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#Aquarius e l’Italia chiusa all’umanità

C’è poco da indignarsi, se quelli che dichiaravano con vanto la loro disumanità, invertendo la scala degli universali valori di base, ora si mettono a fare impunemente il male. C’è anzitutto il problema di una nazione, incattivita e in preda alla ferocia più immorale, che questi capitani di sventura li ha votati. Sono al governo, attaccati agli scranni come mitili in eterna mitilanza incivile, uomini e donne coerenti nella malvagità e incoerenti per impreparazione al regime dell’azione politica. Un Paese, ridotto da sempre allo stato di subalternità all’uomo qualunque del destino, vocia e bercia, mentre la Grande Proletaria, nazione costiera e ininterrottamente hotspot di partenza per viaggiatori e migranti italianissimi, si chiude nella cupaggine e nell’assenza di sentimento dell’altro. A farne le spese sono al momento 629 umani, lasciati a macerare su una nave che ha spazio per ospitare cento persone in meno di quelle attualmente a bordo. Chi è al potere ora, che sono delle impersone le cui parole grondano sangue da sempre, non racconta mai la verità. Per esempio, che Malta è grande come Palermo e i migranti fanno il 30% della popolazione isolana. L’Italia che fa la voce grossa con Malta, rappresentata da un uomo di paglia il cui cuore “batte a sinistra”, sostenuta dalla cattiveria e dall’autoritarismo e dalla corrispondente passività ciarlante, il che è da sempre una naturale cifra dell’italico fenomeno, appare nella luce più livida, in tutta la sua crudele meschinità. Un profluvio di balle, un’esasperazione della dispercezione collettiva, un fare la voce grossa con i maltesi e i disperati, ché con Trump sopravviene la pavidità, che per questa gente è una forma di saggezza. Approfitto di un grafico approntato dalla BBC e da Eurostat (qui sotto nell’immagine), dove si mostra quanto Malta surclassi l’Italia per impatto di migranti sulla popolazione residente, oltreché quanto il nostro Paese abbia accolto poco o niente, mentre tutti sbraitano che il negro, i migranti, il buonismo e rosicate. Grafico o non grafico, gli italiani ululano contro scuri nembi che rattenebrano il cielo sopra la Penisola, inventando di tutto, pur di strepitare le loro brutture e atrocità, in un avvitamento che rende davvero conto della landa devastata che è questo bimillenario esperimento sociale: è un posto abitato da semimortuari corpi in preda al vampirismo morale e all’arrivismo materiale, all’esclusivismo privo di redenzione e alla reiettitudine costante. A rappresentare questo abominio di gente, una sorta di Popeye che è al contempo Bluto, insieme a un peregrino privo di arte (il che è ovvio) ma anche di parte, poiché non sta dalla parte delle persone, dell’umano, dell’amore. Questa è gente schierata preventivamente contro qualsiasi forma di amore. Queste sono frange delle tenebre italiche, mai dome. Questi sono manichini dell’EsseEsselunga. Queste sono persone incapaci di avvertire fraternità, abbraccio, pietà, passione per l’altro. Con un corredo simile, sono destinati al più spaventoso degli hellzapoppin, che purtroppo è già qui e ora: si chiama Italia.

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Una modesta proposta ai dirigenti Pd: andatevene e riconsegnate il partito ai legittimi proprietari: gli elettori

Ai dirigenti e alle elettrici ed elettori del Partito Democratico. Questo che scrivo riguarda esattamente il Pd. Ho per puro caso intercettato su Twitter l’ex ministro Calenda, contestato pubblicamente e in modo censurabile dall’esponente della minoranza, Francesco Boccia, il cui non notorio acume non ha mancato mai di non stupirmi. Sembrerebbe una schermaglia minima e irrefutabilmente trascurabile. Invece è segno di una situazione, di cui la nomenklatura Pd finge di non accorgersi. Da un lato, fateci un favore: telefonatevi, evitate di mettere in piazza i vostri ridicoli scazzi da cyberbulletti. Però, se si dicesse la cosa in questo modo, si fallirebbe di pronunciare una parola di verità. La quale, se da scrittore interpreto bene il sentimento diffuso, afferma soltanto un imperativo: il partito non è vostro e dovete lasciarlo. Lo ripeto: il partito non è vostro e vi è fatto obbligo di mollarlo. Questo contenitore, il Pd, appartiene ai milioni di persone che credono in valori che voi, nomenklatura distantissima dalle latitudini della realtà, non soltanto non rappresentate più da anni, ma nemmeno intercettate se e quando andate a comprare un litro di latte al Pam. Voi siete ormai una formazione mortifera, che con il suo lugubre incedere e tentennare, da anni svilisce le aspettative di un popolo che, con il centro o con la sinistra parlamentare, ha umilmente pensato di esercitare una delega di rappresentanza, la quale è stata costantemente disattesa. Voi siete finiti per esprimere invece una sorta di quarto stato della condizione di zombie, come esemplifica l’immagine dei quattro delegati che vanno a parlare col presidente della Repubblica, in una mistificazione grottesca della rappresentanza, rispetto alla quale non vi siete mai fatti carico di sapere se essa veniva realizzata e come. Questo passaggio lovecraftiano, ben emblematizzato nell’immagine qui allegata, immortalante la passeggiata da horror di tali Martina Orfini Marcucci Del Rio, è un’immagine tranquillamente apocalittica dell’estremo fallimento della vostra azione, quali rappresentanti di milioni di persone che – ne sono certo – se potessero, ritirerebbero la propria fiducia a ognuno di voi. Andate via, per favore: lo dico da scrittore assai riflessivo, come piace a voi (riflessivo vi piace, scrittore non ve ne frega un cazzo). Voi dovete andare a casa, altrimenti il Partito democratico si estinguerà entro qualche anno, essendosi già votato all’irrilevanza assoluta nel giro di qualche consultazione elettorale. Qui non è in discussione il referendum costituzionale, gestito colpevolmente dal senatore Matteo Renzi, così come non è sul tavolo la questione dell’assicurazione di diritti basilari, che siete stato in grado di non portare a compimento. Non è la sede per rilievi tecnici o proposte di piattaforma, questa: è un post su Facebook. Sono disposto in ogni momento a tracciare i contenuti in cui intende riconoscersi una comunità, che proprio a destra non intende stare, non vuole minimamente prendere in considerazione le opzioni leghiste o pentastellate o sovraniste. Lo dico da signor nessuno, però lo dico. Qui si tratta di qualcosa di più profondo, incistato nel genoma culturale di almeno metà della nazione: c’è un assetto di valori, una ricerca di uscita dall’alienazione a cui voi in primis avete implicato la comunità. Lo avete fatto impunemente? No: siete stati puniti. Voi fate conto su un elettorato che secondo voi vi vota sempre, praticamente una garanzia a vita, nonostante gli anni dimostrino con pervicace costanza che qualunque corpo sociale vi ha abbandonato, non avvertendo rappresentati i propri interessi o i propri valori. Nel ruolo di sinistra governativa, avete fatto da cani da guardia del capitale, nella fase più teratogena della sua storia. Voi non siete stati capaci di ascoltare il grido d’aiuto che arrivava dalle genti prive di autonomia politica ed economica, non avete saputo portare un messaggio di attenzione a quel popolo che *stava male* e tuttavia ancora è incapace di avvertire la cultura come valore fondante, perché sapere leggere il mondo, e non semplicemente reagire a esso, è un fattore discriminante per qualunque processo democratico – aggettivo quest’ultimo che individua il partito che i vostri elettori desiderano confermare nella dinamica politica di ieri, di oggi e di domani. Democratici proprio non lo siete mai stati, voi dirigenti del Pd. Siete stati inetti a comprendere il valore dei simboli e i portati che la memoria conduce a viva azione, quando non è fossile o banalmente celebrativa. Non avete interpretato, e ciò è l’aspetto più grave di quanto accaduto da qualche anno a questa parte, la trasformazione del tessuto sociale o, meglio, dei tessuti sociali, consegnando il Paese nelle mani di forze reazionarie, che si spacciano per potenze del cambiamento. Non siete mai stati cambiamento. Avete sempre pensato di essere più illuminati dei branchi di pecore che vi davano il consenso, portando la sinistra nazionale allo sbando, facendo perdere la speranza minima che le istanze della gente, entità demonica da voi rifuggite in ogni temperie e circostanza, fossero condotte a rappresentanza ed espressione attiva, in forma di leggi e di spazi ideali in cui stare e discutere, scegliere, contestare, approvare. La vostra disumanità sta in questo. Siete percepiti gelidi e ultracorporei per questo motivo. Quando Marx, che non avete letto o avete letto male, accennava col collega a uno spettro che si aggira per l’Europa, certo non pensavano che voi avreste inverato letteralmente la profezia. Potrei entrare nei singoli punti delle vostre decisioni governative, per contestarne gli effetti spesso tragici. Non è tuttavia questa la sede. Io qui propongo qualcosa di eminentemente alternativo alle vostre logiche ferali. Propongo qualcosa di simbolico, giusto per insegnarvi come si parla con le persone, con il ceto riflessivo, come dite voi, e con i lumpen che secondo voi puzzano. Da scrittore, ovvero parte della società civile, io chiedo a voi, dirigenti del Partito Democratico, dal presidente Matteo Orfini in giù, compreso il reggente Maurizio Martina, inclusi Matteo Renzi e tutti gli altri vergognosi capicorrente, Emiliano Franceschini Boccia Orlando – tutti voi, insomma, che nemmeno arrivate alla dignità di un doroteo o un lapiriano dei tempi che furono – chiedo che convochiate un’assise nazionale di tutte le elettrici e tutti gli elettori, a Roma, e che questa assise si apra con le vostre dimissioni in blocco. Aprite il partito, riconsegnatelo agli elettori, abbiate fiducia che il popolo della sinistra e del centro sappia trovare in se stesso la capacità di prendere in mano questa baracca, questa rovina, a cui avete ridotto la formazione che tanto ciecamente e imbellemente pensate di guidare. State tenendo in ostaggio il partito. Andate via. E’ un appello, che può velocemente divampare in assedio – questo vi sia chiaro. Se non prenderà corpo quest’opzione incendiaria, l’altra ipotesi è che voi siate abbandonati da chiunque, a stare schizofrenicamente su questa nave dei folli, che non smettete di pretendere di pilotare tra i flutti della surrealtà più piena e indegna. Formulo questo appello non soltanto a voi, maggiorenti del nulla. Lo rivolgo anche alle persone che sono andate a votare alle primarie, oltreché alle elettrici e agli elettori che hanno messo la croce sul simbolo nel segreto della cabina e adesso rischiano di metterci davvero una croce sopra, per sempre: sia indetta un’assise nazionale, si riconsegni il partito alle persone, le quali non sfioreranno mai l’abisso impunito della tragedia verso cui voi, *membri* della direzione, l’avete condotto. Nel caso questo appello susciti un benché minimo interesse, garantisco che mi darò da fare al massimo, per condurre una simile ipotesi nelle sedi, politiche e comunicative, a cui posso giungere, da semplice *membro*della società civile.
Liberiamo le nostre forze, i nostri valori e riprendiamo in mano l’istituzione: essa è puro scheletro, senza il nostro cuore

blog · Corsi di scrittura

Aperte le iscrizioni al corso di scrittura presso la libreria Egea – Il minisito

Sono aperte le iscrizioni per il corso di scrittura che Giuseppe Genna tiene presso la libreria Egea in Milano (in viale Bligny 22, presso la nuova sede Bocconi, dal 16 ottobre al 18 dicembre. 10 lezioni su testo, stile, ideazione della narrazione e approccio con l’editoria.
A questo link, il minisito dedicato al corso. E’ presente il form per la richiesta di informazioni e l’iscrizione, con indicazioni circa il costo e le modalità di pagamento (il form è raggiungibile anche qui).
Nella sezione “Articoli”, alcuni materiali e suggestioni per avvicinarsi alle prospettive del corso, da DeLillo a Ellroy, da Foster Wallace a Kafka, in aggiornamento continuo. Sono disponibili 20 posti quale cifra massima. Spero di vedervi al corso!

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E’ in uscita “Uccidi Paul Breitner” di Luca Pisapia, nella collana #Quintotipo delle Edizioni Alegre

Arriva una splendida notizia da Wu Ming. La prossima uscita nella stupenda collana #QuintoTipo (che è diretta da WM 1 per Edizioni Alegre e mio parere è la realtà editoriale più notevole di questi anni) è lo strepitoso «Uccidi Paul Breitner – Frammenti di un discorso sul pallone» di Luca Pisapia. Ho avuto l’onore di seguire la fase di progettazione e quella di stesura del libro, che è una meditazione narrativa e politica a partire dal fenomeno planetario del football e della sua storia. E’ appunto una controstoria letteraria, quella allestita da Pisapia, un intrico di racconti ibridati da riflessioni ad altissima intensità politica, in cui la macchina spettacolare del calcio si interseca con fatti oscuri e segreti solari, funzionari Fifa che si muovono come agenti segreti, per celebrare un rito collettivo devastante, capace di imporre il capitale a qualunque latitudine, colonizzando le menti e le vite delle persone, implicate nell’industria antiumana dell’organizzazione di grandi eventi sempre leggendari, quali sono i Mondiali. A partire dall’incredibile vicenda della Coppa tenutasi in Argentina nel 1978, mentre i desaparecidos venivano torturati e assassinati tra le mura degli infami Garage Olympo, passando per la storia della nazionale palestinese, fino alla militanza comunista del grande mediano tedesco Paul Breitner (il rivoluzionario che finì per percepire soldi dal caudillo spagnolo Francisco Franco, ricordato dagli italiani perché segnò un gol agli azzurri in finale nel 1982) e al piano della RAF di rapirlo. Da Ballard a Bolaño, da Marx a Žižek (e Barthes, il che spiega il sottotitolo “Frammenti di un discorso sul pallone”, che rimanda ai frammenti di un discorso amoroso del grande semiologo francese), Luca Pisapia compie un miracolo narrativo, realizzando il romanzo sul calcio che non c’era mai stato e ora c’è, impegnando un’ammirevole profondità di sguardo letterario e facendo compiere alle lettrici e ai lettori un viaggio sulle montagne russe del crimine spettacolare e globalizzato. Per me questo oggetto narrativo non identificato è tra le cose più memorabili e significativi, in anni di imbelle produzione culturale: un testo che è urgente leggere, un canto epico alla durata della dialettica tra male sociale e ininterrotta cospirazione del capitale nella sua forma più teratogena e finale.

blog · Fine Impero

Il personaggio vuoto del Proprietario, tra “Fine Impero” e “Loro” di Sorrentino

Più prima che poi mi darò a osservazioni su “Loro” (1 e 2), il film di Paolo Sorrentino, ora che è passata la buriana di pareri a ridosso dell’uscita. Per ora, mi limito a considerare che per la seconda volta mi trovo implicato in un nodo poetico, che io, coi miei miserabili mezzi, e Sorrentino, con ben altri mezzi, abbiamo tentato di sciogliere, in direzioni e prospettive assai diverse. Il primo nodo poetico era costituito dal fenomeno Hitler, a cui io ho dedicato un libro e Sorrentino alcune scene fondamentali di “Youth”. Il secondo nodo poetico è Berlusconi: ho provato ad affrontare e universalizzare questa sagoma universale del potere in “Fine Impero” (minimum fax, 2012), Sorrentino ha addirittura consacrato addirittura una dilogia, che è poi un unico film, appunto “Loro”. Ecco cosa scrissi, partendo dalla sagoma vuota del tycoon milanese, qui detta “il Proprietario”, nel libro “Fine Impero”:

«Il Proprietario sembrava astenersi dalla corsa generale alla gozzoviglia. Ero molto spaventato. Le donne soprattutto mi sconcertavano. I denti assai bianchi, tanto da risultare grigi quasi, strappavano le fibre grosse di un brasato, ingollando i bocconi con troppa rapidità. E ai grandi sorsi di un dato Amarone le loro gote si accendevano, se ne vedevano quasi i capillari, la loro pelle di pesca si arrossava.

Avevo visto una volta una persona mangiare con la febbre addosso. Esistono febbri che danno questo effetto, scatenano una fame. E’ facile capirne la ragione, perché gli acidi scatenati dalla materia febbrile, intaccando i nervi del diaframma, vi producono uno stimolo che non si distingue sulle prime da un appetito naturale. Ma l’alimento non è digerito, non è assimilato nel chilo. Una volta si sottoponeva a salasso chi si trovava in uno stato simile.

“Quell’uomo è in grave pericolo” mi dice chinandosi verso di me la giovane donna, i rabbi ora puntano il Proprietario. “E’ un passo oltre la vecchiaia” conclude.

Molti sono morti dormendo. E’ paradossale che si avverta un eccesso di pericolo mentre la perdita si sta consumando, è tutto finito già eppure si ha paura. Sarebbe un errore, se non fosse inevitabile, inscritto in un qualche genoma spirituale di questa specie con molta probabilità.
Prese il pane, lo sbriciolò, ne mangiò, capotavola.

Intanto fui distratto da un nuovo fenomeno, che catturò tutta la mia attenzione e dunque che la televisione è sempre accesa anche quando sembra spenta.
Dallo schermo si poteva apprezzare una colata di immagini e di storia, vedendo in continuazione la sagoma presidenziale e raffrontandola a quella diversa che ho a poca distanza da me.

Egli sembra metallo sonoro.

Il vivente e il non vivente sono ormai un’unica indistinguibile cosa.

Il suo vestito non è altro che lui.

E’ venuto nella propagazione della carne.

Le giovani donne, le giovani bellezze: la giovane, per lui, carne.

Lo osservo. Continuo a osservare immagini.

Osservo la sagoma iridescente che si agita e urla e ritma nella televisione le parole fluttuando nello schermo azzurrino, rigato, in un’attenta comparazione con la sagoma di carne che vedo a poca distanza da me.

La sagoma iridescente nello schermo ha una pelle che pare metallo sonoro, è un magma di sequenze storiche e parole, mentre tutti qui attorno ridono nella crapula, le distanze si annullano, i genitali si preparano, la carne sta per dilagare, si è propagata. Alza il calice e beve.

Lo schermo del televisore sempre acceso illumina di luce azzurra tutti i volti distesi nella risata generale, le ragazze discinte, i vecchi amici e collaboratori, come forti rami di nocciolo, alzano il calice, assistono a un magma di storia delle immagini.

Giungono parole e subito abbandonano il luogo, quasi malate di insufficienza. Le parole trapassano lo schermo: in quale direzione? Sono ancora foniche? Sono istantanee, oramai, queste parole: svaniscono, appaiono per un unico istante isolato e quindi scompaiono. Queste parole sono inesistenti.
Dice agli schermi: “Qualcuno mi ha domandato prima come stanno i miei denti, a seguito dell’incidente che ha visto circolare libero chi me lo ha provocato. Ancora non sono riuscito a mettere l’altro dente, perché il nervo sotto ancora non guarisce e credo che sia un sacrificio abbastanza grosso, un rischio al quale sono andato incontro per il Paese”.

E’ davanti a me e poi scompare come qualunque sagoma luminosa dentro lo schermo che viene visto.

Noi fuori da qualunque schermo non lo saremo mai, rimaniamo per un attimo senza sapere che fare, come coloro che richiamati a una festa si trovano a fine della stessa nell’obbligo di ripulire e rassettare. Dura un attimo, qualche attimo. Senza quell’uomo siamo sospesi in un nonnulla.

Quindi il consesso si scioglie, decine e decine di persone, invadono ogni locale della villa che è centrale, si spargono, fanno ciò che devono fare. Dove sia l’uomo non si sa. Lo si cerca invano.

Era tutta carne apparente, una carne compatta ma priva di ossa, solida ma senza muscoli, sanguinante ma senza sangue, vestita ma senza abito, affamata ma senza fame, che mangiava ma senza denti, che parlava ma senza lingua e con una fantasmatica parvenza di voce.

Era questo.

[…]

Il Proprietario si volta verso di me, lentamente, l’unico umano presente, cerca il mio sguardo? Ruota, legato nei muscoli dorsali, il collo immobile, ruota impedito. Sarebbe bello nuotare nell’aria e non riuscirci è una pena infinita, essere come una pietra. Si sente come il Pirata? E’ abbandonato?
Si volta verso di me, tirata la pelle come una sacca carnale, gli occhi due fessure, la bocca una fessura, le labbra due innesti, la capigliatura artificiale, la mano verso di me come a fermarmi o ad aggrapparsi, lentissimo.

E’ vecchio. Tende la mano lenta. La pietra ti guarda.

Questo è l’impero. Dov’è la sudditanza?

Gorgoglia qualcosa di indistinto. Il linguaggio non gli basta più, lui esorbita.

Pare sia maschera di una persona sottostante, anonima, passibile di qualunque qualificazione. Non è carne e non è sangue sotto questa maschera da uccidere: è solo un’idea. E nemmeno un’idea: è una smania, una potenza. E’ come una crepa elettrica, un fulmine oppure un serpente, che varca tutti i cieli universali, attraversa i legami molecolari, una smania, una potenza che fa le forme, vuole vivere, vuole propagarsi, vuole mangiare. E si inventa la carne, questa pasta, perché si possa propagare il suo sentimento di fame da tenia, che lega le cose e le limita in una forma. Lui non sa nulla di tutto questo.

Il Proprietario è posseduto.

E’ vecchia, la sua carne. E’ fragile, si scolla.

Non è più data la padronanza, nemmeno del gorgoglìo di suoni metallici.

Chi si sente come lui? Sembra colpito? Lo sa che tutto lo abbandona? Si rende conto di non avere mai regnato? Che mai è stato l’imperatore?

Essere alla fine, certa, conclusiva, priva di qualunque appello, priva di qualunque redenzione.

Nessuno è protagonista, nella qualità dell’imputato, della storia dell’universo.

Alza la mano, la tende aperta verso di me, nel buio gorgoglia qualcosa di indistinto.

Torna lentamente a vedere lo schermo, il collo in avanti. E’ fermo, un istante infinito, immobile, una pietra, come della polvere, nel buio. E’ seduto e curvo e pallido, davanti allo schermo.

Esco, apro la porta ed esco, mentre è nella televisione quell’immagine imperiale, primaria, sta sussurrando qualcosa, mi fermo, tento di capire quanto forse sta dicendo, la televisione si sovrappone con la sua miscela di storie e immagini, confonde le parole.
“La mia è una passione che è nata fin dai primi anni della mia giovane età, quando sono stato appassionato, e quindi l’ho sempre avuta”.»

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La metafisica italiana

Anni fa, il 16 febbraio 2014 alle 11.45, fenomenologizzai Enzo Moavero Milanesi, ministro per gli affari europei nel governo di Mario Monti e poi anche in quello presieduto da Enrico Letta. Stabilivo una perennità del fenotipo spirituale Moavero in Italia. Infatti attualmente Enzo Moavero Milanesi è uno dei candidati alla Farnesina per conto del governo Lega-M5S. Non si uscirà mai dall’incubo italiano, che è un sogno sfinente, una fine che non finisce mai di finire. Ripropongo quella fenomenologia, a vantaggio di chi quell’incubo vuole continuare a secernerlo.

Dal governo Monti a quello Letta a quello Renzi esiste una costante metastorica, antropologica, finzionale e misteriosa, incarnata dal raggrumarsi di una corporeità fatta di neon e geologia, che è propria del volto appartenente al continuativo ministro Enzo Moavero. Egli è gradito all’Europa, sempiternamente. Un esame di precisa quanto allegorica fisiognomonica impone al paziente lettore un sentimento del mondo, una vertigine universale, che è la via italiana a una forma di mistica particolare, qualificata, priva di ritorno, la quale si dice: politica. Si tratta infatti di un sembiante che riassume in sé le caratteristiche somatiche ed emblematiche di tutti i governi italiani, cattolici tecnici riformisti, dalla fondazione della Repubblica a oggi, che conserva memoria della caduta dell’impero romano, di Bisanzio e Persepoli, di San Tommaso e Don Bosco, di Commodo e di Cavour. E’ la forza inerziale che deprime, abbassa, erode: ne furono vittime Cesare e Masaniello, Tutankhamon e Cristo, Romano Prodi e Benito Mussolini, Luigi Tenco e Guido Morselli, Annibale e Cola di Rienzo, Ernesto Che Guevara e Celestino V. Le immagini pubbliche di Enzo Moavero appaiono icone di un silente smottamento privo di origine e di fine, stilema dell’italian way of life and death. E’ la versione nostrana di un “True blood” lento e privo di plasma, la terza via nazionale a una luccicanza stanchissima e letale che nemmeno Stephen King era in grado di prevedere e affrontare, la persistenza dell’atomo teosofico che fa da filo bianco tra Clelio Darida, Paolo Emilio Taviani, Guido Carli, Lamberto Dini e Enzo Moavero stesso. E’ in quella tramatura sottilissima, la quale sconfigge il divenire, che risiede la cifra della modernità italiana. Uno sguardo e tutto è chiaro: ecco la fisionomia del gelido gorgoglìo primordiale, di un big bang strenuamente privo di moto e temperatura; ecco lo sguardo che esprime la vittoria della polvere cosmica o casalinga sulla vita vivente; ecco il rictus del limbo di cui parla “Il libro italiano dei morti”, di cui non esiste copia e che sovrasta per orrore nitido e immobilità faraonica gli omologhi tibetano ed egizio; ecco l’eco sinistra di un’assenza assoluta di polarità o di mutazione. Questa non è una fotografia: è una metopa. C’è qualcosa che surclassa i muti emblemi assiri o micenei in questa cofana sempiministeriale con riporto vaporoso, nemmeno brizzolata, ma cinerea ben oltre la gamma che va da infrarosso a ultravioletto, e che fa evaporare all’istante il ricordo dei crini biancastri di tutti i mandarini della storia repubblicana, da Parri a De Gasperi a Moro a Goria a Scalfaro, ma anche di tutte le pieghe tinte o laccate o brillantinate, da Andreotti ad Altissimo a Berlusconi. Voi siete qui: in quella smorfia che sta tra il rigor tolemaico e il sulfureo sorriso appena accennato di una deità amorfa e cieca nel pieno gorgo della creazione. Nel taglio artico di quello sguardo utracorporeo noi viviamo, respiriamo, ci muoviamo. Non moriremo mai: è la promessa formulata da quell’incarnato pallido, da quel derma cereo, cianotico o epatico a seconda dell’illuminazione e del filtro di un eterno photoshop della percezione. Il naso modello Armani, la facies hippocratica dell’Essere secondo l’italianità, una certa inquietudine della materia che sintetizza l’adolescenza e la vecchiezza in un’unica ambigua fisionomia, la fronte spaziosa che adombra il voluttuoso pensamento e la meditazione sulla gravità delle cose, il lineamento della perennità in forma di decadenza indefinita e priva di un termine o di un confine: ecco il nostro hic et nunc, la proposta che abbiamo avanzato e avanziamo al mondo, il lato oscuro della forza meridiana con cui governiamo le cose sotto il cielo e trapassiamo i parametri della durata vaticana e cinese. Da galassie distantissime osservano la superficie del pianeta azzurro, la scansionano e incappano in questo geroglifico che non appartiene né alla carne né al minerale, bensì al regno dello spirito, indifferentemente santo o laico o credente, l’abbacinante volto della Maya italica, il silenzioso buddhismo mediterraneo di cui siamo da sempre e per sempre pontefici, ineffati, indecrittabili, sfuggenti, al di là del male e del bene, al di là dell’umano troppo umano, al di là del celestiale e del divino, la forma irrevocabile di una stasi che parla con il silenzio e agisce immota, stella fissa che non irradia luce, cecità che tutto vede e non controlla, caos tumido nella calcinata paralisi del tutto, mistero orfico che seppellisce l’orante con miriadi di formule e tautologie, infarto del linguaggio, teurgia del ristagno e della ritenzione, horror vacui che interroga e non risponderà mai.
E’ questa la metafisica italiana.

blog · Io sono

Philip Roth, il tragico

[Philip Roth è morto il 22 maggio scorso. Pubblico qui parte di un saggio che ho dedicato alla letteratura di Roth nei suoi rapporti con la potenza del tragico. Questo brano è tratto dal mio libro “Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza”, edito da il Saggiatore]

Nella prefazione all’edizione 2007 di Blaze, Stephen King avanza un argomento di critica del gusto sconcertante: accenna a Everyman di Philip Roth [1]. Lo fa con toni esasperati e comici, accomunando il romanzo di Roth, negli effetti che produce sul medesimo King, a Jude l’oscuro di Thomas Hardy. Leggendo questi romanzi, King dice di avere alzato le braccia, esasperato, di avere chiesto al cielo che l’autore infilasse di più: un cancro ulteriore, una fulmine che scende dal cielo e incarbonisce il protagonista che soffre solamente sfortune e, cosa fondamentale per King, piagnucola sul proprio dolore. Non va sottovalutata la capacità critica di cui King dispone: il suo On writing [2] rimane per molti scrittori contemporanei di tutto il mondo un punto di riferimento, che la critica stenta a tutt’oggi a includere nel suo comparto di elezione, soprattutto per un passaggio fondamentale in cui l’autore avvicina alla telepatia la mobilitazione di fantàsmata che è implicita nella scrittura di storie, siano esse epica tradizionalmente intesa o romanzo moderno e contemporaneo nei suoi più vari generi.

L’osservazione comica e stremata di King su Everyman mette in luce almeno due elementi che mi interessano per il discorso che qui voglio fare. Intendo infatti entrare (non delimitare né configurare né esaurire) una nebulosa che è trattata praticamente da sempre da discipline le più varie, come la filosofia l’estetica la teoria letteraria e la letteratura stessa: cioè il tragico e la tragedia. In tale nebulosa vorrei rilevare la presenza atmosferica di un genere moderno, cioè il romanzo, al fine di osservarne eventuali relazioni con elementi della nebulosa stessa o, più precisamente, l’eventuale possibilità che il romanzo possa farsi incarnazione letteraria del tragico, così come la tragedia fu incarnazione, non soltanto letteraria, del tragico classico. I due elementi interessanti, nell’analisi en passant di Stephen King, sono:

 

  • Stephen King non compie un parallelo tra Everyman firmato Roth e il bennoto dramma chiesastico medievale Everyman. Non c’è continuità, per King, tra i due testi. Ciò che avviene nei due testi è di natura differente e il prefatore di Blaze esplicita tale differenza – che è il secondo elemento interessante;
  • Everyman è, per un romanziere come King, un libro in cui il pianto piange se stesso, in cui l’autore piagnucola e fa piagnucolare il suo protagonista. Il protagonista è sottoposto a manrovesci della sorte e la sua meditazione su questi manrovesci medita piagnucolando.

 
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