Oltre la storia e al di qua della storia: narrare la larva spirituale

Mi capitava ieri di rimettere gli occhi, e assai poca testa, sul racconto per me più prodigioso de “La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace. Il racconto si intitola “Lyndon” ed è una variazione shakespereana e post-postmoderna sul presidente statunitense Lyndon Johnson, quello che giurò in aereo a poche ore dall’attentato a JFK. L’impressione che mi ha fatto, a distanza di anni, e quindi conoscendo questi anni, che DFW non ha potuto conoscere e forse nemmeno pienamente prevedere, è che si tratti di un testo che permane, poiché *ha senso*. E ha senso, con tutta probabilità, perché in questa età ad avere senso, in un modo inaspettato, è la politica, che paradossalmente sembrerebbe privata di valori e di materialità e di memorabilità e di dialettica e perfino di atout estetico. Nell’esplosione dell’alta tossicità che, solo qualche tempo addietro, si poteva definire “infosfera” e oggi è del tutto “sfera” priva di “info”, la luce modulare e accecante che cuoce le carni dei potenti mette in ombra l’inessenziale, che è il tratto e la cifra a distinzione dell’attualità. Connettevo la narrazione ironicamente statuaria di DFW a quel capolavoro di stile e cognizione che è “Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio (è uscito due anni fa per minimum fax), una delle tessiture e uno degli arazzi più ipnotici della nostra letteratura contemporanea, variazione sul corpo e sull’idea di giganti storici (Lenin, Stalin, Trotskij), seduta medianica in cui si evocano larve spirituali, della cui veridicità e affidabilità non si saprà mai. “Veridico” e “affidabile”, insieme a “larva spirituale”, sono già tre istantanei poli di attrazione del discorso letterario nel nostro tempo. Il verisimile non regge, al momento, si dimostra una fola, se applicato alla letteratura, mentre si trattava di una profezia, se applicato all’epistemologia del presente, dove tutto si gioca sulla verisimiglianza, sull’avatarismo, sulla digitazione a cui non serve nessuno che digiti. Le larve spirituali sono la letteratura, invece, e lo sono per sempre. Io non credo affatto che la narrazione del politico costituisca una fonte di sopravvivenza a questo interessante e tragico momento, che tutti noi viviamo ricchi di quote di disattenzione e di gellificazione del desiderio. Tuttavia il corpo del re è un corpo né terrestre né celeste, quindi è più interessante di qualunque corpo che non sappia percepirsi e terrestre e celeste. In questo momento la modulazione lirica può passare attraverso le corde vocali di quel corpo, di quel re – oppure non passa, questo è un fatto, che definisce la crisi della poesia, prima che l’accartocciamento e l’irrilevanza dell’attuale narrativa. Il re, né celeste né terrestre, è il peccato originale di un’intera potenza storica, che inizia nella pietra, si trasla in cartapecora e poi in carta, quindi si sfalda nel dashboard immateriale, dove le storie sono quadri frammentari, volatilità frizzanti e buscianti, ma incapaci di larvalità: la larva, per quanto sia incerta, dispone di una sagoma. La letteratura è il male, ma il male non sempre è letterario. Bisogna andare a prendere quel differenziale: il luogo in cui il male non è letterario. Il Regno è questo.

[Per una non incredibile coincidenza, non sospettavo minimamente che oggi fosse l’undicesimo anniversario della morte di David Foster Wallace. Resta nei nostri pensieri, come è giusto e ovvio]

Renzi e Grillo. Manca Bisaglia

Se si dovesse effettuare una valutazione politica in senso tecnico, come strategia che si declina in tattiche, e quindi prescindendo da qualunque valore, secondo i modi del risiko che sempre si porta dietro un sistema prevalentemente proporzionale, questa crisi, che ritengo sia la più drammatica dai tempi del grande dissesto nel biennio 1992-94, ha due vincitori e un ovvio sconfitto. Quest’ultimo, facciamo così: nemmeno lo stiamo a nominare. Se hai a disposizione un fine testa politica e decidi di non ascoltarla, per rivolgerti a un odontoiatra bergamasco, hai commesso un errore che dice molto di te, della tua psicologia, della tua anagrafe e del tuo midollo spinale. Dopo non avere nominato, ecco i nomi, quelli dei vincitori, che hanno preso la Jacuzia e la Kamchatka. Essi vivono e sono Matteo Renzi e Beppe Grillo. L’opportunismo non coincide quasi mai con l’opportunità, ma in questo caso all’ex leader PD sono riuscite queste mistiche nozze. A Matteo, corrisponde Matteo, come del resto aveva copertinato L’Espresso tre numeri fa: tanto spazio lascia il teterrimo Matteo, quanto ne prende il Matteo ridens. Dal punto di vista del tempo, della velocità di esecuzione, della capacità progettuale e del sistema coordinato tra cause ed effetti, c’è un unico responsabile per il fatto che Salvini non sia più ministro dell’Interno: è Matteo Renzi. Il risultato non minimo, bensì massimo, davvero, era questo e resto sconcertato quando misuro che molte persone sottovalutino questo fattore, non più K ma M. Levare quel ministero a Quello Lì era e rimane essenziale, perché l’abnorme gonfiamento in termini di consenso, che non è riuscito a gestire né a comprendere in profondità, nasce anche dall’esposizione che il tizio è riuscito a dare alla sua proposta, più linguistica che valoriale. Matteo Renzi ha fatto qualcosa, quindi non è più quello del referendum, delle dimissioni, del 18%, delle ulteriori dimissioni. E’ un refresh, un restart, qualcosa che pertiene un motore, un pc, l’alito cattivo – è questo l’elemento politico meno spurio, il più rilevantemente visionabile, anche se non del tutto visibile. L’altro personaggio, che sale sul podio più ambiguo della fase più ambigua nella storia della più ambigua tra le Repubbliche, è Beppe Grillo. Se non si saldava l’asse Renzi-Grillo, non si aveva questo risultato. Il comico genovese ci ha messo del genio: ha puntato tutto sull’uomo a cui ne aveva dette di cotte e di crude mentre gli stringeva la mano a Palazzo Chigi – qualcosa di fisico, non soltanto discorso. Grillo posiziona il M5S sul Pd, realizzando un suo proprio antico sogno e scommettendo sulla possibile creazione di un soggetto che scardini definitivamente la storia secolare di un partito a cui ha guardato nella sua vita con malcelata propensione alla critica per amore deluso e non corrisposto. Ma Grillo non guardava al Pci, guardava ad altro. Ora si propone una possibilità che ci dice a tutti gli effetti quanto siamo poco distanti dal 1992. E’ il sogno della Casa Comune, per come la enunciò Claudio Martelli. Con l’operazione compiuta su 5S e Pd, Grillo occupa uno spazio in cui Renzi non riesce a entrare e che, nel caso, deve violentemente occupare, schierando i carrarmatini viola al confine. Se il progetto Grillo fosse realistico, non dico realizzabile, Renzi non ha più spazio, è la fine di Renzi. Viceversa, Renzi ha spazio, addirittura può andare a riprendersi l’antica creatura che lo ha creato, anziché pompare adrenalina in un cadavere. Cosa manca a tutto questo scenario? Mancano Giovanni Galloni, Antonio Bisaglia e Mariano Rumor – e coloro che potevano votarli.

Altroché #PiattaformaRousseau. La transizione

Che si vada verso una democrazia non rappresentativa, mi pare un consolidato di questi anni: lo svuotamento del Parlamento è sotto gli occhi di tutti, le spinte al clic e all’informazione in solitaria, passibile di equivoci e induzione al falso, provengono da larghi settori. La delega di rappresentanza è il target di un tiro incrociato, mediato da approssimazioni che hanno un enorme valore predittivo, il che ne fa elementi di altrettanto enorme valore politico. Ciò che è predittivo, a oggi, è ciò che ha valore politico. Si inscriva in questa riflessione l’utilizzo, ed eventualmente non tanto l’abuso quanto il voltaggio mediocre, che una trovata come la piattaforma Rousseau può sortire in termini di impatto. Le critiche alla gestione privatistica di un mulinello del digitale che sta ad altezza 1997 (esattamente come la logica e l’estetica html), per ciò che credo, non colgono in nulla il momento angolare che la esprime e mi sembrano del tutto fuori asse, se non fuori contesto, come le lamentazioni intorno a Berlusconi e a ciò che sottintendeva il suo regno interruptus – siamo andati avanti più di vent’anni a osservare come tali critiche, del tutto inconsistenti sul piano letteralmente politico, abbiano sbagliato bersaglio. Ciò che viene invece sotteso da Rousseau è altro: è Google, sono i dati, è il controllo dei comportamenti di intere comunità, è Facebook a cui si affaccia l’idea di battere moneta. Una delle categorie forti del periodo in cui mi sono formato, di fatto, è ciò che fu chiamato a fine Ottanta in questo modo: presente avanzato. O si apprende a ragionare e agire in termini di presente avanzato, che è la zona in cui avviene il politico in tempi di accelerazione tecnologica e dunque antropologica, o ci si ritrova ad amministrare l’esistente, in modo più tragico che mesto. La questione della delega e della rappresentanza va ripensata, ma in modo estremamente puntuale e veloce. Il chiacchiericcio intorno alla disintermediazione, nel momento in cui la distribuzione anche materiale si è già rivoluzionata e agisce attraverso colossi attivi nella nostra vita ogni giorno, appare di una vetustà intollerabile e di un barocchismo tipico di certe decadenze. Anche la questione della decadenza è mal posta, perché la trasformazione è accelerata e risulta necessario pensare in termini di appassimento della trovata, per imporre un arco progettuale più lungo, certamente sedimentale, ma capace di rispondere secondo una programmazione di tipo diverso. Tutto ciò che qui ho scritto presume una domanda ineludibile: che cosa è l’universale oggi? E non l’universale spirituale, o metafisico ça va sans dire, bensì politico, cioè attualizzabile nella manifestazione delle collettività e nell’azione che un tempo fu detta appunto politica. Le tattiche e le strategie sono sotto stress. Cambridge Analytica è una precognizione modesta. Il transito è altro, la transizione è altra.

Da Natta in poi (o del fare un governo antifascista)

Non essendo un tesserato e nemmeno un tifoso del Partito Democratico, corpo e struttura politici perenni e difficoltosi nella mia vicenda cinquantennale, dei quali cui mi aguro la diminuzione e l’estinzione quanto a egemonia a sinistra, almeno da Alessandro Natta in poi, mi atterrei al piano valoriale, senza illusioni e senza infingimenti. L’unico momento valoriale, nell’incertezza cronica che questo corpaccione ibrido è in grado di comminarsi e di comminare nei decenni, per cui non sai mai cosa pensi dello Stato e dell’ambiente e delle grandi opere e del mercato e del popolo e della difesa e della geopolitica e dello statuto dei lavoratori e delle esternalizzazioni e dei servizi segreti e dell’autoritarismo e della mansuetudine delle masse data per scontata e della diplomazia e della scuola e della sanità, per fare alcuni esempi – l’unico momento valoriale di questo monolito di sassolini dovrebbe essere, e lo è con profondissimi tremori delle vene e dei polsi: l’antifascismo. Quindi, nell’attuale trattativa per un governo di legislatura, alternativo a quello gialloverde, il perno intorno a cui fare ruotare l’eventuale accordo, dovrebbe essere per me: l’antifascismo. Nicola Zingaretti dovrebbe dire: siamo qui per fare un governo antifascista. La prima e non ultima cosa da fare è dunque spazzare via le ingenti scorie di fascismo che ha inoculato ovunque Quello Là, nello sterminio e nello stupro che ha somministrato alle istituzioni e al contegno morale della nazione. Vanno cancellati subito quegli ex decreti, diventati legge, che sono una bestemmia lanciata contro la democrazia, oltreché l’umana pietà. Non si dovrebbe, a mio avviso, accusare gli ex alleati di governo di Quello Là, che gli hanno garantito l’approvazione delle Nuove Leggi Razziali.Si dovrebbe dire loro: siamo antifascisti, il governo a cui partecipiamo è antifascista e come valore ha l’antifascismo, quindi si levano di torno i codici fascisti. Lo vogliono fare? Non lo vogliono fare? Intanto il piano valoriale diventa l’unico livello della dialettica. O si parte di qui o non si parte, non si va da nessuno parte, non si è partiti. Bisogna radicalizzare lo scontro in nome del valore unitivo, che tutto spiega e che tutto motiva: l’antifascismo. Le politiche del lavoro, l’impostazione economica, il pensiero sull’educazione e sul welfare, sulle alleanze internazionali e sull’ambiente, sulla sicurezza e sulle garanzie di legge – tutto, ma proprio tutto, va desunto da questo valore: l’antifascismo.

PS. Non è difficile, Nicola, dài…

#crisidigoverno

Il discorso è molto semplice, anche se un minimo si dovrebbe fare lo sforzo di comprendere i termini con cui funziona la nostra democrazia, che è parlamentare. La legislatura non si piega alle polaroid che vengono scattate mentre essa avviene e snoda i processi di discussione nel parlamento, che è un organo sovrano del popolo sovrano. Non si comprende, quindi, l’insistenza in merito alla formazione di un governo “di scopo”, “di transizione”, “del Presidente”, “di transizione”. Un eventuale governo, alternativo a quello balneare gialloverde (balneare nel senso che stavano sulla spiaggia a guardare le persone annegare), deve avere il coraggio di definirsi per ciò che è: un governo politico. In queste ore si manifesta palese la fragilità grottesca di Matteo Salvini, la cui scommessa politica è tutta steroidea o, se è in linea con il sentiment, lo è secondo la logica delle polaroid. La politica non è questa forzatura immatura e degna delle peggiori dittature latinoamericane. Va dato atto a Grillo e Renzi, ovvero due persone che non stimo, di tentare in questo momento di fare politica. Secondo me le clausole di salvaguardia e la legge di stabilità non coprono l’ampiezza di una manovra politica che è indubitabilmente tale: è politica ed è l’unica manovra possibile, se si sta nel quadro di una legislatura, che copre al massimo un arco quinquennale. E’ vero che il ragionamento politico si inceppa nel momento in cui i gruppi parlamentari non sono compatti o risultano riottosi a un accordo che, in ogni caso, è di carattere politico. Il passaggio storico che ci troviamo a vivere, a mio davvero modesto parere e immodesto sentire, è la crisi governativa più drammatica da Tangentopoli in poi. L’architrave del pensamento, sempre a mio modesto parere e immodesto sentire, è la cruciale elezione del successore dell’attuale Presidente, nel 2022. Ritengo che sia da scongiurare in ogni modo un’elezione di comodo da parte di un parlamento ridotto a duma, per evitare il rischio che, per la prima volta nella storia repubblicana, l’arbitro sia un giocatore in campo (Bagnai o Tremonti al Quirinale sarebbero questa cosa). Delle strategie da applicarsi in queste ore, nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, nei prossimi mesi (perché questo è il tempo della democrazia: la Costituzione è una modulazione di tempo), posso discettare in privato o in pubblico, ma mi pare che sia imprescindibile agire politicamente, trattare politicamente: compiere la navigazione, che in Platone si definiva “seconda”.

In morte e in vita di Andrea Camilleri

Un mio ricordo e giudizio sull’autore siciliano dal blog dell’università eCampus

[…] Ogni lettrice e ogni lettore hanno avuto in sorte di conoscere questo autore amatissimo in una forma precisa: quella dell’anziano. E dell’anziano con quella precisa fisionomia. Ciò ha permesso un’elaborazione precisa, in termini di immaginario collettivo: Andrea Camilleri è apparso da subito come un antico profeta, un Tiresia che strascicava le pronuncia, nella millenaria attitudine del siciliano che proviene da arabi e normanni, che ha visto milioni di paesaggi umani, che conosce i dolori del corpo e dell’anima. E’ apparsa storicamente coerente l’evoluzione di una patologia oculare degenerativa, di cui soffriva e che lo ha reso cieco: il profeta è cieco e Camilleri stesso commentò che, avendo perso la vista, ora tutto gli era più chiaro. C’era dunque una cifra biblica di questo macilento e splendido narratore, che connetteva la vista alla profezia e la profezia alla scrittura. Si trattava di un elemento che solo tangenzialmente era personale, poiché era veracemente archetipo, fondante, quasi pagano. La sapienza profana ai suoi massimi livelli […]

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Memorie da quel tempo berlingueriano

Questa posa, questa capigliatura, i capelli brizzolati, questa complessione fisica, questa cifosi tenera, queste grisaglie, queste cravatte, questa soppesata nonchalance nei confronti della realtà, questa responsabile facilità dell’assumersi la responsabilità, questi colori, questo simbolo, questo microfono, questa fede al dito, questa calma in pubblico che sfiora la riottosità ed è pudica, questa memoria assunta e assimilata di sapere che “noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e in galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi” – questo prussianesimo comunista italiano, questa indefettibilità ovunque e sotto ogni aspetto, questo rigore, questa nevrosi assai tenera e spigolosa contro tutta la psicosi che ribolliva sotto, questo dolore antico, questa sofferenza del mondo e di se stessi: io li ricordo: erano di Enrico Berlinguer e di mio papà, e di moltissimi altri, in un tempo, alla fine dei tempi.

Quando è morto ero nel marciapiede della piazza e mi chinavo ad allacciare una stringa cattiva di scarpa da tennis, imitazione cattiva di Nike, acquistata al mercato rionale della piazza sui marciapiedi, e passa una donna in follia, un’eumenide, una babajaga, nell’aria a nessuno dice a chiunque “E’ morto è morto è morto è morto” e portava un giornale nell’aria, l’Unità, come un’ostensione di icona mariana, e c’era scritto il titolo a tutta pagina “E’ morto” sopra la foto di Enrico Berlinguer in una barca a vela. Quella mitezza si conosceva e contagiò per l’aria, vivamente constatavamo il morto tutte, tutti. Come era grave la sua lievità, papà. Come era padre, papà. Come si insinuava nelle pieghe della mia carne, venerato da tutte le chiese, papà. Come mai sei caduto dal cielo, papà, figlio dell’aurora?

Aveva un farfugliamento strano, poca saliva, il tremito del nervo trigemino, strana tosse, la sera a Padova fino al coma. Strada per strada, casa per casa, noi vedevamo nell’immaginazione di una televisione l’ictus allargarsi in bianco e nero, la macchia nel cervello allargarsi. Diceva alla fine del tempo che fare i filosofi giova a poco, ma certe cose le possono sapere soltanto i filosofi. I funerali di Togliatti nella pittura fumettistica di Renato Guttuso vedevano lui ovunque nelle genti e questo era un poster della mia infanzia accanto al letto. Stringeva sempre la mano docile e vera alla mano bronzea e clemente di Aldo Moro: erano padri. Un milione di genti, un popolo, conosce il predominio delle sue volontà e lo celebrano il giugno, romano, piangendo. Nessun portone rimase chiuso. Giorgio Almirante si chinava sulla bara della mia gioventù. Enrico Berlinguer perdette la mia gioventù. O padre! O madre! O lettere! O umanità!

Il Papa, Zorro, Salvini e l’umanità: il segno de “L’Espresso”

Vorrei ragionare su “L’Espresso”. Parlerò troppo, dirò cose che sembrano un’astrazione barocca, risulterò teorizzante a sproposito. Peraltro, risulterei essere di parte, poiché collaboro con il giornale (di fatto, questa collaborazione, mi regala l’attività intellettuale più bella e intensa che mi sia capitata negli ultimi due decenni e non sarò mai abbastanza grato al direttore e a tutti i gradi dello staff per questo). Vorrei ragionare su “L’Espresso” e, per farlo, mi appoggio alla copertina del nuovo numero, in edicola da domenica. Non è una semplice copertina, ammesso che una copertina sia semplicemente una copertina, nel mondo da cui vengo, ovvero quello occidentale novecentesco. Questa copertina è molte cose. E’ anzitutto un atto di coraggio – politico, giornalistico, grafico, esistenziale. Non che nella storia pluridecennale della rivista sia mancato il coraggio. Si può dire che il coraggio e l’elaborazione intellettuale ne siano stati il genoma, forse anche più che l’emissione del discorso politico, fatta salva un’oscura era di fallace inseguimento di un mainstream scollacciato e tettuto, che preludeva all’epifania politica del berlusconismo, contagio peraltro già operante nella società prima che in parlamento. Questa copertina è inoltre un segno. E’ molto difficile creare o fare emergere un segno nel nostro tempo. Per chi operi con la parola o con l’immagine, l’epoca si può definire un trionfo dei segni e un’abissale assenza di qualunque segno. Il tempo e l’umano, nella loro convergenza parallela, producono segni e si muovono intorno alla vertiginosa sempiternità dei simboli. La nostra contemporaneità, figlia di una modernità appena trascorsa, ha inteso decostruire o moltiplicare qualunque simbolo, creando un bennoto effetto che è poi il rumore di fondo. Sono i collaterali del laicismo, che non è affatto una postura esterna al religioso in senso spirituale, bensì un’inadeguatezza che non ha nulla a che fare con dio e tutto a che vedere con il simbolo. Terzo elemento di eccezionalità di questa copertina è, a mio modo di vedere, la realizzazione di una progettualità, che un tempo trascorso ci si manifestò come editoria, un comparto ideale e appunto posturale, che dava corso all’idea di progetto e di senso, entità larvali ormai trascese dalla velocità elettrica dei giorni. Ciò che dico della copertina vale evidentemente per tutto il giornale, per ciò che “L’Espresso” è e dice e rappresenta e invera in questa sua stagione soprendente e per molti versi illuminante. Quando abbiamo visto un pontefice in copertina del giornale più laico che c’è? E’ ben vero che Eugenio Scalfari, che si poteva soprannominare “E’ungenio”, nell’ultima parte della sua ricca esistenza è entrato in una dialettica impressionante tra “io” e “dio”, quindi tra sé e il Papa. La proposta politica che proviene dalla Chiesa, emblematizzata da un pontefice, invece, rovescia un’impostazione che non era una pregiudiziale, ma certamente costituiva una sorta di limes. Abbiamo dunque l’elemento politico cattolico, ma non propriamente cattolico, perché la copertina è un’opera anzitutto concettuale, molto stratificata: qui si fa riferimento a un universalismo dei valori umani di base, che non è prerogativa soltanto del mondo cattolico. Certo, Bergoglio è la causa scatenante di un sentimento per cui, da quella parte, si ha l’impressione di una militanza nel momento politico: è la specificità di questo pontefice, che sta dove è il popolo e, dunque, è conflittuale in automatico con chi si arroga l’idea di essere popolare e quindi populista. Questo pontefice non basta. E’ riconoscibile anzitutto dall’abito talare, che, come tutti i simboli, veste per nascondere nel momento stesso in cui manifesta. Il pontefice è Zorro. Il motivo, in questi giorni, è chiaro a tutti, riguarda il trauma di Salvini, che, nell’allucinante prima pagina del libro intervista pubblicato per la dimenticabile casa editrice di destra, rivela che da piccolo gli fu rubato un pupazzetto raffigurante l’eroe mascherato messicano. Il pontefice è stato sottratto a Salvini? Sì. La piazza leghista, a Milano, ha fischiato Bergoglio, aizzata dalle meschine propagande istantanee del grottesco oratore sul palco. Il vicepremier sulla questione della fede cattolica lancia una battaglia lefebvriana, che, come nota Romano Prodi in un’intervista di ieri, è un elemento fondamentale delle nuove destre in tutto il mondo. Fatto sta che il pontefice rappresenta un trauma per Salvini, il quale cerca di passare nel gregge cattolico, anzitutto distruggendo l’ecumenismo e tutti i valori fondativi di una fede in cui è installata la misericordia in primis. Tuttavia Zorro è il vendicatore: il pontefice come vindice è una funzione arcaica, direi templare, che smentisce se stessa, esattamente come da logica del simbolo: facendo i ponti, e quindi non chiudendo nessun porto, la vendetta è istantanea e colpisce chi i ponti vuole distruggerli. Chi veste bianco si maschera di nero: una meditazione cromatica si propone a chi, per esempio, queste due forze tonali le ha viste all’opera nel tao, nella scacchiera, nel bianco e nero delle prime immagini in movimento. Alle spalle del pontefice c’è presumibilmente un sole: ammicca al sol levante, sembra una segnatura grafica nipponica e imperiale, ma allude a un sole dell’avvenire, che però sta alle spalle: da dove proviene la luce e la spinta alle spalle del papa? Quando abbiamo visto qualcosa o qualcuno alle spalle del sacerdote? Anche questo particolare va meditato. E poi interviene la parola, che è un segno nel segno. “Zorro subito” riecheggia il “Santo subito” che penetrò nell’immaginario collettivo ai funerali del terzultimo pontefice. E’ certamente ironico, questo titolo, ma non soltanto ironico. L’ironia, quale piano di discorso ultimo e totalizzante, non è nel dna di questo giornalismo, che fa la più recente stagione de “L’Espresso”. Il giornale non scorda mai di ridere, anzi: desidera ridere. Le due pagine settimanali di Makkox sarebbero già un indizio, ma è proprio il fronte intero dello stile di questa testata a praticare la comicità, più che l’ironia. L’ironia destruttura, la risata no. Se c’è un fatto, che questo corso del giornale non smette di verificare di settimana in settimana, è che l’ironia distruggeva il simbolo, la comicità permette di emetterlo in pieno. Cosa c’è, dunque, oltre l’ironia del titolo? C’è la lettera. E’ sempre il letterale da osservare, quando il momento è simbolico. E c’è un avverbio, che è serissimo nell’istante in cui è comico: subito significa che non c’è più tempo, che tutto si contrae all’istante, che la scelta è dire un sì che sia un sì e un no che è un no. L’elezione del pontefice è simbolicamente l’elezione politica, ovvero il momento simbolico della scelta che non si può più rimandare. Non Zorro, bensì chi sta sotto i paramenti dello spadaccino, è il testimone di quell’avverbio: subito. Sotto i paramenti, ci sono però altri paramenti: si crede ai più interni o si ha fede in quelli esterni? E’ un’antica questione, che ha a che fare con le vesti di Salomone e con i gigli del campo. Così pure non si può ignorare che il pontefice tiene in mano una spada: qualcuno, di cui il pontefice è vicario, disse che è venuto a portare non la pace, ma la spada. Tutto ciò è un unico segno. La parola, il tratto, l’immagine – manifestano un concetto, che è la scelta finale di un processo di meditazione: costituisce il subito del pensiero.
Ho detto troppo? Sì.

In morte di Nanni Balestrini

La notizia della morte di Nanni Balestrini, uno dei protagonisti decisivi degli ultimi sessant’anni di letteratura politica e vita culturale del Paese, è per me personalmente raggelante: ne sono agghiacciato. Probabilmente la prima volta che incontrai Balestrini fu trentasei anni orsono, quando io ero tredicenne. Ebbi il privilegio di osservare da vicino questo signore pacatamente incendiario e di apprendere le modulazioni di una barbarie della fantasia, scatenata a portare un costante assalto al cielo, sebbene non ignara delle lunghe ciclicità con cui la politica deve fare i conti, come tara di realismo e carburazione dell’azione. E in effetti si potrebbe inscrivere l’intera opera di Balestrini in questa polarità: da un lato il desiderio e la sua istituzione principale e contraddittoria, ovvero la pulsione, la quale è tesa ad abrogare qualunque istituto; dall’altro lato, il potere come vocazione, come target, come continua polemica, cioè come inesausto “polemos”, ovvero guerra. Il radicamento è nomade: ecco un grande insegnamento della letteratura in genere e di quella balestriniana in particolare. I rapporti che Nanni Balestrini ha intrattenuto con la politica, con il linguaggio, con la psiche, con la storia, dicono che questo grande intellettuale ha scelto, da subito, di lavorare sugli universali, che sono sempre concretezze, entità ravvisabili all’opera nell’immenso lavorìo che la vicenda umana implica come modalità per enunciare il semplice fatto di esistere. Da questo punto di vista, non sorvolando su nessuna delle opere impressionanti di cui Balestrini è stato autore, sarà forse il caso di scrutare i reali avversari che egli ha avuto modo di richiamare in tenzoni non abbastanza esplicite dal punto di vista storico: e sono due enormi artisti e intellettuali: uno è Pier Paolo Pasolini e l’altro è Carmelo Bene. Gli obbiettivi polemici, trattati come nemici all’interno di protocolli da arte della guerra, non sono mai mancati a Balestrini e alla sua *cerchia*, a partire da quella congerie temporale e personale che fu il Gruppo 63: i nemici non se li trovava sulla strada che stava intraprendendo, ma proprio se li cercava. La lite permanente e la questione dell’egemonia, che Balestrini apriva come zona di creazione ininterrotta, ebbero invece nei più grandi artisti e intellettuali del nostro secondo Novecento, cioè Pasolini e Bene, un totem e un tabù, ovvero una polemologia, che non produsse nulla di quanto avrebbe potuto e dovuto un simile helter skelter intellettuale. Il realismo di Pasolini era troppo fantastico per essere apprezzato dai neoavanguardisti, anzitutto perché era questione linguistica, prevalentemente mutuata da un confronto serrato con la peculiare metafisica del linguaggio espressa da Giovanni Pascoli, poeta equivocatissimo dalla neoavanguardia. Carmelo Bene era l’antagonista più pericoloso, perché il discorso del desiderio, e sul desiderio, veniva declinato da e su francesi come Deleuze, che a Balestrini e ai *suoi* servivano e servivano come destrutturatori tutelari di ogni metafisica, mentre Bene li usava come utilizzava Kafka: per farla, la metafisica. Al di là di questo concerto mancato, resta l’opera di Nanni Balestrini: è gigantesca. L’ingaggio politico non obnubila il fatto che, se una scrittura e un pensiero creano una scolastica, qualcosa significa, in termini di verità storica e penetrazione delle analisi e dell’espressione. Non si può prescindere da Balestrini, mai, e non si deve, quanto a pratica artistica della storia e interpretazione della medesima. Ha fatto parlare il non-io, ovvero un automatismo, prevedendo di decenni uno stato dell’arte che stiamo vivendo attualmente. Ha scritto prima e meglio “Gomorra”. Ha stravolto ogni verifica dei poteri, prima che il potere finisse per delirare, applicandosi in continua verifica. Ha creato collettività, dal Gruppo 63 al Gruppo 93 ai Cannibali. Ha inventato “Ricercare”, luogo di aggregazione e sperimentazione della letteratura. Ha innovato sempre, sotto ogni cielo, da Parigi a Roma. Ha fatto la politica, ha fatto l’arte. Con “Le ballate della signorina Richmond” fece questo: mi spinse a diventare scrittore, questa probabilmente è una sua trascurabilissima colpa, ma per me è qualcosa. Ci insegnò a volere tutto. Vai ad averlo, Nanni, il tutto: ti raggiunga l’abbraccio di un tuo lettore affezionatissimo.

Alle europee 2019 io voto Pierfrancesco Majorino, anche tu #scriviMajorino

Conosco, stimo e amo fraternamente Pierfrancesco Majorino da quando aveva dodici anni. Io ne avevo tre in più e nutrivo un’insana passione per i versi di Montale e di Zanzotto, amministravo un’anoressia tutta mia, ero privo di difese ed elettricamente instabile. Feci conoscenza con Pierfrancesco in un luogo montano, un paesino di villeggiatura discreta e più adatta agli anziani che a giovani virgulti. Si stava verso le Dolomiti e si discuteva di politica (essenzialmente della sinistra, della terza via berlingueriana, dell’opzione socialdemocratica), si assisteva alla proiezione nel circuito off tridentino de “La messa è finita” di Nanni Moretti. E si facevano gite e ferrate sul complesso del Brenta. Per spiegare un individuo, a volte, non servono altro che momenti emblematici, i quali funzionano assai più che i trattati di personologia o, peggio, le diagnosi psicologiche. Eravamo dunque a poche decine di metri dal cambio di valle, uno scavallamento a quota notevole, lasciandoci il passo delle Bocchette alla sinistra, affrontavamo un nevaio indossando ramponi e imbrago, arrancavo. Pierfrancesco aveva fatto questo per tutto il tempo dell’escursione: era davanti a tutti, indicava il percorso ed era continuamente dietro a tutti, segnando la velocità che si doveva tenere: giusta, non eccessiva, nessuno doveva rischiare di essere lasciato indietro. Mentre osservavo Pierfrancesco macinare metri davanti a me e io sudavo sotto il caschetto e pensavo alle Merit che fumavo quando me ne stavo a livello del mare, maledicendo l’esercizio fisico ma beandomi delle ciclopiche conche seleniche in cui mi peritavo da improbabile scalatore, il mio piede destro cede, sprofondo in una fenditura, la neve fresca copriva un piccolo crepaccio, finisco sospeso nel vuoto, finché Pierfrancesco in scivolata arriva da me, mi tende la mano e mi tira fuori. Era arrivato da dietro. Stava davanti e arrivava da dietro. Da anni mi domando come abbia fatto e resto senza risposta. Ho omesso di chiederglielo, perché secondo me non si ricorda e un poco mi vergogno dell’imperizia fisica, a decenni di distanza. Essendo passato dalle Merit alle Chesterfield, ho cambiato molte marche di sigarette, ma sono restato stabile e fedele in questa impressione: Pierfrancesco Majorino è una persona capace di guidare, che non dimentica gli ultimi, chi sta dietro, chi rischia di essere lasciato alle spalle. E’ una declinazione del suo talento, questa, che ha dimostrato cartesianamente con sette anni di capolavoro politico e amministrativo a Milano, nelle vesti di assessore al welfare per la giunta Pisapia e per quella Sala. Ora Pierfrancesco si candida nelle liste del Partito Democratico per un seggio alle europee. Ciò che mi viene dal cuore di consigliare, a chi risieda nella circoscrizione nord occidentale (Lombardia, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta), è di votare Piefrancesco Majorino il 26 maggio. Mi rubate un assessore di cui non vorrei per niente fare a meno, ma concedete in dote all’Italia e al Parlamento europeo uno dei politici più onesti, pragmatici, idealisti, solidali e sensbili che io abbia mai avuto la fortuna di conoscere. Come è chiaro e giusto, non smetterò di importunare su questo social i miei contatti e nuove persone con questo invito: ai prossimi giorni.

Salone del Libro 2019: perché io non andrei

Non ho impegni per il Salone del Libro, ma avrei scelto di presentare libri o partecipare a incontri in luoghi fuori dall’istituzione e dall’evento che sono il Salone di quest’anno. La giustizia è per me più fondamentale della legge e la giustizia è l’antifascismo sempre. Il Salone non è solo del libro, ha un implicito: è il Salone antifascista del libro, che è antifascismo. Si può militare culturalmente, come è ovvio, all’interno di una struttura istituzionale, che non ha il coraggio di revocare gli spazi a fascisti e nazisti. La mia protesta si ergerebbe non solo nei confronti di questi eversori, ma anche dell’istituzione stessa del Salone. Non c’è dialettica con fascisti e nazisti. Ma c’è dialettica con l’istituzione, che non ha il minimo empito libertario e invece si traveste da centrale della libertà di opinione, accettando l’opinione che vuole distruggere le opinioni. Che Chiamparino invochi eventualmente magistratura e forze dell’ordine non mi sorprende, semmai mi conferma quanto penso di questo presidente regionale e uomo d’ordine del Partito Democratico. La dialettica con questa istituzione perduta a se stessa, il Salone appunto, per me significa: non essere nell’alveo di quell’istituzione o nella zona allestita dalla medesima. La scelta dell’antifascismo non può tradursi in una pettinata alla schiena di un comitato di indirizzo. Non mi verrebbe mai in mente di chiedere di boicottare il Salone del Libro, ma nemmeno di boicottare me stesso. Non vale per me l’argomento che, se CasaPound fa un presidio nel mio municipio, io non lascio il quartiere: qui è il municipio che dà il presidio ai fascisti e io lotto contro i fasci e contro il municipio. Lottare con l’istituzione non è lottare contro i fascisti: significa piuttosto affrontare il ventre molle della democrazia. È scuotere Von Papen alla vigilia del colpo di mano di Hitler. Fossi in Nicola Lagioia, inviterei a partecipare al Salone da lettori e da scrittori, ma mi dimetterei. E mi dimetterei perché qualcuno deve assumersi una responsabilità e, se il comitato di indirizzo non lo fa, lo farei io da direttore editoriale, in luogo di una pavidità di istituzioni che, a oggi, mi paiono più angoscianti che angosciate. Il momento è grave e noi dobbiamo, ovvero abbiamo l’obbligo di dovere, rappresentare le ragioni di una generazione perduta, che ha perduto la vita per combattere il fascismo, per assumere si di sé un peso morale e politico, in luogo di un’istituzione che si fece ai tempi contaminare dal fascismo: era lo Stato. Invito ad andare al Salone, ma mi dimetto da partecipante alla kermesse in termini di adesione a un comitato e a una struttura che non è stata in grado di dire no, un semplice no, a chi ha in mente e propaga l’idea della distruzione del sistema democratico.

Torna “Cibo” di Helena Janeczek: l’oggetto narrativo non identificato

E’ finalmente riedito “Cibo” di Helena Janeczek, uno dei più formidabili (nel senso che lo si deve temere) oggetti narrativi degli anni Zero. Lo ripubblica Guanda, l’editore con cui Helena è andata a vincere l’ultima edizione del Premio Strega. Che cosa dunque è “Cibo”? Quando fu pubblicato, da Mondadori (non perdonerò mai al mio editore di avere perso questa autrice splendida e commovente, una delle poche a tentare il tragico in Italia – e a riuscire a farlo), non c’era la dicitura “Romanzo”. E in effetti, per quanto mi sembrasse surreale vietare a questo testo una categoria tanto desueta e pronta a deflagrare a fronte della saturazione che il romanzesco avrebbe imposto all’atmosfera non soltanto nazionale, “Cibo” non è un romanzo per come si è pensato nel Novecento, ma soltanto perché nel Novecento i teorici e i critici non si erano resi conto che da Gadda a Pasolini, passando per Calvino e per Eco, l’etichetta famigerata, che doveva garantire chissà perché le vendite, era esattamente il bersaglio poetico di qualunque prosatore di rilievo. L’ibridazione è il nostro codice genetico letterario. Lo è a partire dallo sbilanciamento linguistico, che fa della poesia, la purissima e sporchissima poesia italica, l’autentico esordio della letteratura nazionale: di lì non si uscirà mai più. A maggiore ragione sembra oggi vagamente ridicolo il tentativo di imporre una letteratura consolatoria, bassamente emotiva, decorativa nello stile facile, piatto, anonimo, bianco, edulcorato, ad altezza di supposti “lettori forti” sensibilissimi alle foglie, spaventabili con un “buh” grafico in copertina, tremuli per la dolcezza delle loro esistenze risaputamente traumatizzabili con un nonnulla di realtà – qualcosa di conoscitivamente privo di qualunque apice o gradiente e di passionalmente asexual. Un’alessitimia di sé e del mondo. Arrivò nel 2002 questo testo che seguiva il prodigioso “Lezioni di tenebra” di Janeczek, una meditazione che perforava in qualunque direzione: il male, la storia, l’amore, la nuda vita, l’idea, il fato: appunto la tragedia. Qui era invece il cibo, questa secrezione della nuda vita che si produce in cultura basale e poi via via sempre più raffinata, paradossalmente omicida, in una corsa all’affettivizzazione pressocché irresistibile. Un’ossessione inconscia, un’ossessione conscia. Una disgrazia collettiva per la grazia della sopravvivenza e poi del consumo e poi della fine del pianeta. L’individuo esplode. La storia si intrica. I personaggi sono il femminile, il femminino, l’assenza di qualunque genere. Si sta male, leggendo: quindi si sta benissimo. Al termine del libro, c’è l’inizio: non è un saggio, non è un excursus o un incursus, non è una compilazione, non è psicogeografia, non è metafisica: è letteralmente la “Mucca pazza”, ovvero la patologia della realtà modificata dall’umano, il cibo avvelenato che diviene sistema nervoso. So bene di non avere qui dato appigli riconoscibili alle lettrici e ai lettori, “forti” o “deboli” che siano: andate a leggervi la quarta di copertina. Qui io devo soltanto rendere grazie a Helena Janeczek e, evitando la pelosa ipocrisia del critico partigiano o meno, esortare a leggere questo testo fondamentale, che aiutò a giungere all’unica acquisizione rilevante della mia generazione letteraria: l’oggetto narrativo non identificato, la poesia nella prosa: la verità.