Torna “Gli ultimi giorni di Lucio Battisti” di Igino Domanin

Stasera 26 febbraio alle ore 19, alla libreria Verso in Milano, Alessandro Bertante e Alessandro Beretta presentano la nuova edizione de “Gli ultimi giorni di Lucio Battisti” di Igino Domanin, pubblicata per Laurana, nella collana Reloaded, diretta da Demetrio Paolin. Sarò presente all’incontro. E lo sarò semplicemente perché credo, con molta fermezza e a mio parere ottime motivazioni, che la raccolta di racconti di Domanin sia uno dei libri più belli negli ultimi vent’anni di produzione narrativa e poetica in Italia. Uscì 14 anni orsono, era l’esordio letterario di uno scrittore assai versato in filosofia, ma ancor più nell’invenzione linguistica o, per essere più preciso, nell’apertura di zone inqualificabili in cui l’immagine risultava colante, come certi orologi di Dalì, e il ritmo e il lessico risultano coincidenti nello spalancare fessurazioni psichiche, in cui cola l’identità di chi legge. E’ una trasmutazione, la prosa di Domanin. Ed è una fenomenologia, un giro d’orizzonte sull’arcaica e sempre contemporanea malattia occidentale. Qualcosa di apocalittico e di spettacolare, laddove però lo spettacolare è a portata di mano, o perlomeno di ricordo, ultimo bagliore a insinuarsi tra la mitologia e una spesa al supermarket: sono sì gli ultimi giorni, però lo sono di Lucio Battisti. Il quale viene avvistato proprio in un centro commerciale, prima di essere intercettato in preagonia al balcone della sua maison di Poggio Bustone. Questa anomalia della realtà che si pensava a portata di mano ed era invece un sintomo, ambiguamente scintillante, di una leggenda collettiva a bassa intensità, sempre a bassa intensità: uno svisamento minimo, un’aberrazione di pochi gradi, uno strabismo né di Venere né di Giove. Così il genere spy-story viene implicato nel racconto, a metà tra James Bond e Gianni Pettenati, e così le matematiche markoviane fruttano un complotto impossibile, mentre riverberi dell’immaginario e dell’ideologia dell’occidente sotto Guerra Fredda esplodono lentamente oppure restano propriamente inesplose – e quindi *molto rischiose*. La pressione del pericolo sempiternamente incombente è una delle funzionalità psichiche attivate dalla prosa allucinatoria di Domanin e lo è per motivi tutti occidentali, o, sempre per essere più preciso, per l’inadeguatezza della mente occidentale a praticare la chince metafisica che giunge del tutto ovvia alla mente orientale, la quale, se non si libera da se stessa o dal mondo, comunque pratica più degnamente il trascendimento di tutte le cose e, ciò che più importa all’autore, di tutto l’io. Del quale Domanin non sa nulla e dichiara di non sapere nulla: ne è travolto, smagato, evocato, in un clima torrido da foresta pluviale: una foresta pluviale in quale tempo? In quale epoca ci troviamo ai per nulla tristi tropici allestiti dalla poetica di Domanin? E’ proprio lo slittamento dei tempi la moneta e il valore che vengono compromessi ne “Gli ultimi giorni di Lucio Battisti”: una dilatazione delle epoche, un crollo delle ere, un’ambizione a trasformare l’istante in eone. L’audio di Lucio Battisti, ossessivamente reiterato, «dischiudeva la mia via idiosincratica all’ espansione della coscienza», che passa per l’allestimento di un filetto alla Stroganov e adesso ve ne dò un saggio incongruo per un post nel 2019 – eccovi la lunghissima, ma appagante, citazione dal libro che, se siete di stanza o di passaggio a Milano, dovete venire a vedere presentato stasera alla libreria Verso (ripeto: ore 19): «Preparo un filetto Stroganov. Si tratta di una antica ricetta russa settecentesca. Figura da sempre nei menu storici della cucina internazionale. Gli Stroganov erano dei monopolisti. Ottennero il monopolio delle saline della Russia settentrionale. E quello delle pellicce e della pesca. Accumulano fortune oniriche. In seguito sfruttano i giacimenti minerari e le risorsa forestali degli Urali. Diventano talmente potenti che possono battere moneta in proprio. Lo zar è strozzato dai debiti che deve contrarre verso di loro. Gli Stroganov sono una potenza temuta in tutta Europa anche per le loro manovre finanziarie. Lo zar deve tenerli buoni. Hanno gusti difficili. Sono arroganti. Me li immagino con i baffoni biondi e la facce leonine. Una cresta di capelli troneggia sulle loro teste. Sono commensali irritabili. Per questo motivo lo Zar ordina ai cuochi della sua corte di cucinare il manzo in modo assolutamente speciale. In questo modo nasce la ricetta che devo eseguire. Ho comprato nei giorni scorsi tutti gli ingredienti necessari. Mi preparo sempre con minuzia in vista della esecuzione di un piatto. Non mi fa piacere dividere la mia cena con nessuno. La mia gozzoviglia deve essere intima e segreta…».

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Orgoglio Mondadori: negli Oscar la nuova edizione di “Io Hitler” e l’intera pentalogia dell’ispettore Lopez in un unico volume

Notizie praticamente eccezionali sui libri del Genna a favore di lettrici e lettori: a marzo viene ripubblicato in nuova edizione da Mondadori negli Oscar il romanzo “Hitler”, che riacquisisce il titolo originale “Io Hitler”; a luglio, e questo per me è appunto l’eccezionale, i cinque thriller noir con protagonista l’ispettore Guido Lopez saranno pubblicati in un unico volume, una sorta di Meridiano thrilling, un opus magnum della mia produzione di genere, una pentalogia che include “Catrame”, “Nel nome di Ishmael”, “Non toccare la pelle del drago” (che riacquisirà il titolo originale: “Gotha”), “Grande Madre Rossa” e “Le teste”. Ne sono entusiasta, è un onore e un orgoglio che mi fa il mio storico editore. Tutto ciò spinge potentemente alla stesura del nuovo romanzo, che è in corso e che da adesso accelera. Il ringraziamento non va soltanto agli Oscar Mondadori, ma coinvolge tutte le lettrici e tutti i lettori che, in qualche modo fedeli negli anni, hanno permesso questo risultato: davvero grazie, amiche amici.

Parte il nuovo “L’Espresso”: costruire il campo culturale

Questa sera a Roma, dalle 21 al Teatro Argentina, Marco Damilano e tutti i componenti della squadra de “L’Espresso” presentano la nuova stagione del giornale: ripensato, compattato, imperniato su tre sezioni, dalla “Prima pagina” alle “Idee” alle “Storie”, si tratta di qualcosa di più di un magazine che assalta l’attualità con inchieste e commenti sempre penetranti. Vorrei spendere qualche parola intorno a questo ciclo del settimanale, per me il più bello e necessario che c’è (lo era ben da prima che avessi l’onore di collaborarvi). C’è una discontinuità assai percepibile, rispetto all’editoria giornalistica dei tempi che hanno preceduto questo, confusivo e accelerato, tragico e cupamente caotico ma, proprio per questo, clamorosamente vivo, in formazione entusiasmante, in un tempo rinnovato e che procede a una velocità inedita per la storia italiana e planetaria. In tutto ciò, da scrittore, posso dire cosa ravvedo io nel lavoro più recente che “L’Espresso” ha compiuto nel Paese: è una delle poche e qualificate zone di costruzione di senso, ovvero di discorso, ovvero di testualità, ovvero di campo culturale. Ci sono in questo senso sintomi che non possono sfuggire all’occhio attento di lettrici e lettori – a partire dal momento più simbolico per un giornale, ovvero la copertina. Cito due copertine: quella ormai mitologica con Matteo Salvini e Aboubakar Soumahoro intitolata “Uomini e no” e la prima del 2019 con il quadro donato al Presidente Mattarella da un’associazione che si occupa di autismo. Il segno è oggi una delle assolute defaillance dello stanco discorso di establishment, ma è anche la strumentazione con cui si smonta la comunicazione devastante del suprematismo sovranista e dell’incipiente neofascismo che sta contagiando il nostro continente. Il valore del segno, dell’immagine e della parola in senso umanistico e per nulla astratto, ma appunto vivente come vivente è l’epoca che attuale, è in sé tutto il discorso che non deve essere dismesso e, al contrario, va impulsato e diffuso. In ciò “L’Espresso” sta dimostrando da mesi che tessere il discorso e il testo non soltanto è possibile o utile, ma è imperativo. Le firme, le prospettive, gli stili di questo patrimonio del giornalismo di inchiesta e di opinione vengono da ora collocate in una rivoluzione di palinsesto: nella contemporaneità i palinsesti tradizionali non funzionano più (per esempio: attualità-interni-esteri-cultura-economia erano un palinsesto ad altezza di soggetto borghese fine Novecento) e serve un salto creativo per fare di un organo di informazione e commento uno hub di idee che circolano e che *è interessante leggere*. E quest’opera di elaborazione culturale a me sembra che il nuovo “L’Espresso” la stia realizzando. Invito amiche e amici romani o di passaggio nella capitale a non perdersi l’evento di presentazione del nuovo corso del giornale: vorrei essere lì anche io, siateci voi per e con me. ♥️

Tav, Foibe, terrorismo, gilet gialli, Satana: lo sguardo analitico di Wu Ming

Oggi vorrei rendere riconoscimento a Wu Ming, per la chirurgica analisi e il lavoro culturale con cui ha identificato con largo anticipo snodi dell’orrore politico italiano attuale, mettendo a disposizione strumentazioni per smontare e discutere ciò che oggi inquietantemente accade. Credo sia il caso di soffermarsi sul valore della battaglia culturale, che è indistinguibile da quella politica, nell’attuale desolante orizzonte – e desolante è dire poco, perché siamo davanti a uno scenario in cui visceralità fasciste si applicano con scientezza e costanza a erodere l’istanza democratica, la quale è fragile se si svuota di sentimento popolare e di conoscenza del mondo, il che sta accadendo precisamente da mesi in Italia. Provo a metterla così: se osserviamo cosa gli orrendi governativi propalano e aggrediscono di giorno in giorno, osserveremo che lo scontro politico e il tentativo di riabilitare il reazionariato più esplicito, a danno di folle che si fanno menare per il naso e non verificano nulla e rispondono alle stimolazione della terapia elettroconvulsivante di massa praticata da chi oggi gestisce il potere italiano (dal governo e anche dai banchi dell’opposizione), incontriamo, così a caso, ma nemmeno poi troppo a caso, temi ed eventi che nelle ultime settimane identificano: l’explicit osceno della questione degli anni di piombo con l’ostensione di Cesare Battisti quale bestia da fiera; il vorticoso sciamare di falsificazioni e interpretazioni preconcette circa la sommossa popolare dei Gilet Gialli in Francia; le incredibili imprecisioni, le distorsioni da sistema spettacolare sulla questione della TAV, in cui dovrebbe suonare perlomeno sospetta la coincidenza tra le fole propugnate da Salvini e le posizioni tecnicamente eccepibili che il residuale del Partito Democratico abbraccia, facendo propria la piazza da colletti bianchi, guidata da madamìne torinese che, per loro stessa ammissione, non conoscono nello specifico il problema; l’emersione di un rigurgito nazionalista improprio sulle foibe, nel cosiddetto giorno del ricordo, con l’ex presidente del Senato che parla di massacri nel 1947 e un dibattito storiografico denegato per pure ragioni di “pacificazione nazionale” e “memoria condivisa”, che si reggono peraltro su falsificazioni non ignorabili; infine, la crociata contro Satana, comicamente condotta da Salvini, con tutta la sua truppa di cattolici tradizionalisti al limite del lefebvriano, per intestarsi il voto cattolico, con un semplicismo che lascerebbe attoniti, se non fosse il costume à la page oggi in questo Paese. Sul “caso Battisti” molto è stato detto, anche dal sottoscritto e da Wu Ming 1, in tempi che non si possono definire non sospetti, in quanto qualunque tempo italiano era è e sarà sospetto. Sulla questione Gilet Gialli, Wu Ming è la voce forse più autorevole ad avere identificato e divulgato la composizione plurima di quel movimento transalpino, che non è affatto identificabile con la destra, a differenza di quanto enuncia il mainstream, che si rifiuta come sempre di entrare nelle specificità del fenomeno da indagare e di riconoscere la complessità di un cosmo in movimento – e ciò non volendo significare che si tratta di un moto politico privo di ambiguità, anzi: bisogna proprio riconoscere tutte le componenti, per comprendere l’ambiguità generale. Sulla questione TAV, addirittura Wu Ming 1 ha pubblicato un intero e sconcertante libro, “Un viaggio che non promettiamo breve”, edito da Einaudi (downloadabile gratis qui), che in un contesto culturale normale e non italiano chiarirebbe molto su un problema che sembra inerente al trasporto e invece coinvolge il momento prettamente politico con cui un Paese autointerpreta se stesso e agisce di conseguenza. Sulle foibe, il collettivo Nicoletta Bourbaki e Wu Ming hanno prodotto talmente tanto materiale, contestando l’univocità dell’interpretazione di una storiografia al momento vincente, ma che mostra crepe da ogni parte e dovendo affrontare l’infamante accusa di negazionismo o revisionismo, quando proprio negazionismo e revisionismo sono gli obbiettivi di un dibattito da compiersi per la appropriarsi della storia storica di questa dissennata nazione; su Satana, satanismi, papé satàn vari, Wu Ming intervenne a proposito della vicenda dei Bambini di Satana e di Marco Dimitri, prima di essere elevato a protagonista nel caso di un’incredibile invenzione del complotto satanista in salsa nordamericana (il celebre caso QAnon), e fornendo negli anni un arsenale di conoscenze per comprendere mappe e dinamiche dell’utilizzo che si compie, sempre spettacolarmente, quando viene tirato in ballo il Grande Avversario. Da ciò si desume che Wu Ming si pone come soggetto culturale e politico attivo, capace di opporre conoscenza: sul terrorismo nei Settanta, su cui si è compiuta in queste settimane un’evidente spettacolarizzazione da parte di componenti chiaramente fasciste, a scapito dell’elaborazione collettiva, che ancora è da venire; sui Gilet Gialli, a proposito dei quali avanza il tentativo dell’estrema destra di eterodirigere, molto goffamente, un fenomeno vasto, complesso e contraddittorio; sulla questione TAV, dove parla la roboante voce del partito delle grandi opere, élite imprenditoriale in testa, che direbbe le stesse cose a proposito del ponte sullo Stretto di Messina; sulle foibe, dove la costituzione di un mito nazionalista di stampo fascista annulla la comprensione di quanto è avvenuto e invera un revisionismo violento e indiscusso; su Satana, che viene sbandierato quale nemico dei lepantisti salviniani. Direi che, comunque la si pensi in merito a tali questioni nodali, si deve riconoscere al collettivo Wu Ming di avere individuato, trattato e ribaltato, con precisione geometrica, la vita morente del paesaggio in cui il governo gialloverde, che personalmente considero una compagine di destra profonda, opera per avvizzire il rigoglio democratico. Sia dato merito di questo a Wu Ming.

Salvini, il satanismo e la questione cattolica

Ci sono almeno due funzioni sociali che, nell’impennarsi del consenso che la Lega sta ottenendo nella nazione, Salvini cerca goffamente di intestarsi. Una è la fascia anagrafica giovanile, dove ha estreme difficoltà a muoversi, perché gli under 25 non hanno proprio intenzione di vedersi compromessi i rapporti con chi è di origine straniera e i diritti in genere, particolarmente quelli inerenti al genere e all’orientamento sessuale. L’altra funzione sociale dietro cui Salvini arranca è quella cattolica, che, se al momento non si autointerpreta come militante politicamente in modo diretto, è comunque un convitato di pietra al tavolo della politica – e probabilmente si tratta dell’attore decisivo, nel tempo dell’accelerazione e della rivoluzione dei canoni, poiché è portatore di una tradizione storica e valoriale che non ha pari nella vicenda italiana e in particolare nell’attuale. Ciò che in questo senso tenta affannosamente di fare Salvini sarebbe divertente da osservare da lontano, se non fosse tragico e bruciante constatarlo sulla propria pelle di persone integralmente tali e militanti nella città dell’uomo. Una delle cronache del grottesco, a cui si sottopongono i leghisti, la raccontò qualche settimana fa “Il Fatto Quotidiano”, con la cronaca di un incontro in Vaticano, che doveva rimanere segreto, presso il cardinale Giovanni Angelo Becciu, di fatto omologo vaticano di Salvini fino a pochi mesi prima: Giorgini e il leader del suprematismo enogastrico “sono entrati dalla scala di servizio, scavalcando un paio di sacchi dell’immondizia” annotava il Corriere della Sera “Non era prevista la presenza di Salvini: si era aggiunto all’ultimo momento. Alla fine sarebbe riemersa la richiesta di un’udienza con Bergoglio. Ma per ora, sarebbe stato spiegato, è impensabile”. Tra l’altro, uscito dal pranzo con uno dei più cruciali cardinali italiani, Salvini dispose lo sgombero al Cara di Castelnuovo di Porto, gestito dalla cooperativa Auxilium, che a monsignor Becciu è estremamente vicina. Sono bagatelle per un massacro, si dirà. Invece è una cronaca dal disastro, politico e personale, del Salvini che già nel 1993 faceva la corsa nei sacchi e nullafaceva davanti al Mengacci de “Il pranzo è servito”. Ieri, una nuova puntata di questa irresistibile crociata tradizionalista del Ministro Delle Interiora Ma Non Dell’Interiorità: ha denunciato un assalto rettiliano a Sanremo, con propugnamento gravissimo di satanismo in diretta tv. Una polemica sul satanismo che neanche Massimo Introvigne, neanche i mormoni più visionari, neanche il metropolita della chiesa greco-melchita Alessandro Meluzzi. Il Male è una cosa seria e sarebbe il caso di affrontarlo con l’antichissimo software delle metafisiche e dell’umanismo – e Salvini è sicuramente metafisico, ma nel senso di Ubu Roi. La Chiesa anzitutto, ma i cattolici in seconda istanza, costituiscono un punto cieco del salvinismo strategico, che ha il suo cardinale laicissimo nel Giorgetti Giancarlo, il Richelieu di Cazzago Brabbia, nel Varesotto. Non è che si speri nell’intervento nella Chiesa, così come non si spera mai in quello della magistratura. E’ soltanto colore politico: però, come colore, sta tra il cianotico e il verdognolo e non il magenta cardinalizio. Un bacione al Capitano!

FAKE EUROPE: la democrazia europea nell’era delle fake news – Mercoledì 27/2

Protocolli del vero e del falso: “Fake Europe”, ovvero la democrazia europea in epoca di fake news. E’ un evento, a cui molto tengo e in cui intervengo, che si tiene mercoledì 27 febbraio alle ore 18, presso la sede milanese dell’Università eCampus (via Chioggia 4, MM1 Turro). Insieme al sottoscritto, partecipa l’editor della narrativa Rizzoli Tommaso De Lorenzis, uno degli intellettuali italiani a cui storicamente guardo come mente radicale e rilevatrice. Insieme a Tommaso, affronteremo la dialettica di vero e falso, che è una delle categorie più dirompenti dell’epoca in cui entrambi abbiamo esordito letterariamente – e della guerra freddissima che si combatte oggi nell’infosfera, condizionando il consenso collettivo e manipolandolo in occasione di elezioni cruciali, come accaduto negli USA in occasione della vittoria di Trump. A discutere della madre di tutte le battaglie, ovvero la scadenza elettorale per le Europee, due intellettuali d’eccezione: Francesco Pigozzo, docente eCampus di letteratura francese, e Roberto Castaldi, che a eCampus insegna Filosofia politica e collabora con “L’Espresso” – entrambi impegnati presso il CesUE, spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa sull’integrazione europea: si tenterà di determinare fino a che punto la messa sotto accusa dell’Europa e delle nostre democrazie sia la risposta a contraddizioni e problemi reali, e fino a che punto invece sia una costruzione artefatta; ma anche, quali sono gli attori, gli interessi in gioco e a quali livelli operano. E’ davvero un momento pubblico in cui spero di incontrare tante e tanti interessati. Vi consiglio di prenotare il biglietto gratuito sul link dedicato all’evento – all’ultimo incontro, i posti erano esauriti!

SALVINI E PASOLINI, SALVINI E’ PASOLINI

Ierinotte rileggevo “Empirismo eretico” di Pasolini e pensavo – ciò che la lettura spero non sortisca mai e cioè che io pensi. Tuttavia con Pasolini si ha sempre questa limitatezza dell’orizzonte mentale, cioè la pronuncia del significato e lo stile stesso preordinato intorno a un pensamento – fatto salvo il cinema, ma non certo la prosa e, più incertamente, la poesia. Tanto più la macchina pensante è messa travolgentemente in moto in quel testo dal titolo arduo o, come dicono oggi, “respingente”, aggettivo che è l’anticamera del famigerato e famelico “intellettualone”. E’ un sintagma messo in copertina, che l’editoria odierna aborrirebbe, condannandolo al self publishing o quasi (ormai l’editoria accademica ricorda per prossimità quella marea montante che è il sistema dendritico dell’autopubblicazione in epoca digitale). L’incipit di “Empirismo eretico” è generosamente dedicato alla distinzione, che non è opposizione, tra la lingua parlata e la lingua letteraria, che secondo Pasolini fa tutto il fenomeno linguistico nazionale. All’altezza storica in cui scriveva questo insensato folle d’amore per le genti e per la lingua stessa, bisogna notarlo, ciò si traduceva in una messa in accusa della classe borghese, dei vizi linguistici interpretati secondo specularità rispetto alle meschinità morali, con cui un popolo frammentato era andato consumandosi e imponendosi nel Novecento. Fissata una linea linguistica media, ovvero l’indistinzione tra parlato e letterario, Pasolini compila un’infografica verbale sui livelli in cui le lingue delle scrittrici e degli scrittori esorbitano o si manifestano al di sotto di quella medietà, che sembra di capire essere una mediocrità, così come mediocre, e per questo non meno assassino, è il dispositivo sociale e storico della borghesia italiana tutta. Muovendo i passi da Segre, ma anche dal Guglielmi della linea fredda o calda con cui canonizzare l’istinto espressionista delle varie letterature italiane, Pasolini muove un colpo portentoso, mettendo sullo stesso piano due istanze che sembrerebbero opporsi l’una all’altra: e cioè “la pratica” e “la tradizione”. Esse sono innaturali, costruzioni culturali, anche se si trattasse dell’efficientismo con cui si interviene sugli strumenti e sugli oggetti del mondo. La storia, questa testa dalla capigliatura fitta di rettili piuttosto venefici, fa ricadere ex post in un abisso l’attività pratica o quella che funziona per correnti tradizionali. Il nemico, lo si vede bene, è il canone: sia canone d’uso o canone tradizionale poco importa. C’è qualcosa di selvaticamente estraneo alla secrezione e alla cristallizzazione culturale. L’innamorato divino Pasolini odia la lingua, così come odia il canone, perché è ciò che si trova estraneo alla costruzione canonica che, per usare un verbo da lui spesso impegnato, *adora* ciò che è fuori dalla tradizione e dalla pratica – ovvero il fenomeno umano filmato in stato nascente, sempre nascente. Qui è rattrappito tutto il vitalismo di Pasolini e anche da qui origina l’equivoco del Pasolini usabile dai fascisti. C’è sicuramente l’avvertimento di un “ur-fascismo”, da cui Pasolini estrapola una teoria storica dei più vari fascismi (il fascismo fascista, il fascismo democristiano, il fascismo di marca PCI, etc.). Tuttavia non si scioglie mai il nodo che lega l’autore corsaro alla nuda vita come valore perenne, perennemente storico, un assoluto topico che vale finché ha luogo lo spettacolo umano sul pianeta Terra. Quanto alla capacità profetica di Pasolini stesso, un meme che non declina con il passare degli anni, anzi incrementa appunto memicamente, valga l’osservazione che a oggi, 2019, non c’è nessuna delle categorie pasoliniane a stare in piedi: non quelle di valutazione linguistica (non c’è proprio più l’italiano parlato, ma ancor meno l’italiano letterario, compreso lo stile con cui il carabiniere ti mette su carta la denuncia) e tantomeno quelle di matrice sociologica. In questo punto di caduta abissale del discorso, possiamo osservare con nitore maggiore e vitrea lucidità il comporsi del fallimento storico di Pasolini nella figura pubblica e privata di Matteo Salvini. Dall’errore di prospettiva, che non è per niente sbagliato dal punto di vista dell’analisi storica condotta sul presente in cui viveva Pasolini stesso, si vedrà giganteggiare il nanismo di questa entità, povera di verbo, semplicisticamente inverante i piani più grossolani del dispositivo ideologo fascista, evanescente nella sua ostentata corporeità che esiste soltanto se si pixela, allucinogena come sempre a fronte del sempiterno pubblico italiano, inarticolata e priva di complessità nelle spettrografie che vi si possono applicare, esteticamente priva di rilevanza ed eticamente prevedibile nella sua tensione morale per nulla luterana e tantomeno evangelica, priva di memoria mentre eietta false memorie con continuità che sarebbe esiziale se si interrompesse, financo somaticamente emblematica della Bassa Padana a cui certe volte Pasolini sembra pensare quando urla lancinante la fine della ruralità, reiterante senza posa piccoli moduli logici che i critici scambiano per affondi viscerali nel conscio e nell’inconscio collettivo – questa entità che ha un nome, Matteo, un cognome, Salvini, una carica, Ministro, un àmbito in cui esercitarla, gli Interni, una responsabilità politica, un movimento consolidato che deve 49 milioni ai cittadini italiani: e nessuna, nessuna poetica. L’empirismo di Salvini non è eretico e smentisce in toto il profetismo pasoliniano. Questo Pneuma, questa kénosis, questa koinè sintetizzata in un’ostensione che va dalla mastite alla mestizia – questa è *la cosa* di Pasolini. Ovvero il punto che non appartiene allo spazio, nell’estensione poetica dell’azione creativa di uno dei geni italiani novecenteschi: la premessa maggiore all’entimema che conduce al salvinismo, al #, alla Banda Larga. L’antievoluzionismo di Pasolini non era un lamarckismo e quindi non contempla Salvini come esito delle linee di sviluppo storico a cui l’omologazione faceva da premessa minore. In questa lotta pasolinana delle Periferie contro il Centro, entità geometriche che Salvini presidia insieme e coerentemente, si dà l’assunzione del pasolinismo da parte dello stesso Salvini. La critica si fa prostetica. Il nano appare abnorme. Lilith è Lilliput. Nessuna fenomenologia tiene. L’interpretazione è disabilitata. E dunque, osservando Salvini, noi scrutiamo la fine del testo, e della lingua. Non sarà necessario quindi nessun 2.0 di Pasolini. Servirà inventare la strategia del gioco, scoprendo tuttavia che c’è, esiste e si sviluppa, istantaneo ed eternante, un gioco.