“Il disperso” di Maurizio Cucchi – 45 anni dopo.

A rileggere “Il disperso” di Maurizio Cucchi non parrebbero trascorsi 45 anni dalla sua uscita. E’ un romanzo poetico o un poema che corteggia il prosastico e che, a distanza di quasi mezzo secolo, sconcerta ancora, come certe narrazioni oscure e perturbanti sulle sirene o sui cavalieri del secchio o sul diabolico Sancho Panza. Il fattore temporale è per me anche avvilente: portai “Il disperso” alla maturità, i professori rimasero a bocca aperta mentre ne leggevo tratti e versi. C’è da figurarsi come io mi senta vecchio, oggi, di fronte alla spirale inquietante che Cucchi allestì e che fu esaltata da una leggendaria nota di Giovanni Raboni. L’impiego di una lingua bassa e popolare fa il paio con l’utilizzo di un canone nero, dico canone narrativo, e con le macerie del romanzo che, profeticamente, Cucchi antivedeva ad altezza dell’apice postmoderno, in quegli anni plumbei e aurei. Il sottovoce, l’incespico, la modalità da referto autoptico, l’irresistibile puntata in un mondo definito dalle parole (Milano, i Sessanta e i Settanta), Valéry e Kafka ben oltre l’apparenza da regesto del meglio della non so quanto esistente “linea lombarda”, l’organicità raggiunta al colmo della frammentazione, la revisione come modalità ellittica, l’iperbato e l’utilizzo del maiuscoletto – tutto corrobora un tentativo quanto mai felice di estrarre linfa da un mondo basso e al contempo celestiale. Le persone e le cose vengono non scagionate, ma osservate come scagionate, mentre la colpa, pur emendata, resta la materia prima di una figurazione che non abbandonerà mai la poesia di Cucchi, cioè quella del cretinismo splendido (qui appare un gran bel ragazzo mongoloide), a più riprese eiettata per conferire una prospettiva sul mondo, differente e stordita, eppure nitida e mai appannata – l’umiltà della carne e l’insufficienza luminosa come cifra del vivere, attaccati ai muri, un po’ untori e un po’ regali, così come si prevedeva la sagoma del re degli idioti nel carnevale da tempi hugoliani. Un regesto letterario che, per quanto vado pensando praticamente da mezzo secolo, ancora non è stato raggiunto nella sua fatalità: quella di offrire una forma a un futuro postumo, che potrebbe essere il nostro presente, se ancora collettivamente fosse viva la poesia, l’attesa poetica, il che costituisce un problema per lo stato odierno delle patrie letture. Il compimento di questo percorso viscoso e strepitosamente rivelativo, l’indagine che potrebbe ricalcare le modalità dell’interrogatorio a cui il Signore sottopone Caino o quello praticato su Lino Ventura in un film in bianco e nero di Melville, offrono il destro a una meditazione sullo stato della nostra prosa narrativa, oltre al fatto che inchioda i poetanti alle proprie responsabilità oggidì. E’ un percorso coerentissimo e senza eguali, quello compiuto da Cucchi in questi 45 anni, fino all’acuto del suo ultimo capolavoro, “Sindrome del distacco e tregua”, uscito recentemente sempre per i tipi dello Specchio di Mondadori. Se la poesia e la prosa nazionali sapranno cogliere questa chance sempre a disposizione, che è l’opera di questo grande poeta milanese, avremo un patrimonio e un matrimonio ineguagliabili: avremo la forma del presente.