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Cosa chiedo di leggere

Chiedo scritture che strappino lembi dell’invisibile, dell’inesistente, in qualunque modo, con rabbia o con distacco, con freddezza o con frugalità, con carnalità accesa o con astratto furore. Tutto, davvero tutto, purché si avveri il miracolo dell’indentramento e del trascendimento di questa complessità. Un empito che mi faccia trasalire e che non inventi mondi alternativi, bensì mondi profondi, capaci di farmi comprendere il mondo. Che l’universalità sia percepita nella cosa stessa del racconto, delle volute a cui uno stile necessario implichi la mia presenza. L’antico gioco delle forme e dei nomi divelto, nel momento in cui vi si aderisce con qualunque dispositivo, con lo strappo dell’anima, dell’animale. Vento sulle più alte cime. Fuoco dalle radici delle mangrovie più sorprendenti. Immobilità e gelo nella furia che rendiconta l’amore, la morte, l’esserci: il ghiaccio brucia. Questo chiedo alle scritture, pochissime mi danno questo che chiedo. Attendo ormai pochi libri, pochissimi nomi: padri, madri, fratelli e sorelle nell’inebetimento davanti all’eccelso, allo sprofondamento. So che questa non è una poetica: è un misurare gli esiti, è percezione mia di ciò che fu detto: letteratura. Non smetto di domandare, a prescindere dalle risposte. Datemi complessità, nutrite la mia fame, ammazzate i vitelli, ammazzate me.

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Addio a Paolo Villaggio, addio al Novecento

L’orgia social acclude al proprio imporsi la ritualità funebre: si commenta ogni scomparsa, massivamente, per qualche ora. Questa emulazione fallimentare e fallita di ciò che un tempo fu cerimonia e costume sociale, per quanto mi riguarda, non è interessante, sebbene sia significativa, poiché delinea il ritratto ultimo di una generazione che fu educata all’immaginario, prima della scomparsa del dispositivo stesso dell’immaginario. Tuttavia ci sono momenti in cui l’orfano dell’immaginario piange davvero, in 3D, e uno di questi istanti è la scomparsa di Paolo Villaggio e delle sue maschere mortali, da Fracchia a Fantozzi: scompare infatti un artista geniale, uno scrittore che, come previsto da Pier Paolo Pasolini, il quale si sa che previde e predisse tutto, enunciò il principio secondo cui i grandi e ultimi innovatori della lingua italiana sarebbero risultati Paolo Villaggio con la serie “Fantozzi” e Aldo Moro. Ero piccino, quando impazzivo davanti a uno schermo in bianco e nero, mentre si lanciava improvvidamente dalle scale di “Studio Uno”, o di una trasmissione consimile, il corpo goffo e tedesco del Professor Kranz, il germe di tutta la contaminazione che Paolo Villaggio avrebbe in effetti imposto alla lingua e alla nazione italiana. L’iperbole linguistica (“… pazzesco…”) e quella morale (Villaggio è l’erede in tempo reale della maschera di Alberto Sordi, utilizzato per fustigare o semplicemente enfatizzare i vizi italiani, con la differenza che Villaggio era un cantautore e Sordi un cantante di testi altrui) hanno impattato sulla mia vita in modo definitivo, poiché definitivo sembrava quel tempo, ritratto da Villaggio con un nitore tragicomico che non ha pari nell’epoca della mia e della nostra formazione, quando il mondo progrediva con lentezza e tragica e comica, e in qualche modo pareva immortale, solido, nella sua stolidità, nella sua crudeltà, nella pietà che abbacinava lo sguardo lanciato su quel mondo stesso. Villaggio è il genio nazionale dell’ultima epoca prima che l’accelerazione tecnologica muti la sostanza stessa del tempo, rivelando che la storia vissuta da noi altro non era se non la premessa maggiore all’accelerazione medesima. Paolo Villaggio, in questo senso, sta in un pantheon artistico al quale hanno accesso Pier Paolo Pasolini e Carmelo Bene. Eravamo così, guardateci: noi eravamo le scimmiette, riassunti in Mariangela, la figlia primatesca della coppia formata dal Ragionier Ugo e dalla Pina. Non si trattava di semplice verve satirica o di ingaggio sociologico spensierato: c’è una metafisica del clown. Paolo Villaggio portò a compimento una simile metafisica. A lui e alla sua opera va la mia gratitudine, il mio amore, la mia disperazione.

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Federica Intelisano e “Ultima Madre” presso Béla Tarr

All’incirca un anno fa ebbi l’onore di partecipare alla stesura di “Ultima Madre”, un formidabile corto di Federica Intelisano, regista ventottenne, che preconizzo diventerà un nome importante nella comunità cinematografica italiana. Oggi sono onorato e orgoglioso doppiamente: Federica è stata ammessa, unica italiana, a un lungo e molto impegnativo workshop con il maestro Béla Tarr. Il regista di “Sátántangó” visionerà il corto “Ultima Madre” e aprirà le mente e i cuori a una trentina di videomaker, che collaboreranno con lui al facimento di lavori video. Per me, nel mio piccolo, il fatto che Béla Tarr finisca per visionare i dialoghi che ho scritto con Federica Intelisano, risulta essere un momento importante della mia vicenda intellettuale e artistica. Non so come ringraziare Federica, anzi lo so benissimo: si inizia la stesura di soggetto e dialoghi del suo prossimo film, su cui Béla Tarr non mancherà di incidere profondamente.

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Contro l’etichetta “lettore forte”

Mi ha sempre lasciato indifferente, ma verso i margini dell’indignazione, l’incredibile etichetta “lettore forte”, che negli ultimi dieci anni ha preso posto nella platea editoriale, come un meme distorto o una gabbia per piccoli spettacoli circensi di cattiva qualità. Esiste chi legge, esiste chi legge poco, esiste chi non legge. Il meschino brand “lettore forte” è un sintomo dell’incapacità dell’editoria di questo Paese a creare, in questa contemporaneità, un’autorevolezza che abbia un senso politico e civile in genere, oltre che una meschineria semantica che tende a ingraziarsi i soggetti che si autodefiniscono “lettori forti”. Non è tempo di archetipi, questo; se lo fosse, il “lettore forte” sarebbe l’archetipo del cattivo narcisismo, assai diffuso in questi anni, che domina il teatro del sonno della ragione e del sentimento. E’ necessario imporre un principio assoluto di senso, altrimenti il cosiddetto “mercato” dell’editoria andrà ad assistere a un’ulteriore riduzione di senso e di presenza. Che molta parte dell’editoria industriale richieda agli autori un abbassamento delle soglie di difficoltà e di ambiguità del testo, per quanto mi pare, è ben più che il principio di devastazione di un tessuto sociale: è l’esito stesso della devastazione. Chiunque abbia figli in età scolare sa perfettamente che il libro, per le nuove generazioni, ha perduto valore veritativo e ha subìto una fatale diminuzione di potenza ontologica: risulta un device spento che implica fatica, senza alcuna possibilità di enunciare qualcosa di destinale né alcun ingaggio di profonde verità. Il libro andrà non tutelato, quasi fosse un panda o un koala a rischio di estinzione, bensì riempito di potenza veritativa. Se si pubblicano le opere complete di Milo De Angelis, il che è un esempio di questi giorni, si misurerà quanta fede e quanto impegno coglie i lettori di poesia, che sembrerebbero più estinti dei poeti stessi, almeno secondo una vulgata ventennale dell’editoria nostrana. Ci vogliono più De Angelis, più DeLillo, più Houellebecq, più McCarthy (Cormac, non il Tom che è protagonista di una voga appunto priva di potenza e senso), più Krasznahorkai: i libri devono ferire, i libri devono ammazzare, i libri devono rendere conto dell’attrito del mondo e degli universali, i libri sono messia della verità e non della realtà, i libri devono arrendersi, i libri devono essere bruciati perché sono pericolosi. Appello al lettore: sii umano, non essere forte.

Apocalisse con figure · blog · Hitler - romanzo

Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure”

da “Hitler”

APOCALISSE CON FIGURE

(1941-1945)

Versione per lettura vocale

Porto a voi una preghiera diversa. Voi che siete gli innocenti dispersi. Gli innocenti concentrati in luoghi di non dicibile sterminazione, di ineffabile orrore. Voi che siete la nemesi della non-persona, che vi ha trascinati oltre fili spinati, per degradarvi, per disumanizzarvi con la scientezza di un boia colossale, che proviene da regioni esterne dell’universo. Voi sei milioni di nomi a cui si conduce un omaggio microscopico e inadatto: le parole di questo libro, le parole di tutti i libri. Voi i cui nomi, uno per uno, meriterebbero di abradere le parole che qui si stanno scrivendo, e di prenderne i posti e le vostre storie, e i volti che avete visto e le gioie che avete vissuto, e i dolori anche, anche le tragedie: sei milioni di nomi uno dietro l’altro, tornati individuabili, nel digesto finale della nostra storia.

Voi a cui porto una diversa preghiera. Con l’umiltà di chi dopo, grazie voi, è: ringraziando, rendendo la testimonianza impossibile. Oltre ogni possibilità, sempre, sia resa la testimonianza. Non la visione: la testimonianza.

Voi abbandonati inanimi in fosse dette comuni.

Non muti, continuate a parlare.

Parole vostre, e di chi riuscì a sopravvivere, compongano questo memoriale in azione.

La letteratura non redime, perché la letteratura ha creato lui, la non-persona che dispose il vostro genocidio. Lui, che letterariamente parlò alle folle invasate, inebriate, in ipnosi cieca e furiosa, desideravano quelle parole, e che in silenzioso segreto fece attuare per mani altrui, complici, lo sterminio. Continue reading “Da “Hitler”: il kaddish “Apocalisse con figure””

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L’ottava puntata del nuovo “Twin Peaks” è un capolavoro della contemporaneità

All’ottava puntata della nuova e sconvolgente stagione di “Twin Peaks”, David Lynch crea il capolavoro visivo della nostra epoca. Al momento non so nemmeno cosa scrivere, se non che si tratta del documento artistico più oltranzista e geniale degli ultimi anni di cinema, televisione e web, ma anche di arti e letteratura. Non si è mai dato un coraggio simile a fronte dell’orrenda committenza, che fa da produttore: Lynch si strappa una libertà totale, che lascia attoniti non soltanto gli spettatori suoi adepti, ma chiunque visioni quest’ora serrata di visione assoluta. C’è una profondissima meditazione sul cinema e sulla televisione (si osserva uno schermo a metà tra cinemascope e tv, sul quale scorrono le medesime immagini che avevano introdotto al salto quantico che Lynch pone intorno al decimo minuto di quella che mai come prima si deve chiamare: proiezione) e tuttavia il metalivello è distrutto almeno quanto i livelli in sé. L’interno e l’esterno sono in osmosi e originano un terzo oggetto, che è inqualificabile dal punto di vista della semplice narrazione, così come è ineffabile quanto allo statuto critico e teorica. Ci si sporge sull’interno: è questa la lezione surrealista che Lynch conduce a un grado di temperatura elevatissimo. Immagini su immagini, tutte memorabili. Suoni su suoni, tutti memorabili. Pochissime parole, tutte memorabili. L’apparizione dello spirito né morto né vivente di un tagliabosco fa strage del pregresso culto della Stanza Rossa e del Nano e del Gigante, che perturbarono le menti degli spettatori mondiali uniti, nel corso delle prime due stagioni della serie, e che qui vengono trattati alla stregua di elementi su cui si opera, per arrivare al risultato alchemico di un oro sopraffino. Le singole molecole di questo composto, che si vedrà risultare non organico e nemmeno inorganico, è la rappresentazione più estrema dell’impero della mente, in forma di visione occidentale. Si tratta di un’opera appunto alchemica, come mai si è data nella nostra contemporaneità (dico gli ultimi vent’anni), a parte, in letteratura, e sempre secondo il mio parere non vincolante, in DeLillo, in Pynchon, in certo Houellebecq, mentre nel cinema solo in Terrence Malick, in Béla Tarr, in un paio di opere di Bruno Dumont. Qui siamo in un unicum che lascia attoniti, in ogni caso: siamo all’invenzione, se non di un nuovo medium, di una nuova disciplina artistica.
Se si ha un minimo di tempo, si guardi attentamente il segmento da 4 minuti che linko da YouTube: si comprenderà parzialmente, ma si potrà sentire tutto.
Scriverò tra pochi giorni di questo capolavoro, che sarebbe poi una puntata di una serie, pubblicando le mie riflessioni su un magazine a me molto caro. Come dicono qui: stay tuned. Tanto si sta e basta, non c’è altro da fare che *stare*, come insegna il maestro Lynch.