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La pandemia psichiatrica in Italia e il silenzio degli intellettuali

Da anni porto avanti, non so quanto utilmente, il discorso sulla neopsichiatria, sull’emergenza psichica in questo tempo rutilantemente distante dalla tollerabilità dei sistemi nervosi umani. Non nascondo il fatto che spesso, quasi sempre, mi sono sentito isolato e incompreso, una sorta di Cassandra a cui non si bada e che si ripaga nemmeno con l’insulto, ma con qualcosa di peggiore, ovvero l’indifferenza. Mi sono dannato l’animo per parlare della necessità che la questione psichica fosse affrontata, in sedi di ricerca, di pedagogia, di sanitarizzazione. Non ho sortito un consenso, che sia uno, da parte dei cosiddetti “colleghi” scrittori, dei cosiddetti “colleghi” intellettuali. Nulla di scandaloso, sia chiaro: non ho a disposizione ampie platee, sono uno scrittore con una comunità di lettrici e lettori, ma certo per nulla paragonabile a un autore di successo. Ho inserito il discorso sulla teoria e pratica della letteratura in una delle tre parti di un saggio sulla mente, “Io sono” (edito per il Saggiatore), ma, a parte qualche amico e il critico Marco Belpoliti, del perché io tratti di letteratura e testo a proposito della natura della mente non è calato a nessuno. Ora vengono però emessi i dati sul disagio psicologico degli italiani e sono una tragedia collettiva. Sui principali organi di informazione, fatta salva la sempre meritoria La Stampa, nessuno sembra interessato a occuparsi. Dovrebbe essere il titolo di apertura di ogni quotidiano che si rispetti, ma nisba. I dati forniti dall’Agenzia per il farmaco e le indagini condotte dall’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa certificano un disastro nazionale, una deflagrazione impressionante di una bomba sociale. Sono numeri devastanti: 11 milioni di italiani assumono psicofarmaci, ovvero un quinto della nazione; il 20% della popolazione soffre di sindromi depressive, contro la media mondiale del 4.4%, cioè quattro volte meno che da noi. E’ un disastro collettivo che non ha pari nel pianeta e nella storia, se non forse nel Giappone contemporaneo, la nazione che insieme all’Italia è avanguardia avanzata dell’occidente intero. La spesa psicofarmacologica nazionale sfiora il miliardo di euro. Incrementano drammaticamente le cifre relative alle allucinanti diagnosi dei DSA, ovvero i disturbi dell’apprendimento: secondo la International Academy for Research in Learning Disabilities, organizzazione che si occupa di condurre ricerche sulle difficoltà di apprendimento, solo il 2,5% della popolazione scolastica mondiale dovrebbe incontrare problemi nella cognizione numerica e solo lo 0,5% sarebbe affetto da discalculia, mentre i dati sulle segnalazioni in Italia parlano di una percentuale tra il 20% e il 30% di bambini con difficoltà significative nell’apprendere le abilità di calcolo e che viene avviato a un percorso diagnostico. I dati Istat hanno evidenziato, nel triennio 2011-2013, una media annua di 4.292 casi, pari a 357 suicidi al mese – una percentuale incredibile, che segnala una pandemia abnorme. Io non so come urlare ai miei concittadini che l’emergenza psichica è clamorosa e va affrontata con politiche innovative e tradizionali al contempo, con un’opera di militanza rigorosa da parte dei corpi sociali implicati in lavoro di relazione, a partire proprio dagli intellettuali, i quali, testualizzando, detengono un’arma formidabile per un possibile scioglimento dei nodi individuali e delle difficoltà sociali. E’ uno scandalo che in pochissimi scrittrici e scrittori si spendano in questo territorio civile e politico: sono corresponsabili del disastro, con il loro imbelle silenzio. Bisogna risvegliare le istituzioni (scuola, sanità, welfare) e corroborare gli operatori implicati con una proposta organica e diffusa di intervento – nelle istituzioni muoversi, intrudersi, mobilitare, risvegliare la ricezione emotiva e cognitiva. Si sta compiendo un massacro senza precedenti nella vicenda della nazione e del continente, in un’indifferenza assoluta da parte delle élites cognitive del Paese. I ceti elevati, quello che resta del ceto medio, gli specialisti relazionali, la classe politica, quella intellettuale, editori compresi, sono in piena correità rispetto a un omicidio sociale di proporzioni e profondità sconcertanti. Quanto si andrà ancora avanti a giuggiolarsi con questioni più che secondarie? Ciò che sta accadendo pone quesiti perforanti, rispetto alle modalità di vita, patentemente alienate, in cui affondano gli spiriti, resi fragilissimi e privi di capacità di rispondere al principio di realtà, e si realizzano posture aberranti, capaci di colonizzare con sofferenza inarginabile le menti di una comunità nazionale.

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