Nel caso interessasse sapere cosa penso di Trump & Tutto

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Potrei dire che con la giornata di ieri si chiude il periodo della globalizzazione, per come è stata annunciata, quasi fosse un piano quinquennale enunciato all’indomani della caduta del Muro. C’era quella faccia di cartapecora anglosassone, dalle labbra sottili, che diceva di leggergli le labbra, “no more taxes”, i capelli di fibra plastica da manichino della Standa, un manichino vecchio, il ventriloquo che coincide con il suo proprio pupazzo, si chiamava George Bush, poi sarebbe diventato Senior, perché già urgeva uno Junior, da applaudire o contestare. Io ero al mio esordio. L’età adulta la toccavo in quei giorni, i prodromi della maggiore età erano risultati indigesti, tragici o semplicemente drammatici, sismici, in un vorticare di tentazioni suicidarie e angosce per il mio stesso futuro, lavoravo in nero. Ascoltavo le voci nella cornetta telefonica al fisso per le ricerche di mercato, stilando le dichiarazioni di compenso come finto lavoro continuativo, apprendendo a memoria il mio codice fiscale, che mi si inseriva nelle convoluzioni cerebrali, nella neocorteccia, si faceva algoritmo. Il comunismo si faceva algoritmo, deflagrando: il dopobomba è polvere dell’edificio deflagrato, penetra e satura tutto attorno, io vedevo questo. Il nuovo ordine mondiale era una bieca ottemperanza all’ingiustizia liberata, abile ora a scatenarsi ubiquamente. Era un liberismo che tentava di reggersi e librarsi grazie alla propellenza della pietà, dei ricchi verso i poveri, mentre i poveri apprendevano che l’alternativa alla lotta di classe era l’empietà. Le scatole si aprivano, molto cartone nominale spalancato o sbrecciato, e cominciava un’altra storia, o forse la stessa storia: avvertivo la nascita del digitale con la scomodità di chi porta un peso indesiderato e obliquamente assegnatogli insieme a quello del corpo: era una valigetta di finto cuoio nero, una piccola ventiquattrore, dentro albergava un telefono ubiquitario, un neotelefono, il prodromo alla maggiore età degli smartphone e dei device che seguiranno, intrudendosi e armonizzandosi nei nostri corpi non meno lievi, di cui ci sentiamo maggiormente responsabili, mentre si enuncia la liberazione dal corpo da perte dell’Algoritmo Del Tutto Immateriale. George Bush, questa secchezza di uomo ammansito dai privilegi e inchiavardato in un antico sistema di potere, che fa sempre di tutto per sopravvivere a se stesso e agli altri, mi rendeva alieno ai miei coevi. Essi apparivano liberati dalla recrudescenza dell’idea, del sistema, della lettura del mondo. Avevano affannosamente fatto a meno della lotta ideologica e pensavano fosse cosa buona e giusta divertirsi, pensare a se stessi, elaborare la più incerta delle metodologie interiori che approntano i sensi di colpa rispetto alla proprietà materiale. Gli scrittori scrivevano. Si discuteva sempre meno e sempre peggio. Le ovvie eccezioni, sempiterne, resistenti e più o meno virtuose, non avevano corso semplice, ma avevano comunque corso, così come ce l’hanno attualmente. Gli operai, di colpo, non esistevano più, sostituiti dall’eterno sottoproletariato, dalle fasce anagrafiche messe in reciproca lotta, una strumentazione barocca ma efficace per seppellire a occidente la lotta di classe, inclusa quella di classe cognitiva. Già i profeti del digitale e della neosociologia intitolavano i loro libri emblematicamente, alla fine di ogni emblema, in un modo inequivoco, né barocco né efficace: “La fine del lavoro”. Era molto peggio, quanto a profezia, de “La fine della storia”, un testo per nulla sacro che fu preso per sacro dai miei coetanei, i quali non hanno mai creduto al sacro o ci hanno elaborato sopra elucubrazioni indecenti. La deriva tra il laico e il new age portava a un acme storico, tuttavia, che provocò un brivido di piacere in tutti costoro, almeno quanto lo provocò in certe architetture: dico l’attacco alle e il crollo delle Torri Gemelle. La ripetizione televisiva di quelle immagini di devastazione nel mattino sereno e neoilluminista di New York fece osservare a molti che, se la fine della storia era stata un’enunciazione a dire poco avventata, forse bisognava preoccuparsi della fine del lavoro: aveva più senso. Se ne occuparono in questo modo: si diede la stura al redde rationem finanziario, accorgendosi che la lotta di classe era stata fatta svanire a vantaggio di uno sganciamento del denaro dalla realtà, dalla produzione e, di fatto, dal denaro stesso. Erano indici, algoritmi, cifrature, saliscendi di curve digitali, numerazioni a equazioni stocastiche o applicate a partire da una teoria economica che si chiamava indegnamente “dei giochi”. Il mutuo insoluto di una casetta nel Maine sfilava direttamente la praticabilità della ricchezza conosciuta a Oderzo, facendo piangere i veneti tanto quanto i texani, che incominciavano a chiedersi se, al posto del petrolio, non ci fosse Google, con l’ovvia constatazione che il petrolio è dei ricchi e Google è di Google, cioè di due neoricchi. Da quel momento le tecnocrazie, sempre più accigliate e in istato di controebrezza e lividume, presero a predicare l’austerità come nemmeno certo francescanesimo: era, a bene vedere, la scimmia del francescanesimo, il diavolo che esorta alla nudità assoluta, mentre ancora si cercava di fare shopping nel Triangolo della Moda e non si poteva più. L’accelerazione era quindi maturata: sbocciava. Nessun paradigma sedimentava per il tempo necessario a esserlo. Gli imprenditori aumentavano il consumo di ansiolitici. Io restavo intelligentissimo, ma parecchio sfigato. Vedevo tutto e potevo poco, sicuramente meno di prima. Le comunità si autodefinivano nicchie, si straparlava di generalismo, i device incominciavano a farsi sentire davvero, non soltanto con la suoneria Nokia. L’avanzata dei nanobot era imminente. La delega di rappresentanza era ridotta a una sceltà di élite. La morale della favola, come tutte le favole, era crudele: non c’era il cattivo, dal bosco oscuro non si usciva. Intelligentissimo io, ma sempre meno incisivo per via della perdita di credibilità sortita da qualunque attività umanistica. Tutto si arruffava, tutto ribolliva. Fino a ieri. Con la vittoria di questo protofascista dai capelli grottescamente messi in piega per la stagione 2017 di “Twin Peaks”, un razzista bancarottiere che si fa votare a maggioranza da un quarto degli aventi diritto al voto, con la sorpresa di chiunque non avesse appreso l’antica lezione circa il fallimento dell’oclocrazia a cui hanno ridotto le democrazie occidentali in pochi decenni – con questo dramma che non spaventa nemmeno Oderzo, finché non gli tocca i depositi in banca, molti miei amici ritroveranno la gioia di un pupazzo dannoso a cui opporsi, come hanno vanamente e retoricamente fatto nell’arco di questo ciclo che va da Berlino 1989 a Washington 2016. Torneranno a parlare di geopolitica, gli sembrerà plausibile farlo. La finanza come reagirà? E tutto l’enfiamento dei commentatori sulla bugia palese che si sia trattato di un rigurgito popolare, di una presa di coscienza delle masse povere, che ne avevano pieni i coglioni dell’establishment? E le armi ai bambini? E i milioni di Columbine che ci attendono? E la Siria? Intanto è chiaro che, avendo speso 800 milioni di dollari l’angosciante avversaria elettorale di questo angosciante serial killer dello spirito e della prassi, viene constatata la fine della comunicazione e della pubblicità, il che non è poco: è dai tempi della propaganda di Goebbels che la bolla comunicativa si gonfia. Ciò vale anche per il giornalismo, tanto quanto per quell’editoria alla vana ricerca dei non-lettori, così pure per i sondaggisti, che restano in gioco in quanto a qualunque povero, e in fondo anche ricco, piace molto giocare al gratta & vinci, sotto forma di tetris, Candy Crush, AlphaBetty o, più recentemente, Pokémon Go. Non ho letto un editoriale, ma che sia uno, intorno alla fine del denaro, al post-denaro: inviterei gli spiriti accorti a ragionare intorno a questa prospettiva. C’è un bagno di lassismo nichilista che tutti, spiriti accorti o malaccorti, avvertiamo di fare giorno per giorno, incapaci di camminare sulle acque, poiché questa impermanenza mette a grave repentaglio la possibilità di essere stabili nella consapevolezza della realtà: essa muta, non muta chi se ne accorge. Devo scrivere il nuovo libro. Devo scriverlo? Sì, ma non può essere che una parola inserita nel contesto dell’accelerazione, la quale mette a dura prova qualunque percezione di qualunque parola. La secondarietà finale del tycoon bancarottiere, pronto a fare il comandante in capo con chissà quale capigliatura sul capo stesso, risiede nella primazia che l’accelerazione e la convergenza biotecnica stanno esprimendo: lì non serve nemmeno votare e si è al di là della democrazia e di qualunque dibattito. Chi non avverte che le cose vanno in questo modo, può continuare tranquillamente a indossare doppi cognomi, grisaglie da azzimato uomo di affari, piumini da tarro di periferia, maschere da gourmant. Non è più la civiltà di massa: ci si chieda di cosa è questa società occidentale, che proprio non mi sento di definire alla fine,perché è al suo inizio.
Buonanotte, bambine.

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