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La Festa del Padre in “History”

Oggi è la festa del Padre e in “History” (Mondadori) il Padre e il Figlio fanno questo, in un brano talmente lungo, da essere incongruo:

«Il figlio attraversa la sala. Non accende le luci, non vuole rischiare di svegliare il fratello o il padre.
Nel semibuio avanza e davanti a lui di colpo si staglia nel semibuio una figura.
E’ il padre.
Il padre è in piedi nel semibuio.
E’ il culmine tra notte e primo mattino, un momento alto tra le ore canoniche, a quest’ora si recita nei monasteri l’ufficio divino, si pronunciano le liturgie. E’ l’ora dei possibili assassini, dei possibili ammazzamenti. In quest’ora tra notte e alba più acute e inesplicabili sono le manifestazioni della rabbia compressa, stolida ed efficace, la rabbia è efficace quando vuole colpire il figlio: il padre vuole colpire il figlio.
La testimonianza del padre è irrilevante, ma non il suo colpo, che deve ancora avere qualcosa del tuono, dell’accecamento, del dolore più acuto.
Il padre affronta il figlio. Gli è frontale. E’ pronto a scattare. L’ira è fosforescenza.
E’ frontale al figlio Nicola o Leone. L’altro figlio sta dormendo nella sua stanza da quindicenne, anche se ha superato i venti, Leone o Nicola. Il padre è fermo, al centro della sala, frontale, nella cupaggine dell’iracondia, è un’ombra oscura definita, stagliata nel semibuio con una precisione da pittore realista, da sonnambulo, da allucinazione vivida.
Il tono generale di luce è tra blu e nero, si intuiscono i caratteri somatici di quell’uomo sessantenne, verticale e compresso nell’ira, che ha davanti il giovane figlio: apprezziamo il disegno del suo volto frontale, il profilo del naso, l’arco ciliare, si può desumere persino la tinta bruciata del viso, è arcigno e fermo, schierato frontale come un pellerossa teso alla morte dell’avversario in grandi pianure che non sono più a disposizione.
E’ un’aria drammatica, neroblu, un istante protratto, che si allarga, due corpi maschili che si fronteggiano, nel tempo.
Come a un trivio, tra primavera e sorgere della stella Arturo.
Si fronteggiano silenziosi nella minaccia, che va dall’uno all’altro, dall’adulto al ragazzo, dal padre al figlio, il figlio è pallido, la sua carne è bianca e farinosa, poco masticata dai climi e dai tempi voraci, è un corpo nuovo e squadrato dalla palestra e dall’alimentazione molto ormonale, la mandibola squadrata e tipica della giovinezza occidentale.
L’uno guarda l’altro e del suo corpo, privo di sangue, è come se appoggiasse il peso sull’elsa di una spada che non c’è.
Sono serrati i pugni del padre, che sta piantato di fronte al figlio, pronto a scattare per aggredirlo, in questa sala buia, retroilluminata dalla parete finestra con i vegetali fitti fuori, dietro i quali la luna.
Il padre vibra impercettibilmente, i muscoli compressi, consumato dalla palestra, da tutta l’aerobica che fa.
Muto e scuro, il suo volto è rigato orizzontale di una piega buia, sporgente come per un urto contro colui a cui arriva addosso, taurino, sembra emerso in un tempo originario, sembra installato in epoche oscure non del tutto dimenticate, come uno che avesse ucciso un cavallo con un colpo, o una bestia addomesticata, e affrontasse il figlio.
Il figlio è a un paio di metri da lui e lo fronteggia. Pare che non ci sia paura, per l’irrevocabilità di qualunque paura in questi esemplari nuovi, tipici di un’umanità che va a morire precocemente un’ultima volta, un’ultima volta ancora…
E’ compressa l’ira e adesso inonda tutto. Deve essere stato il colpo inferto a History nel sonno, forse ha scoperto quando i due fratellastri le hanno tòrto i polsi, cosa hanno fatto entrambi i figli al corpo inerme di History.
Oppure è nella furia dell’ira per via dello shaboo, il padre lo sa, ha scoperto che il figlio si fa di metanfetamine, e questa è l’ora tremenda del rientro che i ragazzi hanno vissuto sempre, quando la casa non è sicura, il padre incombe, la casa è dove ti ammazzano per la prima volta sempre.
C’è, in questo fronteggiarsi, un’insipienza cieca, che ricorre a schemi riflessi acquisiti in età oscure, non del tutto dimenticate, tempi predecessori, non filosofici, arcuati con pietre e bronzo. E’ una scena bronzea.
Il padre sta per scattare con i pugni tesi, sta per essere questo, sta per farlo, sta per scattare contro il figlio pallido, l’aria vibra, scossa da percuotimenti arcaici e frontali, folate di aria nell’aria, nubi e arcaismi, miti di origine intradotti in parole, cozzi delle menti antiche una contro l’altra, scontri iniziali, drammi originari, in un tumultuoso tempestuoso prima…
A qualunque padre è stato ordinato di non generare. Espone il figlio trafiggendogli le caviglie con le fibbie, all’aria gelida, montana, il figlio sfugge al destino di morte, c’è tutta un cospirazione della realtà a proteggerlo, a creare equivoco, a nutrire Edipo misconosciuto dal padre che lo voleva morto. Poi si presenta al padre e lo uccide.
All’improvviso parte. Il padre parte con una mossa inattesa, caricando con la testa, il figlio riesce a spostarsi goffamente, non del tutto come avrebbe l’istinto di fare, gli arti sono duri, metanfetaminici, il figlio si scosta, il padre carica come un toro, con la testa vuole sfondargli il torace, il ragazzo riesce a scostarsi un poco di lato, la fronte del padre gli impatta contro le costole, ne incrina alcune, il ragazzo cade sulla schiena un poco di lato e urla, più che un urlo è un lamento stentoreo, un respirare forte, il padre ghermice l’aria, si muove come una macchia nera corpulenta, è il padre terribile che ti uccide, il padre gli è sopra, sferra il puggno, sbaglia, abrade il cuoio capelluto del figlio con le nocche della mano sinistra, un pugno di striscio, riesce a pressare il ginocchio contro la gabbia toracica del figlio, sulle costole incrinate, il figlio si lamenta, il figlio è di stagno, è un corpo adulto e acerbo, potrebbe tingersi di oro come la statua di un eroe antico, oggi che non si scolpiscono statue di eroi, antichi o nuovi, il figlio si risolleva a fatica, respirando a stento, il padre si rialza con fatica e foga, tutto è fermo in un’aria tra l’oscuro e il sorgere della stella Arturo.
Sfiatano come delle froge, sembrano equini, bestiali, ibridi tra belva e umano, sembra che indossino teste d’asino. Sono nell’ira, nell’omicidio, distanti dal fiorire del pensiero…
Ciò che è femminile è assente dalla scena.
Il ragazzo si volta, Nicola o Leone, c’è della sfrontatezza, c’è provocazione in un gesto non del tutto riparabile, c’è dell’agire lontano, antico e nuovo, la salute del figliolo, che sia prodigo o meno, comunque incapace di non tornare. Tornerà? Non è capace di fare altro se non tornare, non sa lavorare nel mondo, incede in direzione dei trent’anni senza avere nozione del mondo, non sa il coraggio di contrastare belluinamente il mondo, la grande belva del mondo gli si propina in cieli specchiati di fibre ottiche sulle Limousine, in parquet aspersi di champagne, in feste per i diciottesimi e battute che non hanno nulla di salace, questa è una sopravvivenza generale data per scontata, per la prima volta nella vicenda di questo pianeta si dà per scontata la sopravvivenza, un figliolo è prodigo di incapacità, di inermi impossibilità a fare, a dire, a urlare, incapace a prendere a pugni, a tollerare il pugno, sferrato dal silenzioso pellerossa che è il mondo, il mondo è un padre che assiste alla generazione, che non genera un altro mondo, ma osserva le generazioni che gli si generano addosso, il pianeta abitato dai popoli minuti e ventenni rivoluziona lento, contro l’astro paterno, il pianeta non si cura delle generazioni, poiché partecipa a tutti altri agonismi, cupi e celestiali, a cui assolvere, meccanicamente…
Il figlio si volta. Dà le spalle al padre furibondo a terra, va via. Il padre è stremato, si è mosso contro il figlio, la sua mano terribile contro il corpo spezzabile del figlio, è scomposto, la capigliatura gli si è disordinata, i soldi non hanno forma e premono da ogni dove contro la scena, la sostanza numinosa dei guadagni che mantengono tutti, il denaro che è esente dalle perdite e che può perdere il proprio valore e la propria consistenza da un attimo con l’altro.
Il figlio si è voltato, il padre è a terra. Il figlio se ne va. Infila la porta, la porta si sbatte, l’altro figlio dorme, poteva intervenire, con chi si sarebbe schierato?, da sopra rimbomba attutito male l’urlo di tutta History, che prova soltanto dolore e non smette di ergersi verso un amore disadatto, la bambina difettosa consuma denaro, è un valore comprensibile al padre e incomprensibile ai fratelli.
Il padre sembra una statua di oro nel buio, di oro falso, di magnete d’oro, di metallo vile.
E’ buio.
Attraversa la sala. Non accende le luci, non vuole rischiare di svegliare il fratello o il padre.
Nel semibuio avanza e davanti a lui di colpo si staglia nel semibuio una figura.
E’ il padre.
Il padre è in piedi nel semibuio.
E’ il culmine tra notte e primo mattino, un momento alto tra le ore canoniche, a quest’ora si recita nei monasteri l’ufficio divino, si pronunciano le liturgie. E’ l’ora dei possibili assassini, dei possibili ammazzamenti. In quest’ora tra notte e alba più acute e inesplicabili sono le manifestazioni della rabbia compressa, stolida ed efficace, la rabbia è efficace quando vuole colpire il figlio: il padre vuole colpire il figlio.
La testimonianza del padre è irrilevante, ma non il suo colpo, che deve ancora avere qualcosa del tuono, dell’accecamento, del dolore più acuto.
Il padre affronta il figlio. Gli è frontale. E’ pronto a scattare. L’ira è fosforescenza.
E’ frontale al figlio Nicola o Leone. L’altro figlio sta dormendo nella sua stanza da quindicenne, anche se ha superato i venti, Leone o Nicola. Il padre è fermo, al centro della sala, frontale, nella cupaggine dell’iracondia, è un’ombra oscura definita, stagliata nel semibuio con una precisione da pittore realista, da sonnambulo, da allucinazione vivida.
Il tono generale di luce è tra blu e nero, si intuiscono i caratteri somatici di quell’uomo sessantenne, verticale e compresso nell’ira, che ha davanti il giovane figlio: apprezziamo il disegno del suo volto frontale, il profilo del naso, l’arco ciliare, si può desumere persino la tinta bruciata del viso, è arcigno e fermo, schierato frontale come un pellerossa teso alla morte dell’avversario in grandi pianure che non sono più a disposizione.
E’ un’aria drammatica, neroblu, un istante protratto, che si allarga, due corpi maschili che si fronteggiano, nel tempo.
Come a un trivio, tra primavera e sorgere della stella Arturo.
Si fronteggiano silenziosi nella minaccia, che va dall’uno all’altro, dall’adulto al ragazzo, dal padre al figlio, il figlio è pallido, la sua carne è bianca e farinosa, poco masticata dai climi e dai tempi voraci, è un corpo nuovo e squadrato dalla palestra e dall’alimentazione molto ormonale, la mandibola squadrata e tipica della giovinezza occidentale.
L’uno guarda l’altro e del suo corpo, privo di sangue, è come se appoggiasse il peso sull’elsa di una spada che non c’è.
Sono serrati i pugni del padre, che sta piantato di fronte al figlio, pronto a scattare per aggredirlo, in questa sala buia, retroilluminata dalla parete finestra con i vegetali fitti fuori, dietro i quali la luna.
Il padre vibra impercettibilmente, i muscoli compressi, consumato dalla palestra, da tutta l’aerobica che fa.
Muto e scuro, il suo volto è rigato orizzontale di una piega buia, sporgente come per un urto contro colui a cui arriva addosso, taurino, sembra emerso in un tempo originario, sembra installato in epoche oscure non del tutto dimenticate, come uno che avesse ucciso un cavallo con un colpo, o una bestia addomesticata, e affrontasse il figlio.
Il figlio è a un paio di metri da lui e lo fronteggia. Pare che non ci sia paura, per l’irrevocabilità di qualunque paura in questi esemplari nuovi, tipici di un’umanità che va a morire precocemente un’ultima volta, un’ultima volta ancora…
E’ compressa l’ira e adesso inonda tutto. Deve essere stato il colpo inferto a History nel sonno, forse ha scoperto quando i due fratellastri le hanno tòrto i polsi, cosa hanno fatto entrambi i figli al corpo inerme di History.
Oppure è nella furia dell’ira per via dello shaboo, il padre lo sa, ha scoperto che il figlio si fa di metanfetamine, e questa è l’ora tremenda del rientro che i ragazzi hanno vissuto sempre, quando la casa non è sicura, il padre incombe, la casa è dove ti ammazzano per la prima volta sempre.
C’è, in questo fronteggiarsi, un’insipienza cieca, che ricorre a schemi riflessi acquisiti in età oscure, non del tutto dimenticate, tempi predecessori, non filosofici, arcuati con pietre e bronzo. E’ una scena bronzea.
Il padre sta per scattare con i pugni tesi, sta per essere questo, sta per farlo, sta per scattare contro il figlio pallido, l’aria vibra, scossa da percuotimenti arcaici e frontali, folate di aria nell’aria, nubi e arcaismi, miti di origine intradotti in parole, cozzi delle menti antiche una contro l’altra, scontri iniziali, drammi originari, in un tumultuoso tempestuoso prima…
A qualunque padre è stato ordinato di non generare. Espone il figlio trafiggendogli le caviglie con le fibbie, all’aria gelida, montana, il figlio sfugge al destino di morte, c’è tutta un cospirazione della realtà a proteggerlo, a creare equivoco, a nutrire Edipo misconosciuto dal padre che lo voleva morto. Poi si presenta al padre e lo uccide.
All’improvviso parte. Il padre parte con una mossa inattesa, caricando con la testa, il figlio riesce a spostarsi goffamente, non del tutto come avrebbe l’istinto di fare, gli arti sono duri, metanfetaminici, il figlio si scosta, il padre carica come un toro, con la testa vuole sfondargli il torace, il ragazzo riesce a scostarsi un poco di lato, la fronte del padre gli impatta contro le costole, ne incrina alcune, il ragazzo cade sulla schiena un poco di lato e urla, più che un urlo è un lamento stentoreo, un respirare forte, il padre ghermice l’aria, si muove come una macchia nera corpulenta, è il padre terribile che ti uccide, il padre gli è sopra, sferra il puggno, sbaglia, abrade il cuoio capelluto del figlio con le nocche della mano sinistra, un pugno di striscio, riesce a pressare il ginocchio contro la gabbia toracica del figlio, sulle costole incrinate, il figlio si lamenta, il figlio è di stagno, è un corpo adulto e acerbo, potrebbe tingersi di oro come la statua di un eroe antico, oggi che non si scolpiscono statue di eroi, antichi o nuovi, il figlio si risolleva a fatica, respirando a stento, il padre si rialza con fatica e foga, tutto è fermo in un’aria tra l’oscuro e il sorgere della stella Arturo.
Sfiatano come delle froge, sembrano equini, bestiali, ibridi tra belva e umano, sembra che indossino teste d’asino. Sono nell’ira, nell’omicidio, distanti dal fiorire del pensiero…
Ciò che è femminile è assente dalla scena.
Il ragazzo si volta, Nicola o Leone, c’è della sfrontatezza, c’è provocazione in un gesto non del tutto riparabile, c’è dell’agire lontano, antico e nuovo, la salute del figliolo, che sia prodigo o meno, comunque incapace di non tornare. Tornerà? Non è capace di fare altro se non tornare, non sa lavorare nel mondo, incede in direzione dei trent’anni senza avere nozione del mondo, non sa il coraggio di contrastare belluinamente il mondo, la grande belva del mondo gli si propina in cieli specchiati di fibre ottiche sulle Limousine, in parquet aspersi di champagne, in feste per i diciottesimi e battute che non hanno nulla di salace, questa è una sopravvivenza generale data per scontata, per la prima volta nella vicenda di questo pianeta si dà per scontata la sopravvivenza, un figliolo è prodigo di incapacità, di inermi impossibilità a fare, a dire, a urlare, incapace a prendere a pugni, a tollerare il pugno, sferrato dal silenzioso pellerossa che è il mondo, il mondo è un padre che assiste alla generazione, che non genera un altro mondo, ma osserva le generazioni che gli si generano addosso, il pianeta abitato dai popoli minuti e ventenni rivoluziona lento, contro l’astro paterno, il pianeta non si cura delle generazioni, poiché partecipa a tutti altri agonismi, cupi e celestiali, a cui assolvere, meccanicamente…
Il figlio si volta. Dà le spalle al padre furibondo a terra, va via. Il padre è stremato, si è mosso contro il figlio, la sua mano terribile contro il corpo spezzabile del figlio, è scomposto, la capigliatura gli si è disordinata, i soldi non hanno forma e premono da ogni dove contro la scena, la sostanza numinosa dei guadagni che mantengono tutti, il denaro che è esente dalle perdite e che può perdere il proprio valore e la propria consistenza da un attimo con l’altro.
Il figlio si è voltato, il padre è a terra. Il figlio se ne va. Infila la porta, la porta si sbatte, l’altro figlio dorme, poteva intervenire, con chi si sarebbe schierato?, da sopra rimbomba attutito male l’urlo di tutta History, che prova soltanto dolore e non smette di ergersi verso un amore disadatto, la bambina difettosa consuma denaro, è un valore comprensibile al padre e incomprensibile ai fratelli.
Il padre sembra una statua di oro nel buio, di oro falso, di magnete d’oro, di metallo vile.
E’ buio.
Attraversa la sala. Non accende le luci, non vuole rischiare di svegliare il fratello o il padre.
Nel semibuio avanza e davanti a lui di colpo si staglia nel semibuio una figura.
E’ il padre.
Il padre è in piedi nel semibuio.
E’ il culmine tra notte e primo mattino, un momento alto tra le ore canoniche, a quest’ora si recita nei monasteri l’ufficio divino, si pronunciano le liturgie. E’ l’ora dei possibili assassini, dei possibili ammazzamenti. In quest’ora tra notte e alba più acute e inesplicabili sono le manifestazioni della rabbia compressa, stolida ed efficace, la rabbia è efficace quando vuole colpire il figlio: il padre vuole colpire il figlio.
La testimonianza del padre è irrilevante, ma non il suo colpo, che deve ancora avere qualcosa del tuono, dell’accecamento, del dolore più acuto.
Il padre affronta il figlio. Gli è frontale. E’ pronto a scattare. L’ira è fosforescenza.
E’ frontale al figlio Nicola o Leone. L’altro figlio sta dormendo nella sua stanza da quindicenne, anche se ha superato i venti, Leone o Nicola. Il padre è fermo, al centro della sala, frontale, nella cupaggine dell’iracondia, è un’ombra oscura definita, stagliata nel semibuio con una precisione da pittore realista, da sonnambulo, da allucinazione vivida.
Il tono generale di luce è tra blu e nero, si intuiscono i caratteri somatici di quell’uomo sessantenne, verticale e compresso nell’ira, che ha davanti il giovane figlio: apprezziamo il disegno del suo volto frontale, il profilo del naso, l’arco ciliare, si può desumere persino la tinta bruciata del viso, è arcigno e fermo, schierato frontale come un pellerossa teso alla morte dell’avversario in grandi pianure che non sono più a disposizione.
E’ un’aria drammatica, neroblu, un istante protratto, che si allarga, due corpi maschili che si fronteggiano, nel tempo.
Come a un trivio, tra primavera e sorgere della stella Arturo.
Si fronteggiano silenziosi nella minaccia, che va dall’uno all’altro, dall’adulto al ragazzo, dal padre al figlio, il figlio è pallido, la sua carne è bianca e farinosa, poco masticata dai climi e dai tempi voraci, è un corpo nuovo e squadrato dalla palestra e dall’alimentazione molto ormonale, la mandibola squadrata e tipica della giovinezza occidentale.
L’uno guarda l’altro e del suo corpo, privo di sangue, è come se appoggiasse il peso sull’elsa di una spada che non c’è.
Sono serrati i pugni del padre, che sta piantato di fronte al figlio, pronto a scattare per aggredirlo, in questa sala buia, retroilluminata dalla parete finestra con i vegetali fitti fuori, dietro i quali la luna.
Il padre vibra impercettibilmente, i muscoli compressi, consumato dalla palestra, da tutta l’aerobica che fa.
Muto e scuro, il suo volto è rigato orizzontale di una piega buia, sporgente come per un urto contro colui a cui arriva addosso, taurino, sembra emerso in un tempo originario, sembra installato in epoche oscure non del tutto dimenticate, come uno che avesse ucciso un cavallo con un colpo, o una bestia addomesticata, e affrontasse il figlio.
Il figlio è a un paio di metri da lui e lo fronteggia. Pare che non ci sia paura, per l’irrevocabilità di qualunque paura in questi esemplari nuovi, tipici di un’umanità che va a morire precocemente un’ultima volta, un’ultima volta ancora…
E’ compressa l’ira e adesso inonda tutto. Deve essere stato il colpo inferto a History nel sonno, forse ha scoperto quando i due fratellastri le hanno tòrto i polsi, cosa hanno fatto entrambi i figli al corpo inerme di History.
Oppure è nella furia dell’ira per via dello shaboo, il padre lo sa, ha scoperto che il figlio si fa di metanfetamine, e questa è l’ora tremenda del rientro che i ragazzi hanno vissuto sempre, quando la casa non è sicura, il padre incombe, la casa è dove ti ammazzano per la prima volta sempre.
C’è, in questo fronteggiarsi, un’insipienza cieca, che ricorre a schemi riflessi acquisiti in età oscure, non del tutto dimenticate, tempi predecessori, non filosofici, arcuati con pietre e bronzo. E’ una scena bronzea.
Il padre sta per scattare con i pugni tesi, sta per essere questo, sta per farlo, sta per scattare contro il figlio pallido, l’aria vibra, scossa da percuotimenti arcaici e frontali, folate di aria nell’aria, nubi e arcaismi, miti di origine intradotti in parole, cozzi delle menti antiche una contro l’altra, scontri iniziali, drammi originari, in un tumultuoso tempestuoso prima…
A qualunque padre è stato ordinato di non generare. Espone il figlio trafiggendogli le caviglie con le fibbie, all’aria gelida, montana, il figlio sfugge al destino di morte, c’è tutta un cospirazione della realtà a proteggerlo, a creare equivoco, a nutrire Edipo misconosciuto dal padre che lo voleva morto. Poi si presenta al padre e lo uccide.
All’improvviso parte. Il padre parte con una mossa inattesa, caricando con la testa, il figlio riesce a spostarsi goffamente, non del tutto come avrebbe l’istinto di fare, gli arti sono duri, metanfetaminici, il figlio si scosta, il padre carica come un toro, con la testa vuole sfondargli il torace, il ragazzo riesce a scostarsi un poco di lato, la fronte del padre gli impatta contro le costole, ne incrina alcune, il ragazzo cade sulla schiena un poco di lato e urla, più che un urlo è un lamento stentoreo, un respirare forte, il padre ghermice l’aria, si muove come una macchia nera corpulenta, è il padre terribile che ti uccide, il padre gli è sopra, sferra il puggno, sbaglia, abrade il cuoio capelluto del figlio con le nocche della mano sinistra, un pugno di striscio, riesce a pressare il ginocchio contro la gabbia toracica del figlio, sulle costole incrinate, il figlio si lamenta, il figlio è di stagno, è un corpo adulto e acerbo, potrebbe tingersi di oro come la statua di un eroe antico, oggi che non si scolpiscono statue di eroi, antichi o nuovi, il figlio si risolleva a fatica, respirando a stento, il padre si rialza con fatica e foga, tutto è fermo in un’aria tra l’oscuro e il sorgere della stella Arturo.
Sfiatano come delle froge, sembrano equini, bestiali, ibridi tra belva e umano, sembra che indossino teste d’asino. Sono nell’ira, nell’omicidio, distanti dal fiorire del pensiero…
Ciò che è femminile è assente dalla scena.
Il ragazzo si volta, Nicola o Leone, c’è della sfrontatezza, c’è provocazione in un gesto non del tutto riparabile, c’è dell’agire lontano, antico e nuovo, la salute del figliolo, che sia prodigo o meno, comunque incapace di non tornare. Tornerà? Non è capace di fare altro se non tornare, non sa lavorare nel mondo, incede in direzione dei trent’anni senza avere nozione del mondo, non sa il coraggio di contrastare belluinamente il mondo, la grande belva del mondo gli si propina in cieli specchiati di fibre ottiche sulle Limousine, in parquet aspersi di champagne, in feste per i diciottesimi e battute che non hanno nulla di salace, questa è una sopravvivenza generale data per scontata, per la prima volta nella vicenda di questo pianeta si dà per scontata la sopravvivenza, un figliolo è prodigo di incapacità, di inermi impossibilità a fare, a dire, a urlare, incapace a prendere a pugni, a tollerare il pugno, sferrato dal silenzioso pellerossa che è il mondo, il mondo è un padre che assiste alla generazione, che non genera un altro mondo, ma osserva le generazioni che gli si generano addosso, il pianeta abitato dai popoli minuti e ventenni rivoluziona lento, contro l’astro paterno, il pianeta non si cura delle generazioni, poiché partecipa a tutti altri agonismi, cupi e celestiali, a cui assolvere, meccanicamente…
Il figlio si volta. Dà le spalle al padre furibondo a terra, va via. Il padre è stremato, si è mosso contro il figlio, la sua mano terribile contro il corpo spezzabile del figlio, è scomposto, la capigliatura gli si è disordinata, i soldi non hanno forma e premono da ogni dove contro la scena, la sostanza numinosa dei guadagni che mantengono tutti, il denaro che è esente dalle perdite e che può perdere il proprio valore e la propria consistenza da un attimo con l’altro.
Il figlio si è voltato, il padre è a terra. Il figlio se ne va. Infila la porta, la porta si sbatte, l’altro figlio dorme, poteva intervenire, con chi si sarebbe schierato?, da sopra rimbomba attutito male l’urlo di tutta History, che prova soltanto dolore e non smette di ergersi verso un amore disadatto, la bambina difettosa consuma denaro, è un valore comprensibile al padre e incomprensibile ai fratelli.
Il padre sembra una statua di oro nel buio, di oro falso, di magnete d’oro, di metallo vile.
E’ buio.»

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