di dialettica, sia che il cameraboy fosse un allievo docile sia che fosse un contestatore che preservava le fisionomie dei compagni! O la cosiddetta collettività si riappropria delle proprie ragioni e le esprime, e interrompere una lezione universitaria è esattamente questo (anche se si è uno sparutissimo manipolo), oppure si continua a sperare che “la gente” (poiché il popolo si trasformò in gente qualche decennio fa) riceva un feed elaborato bene da un algoritmo a intelligenza artificiale forte, capace di pensare l’impensato, che è il pensabile che tutti noi (noi: noi…) dobbiamo sempre tentare di pensare e realizzare.
Buonanotte, bambine.

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