Quell’autobomba fantasma a Milano prima della strage di Bologna e l’emergenza infinita

Oggi su “L’Espresso” non c’è un mio contributo, ma ci sono io direttamente: appare a firma di Paolo Biondani un articolo, che da sempre attendevo in qualunque evenienza sulla stampa nazionale, il quale articolo concerne l’autobomba esplosa a Milano, davanti a Palazzo Marino, nella notte tra il 29 e il 30 luglio 1980 – un giorno prima della strage di Bologna. Sulla 128 bianca, mio padre mia madre mia sorella e io saremmo partiti l’1 agosto, sfiorando Bologna nell’Autosole, arrivando a una località adriatica di massa nel Ferrarese, Lido Adriano, accendendo un televisore Brionvega nello sconosciuto appartamento affittato a distanza e allibendo davanti alle immagini di devastazione e orrore che il Tg1 trasmetteva proprio dalla stazione di Bologna e poi allibendo ancora quando arrivò “Discoring” a rimpiazzare il sangue e i detriti, con i Kraftwerk robotici e i Rockets argentati nella pelle e calvi. Viaggiando sull’autostrada più trafficata d’Italia e ignaro dell’esplosione a Bologna, mi ero perso nella disamina di mio padre che, quell’autobomba davanti al palazzo della giunta milanese l’aveva vista e bene, perché, da semplice impiegato comunale con tessera del Partito Comunista Italiano, era stato cooptato alla segreteria politica di tale Costa, di cui non ricordo il nome di battesimo e che era uno degli assessori della giunta rossa, guidata per la seconda volta da Carlo Tognoli, la cui rielezione si decise proprio nella notte tra il 29 e il 30 luglio. Quell’attentato non riuscì. Si trattava di uccidere membri della giunta Tognoli, ma, dei tre ordigni innescati a bordo di una 132, esplose soltanto uno, limitando i danni. La rivendicazione fu avanzata da un gruppo di estrema sinistra, ignoto se non per la firma dei fatti di Acca Larentia: si trattava di un depistaggio. Ricordo dististinamente mio padre, le basette brizzolate lunghe e il borsello in finta pelle abbandonato sul lunotto, discutere della cosa e individuare in Freda e nelle compagini nazifasciste la responsabilità di un attentato politico che avrebbe dovuto essere strage. Il buco nero di Bologna avrebbe inghiottito i fatti inerenti quel tentativo di destabilizzare gravemente Milano e tutto il Paese. “L’Espresso” torna proprio su quei fatti. Come si è visto e come si sta vedendo in questi giorni, la questione dei Settanta e parte degli Ottanta non è affatto chiusa – e non lo è, perché il metabolismo storico in Italia fatica a sintetizzare gli elementi tossici, che a ogni quadro decennale si ripresentano aggressivi, mutati e perennemente intatti: i tentativi di colpo di Stato, le stragi, l’affaire P2 con tutti i suoi mostruosi protagonisti, le appendici fantasma di quel contesto criminogeno come il caso Emanuela Orlandi, il terrorismo rosso e nero, la falsa rivoluzione tangentopolitica, le stragi Falcone e Borsellino, la persistenza e la capacità di trasmutare da parte di confraternite di destra extracostituzionale come Avanguardia Nazionale: l’emergenza infinita è la chiave di una memoria fossilizzata, incapace di suturare e di includere il dolore e il dramma nella vita vivente di una nazione. Il cardinal Martini diede impulso a un gruppo che si riuniva segretamente, composto da famigliari delle vittime di terrorismo e dai mandanti ed esecutori di quegli eccidi, il quale gruppo ha fruttato un libro decisivo, pubblicato dal Saggiatore nel periodo in cui lavoravo per quella casa editrice: “Il libro dell’incontro”. La giustizia come riparazione e la discussione libera e tragica del contesto storico, a distanza di tanti decenni e coincidente con il dolore che non trasmuta e non declina, ha in quel libro uno dei momenti più alti nella vicenda italiana. L’articolo de “L’Espresso” sulla mancata strage a Milano, della quale fui testimone indirettissimo e poco più che decenne, non fa che ribadire quanto la storia che abbiamo vissuto sia attiva sottopelle, anche in un tempo come l’attuale, che volatilizza la memoria e perde consapevolezza su ciò che è stato e continua a essere. Forse una delle chiavi di lettura può essere quella generazionale: non da parte della generazione che fu responsabile della stagione di piombo, ma da parte della generazione a cui appartengo io, un popolo bambino che vide e ascoltò e visse quei fatti sconvolgenti: la paura che mio padre fosse lacerato da quell’autobomba, il terrore che mio padre fosse ucciso da estremisti comunisti che ci inviarono a casa anonimamente numerose foto scattate a sua insaputa mentre andava a lavoro e addirittura negli uffici per dire che era un obbiettivo, l’enormità atterrita della salma di Aldo Moro. Ero bambino, avrei studiato tutto il possibile su quegli anni, ossessivamente, erano gli anni in cui venivo al mondo e moriva ignominiosamente la Repubblica. E adesso? Mi sembra sempre che muoia ignominiosamente la Repubblica, che non smetta di farlo, a ogni quadro storico, sempre più acceleratamente – e questa a me pare la cifra italiana, l’infinitudine del fatto, la sfinitezza della ripetizione, l’inoltrarsi in tempi di volta in volta nuovi perché antichi, sempre con l’orizzonte prossimo della strage…

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Elly Schlein: il presente è il futuro

L’eurodeputata Elly Schlein è una delle presenze politiche e umane su cui si dovrebbe fare affidamento, per il rilancio del progressismo su basi rinnovate e in vista di un soggetto ambientalista, umanista, schierato a favore dei diritti di genere e militante contro ogni forma organizzata di sfruttamento. In questo video, che consiglio di vedere a tutte le amiche e tutti gli amici, Schlein rintuzza l’oscenità che non smette di irradiare Borghezio, il quale ciancia di ricollocamenti, mentre 49 persone venivano lasciate a mollo e a rischio di perdere la vita grazie alla stolidità (e qualcosa di più della stolidità) interpretata dagli stati europei. Borghezio non può nulla, nel momento in cui Elly Schlein rimarca la clamorosa assenza dei leghisti in sede di discussione della riforma di Dublino. Sulla questione Dublino, Elly Schlein ha messo realmente in difficoltà Salvini e la Lega. Tuttavia vorrei compiere un passio ulteriore e sottolineare come l’energia, l’intelligenza, la passione di Schlein ne facciano uno dei possibili simboli sintetizzatori per una nuova stagione politica. Non mancherò di informare e proporre a partire dalle proposte, dalle iniziative e dai ragionamenti di questa giovane donna che ammiro da tempo. Invito a condividere questo emblematico intervento.

“Vice”, il film su Dick Cheney che spiega Matteo Salvini

Per chi ha vissuto con consapevolezza il 2001, con l’acme delle Torri Gemelle, è difficile comprendere oggi quale passaggio storico abbia costituito quell’anno. In Italia si visse un’emergenza altissima, ci furono i fatti del G8 di Genova, immediatamente sussunto dal decisivo momento dell’11 settembre, che non riguardò gli Stati Uniti soltanto, ma tutti, ovunque, in occidente e in oriente, con un ribaltamento degli equilibri geopolitici, la militarizzazione sconcia del Medio Oriente, protocolli di sicurezza che resero intercettabile la totalità dei cittadini statunitensi in primis e in ogni nazione in secundis. La giunta militare teocon degli USA era un incubo, se si vuole, anche più angosciante della gestione del potere che Trump sta interpretando in questi anni. L’attacco a Pentagono e Torri Gemelle permise una reazione totalmente incostituzionale che mise in pratica la teoria dell'”esecutivo unitario”, il cui padre era stato il filosofo Carl Schmitt e il cui esecutore fu il vicepresidente Dick Cheney. Quel vulnus resiste a oggi e spiega e permette l’azione di controllo generalizzato che in Rete e fuori Rete (cosa è oggi fuori dalla Rete?) viene esercitata a qualunque latitudine, ma scandalosamente per quanto concerne i governi occidentali, che sono costretti urgentemente a rielaborare i propri statuti democratici. Il periodo tra 2001 e 2008, quando alla Casa Bianca fu eletto Barack Obama, soppiantando criminali che agirono a dispetto dei limiti costituzionali, rivoluzionando il globo terracqueo con le loro missioni di morte ovunque e l’abbrivio del terrorismo internazionale di supposta matrice islamica, ridefinì l’intero stato di cose nel pianeta: digitale, enfasi sulla sicurezza in nome del controllo indiscriminato dei cittadini schiacciati dall’impossibilità di elaborare l’opposizione, retorica del terrore, razzismo verso culture religiose, pratica della tortura assunta direttamente dallo Stato, sottomissione dei media al potere sganciato da qualunque bilanciamento, inizio della trasformazione del linguaggio e delle fake news (l'”effetto serra” divenne “cambiamento climatico”), il credo globalista non dei popoli ma della tecnocrazia più feroce, il reazionariato che torna in sella in occidente, lo sdoganamento della destra in Usa ed Europa – la torva premessa maggiore a tutto ciò che oggi suprematismo, che spesso traduce il sintagma “sovranismo”. A spiegare e fare quasi arte su tutto ciò è un’opera cinematografica eccezionale, cioè “Vice – L’uomo nell’ombra”, un film del 2018 scritto e diretto da Adam McKay con protagonisti uno strepitoso Christian Bale e un’altrettanto strepitosa Amy Adams. Si spiega qui come si ingenerò la messa in bando della presidenza degli Stati Uniti, approfittando di un’occasione imperdibile per creare ciò che Luttwak teorizzò come “tecnica del colpo di Stato”. Dick Cheney non fu l’ombra del Presidente, bensì il Presidente Ombra. Tra gli alleati che vennero sollecitati dalla giunta militare statunitense, e accettarono di applicarne tutti i protocolli, a cominciare dalla guerra globale che venne scatenata, c’era l’Italia di Silvio Berlusconi. In quel momento l'”emergenza infinita” e l’utilizzo del falso binomio “guerra al terrorismo” imposero o ripristinarono strumentazioni adeguate alla sottomissione generalizzata del pianeta a una élite precisa, di origine texana e di credo fascista, che operava la trasmutazione della democrazia in libero consenso alla rinuncia dei diritti democratici stessi in nome della sicurezza. E’ di ieri, su “La Stampa” la rilevazione che definisce al 44% la disposizione dell’elettorato italiano a rinunciare alla democrazia in nome della sicurezza, con l’apice del 64% sortito da chi vota Lega. Un’insicurezza fantasmatica, alimentata dal terrorismo mediatico a cui si sottopone un popolo, paventando l’inesistente invasione dei migranti, alimentando l’odio verso le voci ragionanti e l’informazione che non si adegua a questa immonda pratica di regime, rinvigorendo le memorie e le prassi del più fetido ur-fascismo, erodendo i diritti storici acquisiti dal popolo per praticare un controllo più capillare, a scapito di donne, bambini, lavoratori, pazienti, operatori di bene, Ong, vescovi, artisti non allineati, svuotando il Parlamento e mirando a demolire le istituzioni democratiche in genere. Vedere “Vice” significa comprendere il mondo odierno e, in questo orizzonte, l’Italia di questi mesi. E’ una visione che consiglio a chiunque, per comprendere il rischio altissimo che corriamo tutti.

La risposta all’aggressione fascista ai giornalisti de “L’Espresso” è “L’Espresso” stesso.

Avrei voluto scrivere della copertina eccezionale de “L’Espresso”, che a mio parere è la più potente dai tempi della leggendaria “Uomini e no”, con l’iconica contrapposizione tra Aboubakar Soumahoro e Matteo Salvini, che spiegava e continua a spiegare il conflitto politico e antropologico oggi attivo a queste latitudini. Avrei desiderato sottolineare la forza del segno, che “L’Espresso” sta implementando di numero in numero, ripristinando il livello simbolico, per costruire un campo culturale ed editoriale. Avrei ambìto a discutere il fatto che il magazine più necessario del Paese andava a mettere in migliaia di copie, in tutte le edicole italiane, un quadro astratto, Il quadro che il presidente Sergio Mattarella ha esposto durante il discorso di fine anno al Quirinale, realizzato da Diego Salezze, veronese, classe 1973, che da decenni lavora in laboratori dedicati alle persone con disturbi dello spettro autistico e la cui opera era stata esposta alla fondazione Franco Basaglia di San Servolo e quindi donata al Capo dello Stato durante la visita dello scorso novembre al centro di cura per l’autismo a Verona. Avrei tenuto a ribadire perché e come il direttore Marco Damilano, in uno dei suoi editoriali più belli in apertura del giornale, identificava Sergio Mattarella come voce dell’istituzione e non come ideologo di professione in trasferta premio al Quirinale, mentre il discorso è altro e riguarda la voce della democrazia e la riassunzione del passato in un presente sempre più avanzato, nel quale non smettono di fiorire le radici di una stagione storica importante, ovvero quella tra Ottanta e Novanta, quando la sinistra democristiana si propose come unico serio avversario al postcraxismo e al berlusconismo. Avrei anche sperato di intercettare una provocazione che a mio parere fonda il titolo di copertina de “L’Espresso”, ovvero l’ironia per cui, contro il modello ormai trascorso di Forza Italia, non può crearsi il partito Forza Buoni. Avrei espresso questi desideri, scrivendone, perché da scrittore nutro una fede assoluta nel testo e quindi nel segno, una laicissima religione che mi sembra ripristinata nell’editoria italiana da pochissimi soggetti attivi e perlopiù giornalistici, in primis proprio da “L’Espresso” di questa lunga trasformazione dell’antropologia non soltanto nazionale. E invece: no. Non si può discutere di queste, che sono tutt’altro che amenità, perché proprio ieri due giornalisti del settimanale, Federico Marconi e Paolo Marchetti, sono stati aggrediti da neofascisti che commemoravano le morti di Acca Larentia, secondo ritologie dettate da Avanguardia Nazionale e dai postumi di Stefano Delle Chiaie, due tra le molte entità che sarebbero costituzionalmente vietate. Sembrerebbe di essere nel 1979 e infatti “L’Espresso” sta dicendo questo da mesi e mesi: la marea montante, che alcuni avventatamente definirono e definiscono antipolitica, è al contrario politica: è di matrice fascista. Non si sta a portare le prove di ciò, perché è la realtà stessa a produrle. Come, esattamente come, lo Spada jr che prese a testate il giornalista di “Nemo”, Daniele Piervincenzi, ieri i guappi neri, capitanati dal leader romano di Forza Nuova, Giuliano Castellino, i neofasci hanno malmenato, identificato, estorto materiale professionale al cronista e al fotografo de “L’Espresso”, a fronte delle forze dell’ordine, spettatrici non paganti di un episodio gravissimo di violenza ideologica e fisica, mentre avrebbero dovuto condurre immediatamente in questura il Castellino stesso, che al momento è sottoposto al regime di sorveglianza speciale e sconta il divieto imposto di girare liberamente, tanto più per pugne e manipoli di balilla in libertà. Sollecitato sulla questione, il ministro responsabile delle forze armate medesime, si è rifugiato in un breve generico intervento, a tema galera per i cattivi, che in galera o quasi già ci starebbero, appunto, se qualcuno facesse rispettare le ordinanze dei tribunali. E’ un episodio che riveste una certa crucialità, umana e ideologica, con due giornalisti insultati come “pennivendoli”, secondo la retorica politica in voga in questi mesi e nella pancia della nazione da molti decenni. La solidarietà concreta e fraterna agli aggrediti non è scontata, poiché non è che i colleghi delle testate di area centrodestrista o governativa siano corsi a portarla, secondo le più viete e storiche pavidità del comparto giornalistico italico, che risalgono a Cavour e passano per Mussolini, arrivando fatalmente all’oggi. Tuttavia mi sembra che uno degli atti concreti che posso compiere io nel mio piccolo è proprio ribadire il valore, l’attualità bruciante e la rilevanza della copertina de “L’Espresso” di questa settimana. L’antidoto all’attuale e sempiterno malcostume italiano è tutto lì, nelle parole e nella storia personale del Presidente della Repubblica, nell’opera d’arte che ha collocato accanto a sé durante il discorso di capodanno, nello sprone che alfabeticamente ha deciso di veicolare il settimanale, quel “Forza buoni” che significa soltanto questo: “Forza umanità”.

Andamento lento: la voce di Matteo Salvini durante i comizi e sempre

Una volta stavo vedendo “Propaganda live” di Zoro & Tutti Gli Altri, e, se non la vedevo, col cavolo che mi mettevo a sentire un comizio di Matteo Salvini, e quelli di “Propaganda Live” erano al comizio romano di Matteo Salvini, seguivano una coppia che andava in giro con un precetto evangelico su un cartello, ma io mi assentavo e non seguivo più la vicenda, perché restavo ipnotizzato da voce retorica ritmo energia fonica di Matteo Salvini. Era un cupo sottofondo, basso continuo, una melassa audio che non arriva al baritonale, ma resta sospesa in una sostanziale parlata da montagnino o lacustre, posti umidi dove si fa la polenta, nemmeno in rifugio ma più in basso, delle villette fuori dal centro di Limone Piemonte o verso Piazza Torre, un tono da casalingo di Cerro Maggiore, monotono con chine precollinari credute un Everest, un’atmosfera tra corde vocali impossibilitate al gorgheggio e intese soltanto al poltronaggio di quelle tonalità tipiche di Roberto Fogu che cantava la sigla italiana di “Jeeg Robot D’Acciaio”, un procedere lutulento in una palude di fanghiglia viscosa e grigia, il ragionierismo del geometra di Cazzago Brabbia o del Bustocco, tanti Giancarlo Pagliarini collassati in una gola un po’ infiammata e da trattare al massimo con lo Iodosan, più farina che Farinelli, la sensazione di giocattoli rotti e in disuso non in una soffitta ma ai margini di una terra di nessuno in via Zama prima degli zingari, una carrozzina per bimbi anni Settanta con le ruote di gomma piena bianchicce e deformate nei raggi capovolta, la monotonia non del bisonte nelle steppe americane ma della mucca scottona che bruca nei campi del Cuneese tra Saluzzo e Fossano, battute la cui brillantezza si misura non con watt e volt ma con candele, il roco borborigmo del motore di una Fiat 850 color panna sporca di smog che si accende in una mattina di gelo nel gennaio 1980, nessuna peripezia verbale come in un regesto del catasto o in un organ house della Tau Marin® nella sala di attesa di un dentista con lo studio sulla circonvallazione esterna, quella pesantezza barbogia che fortunatamente è sconosciuta a sud e a ovest e a est dell’Emilia a parte il Molise, una compulsione fiacca senza sbalordimento, una ciaccona lenta, Ciccio di Nonna Papera in un fumetto in cui in ogni vignetta dorme e non succede nulla, schemi retorici nemmeno elementari e invece a basso numero di ottani, l’impennata della fantasia tipica di un impiegato savoiardo degli anni Dieci nel XX secolo, una sorta di Max Pezzali che canta la fine del cotechino anziché quella dell’Uomo Ragno, Mauro Repetto con 110 kg di più che salta accanto a Pezzali con il carrello da spesa al Simply al ritmo di tre ottavi, un comizio che incendia il popolo al massimo grazie alla Diavolina ma che è finita e ne rimangono poche gocce nella bottiglia in plastica grigio antracite, una slavina da cui ci salviamo non correndo ma camminando per digerire la cassoela con la cotica bollita e la verza che fa un po’ di rigurgito, la vis retorica che sta a quella di Luciano Lama come il tramezzino con l’insalata russa sotto cellophane all’autogrill sta al manzo di Kobe o al tartufo d’Alba trattati da Alain Ducasse, la verve di un pendolare che va a lavorare sui bus della Busnelli da San Donato o verso l’Idroscalo alle 7.35 di un mattino di nebbia, la vita vivente dei sottaceti accanto alla bresaola nei piatti alle cene eleganti berlusconiane, della rapa bianca messa sottaceto e sottovuoto e buttata via dopo un decennio che stava chiusa perché non sai se si è sviluppato il botulino, la gnàgnera del bambino macrocefalo a otto anni che ha 37.6° di febbre e non sai se mandarlo a scuola o meno, tutto come mettersi addosso una giacca a vento della Facis comperata quando c’erano le lire e mai indossata ed è troppo leggera per il freddo che c’è ma sei uscito di casa e sei lontano settecento metri ed è troppo per tornare a cambiarti e non hai voglia, una minestra di fagioli e strutto non nel piatto ma quando è nella pentola a pressione Lagostina sul fuoco lento… Potrei andare avanti all’infinito o allo sfinimento, come fa lui, ma per fortuna io non ho assolutamente nulla in comune con Matteo Salvini, per cui ciucciatevelo voi. Ciao.

“VENIRE QUI A UFO” – BREVE E GROSSOLANA DISTOPIA SALVINIANA

Nell’incredulità panica del pianeta iperconnesso e per il panico dei suoi abitanti, gli alieni si manifestano per la prima volta nella storia umana, forando l’atmosfera e posizionando la nave madre, prima basculante e poi immota, a due chilometri di altezza sopra il centro di Roma. L’umanità impazzisce a qualunque latitudine. Migliaia di device, radar telecamere e smartphone, riprendono il veicolo extraterrestre, che in longitudine copre l’estensione di due quartieri della capitale italiana, la quale diviene immediatamente capitale mondiale, ruolo che le è spettato sempre, in qualche modo, dai tempi del messia in poi. E’ una silenziosa e geroglifica presenza, si attende uno sbarco, un segnale, sono arrivati gli alieni!, quanto lo avevamo sognato!, quanto avevamo atteso questo imbuto della storia, sembrava che tutto convergesse verso questo fatto inaudito e ora è avvenuto, è concreto – ed è a Roma! Il pontefice si ritrae a Santa Marta, è indetto immediato il concistoro, mentre le forze delle nazioni unite convergono su Roma e tutto il Lazio e questo totem monolitico, enormemente grigio e a tratti abbagliante, staziona come una nube solida di polluzione, diossina in cristallo di un incendio da una discarica, una punizione silente anticoegizia e cosmicostorica: miliardi di umani con il naso non insù, ma dentro gli schermi di più varie dimensioni. Panico. Sentori di epidemia mondiale. Dicerie planetarie testimoniano di certi morti risorti. Il papa parla, finalmente, e chiama gli alieni “fratelli e sorelle”. Finché arriva la prima presa di posizione politica a livello mondiale: il vicepremier e ministro per la sicurezza italiana, Matteo Salvini, emana una legge speciale in cui si dichiarano sospesi i diritti di questi pezzi di merda spaziali, cialtroni del cazzo che vengono a ufo (!) qui da noi, pretendono che ce ne stiamo buoni e arrivano per fare i loro porci comodi: porci chiusi! Gliela facciamo vedere noi a questi che s’illudono che siamo una fazza una razza, allora mettiamo la fiducia su questo provvedimento urgente e la vota la maggioranza e passa. Il presidente firma la legge speciale, qualcuno dice che è in contatto telepatico con gli alieni e sa già come andrà a finire e quindi firma con un sorriso ineffabile e forse beffardo e forse no. Spezzeremo le reni agli alieni, ammesso che le abbiano. L?italia è la prima nazione popolare de-extraterrestrizzata e la seguono subito tutte le nazioni, che urlano ai quattro venti, tutte, nessuna esclusa: “Prima gli italiani!”. Allora dall’astronave aliena arriva un raggio perforante, che incenerisce all’istante il ministro degli interni italiani e scompare accelerando verso spazi interstellari. Carbonizzato, il ministro tuona che il popolo è con lui, ma tutti si sono rimessi a giocare su Candy Crush o a guardare i gattini e nessuno se lo fila più. L’ONU dichiara di lì a poco che è abolita l’Italia e il pianeta finalmente, dopo millenni che si è ciucciato la Stivale e i suoi angoscianti abitanti, tira un sospiro di sollievo ed è così che finisce l’universo: primi gli italiani, ma a scomparire. Fine della breve e grossolana distopia salviniana.

Sergio Mattarella, il migliore dei Presidenti

E’ compìto e aureolato, la pettinatura cubica emana riflessi azzurrini, in qualche modo abbaglienti. Lo sguardo lampeggia. Il sorriso è tremulo, accennato, onnipresente, un’incrinatura piacevole per un sentimento di affetto, che arriva a sconfinare con la commozione. E’ possibile commuoversi per un Presidente della Repubblica? Per me, no. E: mai. Non mi commuovevano le immagini abborracciate del guappo democristiano Giovanni Leone, le sue corna esorcistiche, il suo nucleo famigliare al balcone in cui mancava Lurch, l’attentatore della gazzella dell’affaire Lockeed, costretto alle dimissioni. Non mi commuoveva l’evidente narcisismo di Pertini, un sortilegio praticato sul corpo della nazione e a cui mi opposi interiormente quando ero meno che adolescente, un’ipnosi collettiva capace di insegnarmi la virtù del minoritarismo, questa maledizione costante nella mia esistenza piccina, per cui ciò che l’italiano gradisce in massa risulta eminentemente schifoso – sembra uno snobismo, ma è perlomeno una bussola su come orientarsi nella peggiore delle antropologie occidentali, che risiede proprio in questa calzatura bucata e abbandonata nella pozzanghera insanguinata detta Mediterraneo. E poi? Ci si poteva commuovere forse per Cossiga, nella cui vicenda storica e personale l’unico atto di sincerità profonda e spaventata fu l’istantaneo imbiancamento della cofana, alla morte di Aldo Moro? Quei suoi angeli verbali, suasori occulti e palesi, quei rimandi non vagamente minacciosi, quei messaggi obliqui lanciati a depredare il preconscio di un Paese estremale, sempre sul vertiginoso bordo dello sfinimento, dell’annullamento, dell’infarto morale e cognitivo: li odiavo, gli alert di Cossiga, altroché commuovermi… E mentre le genti italiche lancinavano lo spazio respirabile con ululilii di allarme per la tenuta democratica a fronte del berlusconismo cavalcante, emergeva il conservatorismo gesseo di Oscar Luigi Scalfaro: quel doppio nome da stirpe regale decaduta, un Luigi XIV con la sagrestia al posto di Versailles, quel cognome duro e liscio, non arrampicabile, inscalfibilmente protestante, quella “r” arrotata, la presenza muliebre della figlia che faceva da coniuge, quel lutto silenzioso… Scalfaro era per me il parroco eletto allo scranno più alto della nazione, faceva da schermidore con il tycoon a sangue freddo, il Caimano che incarnava l’eterno rischio di fascismo, di antiparlamentarismo, di rivoluzione abissale della psicologia collettiva, visceralmente gestato ed espulso nella realtà dall’utero italico, con il suo Miracolo, il suo Sogno, il Grano come valore non negoziabile. Il cristianissimo sovrano con l’erre moscia contro l’arricchito borghese di prima generazione: c’era ben poco da commuoversi. Men che meno commozione di fronte al cipiglio neorisorgimentale di Carlo Azeglio Ciampi, un altro dal doppio nome, regale anch’esso, ma di un casato minore, savoiardo, votato alla Repubblica più immaginaria della storia, tra mobili moganati e ciglioni azionisti, più Pacciardi che Pannunzio, l’angosciante tecnicality finanziaria messa al servizio di un progressismo regressivo, con il culto cavouriano che seguiva quello garibaldino del fu cinghialato socialista e la consorte che bacchettava le scelte di palinsesto di RaiUno e i comici volgarotti, questa Signora Franca il cui nome era l’aggettivo corrispondente, un’ulteriore cofana nel museo dei ricordi della Repubblica… E poi – e poi: Napolitano. Già mi commuoveva poco quando era il vessillo dei cosiddetti miglioristi, amico di Henry Kissinger e unico comunista con il pass per gli Stati Uniti, ma da Presidente mi irritava in lui il decisionismo ai limiti dello sconfinamento istituzionale (limiti nel senso che andava al di là, non che ci si avvicinava), così pure l’accettazione del secondo mandato, assentendo con diniego, ma comunque accettando. Per non dire dell’invenzione tecnocratica del gabinetto Monti, una scelta scellerata che stiamo tuttora pagando con l’emersione perpetua di fascisti e sfascisti al governo e sempre difesa con l’argomento della stretta necessità imposta dai mercati, quando l’impatto di quel governo è ridicolo in termini di storia del debito e della ristrutturazione del Paese. Quando si fece per la prima volta il nome di Sergio Mattarella, e lo si fece proprio poco prima che il solare Napolitano accettasse di malavoglia la riconferma al Quirinale, pensai: non c’è niente da fare, si morirà democristiani, o tutt’al più miglioristi, in questa landa desolata. Non conoscevo Mattarella, se non per i massimalismi che la stampa parlamentare concedeva a un lettore poco più che attento, come me. Mi sembrava uomo di compromesso e di velocità lentissima o di lentezza in qualche modo veloce. Ero colpito, negli anni, dalla sua capigliatura e dall’azzurrità del bianco che calzava in testa. Apparteneva, nella mia percezione, a qualcosa di diverso dalle ultime e forse ultimative epifanie delle seconde linee democristiane, chiamate a fare da curatori fallimentari della Balena Bianca: e dico persone come Gerardo Bianco o, che so?, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti, Savino Pezzotta. Conoscevo la tragedia personale e politica di Sergio Mattarella, ricordavo bene la fotografia mai seppiata e invece sempre livida e quasi vetrificata, in cui si sporgeva dalla portiera dell’auto dove gli avevano massacrato il fratello. Mi parve, la candidatura quirinalizia di Mattarella, una scelta di comodo per una Presidenza tranquilla, che sopisse l’interpretazione fin troppo energica datane dal predecessore. Ovviamente, mi sbagliavo. Con me, si sbagliava Renzi. Renzi, ritenendolo una sorta di inoffensivo pelouche, aveva insistito su Mattarella, rompendo con Berlusconi e archiviando per lui sciaguratamente il patto del Nazareno. Silvio, avverso al nemico di sempre, ovvero la sinistra democristiana, di cui Mattarella era un campione ormai ai limiti del ritiro a vita privata, voleva Giuliano Amato (io e altri milioni di italiani, invece, no). Una riedizione dei tempi che furono: socialisti contro sinistra Dc. Il giovane Bomba fiorentino si era impuntato, pensando che non gli avrebbe fatto ombra il neopresidente con la parlata sussurrata e all’apparenza tenera. Il postadolescente fiorentino aveva dato così inizio alla propria spettacolare e mestissima fine, durata da allora fin qui (non sono escluse rinascite o nuove reincarnazioni, peraltro). Quando fu eletto Mattarella mi trovavo in un bar dietro viale Monza, vedevo Boldrini e Fedeli, costei tutta rossa nella cabeza come Clio Napolitano, e poi arriva lui, incassato e mite, il nuovo Presidente. Colui che con soffice diplomazia aveva fatto fuori politicamente Vito Ciancimino, il moroteo amico di Ruffilli, il dimissionario che si sottrasse allo sconcio della legge Mammì – era pressoché tutto ciò che ricordavo di quel venerabile signore, cauto nel passo, schiacciato dai lutti, solo senza essere solo e certamente non solitario e avvertii una scossa al nervo morale e pensai: è come Ratzinger. Io non sono cattolico e neppure battezzato, ma l’elezione di Ratzinger al soglio pontificio mi colpì tantissimo. Mi aspettavo un chierico sottilmente reazionario e rimasi accecato dal carisma mistico dell’uomo, che, infatti, abolì di lì a poco il limbo dei non nati e praticò letteralmente il “nunc dimittis”. Mi colpì così tanto, che mi misi a fantasticare su di lui, in un romanzo, “L’anno luce”, che avrebbe finito per prevedere con largo anticipo il suo abbandono del mondo e la kenosi, ovvero la fine della Chiesa prima di un nuovo inizio, che non è poi quello inaugurato dall’attuale pontefice. Ecco, con Mattarella arrivai a percepire un’acuzie dell’intelligenza, una rettitudine morale, una capacità di essere qualcosa più che padre – poiché il nonno è il padre che ha superato il padre ed esiste un buddismo preternaturale dei nonni, a cui i padri non possono giungere. La gestione della crisi, il morbido monito, la fermezza flessibile e la capacità di adattarsi ai flutti della piccola storia nazionale, l’argine soffice e la morbidezza come forma dell’indefettibile, l’utilizzo della lingua nella sua più cristallina evenienza morale, l’abilità a tessere, ad “assumere un’iniziativa” istituzionale al culmine della crisi e a “collocare accanto a me” disegni inviatigli dai ragazzi, mentre pronuncia con quella cauta fretta pudica, tipica di certa Trinacria dello spirito, le 1.700 parole del discorso di fine anno, la geometria etica e civile con cui “ribadisce” valori fondamentali non soltanto della Carta, ma della convivenza, la radicalità di prendere parte per le opere di bontà, la delegittimazione degli argomenti propalati dai correnti glifi umani al governo – la semplicità che integra e non si oppone alla complessità, il presidio della democrazia rappresentativa e del parlamento come casa del popolo, la rappresentanza di uno Stato che sia comunità e apertura, l’umanità intensa e tremula, vibrante e concordemente riconosciuta a questa splendida persona: ecco, tutto ciò mi commuove. E’ il primo Presidente a commuovermi. Lo vedevo lì, nell’isolamento accompagnato da milioni di sguardi in quello studio eterno, dove tengono nei decenni questi discorsi spesso privi di rilievo e questa volta no: che rilievo hanno le cose dette da Sergio Mattarella! Lì col disegno regalatogli, dietro la spalla sinistra, le bandiere nazionale e continentale ammainate per assenza di aerazione in questo ufficio rococò, teosofico, massonico cardinalizio, una sagoma assisa scomodamente sulla sedia presidenziale, un uomo del Novecento che continua a essere uomo nel nuovo millennio e affronta i fondamenti del vivere civile, con la delicatezza radicale che gli si riconosce pubblicamente. Si vorrebbe abbracciarlo, essere da lui abbracciati. Si vorrebbe volergli bene e infatti glielo si vuole. Tanti auguri, Presidente!