Sciogliere la scuola italiana?

Vedo due criticità assolute, che costituiscono le principali emanazioni sociali del momento politico: i bambini e il disagio psichico collettivo. Sono la medesima *cosa*, sono il politico. Affronto un’unica declinazione, ovvero i bambini. Mi scuso preventivamente con insegnanti, operatori scolastici, addetti al vasto spettro psicologico e genitori che possono sentirsi offesi leggendomi: parlo della mia esperienza, generalizzo a partire dal me stesso. Il sistema educativo italiano è semplicemente crollato negli ultimi decenni, sia in termini di pura organizzazione sia sul piano della qualità dell’offerta sia a livello di sistema valoriale incarnato dai protagonisti dell’erogazione di ciò che si pensa essere un “servizio” – e che servizio non è, è la coappartenenza a una società. La sanità è un servizio, l’educazione no, l’educazione è ben più che un servizio. Le riforme scolastiche sono del tutto consentanee a un’idea di mondo orrendamente liberista, ovvero riduzionista, che evita l’idea stessa di soggetto e quindi di relazione tra soggetti, facendo del soggetto un oggetto e delle relazioni pure un oggetto. Una visione devastantemente antiumana coordina le azioni più penosamente immorali nel gradiente dell’efficacia, in realtà facendo impazzire le gerarchie di senso e le tassonomie che quel senso traducono in punti di riferimento di qualunque processo. La morte della lingua, cioè del processo linguistico, è un sintomo, peraltro il meno “impattante” (“impattante” lo dicono *loro*), di una patologia che in modo sconvolgente ha infettato tutto il corpo sociale. L’idealtipo di bambino integrato, responsivo a un pavlovismo che nemmeno considera il cane come focus dell’esperimento, poiché ha in mente di sperimentare su un piccolo robot, è il responsabile del contagio diagnostico a base di acronimi come DSA o BES o numeri come 104, per ingabbiare ciò che non è ingabbiale, ovvero la naturalezza di uno spirito, precisamente la quintessenza del fenomeno umano. L’esclusione degli spiriti profondi, che sono *tutti* i bambini, viene comminata a base di azzeramenti progressivi delle loro capacità di varianza, della loro creatività che è anarchica per principio, della loro forza incapacitante l’adulto, rovesciando il tutto in questo: che sono *loro*, insegnanti et alii, a incapacitare lo spirito dei bambini. L’incapacitamento dell’adulto è il momento in cui i bambini esprimono tutto l’amore e l’odio, ovvero la propria potenza, nei confronti di quell’incomprensibilità dura, peripatetica e resa crisalide, che è la condizione adulta. Si sottrae il pensiero delle mani, sottraendo il gioco fisico libero, quindi impulsando l’inabilità ai micromovimenti e all’autopercezione, andando a sovraordinare il gioco con protocollarità innaturale, per esempio mettendo un bambino a giocare a pallone in un campo regolare. Ogni profondità segnala “grossi problemi”. E’ subito spettro autistico, se si reagisce bruscamente alla luce o ai suoni. Disturbo generale dell’apprendimento come correlativo oggettivo dell’epilessia. Didattica non analogica. Impossibilità della deriva fantastica. I generi del testo, a cominciare da quello horror, in luogo del processo testuale sfrenato. La regola non come limite da cui nasce il progetto, ma come abolizione di ciò che sarebbe da limitare. Psicopedagogie a procedimenti illogici e controfattuali. Annichilimento dell’amore (quale insegnante davvero ama i propri alunni? Tutte e tutti, certamente, ma davvero le persone insegnanti sono a oggi capaci di amare?). Un esercito di professionisti del disagio, che coincide con la schiera dei creatori del disagio medesimo, dagli psicoterapeuti under 50 ai logopedisti, dagli psicomotricisti che non hanno un’esperienza profonda del corpo fisico e di quello emotivo, fino ai baby sitter performativi su cui si scarica il tempo libero di bambini e ragazzi. Inesplicabilità del tutto. Delusione dei piccoli, che fanno da soli in un mondo che dice loro di non fare da soli, perché essi vanno capiti e ascoltati, vanno compresi, e giustamente, se il piano di proposta è quello della comprensione, si sentiranno incompresi. Silenzi e perenni sdraiature dei più giovani non stanno a dire che non ci sono parole oppure che i più recenti non hanno spina dorsale: provate a respirare da stesi, da sdraiati, poi confessate a voi stessi quanto è difficile inspirare ed espirare. La metafisica tecnologica non è un alibi, ma semmai la causa scatenante di una irresponsabilità degli adulti attuali, che sono transitori e che non hanno compreso che la giovanissima generazione sarà la prima a decidere se ibridarsi o meno, quindi è eroica ed epica a priori. Questa irresponsabilità adulta fomenta l’incredibile abbandono a un disturbo narcisistico debordante, generalizzato, incoercibile. E’ colpa degli adulti, non delle macchine, tantomeno dei bambini. L’arretramento anagrafico della prima mestrualità, per ragazzine che sono incapaci di leggere l’orologio con le lancette o di percepire effettivamente la dimensione concreta del tempo cronologico, è soltanto un emblema grottesco di una condizione tragica. Come si può rimediare a questa situazione collettiva e sistemica? Risolvendola. La scuola va sciolta. Tutti gli organismi scolastici vanno sciolti. Chiunque deve perdere il lavoro. La collettività sarà costretta a riorganizzarsi nella povertà, nell’emergenza reale. Si deve andare a referendum sul sistema scolastico. Bisogna che ci siano centinaia di migliaia di disoccupati, di persone realmente preoccupatissime. Se la scuola è un problema, non è necessario risolvere il problema: è necessario realizzare che c’è il problema.
Non ho inteso affatto di essere provocatorio.

Venezia

Deve morire non Venezia, ma l’idea di Venezia, io penso questo. C’è però che Venezia divenne la propria idea. Non concordo con l’opinione di chi dice che deve finire Venezia come Disneyland – magari fosse Disneyland, perché Disneyland è viva, non sopravvive, ma vive e, soprattutto, non è morta. Venezia deve finire, essa iniziò. Le sue cesellature conferirono un limite a ogni progetto, il che è bene, poiché soltanto nel limite è il progetto. Queste alghe esitano a dichiarare a chiunque nel mondo che Venezia è finita. Ha inventato l’intelligence, i servizi segreti, le gondole sono un progetto di scalmo che esce da se stesso e si fa barca, quindi devono affondare, poiché è destino di ogni barca, prima o poi, di affondare. L’equorea metropoli che non è metropoli, con la sua filosofia rutilante di maschere canterine e saltellanti, i notabili di paese che, divenendo primati di una città, ritengono di esserlo del mondo, l’odiosa eccezionalità esotica, le accademie e il cristianesimo sbilenco e intriso di fumo sulfureo, l’idea stessa di copertura e la lotta per nulla erculea contro il tempo – tutto fa di questa idea di città un equivoco del pensiero e un agire dell’eccezione che non è tale: non è agire (Venezia non agisce) e non è eccezione (rispetto a cosa sarebbe eccezione? Al Bayou o a Firenze?). I promotori di questa città pretendono di avere una grammatica, garantita dal foglio di carta che si trovano davanti. Quale sarebbe infatti la scuola che prepara a Venezia? Che cosa è questa promiscuità tra dolce e salato, tra muschi d’acqua e concrezioni calcaree? Quanto è bella piazza San Marco? La bellezza estenua il poeta, ma lascia indifferente l’uomo che nutre dubbi gusti. Il gusto che irrora papille è in una città il suo spirito, ovverosia il suo movimento, e da questo punto di vista Venezia è immobile da secoli. Laccate le unghie, non i popoli. Quale sarebbe il popolo di Venezia? E’ un enigma da cui, per l’appunto, nasce la modernità dell’intelligence, poiché Venezia è un’idea inglese, Canaletto parla Tamigi. Quegli orridi che sono i canali parlano a Kafka o a Broskij (i Piombi devono essere resi lievi, aerei, sfumare), ma non certo allo scrivente tipicamente italiota dei tempi del mainstream. L’indignazione mi gorgoglia a 1.87m. Gli hotel esclusivi, le cripte, le edicole: tutto ciò fa notizia. E lo fa non per i morti, ma per la morte del museo, questo pensamento morto, larvale, inutile allo sviluppo regressivo degli spiriti più indomiti. Che in Venezia vedono la Fenice, la quale nulla ha a che vedere con l’omonimo teatro. Se fosse davvero un teatro, Venezia! Non lo è, questo il suo dramma, la sua condanna, l’emivita a cui si costringe in un’ambra di luce che non è più italiana, non lo è mai stata. La cantò un interprete armeno in pesante accento francese. Il filosofo si ubriacava sui suoi ponti, ritenendo possibile non soltanto governarla, ma propriamente governare, il che è uno sproposito per un filosofo. Procacciare poesia non è la sua funzione, che è piuttosto intrappolarla in una forma di decadenza, strapiena di Tadzii e di servitori di due padroni. Non si capisce cosa io intenda dire. Il garantismo finisce qui, insieme alla famiglia del tempo, che pretende di sconfiggere l’errore, questa grande salvezza che ci è concessa: errare, ambire alla latenza, incombere, concludere, essere inutili, per sempre totalmente inutili…

Testo politico e testo letterario oggi

Il testo politico è attualmente più interessante del testo letterario. Per testo letterario si inenda non il capolavoro o l’opera d’arte, bensì la media che viene emessa dal librificio. La prevalenza del testo politico su quello letterario vanta molteplici ragioni e modi di essere. Anzitutto il testo politico, a differenza di quello letterario, ha a che fare con un’idea del potere grossolana, ma precisa e direttamente attiva. Il testo letterario non intende intrattenere alcun rapporto col potere, anche quando esso appare civile e di fatto politico. Il problema del testo letterario odierno è che invece intende sempre avere relazioni con il potere, in ogni caso, per la stolidità degli attori che combuttano a produrlo e a non recepirlo – in questo caso si spende tutto il ridicolo e il patetico dell’abborracciato tentativo di assalire la vita storica di una comunità, che è del tutto disinteressata ai contributi, alle ubbie e alle carnagioni di una volontà di potere del tutto innaturale e inculturale nell’officina permanente in cui un autentico testo letterario si fa e cresce. D’altro canto la comunità di riferimento del testo letterario non attribuisce nessun valore di verità, in termini di attesa o compimento, a un testo prodotto dall’incapacità di interrogare, a partire proprio dall’interrogazione dell’idea di verità. Il testo letterario avrebbe un rilievo spirituale, se soltanto gli attori avessero almeno il coraggio di cantare, cioè anche di denunciare, la desertificazione spirituale del testo letterario stesso. Un’ulteriore prevalenza del risguardo che assume il testo politico oggidì è la pratica del crollo delle tassonomie, attraverso l’elezione del sistema di condizionamento di massa, che le tecnologie attuali permettono, propugnano e completano. Quest’ultima possibilità era letteraria, al punta che la retorica, strumentazione linguistica e in prima battuta letteraria, veniva fatta propria dalla politica, mentre oggi non esiste retorica letteraria e quella politica è del tutto rivoluzionata, mantenendo però intatta la sua potenza di conversione del dato materiale ed esistenziale in operazione psichica, sia per ciò che concerne la manipolazione degli intelletti e degli affetti sia alla luce dell’isolamento relativo dell’utente digitale, ormai rimediabilmente afflitto da disturbo narcisistico di massimo grado, ovvero il meno percepibile e riconoscibile. Accade dunque che il testo politico stia sperimentando il passo ulteriore, e forse estremo, della contemporaneità, la quale è sempre la fine momentanea del tempo esperito. Il testo letterario non sperimenta né ciò né altro. L’irrilevanza della lettera, ridotta a somma di numeri e ritenuta un pacchetto di informazione codificabile a cifre, è ormai abissalmente spalancata. L’unica opera che ci si attende, in questo tempo definitivo di ogni testo, è lo scavo nel vero, che è il proprio sé, il quale nessuno sa e può sapere cosa sia. Al termine di questo viaggio notturno, si apre l’unica possibilità di desunzione di sé e del mondo in forma non più retorica, ma addirittura sintattica: ed è il punto di domanda.

“Report” su Savoini, Salvini etc.: non deve succedere nulla, è già accaduto tutto

Con un giorno di ritardo ho recuperato la puntata di “Report” su Savoini, Salvini, i neonazisti, i network cristiani tradizionalisti e compagnia per nulla bella (nell’immagine: il compagno Salvini presso le merende russe). Si indigna chiunque, perché sembra non succedere nulla. Mi stupisce sempre una simile ingenuità, di élite e collettiva al contempo. Non ci vuole molto a comprendere che qualcosa è *già successo*. Nulla a discapito dei bravissimi giornalisti, per un’inchiesta che ritengo memorabile nella storia del nostro giornalismo televisivo (l’ultima a essermi apparsa come degna erede del livello, per dire, di Zavoli, negli ultimi anni, fu lo speciale sulle migrazioni a “Piazzapulita”: sconvolgente). Tuttavia chi conoscesse anche solo per sfioramento come pensa e opera l’intelligence, cioè la forma più acuta e acuminata di indagine politica a livello planetario in tutto l’arco della vicenda umana, si renderebbe ben conto di ciò che l’inchiesta ha reso implicitamente evidente (l’intelligence funziona anzitutto per ossimori): 1) il dilettantismo geopolitico di gentaglia che, pur arrivando a cariche istituzionali di rilevanza, ritiene che si possa *fare* politica estera, mentre devi saperla anzitutto subire; 2) la supposizione grottesca che un’Amministrazione Usa sia il potere Usa, quando proprio non lo è; 3) l’ignoranza delle norme banalissime di quella pseudoscienza, che è la geopolitica, comporta l’ignoranza di te stesso, quindi la tua sempre imminente fallibilità; 4) di un colpo solo, ed è un colpo che dura da vent’anni e passa, ti metti contro gli Stati Uniti, il Vaticano e l’Europa; 5) in tutta la trasmissione non viene mai pronunciata, neanche per caso, la parola decisiva, che è sempre quella mancante, e in questo caso e “Cina”; 6) puoi avere il 98% del Paese che ti vota, ma ti sta votando il 48% del Paese reale e quindi lo 0,02% del pianeta; 7) il pompaggio psicologico degli attori che ritengono essere attori, mentre sono pazienti, cioè passivissimi utili idioti, è il pernicioso segno che la stolidità umana non cessa di lasciare il segno sulla sabbia della storia; 8) sei morto spiritualmente e politicamente. Non che pretenda di dare lezioni ad alcunchì, tantomeno a torme di piccoli e irrilevanti semicamerati, che manco hanno il coraggio di dirsi camerati, mentre sono impiegati in grisaglia che battono i tacchi nel corridoio di una redazione secondarissima in Italia e non dico nel mondo. Tuttavia mi rendo conto a 50 anni che avere lavorato presso la Presidenza di Montecitorio a 24 mi ha permesso di chiarire per sempre alcune categorie di fisica spirituale e di psicologia della guerra. Quello là diceva “Ciaone” e “Bacioni”, mentre il pianeta lo salutava, comminandogli il bacio della morte. Quindi: ciaone e bacioni. Non deve succedere nulla, è già accaduto tutto, anche se la totalità della nazione continuerà a gonfiarsi di sego e di buiacca.

Intervento su “popolo”, su “chi” e su “?”: “Popolo chi?” alla Casa della Cultura

Direttamente al link del podcast, per 16 minuti parla politicamente e letterariamente il miserabile autore: nuovi socialismi, riesumazioni gramsciane, classi popolari e case popolari da Calvairate a Quarto Oggiaro, correzione valoriale del primo articolo della Costituzione, militanti del Fronte Nazionale che attacchinano contro gli “allogeni extraeuropei” a inizio Novanta, non lotta alle ma distruzione delle disuguaglianze, conquista dell’io e assunzione del noi – se si vogliono vedere e ascoltare in proposito le spoglie dello scrittore, che dunque mangia misteriosamente, si può grazie allo streaming della Casa della Cultura di Milano. Qualche giorno fa (il 17 ottobre, per la precisione), sono intervenuto alla presentazione di “Popolo chi?” (Ediesse), libro che condensa i risultati di una ricerca sulle classi popolari, splendidamente svolta da Cantiere delle Idee. A presentare il testo, insieme a me, il direttore della Casa della Cultura, Ferruccio Capelli, il ricercatore Loris Caruso, uno degli autori, e Veronica Pujia del Sicet. Il dialogo è stato molto fecondo, la ricerca è davvero importante e il tema lo è ancor di più. Buona visione, buon ascolto.

Il corpo di Franco Battiato, l’anima

Ed eccoci, a guardare il corpo di Franco Battiato. Il suo silenzio, la sua assenza, la sua malattia hanno dato l’occasione all’oscenità del discorso dominante (a cui si accenna qui più sotto) di parlare infidamente e vergognosamente con inaccettabile rumore, insostenibile presenza e la boria dei finti sani, che sempre si accompagna al momento terzultimo del grande show, prima della morte e della canonizzazione. Così va il mondo ora, ci vuole Spotify perché i giovani sappiano che esista Lucio Battisti, altrimenti non lo sanno, e perché venga giudicato dai più recenti come un artista banale dalle melodie piatte. Cazzi loro. Invece, quanto a Battiato, sono cazzi miei – sono *anche* cazzi miei. Franco Battiato è il motivo per cui io ho iniziato a scrivere e non ho mai smesso, indipendentemente dall’interesse che ho suscitato negli altrui sguardi. E’ una questione interiore. Ricordo, alla morte di De André, l’esplosione del cordoglio on line in forum dedicati, all’interno dei quali rintracciavo messaggi di commozione inutile da parte di amici e conoscenti, spalmati sull’intera nazione. Reagivo con un moto di schifo netto e un senso di colpa intermittente per il fatto di non intendere minimamente la mia partecipazione in quel gorgo di lacrime elettroniche, sguaiatezze sentimentali, enfasi del lutto per conto terzi. Il primo muro del pianto, che avremmo visto erigersi sempre più di frequente, con l’apice mostruoso di quelli che erano Charlie. Moto popolare, il necrologio, come il meteo – qualunque giornalista conosceva bene questa amara verità di massa, e in parte la conosce anche oggi, nell’età in cui non si conosce più niente. In questo tempo numinoso per certi versi e oscuro per altri, o forse per i medesimi versi, accade che Franco Battiato, ovvero la mia infanzia umanistica e la mia pubertà letteraria, si eclissi. Che lo faccia intenzionalmente o meno, poco importa. Perché lo faccia, se per una grave malattia degenerativa o per un moto umorale non ricomponibile secondo le armonie dell’interiore, poco importa ulteriormente. Il fatto è che non c’è in scena. Chi non è in scena, si sa, è fuori dalla scena: quindi è nell’osceno o, più spesso, è osceno. Non è questo il caso di Franco Battiato. Il fatto di averci creato l’immaginario pop e meno pop gli butta addosso un carico di responsabilità che gli sono state lautamente pagate nel corso degli anni, fortunatissimi per sua stessa ammissione. E’ stato splendido, vero? E continua a esserlo e lo sarà, sempre, splendido: uno splendore che è stato l’oggetto stesso intorno a cui ha fatto musica e testo Battiato. Osservarlo in immagini che potrebbero risalire a un anno fa, nella sua fragilità anagrafica e, da quanto si comprende se si guarda il suo sguardo, ben più che anagrafica; apprezzare l’incertezza di fantasma che sempre ci coglie quando andiamo declinando, ammesso che si abbia la supposta fortuna di declinare e non di interrompersi di colpo; desiderare, con l’ardore che ha cantato egli stesso, portargli conforto, ricondurlo dove non esiste lo smarrimento; riparare l’indifeso, recuperare l’offesa; sentire insieme il tempo; amarlo di più, mentre già lo si è amato di più; comprendere davvero cosa significa che torneremo ancora e in quali corpi e con il medesimo pneuma – questi sono gli effetti di un’oggettività, che è la soggettività di Franco Battiato esposta in evidenza e nascosta privatamente. E per ciò stesso: grazie. Grazie, gratitudine al tempo, alle anime, all’esserci e all’esserci stati. Non ci sarà mai, mai, mai oscenità.

Lo spirito editoriale

Quando il testo sembra avere perduto consistenza, poiché l’umano non guarda più al mondo come se fosse un grande testo da leggere, e questo succede dopo millenni in cui l’umano pensava al “gran libro del mondo” e a deità che erano creatori nel senso in cui gli artisti creano e quindi anche sono *scrittori*, il testo si raddensa, si contrae divenendo pesantissimo, grumo di senso inalienabile, difficilissimo da reggere perché pesa come piombo arricchito – e si contrae in due testualità: le Sacre Scritture e il discorso politico. Cesare e Dio, in apparenza, ma sbagliando come sempre tutto: poiché Cesare è il corpo fisico e Dio è il corpo misterioso o, più correttamente, il corpo misterico. Allora cosa deve compiere chi è addetto al testo? Deve tessere, poiché il testo è il textum, ovvero ciò che è tessuto. Una delle modalità di tessitura, all’incrocio tra Spirito e Corpo, ovvero tra anima e politica, è, per me inaspettatamente, il giornalismo. Dalla costruzione editoriale viene sollevato il soggetto preposto, cioè l’editore. Questo accade perché, quando il testo si raggruma, si va a un’indifferenza tra hardware e software. Il discorso politico e quello animico diventano un’apertura al dialogo con il mistero, il quale mistero per i giornalisti consiste nell’ombra di verità. O si è apostoli, essendo giornalisti, o non si è giornalisti: il giornalismo è un apostolato. Chi non è giornalista eppure si crede tale, in questo tempo, entra nella nebula assai confusa tra palinsesti e contenuti, tra attimi sempre brucianti e navigazioni prive di rotta. Chi invece compie l’apostolato dell’ombra della verità, si ritrova a costruire un oggetto che è un soggetto. In questa differenza si apprezza il discrimine tra l’azione immorale e la giusta azione. Infatti esistono pochissimi giornalisti. Quei pochi che esistono muovono un colpo formidabile a ciò che oggi si autopretende letteratura, perché la scrittrice e lo scrittore non hanno più contezza del discorso originale, cioè del mondo come testo. Non ha alcuna rilevanza parlare di scriventi bravi o cattivi, ma centra il problema definire chi scrive in connessione con il senso: è il senso a costituirsi come *problema*. La scrittrice e lo scrittore sganciati dalla progettualità, che è la prima manifestazione del senso, non sono nemmeno perniciosi, perché sono inutili. Un conto è la chiacchiera e un conto il discorso. Gli stili e i generi devono generare progettualità in base al senso del discorso: devono fare la forma. E’ per questo motivo che un settimanale può risultare più letterario di tutta la letteratura secreta dal tempo presente. Per aderire all’intensità che impone l’esposizione al senso, serve un’alta temperatura spirituale, non il gradiente civile di ciò che si fa. Il rapporto tra padre e figlio è spirito, oppure non è e diventa trauma, con tutta l’enfasi e l’intera retorica che si trascina dietro l’ecclesia del trauma – poiché, all’apparire del trauma, il fenomeno umano elabora subito una chiesa, per riparare e ripararsi. La chiesa del trauma espone al rapporto col mondo in forma di contratti. La macchina burocratica è la voce ossificata di questa contrattualizzazione totale dell’uomo con il mondo: il contratto media la violenza non dell’uomo sul mondo, ma del mondo sull’uomo. Chi scrive davvero, chi è letterario, non si pone in questo rapporto lugubremente binario tra sé e mondo, abolisce il contratto, va in terra incognita. Di qui, immense responsabilità e assai indesiderato rapporto con il potere da parte di chi scrive (ovvero pensa) letterariamente. Tali responsabilità non impongono alcun trauma a chi è letterariamente nel mondo: la fatica non è traumatica ma è fatica, la sofferenza non è traumatica ma è sofferenza, la stanchezza non è traumatica ma è stanchezza. In chi intrattiene un rapporto letterario, cioè spirituale, con il mondo, da subito e per sempre, si impone un violento adeguamento tra sé e mondo: non una percezione bina, foss’anche gemellare, bensì una percezione unificata. Questa percezione unificata esprime un grado non tanto di oggettività, quanto di nitore dello sguardo sul mondo. Il momento in cui l’amaro calice viene esaurito e non c’è più nulla da bere è la letteratura, cioè lo spirito. La costruzione editoriale di un’entità di mondo, che sia un libro o un giornale, cade sotto questa struttura dinamica, in cui il sé sparisce (l’io è già sparito da subito) e il mondo anche, il tempo si contrae in un punto e lo spazio si offre per essere visto. Sentire profondamente è il presupposto: è disposizione al soffrire, è consapevolezza del piacere. Ciò non ha nulla a che vedere con la vita psicologica di chi scrive, che di preferenza sarà una vita in cui il piacere, e in particolare quello fisico, non si sa bene cosa sia, è turbativo, fonte di preoccupazioni o di distrazione.
Il fenomeno umano è un fenomeno editoriale.
Ho detto.

#VotoaiSedicenni

Sulla proposta del voto per i sedicenni mi occorre sottolineare un aspetto specifico, che considero fondamentale. Si può dire tutto, si può decidere tutto, ma non è davvero possibile affermare che i *ragazzi di oggi* (questo meme in qualche modo spettacolare, che da una anno prima della mia nascita circola per il Paese e per il mondo) siano più informati di un tempo. A parte il delirio circa l’informazione, la quale viene propalata come elemento fondante una supposta maturità, mentre è il metabolismo a creare eventualmente le condizioni per una sia pur minima comprensione delle dinamiche reali – a parte questa cazzata nemmeno tanto furibonda, c’è poi il fatto che non è oggettivamente vero. Un giovane di media cultura scolastica oggi sa molto meno di un suo coetaneo dello stesso ceto cinquant’anni fa. Non vale tanto il sapere che è a disposizione: davvero evviva Wikipedia, davvero gratitudine infinita alla Rete. A creare il cortocircuito è la disabilitazione della domanda, attraverso l’enfasi a cui è stata sottoposta l’idea stessa di trauma. E’, questa, la storia dell’alienazione di massa negli ultimi decenni, che coincide con la vicenda della guerra all’intelligenza collettiva, che gli apparati statali hanno lanciato contro le comunità. A farne le spese sono stati i giovani, sempre meno inclini a ribadire con violenza il diritto collettivo al progetto, all’esperienza di senso. La soggettività abbisogna di conflitto e non di domande da rivolgere ad altre classi anagrafiche. Strappare con potenza se stessi dal mondo e nel mondo richiede una presa di contatto con se stessi individui e con se stessi collettività. Ciò non sta accadendo, a prescindere dalle recenti mobilitazioni in nome di una scienza che risolve il problema planetario. Non sto affermando che quella mobilitazione non sia benefica e occasione di uno scatenamento popolare decisivo. Affermo invece il contrario e cioè che il giovane, oggi, è sottoposto a un fuoco amico e nemico, a base di silenziamento implicito della domanda sul mondo, la quale non può essere che anarchica, intrusiva e sgradevole. In questo tempo possiamo osservare i due rovesci di quella medaglia che è l’onorificenza da apporre sul petto di una generazione: l’insurrezione a Hong Kong, ovvero la manifestazione più palese di cosa sia realmente l’assetto e la vocazione e la sconvolgente proposta della sinistra; e i ragazzi occidentali, che vanno in surminus di consapevolezza, esperienza e sapere collettivi, se stanno a quanto propina loro ciò che nuovamente possiamo additare come “sistema”. La circolazione media di conoscenza tra le fasce giovanili va di pari passo con il crollo delle soglie di attenzione a cui sono sottoposte – un dato sconvolgente, che testimonia di una modificazione neurale dei cervelli più freschi (se si è scettici a riguardo, si legga “Brainstorm: The Power and Purpose of the Teenage Brain” di Daniel J. Siegel, per rovesciare in azione politica la perplessità). Non c’è niente da insegnare ai giovani. Chi avesse in animo di esercitare nei loro confronti una pedagogia in merito al dominio dell’azione, non può permettersi di sfogliare o produrre alcun trattato sul saper vivere a uso delle giovani generazioni. E non può permettersi di concedere nulla che non sia stato non dico richiesto, perché la richiesta è l’inizio della fine della coscienza collettiva, ma preteso e strappato con violenza esercitata sulle cose e sul cielo. Tutto il resto è moralismo finzionalmente bonario e inaccettabile paternalismo, maternalismo, nell’epoca in cui non i giovani non sanno essere giovani, ma i padri e le madri non sanno essere padri e madri. La lotta di classe è lotta di classi anagrafiche da molto tempo e deve tornare a essere ciò che da sempre e per sempre è: lotta di classi esperienziali. Ho finito.

“Io Hitler”: la nuova edizione

Mi pare di capire che sia oggi definitivamente in libreria. Ha ripreso il suo titolo originale, “Io Hitler”. C’è una postfazione inedita, che inizia così: «A distanza di dieci anni dalla pubblicazione questo libro rimane un alieno. Non è un romanzo e non è un saggio, non è cronaca e non è dramma. Questo libro è un alieno perché l’alieno è il suo oggetto, che è doppio. Ripristinando il titolo originale, “Io Hitler”, si mette in luce la natura bifida dell’oggetto: da un lato c’è l’io e dall’altro c’è Hitler. Distinti, essi sono una cosa sola. Nel luglio 1930 Hitler pubblica sul giornale di partito, il Völkischer Beobachter, un articolo in cui traccia il bilancio della crisi dei nazisti tedeschi, che lui ha risolto: si contano in questo intervento centotré occorrenze della parola “io”. Il pronome è legione, nel caso della prima persona, “il più lurido dei pronomi”. Il nome Hitler è il più lurido dei nomi? È legione? Se Hitler è la persona Hitler, si tratta dell’individuo, ma la tesi di molta storiografia e sicuramente della teologia della Shoah (che costituisce l’ago della bussola per quanto concerne il presente libro) è che Hitler sia allo stesso tempo Hitler e più che Hitler o, per dirla con lo storico Joachim Fest, egli è la “non-persona”: privo della basale empatia e della prova di realtà, questo io gonfiato invade la vicenda del Secolo Breve e la staglia nell’inferno che accoglie da sempre le tragiche prodezze della specie umana sul pianeta Terra…»

La domanda che @beppegrillo pone, vincendo tutto

 

Il testo politico in questo momento mi sembra quasi più letterario del testo letterario. Sarà perché ho una concezione molto ampia e una sensibilità peculiare su quanto è letterario – qualunque azione è per me una retorica precisa e la retorica stessa non è che un ordinamento dell’azione. Fatto sta che, se dovessi leggere il testo politico attuale, da noi in Italia, non mi verrebbe in mente di definire lo stato delle cose in termini di crisi della democrazia. Tutt’altro. Il pieno risultato del populismo si apprezza per me in questo: che l’elettorato si sposta con la stazza della deriva dei contenti, ma alla velocità della fibrillazione atriale. Ogni steccato, ogni traccia e consistenza di coerenza sono aboliti. E’ per questo che alcuni pensano, e non del tutto a torto, che sia sufficiente il piano della comunicazione, il machiavellismo superficiale e d’accatto, l’inconsistenza etica come stella polare. Invece l’intelligenza del testo politico, quindi la sua tessitura, richiede calibri e qualificazioni più profondi e sedimentali. Per ciò che vedo, il quadro è dominato al momento da un’intelligenza politica molto irregolare, però ben più profonda e insistente delle altre in gioco, ed è quella di Beppe Grillo. Come sanno tutti coloro che mi conoscono, non inclino minimamente e anzi contrasto con ogni mezzo ogni tentazione populista, ogni sconfinamento oltre le competenze, ogni piaggeria alle bad vibes dei deliranti specifici di turno, il parafascismo della supposta democrazia diretta (entrambi i significati di “supposta”) contro quella rappresentativa, le derive gravissime in termini sociali e addirittura etnici che le istanze del M5S hanno portato e comportato. Qui però il ragionamento è diverso. Beppe Grillo ha inventato il populismo contemporaneo, lo ha imposto, lo ha inoculato e lo ha superato. Le decisioni di Matteo Renzi sono state possibili ed effettuali soltanto grazie a una intuizione di Grillo e non per un salto triplo compiuto da Rignano a Palazzo Madama. Grillo ha in mente una nuova cosa e questa è la ridefinizione della sinistra. Ciò che osservo: non sembra che in molti se ne accorgano, mi pare che l’interlocuzione verso Grillo non sia intensa e tantomeno continua. E’ un errore fatale. Grillo pone la domanda su cosa sia la sinistra, mentre in tanti ritengono che la risposta al quesito consista nel cercarla. Per quanto concerne me, ha vinto Grillo su tutta la linea, tranne che sulla risposta che non gli stanno dando.

Oltre la storia e al di qua della storia: narrare la larva spirituale

Mi capitava ieri di rimettere gli occhi, e assai poca testa, sul racconto per me più prodigioso de “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace. Il racconto si intitola “Lyndon” ed è una variazione shakespereana e post-postmoderna sul presidente statunitense Lyndon Johnson, quello che giurò in aereo a poche ore dall’attentato a JFK. L’impressione che mi ha fatto, a distanza di anni, e quindi conoscendo questi anni, che DFW non ha potuto conoscere e forse nemmeno pienamente prevedere, è che si tratti di un testo che permane, poiché *ha senso*. E ha senso, con tutta probabilità, perché in questa età ad avere senso, in un modo inaspettato, è la politica, che paradossalmente sembrerebbe privata di valori e di materialità e di memorabilità e di dialettica e perfino di atout estetico. Nell’esplosione dell’alta tossicità che, solo qualche tempo addietro, si poteva definire “infosfera” e oggi è del tutto “sfera” priva di “info”, la luce modulare e accecante che cuoce le carni dei potenti mette in ombra l’inessenziale, che è il tratto e la cifra a distinzione dell’attualità. Connettevo la narrazione ironicamente statuaria di DFW a quel capolavoro di stile e cognizione che è “Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio (è uscito due anni fa per minimum fax), una delle tessiture e uno degli arazzi più ipnotici della nostra letteratura contemporanea, variazione sul corpo e sull’idea di giganti storici (Lenin, Stalin, Trotskij), seduta medianica in cui si evocano larve spirituali, della cui veridicità e affidabilità non si saprà mai. “Veridico” e “affidabile”, insieme a “larva spirituale”, sono già tre istantanei poli di attrazione del discorso letterario nel nostro tempo. Il verisimile non regge, al momento, si dimostra una fola, se applicato alla letteratura, mentre si trattava di una profezia, se applicato all’epistemologia del presente, dove tutto si gioca sulla verisimiglianza, sull’avatarismo, sulla digitazione a cui non serve nessuno che digiti. Le larve spirituali sono la letteratura, invece, e lo sono per sempre. Io non credo affatto che la narrazione del politico costituisca una fonte di sopravvivenza a questo interessante e tragico momento, che tutti noi viviamo ricchi di quote di disattenzione e di gellificazione del desiderio. Tuttavia il corpo del re è un corpo né terrestre né celeste, quindi è più interessante di qualunque corpo che non sappia percepirsi e terrestre e celeste. In questo momento la modulazione lirica può passare attraverso le corde vocali di quel corpo, di quel re – oppure non passa, questo è un fatto, che definisce la crisi della poesia, prima che l’accartocciamento e l’irrilevanza dell’attuale narrativa. Il re, né celeste né terrestre, è il peccato originale di un’intera potenza storica, che inizia nella pietra, si trasla in cartapecora e poi in carta, quindi si sfalda nel dashboard immateriale, dove le storie sono quadri frammentari, volatilità frizzanti e buscianti, ma incapaci di larvalità: la larva, per quanto sia incerta, dispone di una sagoma. La letteratura è il male, ma il male non sempre è letterario. Bisogna andare a prendere quel differenziale: il luogo in cui il male non è letterario. Il Regno è questo.

[Per una non incredibile coincidenza, non sospettavo minimamente che oggi fosse l’undicesimo anniversario della morte di David Foster Wallace. Resta nei nostri pensieri, come è giusto e ovvio]

Renzi e Grillo. Manca Bisaglia

Se si dovesse effettuare una valutazione politica in senso tecnico, come strategia che si declina in tattiche, e quindi prescindendo da qualunque valore, secondo i modi del risiko che sempre si porta dietro un sistema prevalentemente proporzionale, questa crisi, che ritengo sia la più drammatica dai tempi del grande dissesto nel biennio 1992-94, ha due vincitori e un ovvio sconfitto. Quest’ultimo, facciamo così: nemmeno lo stiamo a nominare. Se hai a disposizione un fine testa politica e decidi di non ascoltarla, per rivolgerti a un odontoiatra bergamasco, hai commesso un errore che dice molto di te, della tua psicologia, della tua anagrafe e del tuo midollo spinale. Dopo non avere nominato, ecco i nomi, quelli dei vincitori, che hanno preso la Jacuzia e la Kamchatka. Essi vivono e sono Matteo Renzi e Beppe Grillo. L’opportunismo non coincide quasi mai con l’opportunità, ma in questo caso all’ex leader PD sono riuscite queste mistiche nozze. A Matteo, corrisponde Matteo, come del resto aveva copertinato L’Espresso tre numeri fa: tanto spazio lascia il teterrimo Matteo, quanto ne prende il Matteo ridens. Dal punto di vista del tempo, della velocità di esecuzione, della capacità progettuale e del sistema coordinato tra cause ed effetti, c’è un unico responsabile per il fatto che Salvini non sia più ministro dell’Interno: è Matteo Renzi. Il risultato non minimo, bensì massimo, davvero, era questo e resto sconcertato quando misuro che molte persone sottovalutino questo fattore, non più K ma M. Levare quel ministero a Quello Lì era e rimane essenziale, perché l’abnorme gonfiamento in termini di consenso, che non è riuscito a gestire né a comprendere in profondità, nasce anche dall’esposizione che il tizio è riuscito a dare alla sua proposta, più linguistica che valoriale. Matteo Renzi ha fatto qualcosa, quindi non è più quello del referendum, delle dimissioni, del 18%, delle ulteriori dimissioni. E’ un refresh, un restart, qualcosa che pertiene un motore, un pc, l’alito cattivo – è questo l’elemento politico meno spurio, il più rilevantemente visionabile, anche se non del tutto visibile. L’altro personaggio, che sale sul podio più ambiguo della fase più ambigua nella storia della più ambigua tra le Repubbliche, è Beppe Grillo. Se non si saldava l’asse Renzi-Grillo, non si aveva questo risultato. Il comico genovese ci ha messo del genio: ha puntato tutto sull’uomo a cui ne aveva dette di cotte e di crude mentre gli stringeva la mano a Palazzo Chigi – qualcosa di fisico, non soltanto discorso. Grillo posiziona il M5S sul Pd, realizzando un suo proprio antico sogno e scommettendo sulla possibile creazione di un soggetto che scardini definitivamente la storia secolare di un partito a cui ha guardato nella sua vita con malcelata propensione alla critica per amore deluso e non corrisposto. Ma Grillo non guardava al Pci, guardava ad altro. Ora si propone una possibilità che ci dice a tutti gli effetti quanto siamo poco distanti dal 1992. E’ il sogno della Casa Comune, per come la enunciò Claudio Martelli. Con l’operazione compiuta su 5S e Pd, Grillo occupa uno spazio in cui Renzi non riesce a entrare e che, nel caso, deve violentemente occupare, schierando i carrarmatini viola al confine. Se il progetto Grillo fosse realistico, non dico realizzabile, Renzi non ha più spazio, è la fine di Renzi. Viceversa, Renzi ha spazio, addirittura può andare a riprendersi l’antica creatura che lo ha creato, anziché pompare adrenalina in un cadavere. Cosa manca a tutto questo scenario? Mancano Giovanni Galloni, Antonio Bisaglia e Mariano Rumor – e coloro che potevano votarli.