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Il tempo di Aldo Moro, il tempo e Aldo Moro

Il segno di Aldo Moro si perpetua in un’epoca adatta al trascolorare della sua carnagione leccese, alla spossatezza lenta del suo corpo da iguana (questa sorta di “Annihilation” predigitale, preNetflix), al suo abbigliamento integralisticamente loden, al filo di ferro della sua capigliatura da couture antagonista a Rolando e Gil Cagné. I colori seppiati di questo presidente democristiano, capace di affrontare il passaggio dalla sgranatura b/n al colore polaroid, con cui si consegna alla memoria di una collettività statuale assai al di là dello sharing e del branding e della vision, e le posture, tragicamente anche quella ultima e definitiva desunta da una vita intrauterina nel momento della morte, sotto una coperta famigliare a chi era arruolato nel servizio militare dei tempi o nei nosocomi in cui si praticava una chemioterapia prerobottica, e la gestualità e il lessico, arduo e attendista, levantino e commovente, nemico del marketing e del se stesso – insomma tutta l’Ombra di un uomo che stava già sotto i riflettori, quando ancora i riflettori stavano iniziando a illuminare gli studi della libera emittenza: questa traccia, questo segno, questa scia di sangue e bava di gasteropode politico (una secrezione collettiva, non personale), questa regola aurea della democrazia suppostamente compiuta, questo bordeggiare, questo sfrangiare orpellato, questo barocchismo che, come ogni barocchismo, fronteggia la morte in un continuo esorcismo, finché la morte presenta il conto e lo fa in maniera non americana, la morte statunitense che coincide con la telepatia attraverso schermi, mentre la morte italiana ha fagocitato lo schermo a priori, dalle idi di marzo fino al grand commis democristiano rattrappito in un’auto francese dalla scocca difettosa e dallo strano cambio marce – e noi abitavamo quel tempo coi nostri corpi offesi, da valgismo e scapole alate, mai distesi nelle nostre fisionomie, tutti piccoli Aldo Moro convergevamo paralleli, assistevamo allo spettacolo del ladrocinio di qualunque futuro, proprio qualche anno prima di Alfredino e dell’inizio dell’accelerazione, noi mangiavamo gli schermi, noi addentavamo il cadavere di Aldo Moro, ignominiosamente moriva la repubblica, da sempre salma ideale, statua aurea di metallo falso, vodka e Cola, il conflitto orizzontale dei poli est e ovest, mai nord e mai sud, costruivamo le password di un futuro privo di Aldo Moro, scettico su Aldo Moro, inorridito dalla possibilità Aldo Moro, affettuosamente commossi dall’incerta stretta di mano tra Enrico Berlinguer e Aldo Moro, supplici nei confronti della mater silenziosissima che era la vedova di Aldo Moro, trapassando dall’immagine eterica del Duce a quella tremula di Aldo Moro, ignorando Scelba Nenni Tambroni e Luigi Longo, pentapartitici, predigitali, orfani di un mondo che si preparano a un mondo in cui ci si sentirà orfani, fragorosamente gli applausi, fragorosamente i colpi grossi, fino a che il silicio prese vita e si aggregarono gli atomi in un’immagine di Aldo Moro riattato, celebrato, rimasticato, messo nuovamente a nudo: pensiamo tutti al corpo nudo di Aldo Moro, che è l’unica accertabile verità su di lui e sul suo tempo, che fu il nostro, che rigurgitiamo, su cui nemmeno proponiamo più sondaggi, noi, conclusi nel telemarketing, privi di riconoscimento facciale, nel parkinson della Storia un’inezia, due inezie, noi e Aldo Moro e domani accadde…

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