blog · Poesie

“Sospiro”: una poesia

Sospiro dove requie ha i morti: chi sospira?
Doloso è sentimento dattorno i morti: di chi è dolo?
Vanno, vaporano, vanno via
i cigli artefatti e le scoscese
dei corpi di sanità in sanità riduplicandosi
e il cielo è un bioma e è male
l’immenso cielo che ci è madre e padre
traslucendo, nucale, il dio
di tutte le materie create, sono create
tutte le materie e gli anni sono i visibili:
crea me un furore, un sebo, legni-ossa
e un intelletto attivo di papaveri e di storia
come ultimo cinghiale preda di nobili
trappole, quando giungono a finire aristocratici
e finzionali silenti i passatori
e le navi sono gelide
e io grafite faccio, io respiro faccio grafite.

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Su “Pagare o non pagare” di Walter Siti

E’ abbastanza confortante che in questo Paese ci sia uno scrittore e intellettuale come Walter Siti, che aggredisce territori non banalmente estranei agli spiriti finzionalisti del nostro tempo. In “Pagare o non pagare”, colui che per molti è il migliore scrittore della nazione (io concordo con costoro) muove dal denaro per parlare di antropologia profonda e quindi anche di letteratura o, meglio, di canone storico, che è l’argomento centrale da affrontare in questo momento e in retroverso dello sviluppo accelerato, tecnologico o meno che sia. A Siti non interessa nessuna opzione metafisica, quindi lo sguardo è fisso non tanto nell’occhio della storia, quanto nello sguardo della storia: l’autore di “Troppi paradisi” dà del tu alla storia, non la corteggia e non ne riporta il danno in termini di lutto, ma definisce la morte del segno e del simbolo a partire dal progetto occidentale che, della storia, fa un orizzonte privo di teologia e di fede. Su questo libello parecchio acuto e disturbante segnalo un bell’intervento di Gianluca Catalfamo, pubblicato dal sempre benemerito illibraio.it.

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Stare su Facebook?

Non c’entra Cambridge Analytica. Incomincio a chiedermi che senso abbia stare su Facebook. Ormai la visibilità dei contenuti è ridotta a un quarto, rispetto alle metriche precedenti. La proposta di contenuti da microblogging è penalizzata. Sembra di ragionare o parlare in un deserto, a parte il manipolo di amici sinceri con cui si interagisce. Era molto semplice e bello imparare dagli altri, assorbire ii loro suggerimenti, osservare proposte e giudizi: non più. Potrei mettermi qui a scrivere di un incontro su letteratura e male, tenutosi l’altro giorno a BookPride – lo si condividerebbe con poche persone, probabilmente qualche decina in meno, rispetto alle persone caritatevoli che mi leggono sul sito. Trasferire materiali e presenza su Instagram non ha senso, anche a partire dal fatto che non si pubblica da Web, ma solo da app su smartphone. Intendendo proporre contenuti secondo un frame storico evidentemente penalizzato in quanto pregresso e superato, ha senso se e solo se: 1) si è persone di successo mediatico abnorme; 2) si è veicolati da testate o magazine o veicoli che raggiungono, anche a pagamento, una collettività più vasta di quella a cui si può aspirare con il lavorio personale, che si è svolto con passione finora. Non so quali alternative percorrere, per raggiungere un minimo di lettori interessati ad analisi e dialettiche. Io proseguo qui, in una militanza più scarna nei risultati e in una sensazione di vaga mestizia riguardante il medium. Poi, quando dovrò proporre lo studio di counseling esistenziale o i corsi di scrittura, *pagherò* per trovare *visibilità* – per la prima volta nella mia vita accedendo ai protocolli della pubblicità che si fa esistenza e retorica del discorso. Aspettiamo l’ulteriore upgrade, il 3.0 di me stesso e di voi medesimi, la disrupture o il breakthrough che spalanca il sol dell’avvenire e del divenire piccolissima nicchia, egoica e destrutturata, tweetdeck dell’anima e debugger del pensiero.

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A BookPride 2018 con Giorgio Falco

Con Giorgio Falco e Valeria Verdolini, a BookPride 2018, si è affrontato ieri il tema del tempo e del lavoro culturale, delle regioni necessitanti per cui si scrive e dell’assoluzione nazionale di una colpa atavica della nazione stessa. Partendo da “Ipotesi di una sconfitta” di Falco (Einaudi) e dal mio “History” (Mondadori), ci si è diretti verso l’orizzonte in cui Bernhard, Holderlin, Kafka, Melville e Burroughs indicano la dannazione di un tempo storico, sedimentale, contro il “garbage time”, come lo definisce Falco – il “tempo di seconda mano” in cui l’umano si riduce a non pensare né praticare un’alternativa, poiché è preda del delirio interiorizzato del realismo capitalista.

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“I vivi e i morti” di Andrea Gentile

E’ in libreria I vivi e i morti di Andrea Gentile, edito da minimum fax (qui la pagina dedicata). Ne scriverò prossimamente in maniera più complessa e meditata, ma inizio a segnalare l’eccezionalità del testo e dell’autore, del quale fui editore per il suo titolo di esordio, L’impero famigliare delle tenebre future (il Saggiatore), sorprendente e letterario a un livello intenso, in qualche modo rivoluzionario.
Ho avuto la fortuna di scrutare all’interno de I vivi e i morti, quest’opera che è summa, ovverosia universo che non si comprende se sia in espansione o in infinito collasso: la leggevo, vocalmente indistruttibile e certa, quando ancora germogliavano parole violente e visioni di tenerezza struggente, su cui Gentile andava costruendo la struttura del tremendo. E’ un capolavoro dell’epica italiana, una scrittura tra le più affascinanti di questi anni, un immaginario impossibile e coerente, una collettività di fantasmi faulkneriani, continuamente smentiti dal mondo, continuamente capaci di smentire il mondo. Tra sotterranei carcerari piranesiani, galee che solcano un mare che non esiste, tratturi su cui si avventurano giganti e bambine, apoteosi di quel personaggio rabelaisiano che è Gianni Sannio, i senzaterra arrivano a popolare Masserie di Cristo, un ipostatico paese del Centritalia colpito dai fulmini dell’apodissi, una delle figure centrali nella prosa di Andrea Gentile. E’ da leggere, non so come essere più persuasivo di così: è necessariamente da leggere, per esserne necessariamente invasi, per partecipare all’epopea di un’umanità derelitta, in cui Béla Tarr incontra Franz Kafka, più che László Krasznahorkai. E’ un torrido, glaciale momento della prosa italiana contemporanea, della narrazione che si rinnova in forma sorprendente e granitica, del sogno materico che mette in luce uno scrittore importante, un libro imprescindibile, trasformativo, integralista, fondamentale e fondamentalista. Questa, secondo me, è la letteratura. Cibatevene, bevetene: questo è il suo corpo e il suo sangue, offerto in memoria di voi stessi.

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Interventi a BookPride 2018

A BookPride 2018, presso il Base a Milano, sotto la direzione di Giorgio Vasta, ovvero uno degli scrittori più decisivi in questi anni italiani, intervengo in tre occasioni:

Spero di incontrarvi a più non posso!

blog · History

La Festa del Padre in “History”

Oggi è la festa del Padre e in “History” (Mondadori) il Padre e il Figlio fanno questo, in un brano talmente lungo, da essere incongruo:

«Il figlio attraversa la sala. Non accende le luci, non vuole rischiare di svegliare il fratello o il padre.
Nel semibuio avanza e davanti a lui di colpo si staglia nel semibuio una figura.
E’ il padre.
Il padre è in piedi nel semibuio.
E’ il culmine tra notte e primo mattino, un momento alto tra le ore canoniche, a quest’ora si recita nei monasteri l’ufficio divino, si pronunciano le liturgie. E’ l’ora dei possibili assassini, dei possibili ammazzamenti. In quest’ora tra notte e alba più acute e inesplicabili sono le manifestazioni della rabbia compressa, stolida ed efficace, la rabbia è efficace quando vuole colpire il figlio: il padre vuole colpire il figlio.
La testimonianza del padre è irrilevante, ma non il suo colpo, che deve ancora avere qualcosa del tuono, dell’accecamento, del dolore più acuto.
Il padre affronta il figlio. Gli è frontale. E’ pronto a scattare. L’ira è fosforescenza.
E’ frontale al figlio Nicola o Leone. L’altro figlio sta dormendo nella sua stanza da quindicenne, anche se ha superato i venti, Leone o Nicola. Il padre è fermo, al centro della sala, frontale, nella cupaggine dell’iracondia, è un’ombra oscura definita, stagliata nel semibuio con una precisione da pittore realista, da sonnambulo, da allucinazione vivida.
Il tono generale di luce è tra blu e nero, si intuiscono i caratteri somatici di quell’uomo sessantenne, verticale e compresso nell’ira, che ha davanti il giovane figlio: apprezziamo il disegno del suo volto frontale, il profilo del naso, l’arco ciliare, si può desumere persino la tinta bruciata del viso, è arcigno e fermo, schierato frontale come un pellerossa teso alla morte dell’avversario in grandi pianure che non sono più a disposizione.
E’ un’aria drammatica, neroblu, un istante protratto, che si allarga, due corpi maschili che si fronteggiano, nel tempo.
Come a un trivio, tra primavera e sorgere della stella Arturo. Continue reading “La Festa del Padre in “History””