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Da “History”: i bambini futuri secondo i bambini del 1980

Da “History” (Mondadori):

I BAMBINI FUTURI SECONDO I BAMBINI DEL 1980

«E’ tutta una vita dei nervi che stiamo imparando noi bambini. Infido è il bambino del tempo che vivo e lo sarà sempre, a meno che non si rovesci il tempo, con grande fragore di anime e profondo dissesto degli apparati preposti alla sopravvivenza. Il benessere, per esempio, potrebbe riscattare i bambini a venire dalla vita dei nervi e tradurli a un altro tipo di reazione vitale, contro le pressioni e le insidie del mondo. L’incremento della vita economica, che ci è al momento inimmaginabile, sarebbe capace di produrre un esemplare moccioso, inabile allo scontro, malsicuro, incline all’isolamento, di quella specie che oggi si dice stare “sotto le sottane della mamma”, riottoso al sole e all’aria aperta e azotata della metropoli, che produce più smog tra i distretti sudeuropei: un bambino molle e assente, un rincretinito, rappresentante di un’umanità diversa, che sta per affacciarsi alla storia nel futuro imminente, un rappresentante bambino di un’umanità rinnovata e pallida nel sembiante, così come negli atti, un’umanità larvale e poco volitiva, autocostrettasi in un utilizzo limitato del gergo, incapace di invenzione che non sia tecnica, inetta, inidonea all’elaborazione istantanea di strategie e tattiche opportunamente conseguenti, incapace di concepire un sentimento del territorio e di violare le moralità molteplici che le norme del vivere civile impongono a noi i bambini uniti di questo tempo di adesso, un’umanità esangue e priva della necessaria ferocia e spogliata di qualunque disinibizione, poiché i rappresentati di questa umanità debosciata vivranno in un tempo privo di inibizioni e quindi di sfrenatezze, questi bambini di un futuro imminente, che a noi sembra impossibile, saranno allevati all’interno di un corollario di piaceri e attività ludiche, limitati da una cautela tipica degli idioti preoccupati, che strappa loro un previo consenso sociale, sotto il quale non si accorgono di avere apposto la loro firma spirituale, in un’epoca prossima in cui sarà tutto da vedere se la firma spirituale avrà una qualche incidenza sul comparto sociale. Ne dubitiamo. Pensiamo a questi possibili bambini futuri con una commistione di pietà indifferente e odio radicale. Non ci passa neanche per la testa che possano esistere. Avrebbero un aspetto più prossimo alla bambola attuale che a noi. La nostra umanità, fino alle scuole superiori, che molti di noi non solo non sperano ma nemmeno desiderano di finire per frequentare, è un’umanità belluina, alla ricerca continua di uno stato selvatico, nonostante ci muoviamo in una situazione altamente urbanizzata, in cui evidentemente va a incremento esponenziale il traffico su strada e i consumi di oggettistica privata. Sarebbero, questi bambini del futuro imminente, sarebbero plasticati in qualche modo, inespressivi nel volto e impacciati nel corpo. Si proverebbero su di loro tare cognitive ed emotive che, oggidì, risultano impensabili e, se anche si manifestano, non gliene frega nulla a nessuno, a chi fega in questo tempo della dislessia e del mutismo selettivo?, non frega a nessuno, dai genitori agli insegnanti, nonostante l’introduzione della figura scolastica dell’insegnante di sostegno indichi che qualcosa sta declinando verso una debolezza e un incivilimento maggiore dei tempi a venire, comunque restando per noi inimmaginabile un’epoca in cui a un bambino sia indicato da parte degli adulti come salire e dondolare su un’altalena o, peggio, gli si occupi il tempo cosiddetto libero con attività ginniche, oppure capaci di sviluppare abilità artistiche e preprofessionali del tutto inutili, se non dannose. Avrebbero i volti fermi, privi di caratteristica, la mimica ridotta all’espressione di poche e facilmente individuabili emozioni, la cui intensità sarebbe in ogni caso ridotta e tendente più allo sfogo isterico che alla veracità della passione provata. Le loro carnagioni dolci ci fanno venire in mente la fibrosità bianca del pesce di fiume quando è lessato. Non è un caso se in questo tempo ci propinino il pesce di fiume lessato con l’olio e il limone e noi lo schifiamo e le prendiamo sonoramente perché ci rifiutiamo anche solo di addentarne la polpa sfilacciata: il pesce di acqua dolce ha infatti un costo economico ridotto rispetto al suo omologo marino e questo non è il tempo delle prelibatezze o dei controlli sanitari ossessivi sugli alimenti, sulla surgelazione. Quella consistenza filamentosa della carne inesperta dei bambini futuri è fonte di indignazione e ci fa infuribondire. Se li incontrassimo nel nostro tempo, li attaccheremmo impietosamente, godendo della violenza che siamo capaci di esercitare su di loro, infliggendo umiliazioni e dilatando il tempo dell’aggressione, fino oltre l’orario in cui i nostri genitori ci pretendono a casa per la cena, quando il crepuscolo chimico vira verso l’imbrunimento meno poetico e si annuncia la notte, questo repertorio di meraviglie e ardimenti che ci viene proibito a bella posta, cacciandoci a letto mentre vogliamo leggere o giocare all’astronave, nascondendoci all’interno dell’armadio, dove succhiamo gelatine alla frutta costellate di granelli di zucchero, di un rosso acceso che quasi illumina dietro le ante che teniamo semichiuse nell’armadio, inalando i vapori di naftalina tarmicida e pilotando l’astronave immaginaria con una torcia accesa, in platica verniciata di metallico, la torcia per adulti che abbiamo sottratto dalla cassetta degli attrezzi dei nostri padri impiegatizi, non aprono mai quella cassetta degli attrezzi, non lavorano in casa, non fanno niente in casa, sfruttano la manodopera delle nostre madri, le quali strofinano tutto e spostano i quadri e sono in grado di scegliere i chiodi più adatti per le pareti in cartongesso delle nostre abitazioni di periferia. Noi renderemmo lacerocontusi quei bambini di domani, picchiando forte e cattivo, dove le cartilagini sono meno morbide ma non ancora stagne come l’osso, sentendo crocchiare sotto le nostre nocche, attendendo il flusso di muco e sangue dal naso, dallo strappo all’angolo della bocca, o dall’orecchio, quando decidiamo di perforare i loro timpani. Gli strappiamo i capelli, noi che li abbiamo unti e improtetti ai pidocchi, tagliati male, noi non andiamo a fare i piccoli principi sul sediolino a forma di cavalluccio dai barbieri, ce li taglia la mamma con una scodella, a caschetto, a ciotola, e li teniamo unti e incrostati di polvere del ghiaino ai giardinetti. Siamo capaci di mangiarci le croste di sangue rappreso strappandole dalle ginocchia ferite, senza passarci sopra il disinfettante o fare i drammi con le madri eccitate nel sistema nervoso: il sangue secco mantiene qualcosa di ferroso e di salato, la carne viva dove strappiamo la crosta è biancastra e sembra essudare sangue come ci immaginiamo i martiri cristiani dovevano trasudarlo in nominechristi, addentiamo con gli incisivi e mastichiamo con i molari, là in fondo dove sappiamo che ci cresceranno i denti del giudizio e abbiamo fatto girare la voce che, allo spuntare dei denti del giudizio, saremo capaci di copulare le bambine, diventate ragazze. Questi esseri mosci, che sono i bambini del futuro imminente, a cui avremo ridotto i genitali a un livido unico a furia di calci di punta, strilleranno senza reagire o reagiranno scompostamente, ignari delle grammatiche più elementari della lotta e inconsapevoli che, anche se si attaccano alle ciocche delle nostre zazzere e le strappano via e si vede il sangue sul cuoio capelluto, noi siamo entusiasti di intingere nella ferita il polpastrello dell’indice e di succhiarlo. Il nostro di adesso è un tempo in cui, appena ci sono i soldi per la spesa alimentare, si corre alla macelleria equina per acquistare bistecche ferrose e si mangia tutto, la carne e i nervi e, col pane, la sugaglia, intingendo nell’olio di frittura e nel sangue suppurato dalla polpa il pezzo di michetta, poiché il pane all’olio costa e bisogna pensarci, a comprarlo, devono pensarci tutti, non soltanto le madri, i padri non fanno acquisti alimentari, ma dobbiamo pensarci anche noi, che siamo avvertiti del prezzo di ogni cosa, utilizzando come unità di misura le cinque figurine calcistiche della bustina all’edicola. Questi bambini inerti futuri li massacriamo e tentiamo uno stupro ai danni delle bambine con le bottiglie di vetro verde lasciate vuote a decine nei giardinetti dai tossici e dagli ubriachi nottetempo, che nessuna nettezza urbana viene a ripulire. L’atto va compiuto ciecamente e noi siamo ciechi, appunto: annusiamo l’aria, aguzziamo l’udito, come la nidiata dei pipistrelli che si orienta in una vasta grotta sotterranea ed è dove viviamo, qui, ora, in questa città, in questo tempo. Però noi riteniamo che il tempo non si chinerà mai a produrre una simile specie rincretinita e imbelle, sciolta in un ammollo perenne di cure troppe e sommersa da beni di consumo fino all’annullamento della percezione di un bene, di una cosa. Sdegniamo l’omologazione, ma stiamo apprendendo i riti e i piaceri della ripetizione sempre uguale, stiamo affacciandoci agli schermi: potremmo essere noi la premessa a quella popolazione di bambini idioti, viventi, deambulanti, chini e attoniti in un futuro per ora inimmaginabile.»

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