Parte il nuovo “L’Espresso”: costruire il campo culturale

Questa sera a Roma, dalle 21 al Teatro Argentina, Marco Damilano e tutti i componenti della squadra de “L’Espresso” presentano la nuova stagione del giornale: ripensato, compattato, imperniato su tre sezioni, dalla “Prima pagina” alle “Idee” alle “Storie”, si tratta di qualcosa di più di un magazine che assalta l’attualità con inchieste e commenti sempre penetranti. Vorrei spendere qualche parola intorno a questo ciclo del settimanale, per me il più bello e necessario che c’è (lo era ben da prima che avessi l’onore di collaborarvi). C’è una discontinuità assai percepibile, rispetto all’editoria giornalistica dei tempi che hanno preceduto questo, confusivo e accelerato, tragico e cupamente caotico ma, proprio per questo, clamorosamente vivo, in formazione entusiasmante, in un tempo rinnovato e che procede a una velocità inedita per la storia italiana e planetaria. In tutto ciò, da scrittore, posso dire cosa ravvedo io nel lavoro più recente che “L’Espresso” ha compiuto nel Paese: è una delle poche e qualificate zone di costruzione di senso, ovvero di discorso, ovvero di testualità, ovvero di campo culturale. Ci sono in questo senso sintomi che non possono sfuggire all’occhio attento di lettrici e lettori – a partire dal momento più simbolico per un giornale, ovvero la copertina. Cito due copertine: quella ormai mitologica con Matteo Salvini e Aboubakar Soumahoro intitolata “Uomini e no” e la prima del 2019 con il quadro donato al Presidente Mattarella da un’associazione che si occupa di autismo. Il segno è oggi una delle assolute defaillance dello stanco discorso di establishment, ma è anche la strumentazione con cui si smonta la comunicazione devastante del suprematismo sovranista e dell’incipiente neofascismo che sta contagiando il nostro continente. Il valore del segno, dell’immagine e della parola in senso umanistico e per nulla astratto, ma appunto vivente come vivente è l’epoca che attuale, è in sé tutto il discorso che non deve essere dismesso e, al contrario, va impulsato e diffuso. In ciò “L’Espresso” sta dimostrando da mesi che tessere il discorso e il testo non soltanto è possibile o utile, ma è imperativo. Le firme, le prospettive, gli stili di questo patrimonio del giornalismo di inchiesta e di opinione vengono da ora collocate in una rivoluzione di palinsesto: nella contemporaneità i palinsesti tradizionali non funzionano più (per esempio: attualità-interni-esteri-cultura-economia erano un palinsesto ad altezza di soggetto borghese fine Novecento) e serve un salto creativo per fare di un organo di informazione e commento uno hub di idee che circolano e che *è interessante leggere*. E quest’opera di elaborazione culturale a me sembra che il nuovo “L’Espresso” la stia realizzando. Invito amiche e amici romani o di passaggio nella capitale a non perdersi l’evento di presentazione del nuovo corso del giornale: vorrei essere lì anche io, siateci voi per e con me. ♥️