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Tirata antitaliana

Non si tratta di avercela con l’Italia, di lamentarsi di questo Paese, surreale come una landa impazzita e un tessuto allegramente lacerocontuso da quando sono nato. E’ che in qualche modo il tempo che si vive è la conseguenza logica del tempo che lo ha preceduto. Che lo ha preceduto di quanto, precisamente? La storia delle stanchezze e degli assassinii italiani dura dalla fondazione di Roma fino a noi. Io mi limito a quanto sto vivendo da un quinquennio. Il contesto mi sembra clamorosamente peggiorato, dal punto di vista del funzionamento sociale, della produzione di cultura, dell’elaborazione estetica, della consapevolezza politica. Gli italiani, col loro mainstream, fanno schifo, sembrano popolare una Disneyworld dell’orrore e della stolidità. C’è un legame preciso tra lettura e modalità di conduzione del traffico automobilistico in una grande città: sono le soglie di attenzione crollate, che segnalano una totale indifferenza all’altro, come se l’alterità non esistesse, non dico che non sia amata, perché nemmeno ci si arriva, alla possibilità di amore. L’altro giorno ero a vedere un contest di video artistici alla Triennale, di cui molti erano realizzati da suppostamente giovani autori (sui trent’anni, qui, si è giovani): una marmellata di spottiglia, uno sguardo che l’alienazione di massa nemmeno giustifica, ma sicuramente impulsa. L’alienazione si è installata come norma di vita, come genetica e psichiatria ambulante, in questa nazione, che non è mai stata tale, se non per fascismi diffusi oramai in un preconscio collettivo, e sono costretto a usare questo sostantivo, perché di inconscio non si vede traccia e di conscio è meglio non accennare nemmeno. Il livello biecamente fobico e parafiliaco impera. La sboccatezza dei costumi, la volgarità esondata a livelli neanche di allerta, poiché non si allerta nessuno: se formulo queste impressioni, non è perché io sia un moralista o un vieto reazionario, è soltanto che mi fermo a osservare e ciò che ravvedo è orrendo. Nell’àmbito in cui mi sono formato professionalmente (editoria e operazioni culturali) la situazione non è disastrosa: semplicemente non c’è situazione. Non si vede un film decente o d’autore da anni, chi è in grado di realizzarlo non trova fondi neanche a pregare in sanscrito o piangere in giapponese, poiché i produttori, che sono sempre stati i salumieri dell’esistenza, danno il grano a pochi progetti, tutti appunto mainstream, vomitevoli e inguardabili; se si parla di film d’autore, si tratta di produzioni romane orripilanti, grottesche come la letteratura romana, celebrate dal sistema romano, che è una comunità di trecento persone che si autopremia, si fa le interviste, li vedi ai David tronfi e revanscisti non si sa verso chi sa quale difficoltà o situazione ostativa. La produzione televisiva, un unicum planetario, è scivolata su una china ancora più nauseabonda dei suoi già insostenibili esordi a inizio Ottanta. Non parliamo della letteratura: ero a una presentazione di un’antologia, l’altra sera, parlavano tre scrittori importanti, c’erano dodici (dodici) persone ad ascoltare, si è andati avanti per quasi due ore, come se non si fosse fuori della storia, con tutta evidenza, rispondendo a domande tipo: “E’ meglio scrivere isolati o mischiarsi col fango della vita?”. Non trovi la lingua, la profondità della lingua, in un libro che sia uno, devi andare a cercare disperatamente e rimani deluso quasi sicuramente: ti salvi per il “quasi”. Sono entrato in una libreria Feltrinelli, c’era da spararsi: i tavoli espositivi dei libri hanno raggiunto la metratura di quello di casa mia dove mangio, mentre trionfa e sopra e sotto, una gadgettistica che sembra tratta dall’emulazione fallita di un film di Tim Burton, cioè da un recente film di Tim Burton stesso. Se ti affacci sulla prima scolarizzazione, davanti all’utilizzo delle lavagne luminose, trionfalmente connesse al Web, stai male, perché durante il “tempo pieno”, che è vuotissimo, ai tuoi figli mostrano a ripetizione J-Ax e Baby-K su YouTube e tu non puoi fare niente, e alla fine della seconda elementare i medesimi pargoli non sanno le tabelline, ma hanno già sperimentato il terrore degli Invalsi, dei test in cui, a venire giudicati, sono i docenti, ma ovviamente non vengono giudicati mai. Sali di gradi scolastici e ti danno un tema in terza media, che è all’incirca: descrivi tua mamma. Al liceo li ammazzano di nozioni e carichi di compiti insostenibili anche per San Girolamo quando decide di tradurre la Bibbia nel suo studio perenne, inoculando in loro un’anemotività che li porta a uno strano amimismo facciale, quasi fatto di plastica, perché la pelle è giovane e ricca di collagene e, quindi, pare sintetica, mentre lo sguardo esprime non più di cinque emozioni, come in “Inside/Out”, film che hanno inculcato tramite lavagna luminosa alle elementari. Ovviamente il disagio esistenziale e psichico va alle stelle: siamo al massimo indice di consumo psicofarmacologico, mentre crolla la psicoanalisi e perfino la psicoterapia, ci sono operatori 35enni che a fine seduta ti danno una pacca sulla spalla e un buon consiglio, stile: “Stia tranquillo/a”. In quella direzione, si arriva alla sanità, che, pubblica o privata che sia, manifesta un’incapacità diagnostica mai ravvisata nei quadri decennali precedenti, attese di 24 ore ai pronti soccorsi, con 11 milioni di cittadini che disertano del tutto le cure per incapacità economica o sfiducia. La riforma del lavoro, che è una presa d’atto che il lavoro non c’è più, devasta più che rassicurare ed estende la sensazione di precarietà, mentre concentra la possibilità di reengineering aziendale, facendo svolgere alle persone il doppio o il triplo dei compiti assegnati loro cinque anni fa, grazie a processi di fusione industriale che meriterebbero l’intervento dell’Antitrust. Le persone girano istupidite nelle cuffie che fanno ambient alla vita con gli mp3 o Spotify, facendo scrolling in metropolitana suoi propri touch, abituando il loro gusto ad adeguarsi alle cucchiaiate di merda che questa trista esistenza occidentale riserva alla civiltà sviluppata di massa. Li vedi: stanno male. Non è che tu sia messo meglio, sei massa anche tu e le soglie di attenzione sono crollate anche per te, fai fatica a stare per un’ora su quattro pagine di Marx la sera, inoltre poi con chi parli di Marx? Le relazioni amicali hanno raggiunto un culmine, credo non superabile, di volatilità e incoerenza, non si discutono gli affetti, che ci sono, ma la gestione degli stessi, che è inesistente e funziona a singhiozzo. L’impresa dotata di senso è andare a emozionarsi in montagna con le ciaspole fuoripista. La borghesia è crollata nel lumpen, attirando il lumpen a sé: il lumpen si crede un poco borghese, a meno che non si tratti dei tarri che vivono tipo alle Vele e si sentono in una fiction, che, a questo punto del 2016, sarà invariabilmente “Gomorra”. Il giornalismo è collassato: non so se vi rendete conto delle cazzate che ogni giorno propinano via Web, per non dire delle inutilità, che nessuno legge, elaborate senza tanti sofismi su carta. La lingua comune è martellata della parola “sogno” da più di vent’anni, da Berlusconi a Renzi, da Gualtiero Marchesi a Bottura. Non esiste una spinta di cristallino idealismo, se non a cercarla con il lanternino, come faceva Diogene, detto Il Cane, e così io mi sento: un cane. Sporgo la lingua dalle fauci, quella si secca, sono tachicardico come tutti i canidi, scodinzolo al padrone, cerco la pappa, se mi date il Ciappi io vi ringrazio, faccio pure il gesto di sputare nella ciotola e poi cerco di dormire, per spegnere la coscienza di questo luogo in cui sono nato e cresciuto e morirò, ché a 46 anni sono troppo bolso, grasso polinsaturo e stanco per andare via, migrare ma non a Londra come tutti, lontano, a Tonga, in Sri Lanka, dove forse mi abituerei a una sana e realistica povertà, trovando il ritmo per meditare e comprendere che io sono pura coscienza e tutto questo che sto vivendo è una televisione più cattiva di quella che fecero Smaila e la Bonaccorti. Poi si spaventano degli algoritmi: ma ben venga Siri, ben venga Cortana, perlomeno sono educate! Prima avevano paura che i negri gli rubassero il lavoro e le tipe, ora stanno per avere paura che il lavoro e le tipe gliele rubino i robot, sono già preoccupati per le vendite dei sex toys che qualunque adolescente acquista on line, cancellando la cronologia.
Lo so, sembra tutto un po’ 5Stelle, ma i 5Stelle mi fanno schifo, mentre la mia bile no, mi hanno anche operato per i calcoli biliari, ora non ho più il sacchettino in cui stiparli, sarà il caso di schizzarne un po’ fuori, per non tenermela dentro – e comunque questo disgusto e questa rabbia e questa richiesta frustrata di amore ci sono, è inutile denegare ciò che c’è, ci lavoro sopra. Mi si scusi il disturbo.

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