Ancora Piperno sul Corriere: su Le Benevole di Littell

hitlercovermedia.jpgRiprendo qui lo splendido articolo di Alessandro Piperno su Littell, apparso quest’oggi nelle pagine culturali del Corriere. Non concordo in nulla su quanto Piperno scrive della questione che è per me il buco nero della rappresentazione ne Le Benevole: cioè l’invenzione di una mimesi per me oscena nel campo di concentramento. Sono certamente convinto, come Piperno, che Le Benevole siano un romanzo con cui e su cui confrontarsi. Non sono convinto della critica iperbolica che ne fa Alessandro: l’ambizione esplicita dell’autore amerigo-francese è proprio quello di fare un romanzo “assoluto” (per usare una delle tre scomode parole impiegate dal mio amico Piperno), ma proprio per questo il risultato va valutato in due sensi. Il primo dei quali (ed è il meno impegnativo) è se Littell sappia narrare fino in fondo, ponendosi tale ambizione: la mia risposta (ma è solamente mia) è negativa, il libro non regge nella seconda metà e crolla nel finale, e solo parzialmente è embricato nel mondo che Piperno convoca quale materia unica della letteratura. Il secondo punto riguarda l’assoluta confusione che Piperno (ma la fa Littell a monte) stende tra due aggettivi, “religioso” e “metafisico”. Poiché si è qui e ora perduta la percezione dell’elemento metafisico, si scade a quello religioso, che è estetizzabile. “Metafisico” non significa nemmeno “oscuro” o “mistico” (questa incredibile miscomprensione che dobbiamo a secoli di cattolicesimo…). Se non si parte dal dato metafisico, è assolutamente incomprensibile la posizione di Lanzmann. Il quale, proprio, non estetizza il dato reale – dice che la letteratura è penultima, che la realtà ha un punto impenetrabile per i linguaggi (e l’apicalità della realtà che sta alle radici di tutto il contemporaneo, come Atene e Gerusalemme stanno alle radici dell’occidente: mi riferisco all’apicalità dei campi di concentramento nazisti). Se l’immaginazione non entrasse in questo conflitto, che né la filosofia né la letteratura e nemmeno la mistica possono risolvere, non esisterebbe “forma”. E’ dunque, a mio parere contraddittoria la posizione di Littell, e di riflesso quella di Piperno: due assolutisti della letteratura che relativizzano a priori l’elemento unico di ogni assolutezza, cioè quello metafisico. Le Benevole, solo in questo senso, è un libro irresponsabile e dannoso. Ciò non toglie che sia un gran libro. Ma finché non ci si mette d’accordo sulla percezione di ciò che è metafisico (il che, preciso ulteriormente, non significa che non sia mondano e reale), le esplosioni di successo spettacolare evocate da Piperno e non realizzatesi in Italia saranno assai facilmente spiegabili così: Littell colpisce un punto sociologico, e non lo fa con la narrazione, che è essenzialmente condensata nei momenti allucinatori di Max Aue. Il modernismo di Littell, la titanica convocazione della tradizione letteraria per dire che siamo tutti fratelli (l’incipit è di Villon: Littell lo usa), porta all’inevitabile conclusione che la letteratura, se riguardata in questo modo, produce essa stessa il rogo dei propri libri, poiché, come la tecnica, si pretende assoluta. Non si percepisce la continuità tra la tradizione umanistica e il nazismo. Né si mette in discussione Hitler, che è per me l’aspetto meno grave del buco nero aperto con estetica raffinatezza da Littell. Si scontrano qui due concezioni di letteratura antitetiche. E’ bene che accada, anche se l’unica a passare sui mezzi spettacolari (stampa compresa) è quella che dice che Stavrogin è “metafisico” in quanto è “malvagio” mentre non si sa cosa sia l’emento metafisico; l’altra visione della letteratura (a cui aderisco con ogni fibra del mio essere) è, nonostante quanto lamenti Alessandro, minoritaria, incompresa e incomprensibile finché non si compie un atto di scavo di ordine metafisico – che non vuole significare diventare religiosi, ma andare a ciò che un materialista come Marx chiamava “radicalismo”.
Tesi – È uscito in Francia «Le sec et l’humide», un’analisi sul materiale utilizzato dallo scrittore. Un romanzo con il quale è necessario confrontarsi

Littell, il male è nel Dna dell’uomo

All’origine delle «Benevole»: la psicologia nazista e la lingua dei carnefici
di ALESSANDRO PIPERNO
benevole.jpgIn questi giorni dietro alle vetrine delle librerie parigine scintilla uno smilzo saggio di Jonathan Littell dal titolo enigmatico: Le sec et l’humide (Il secco e l’umido). Nella postfazione, lo storico tedesco Klaus Theweleit riporta alcune frasi di Claude Lanzmann: «Littell», afferma Lanzmann, «ha inventato la lingua dei carnefici. Ora, per me i carnefici non parlano come li fa parlare Littell. In realtà i carnefici non parlano affatto ». Al che Theweleit insorge: «Su questo punto, Lanzmann si sbaglia. È vero, i carnefici si sono rifiutati di parlare di fronte alla sua telecamera. Ma tra loro hanno sempre parlato».
Theweleit prende capziosamente alla lettera Lanzmann solo per riaffermare che, finché la questione- Shoah verrà affrontata con gli strumenti offerti dalla metafora, essa continuerà a essere quell’anti-Olimpo tenebroso e siderale cui un certo misticismo celebrativo l’ha ridotta. La cosa strana, en passant, è che sia proprio Lanzmann (autore di un film-capolavoro sulla Shoah composto di luoghi, di facce, di corpi, di voci) a rifugiarsi ora dietro detti corrivi e oracolari come «i carnefici non parlano affatto» che fanno il verso alla famosa sentenza di Bataille: «I boia non hanno parole ».
Occorre ricordare che Klaus Theweleit è autore di Virili fantasie,
uno studio teso a dimostrare come il risentimento del nazista scaturisca dal terrore in lui suscitato dalla vischiosità dell’esistenza.

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Wu Ming 1 su “l’Unità”: sul romanzo Hitler

hitlercovermedia.jpgSono onorato di riprodurre ciò che è accaduto sulle pagine culturali de l’Unità domenica: un’intera pagina di riflessioni teoriche acutissime a firma Wu Ming 1. Sono amico di Wu Ming 1. Non basta: Wu Ming 1 è un collega scrittore. Soprattutto questo secondo dato è significativo. Nelle recensioni di cui è autore, soprattutto quelle che concernono i libri di conoscenti, WM1 non è tenero mai: è obbiettivo e forse più severo del dovuto, perché giustamente pretende livelli che riconosce a interlocutori che operano sul suo stesso piano, che è duplice – letterario e teorico. Anche in questo che, più che una recensione, è il più attento e denso saggio che sia mai stato scritto su qualcosa di mio, WM1 esprime alcune riserve. Ma è indubitabile che si tratta di un lavoro di intuizione e acribia senza pari, almeno per ciò che riguarda la mia produzione. In tutta la mia carriera di scrittore soltanto Valerio Evangelisti (a proposito di Ishmael) si era spinto così in profondità nell’osservare, a proposito dell’esito letterario, pregi e difetti, non secondo una prospettiva personale e impressionistica, ma motivando attraverso la teoria della letteratura ciò che veniva enunciato. Così Wu Ming 1 intercetta non soltanto le intenzionalità dell’autore, senza appoggiarsi minimamente ad alcuno dei materiali dell’officina teorica dedicata al romanzo Hitler, ma si sprofonda nella lingua, che è anche struttura, tentativi di retorica, impiego particolare dell’allegoria e destrutturazione di una mitopoiesi, aggiungendo osservazioni decisive sul piano poetico, politico e della realizzazione dell’immaginario. Le sue formule dubitative contribuiscono ad aumentare la coscienza dell’autore, poiché sono motivate. Nulla è dato per scontato: l’incipit dell’intervento, che sembra apparentemente pop e leggero, è una perfetta descrizione di cosa io intenda per “mito” quando ne assalto l’essenza incarnata oggi dall’icona metafisica di Hitler. Dicevo che è significativo che uno scrittore vada a esercitare una critica tanto ricca di riferimenti teorici e pregna di esattezza dal punto di vista fenomenologico, e intendo perfino nei momenti in cui tale critica mette in luce le mancanze del romanzo: sta accadendo che alcuni scrittori sono ormai i critici contemporanei più affidabili e acuti, capaci cioè di eviscerare cosa sia la complessità della letteratura, e questo a vantaggio degli autori stessi e soprattutto dei lettori. Si tratta di un passaggio storico decisivo: fossi un critico di professione, smetterei di cercare sedie a cui incollarmi e mi metterei a studiare. Vorrei controintervenire (e lo farò) per delucidare ancora meglio alcune nozioni messe in campo da Wu Ming 1 – sapendo però, che non è certa una risposta dal membro del collettivo bolognese, che, oltre a provenire da un anno in cui Wu Ming ha imposto un autentico tsunami editoriale anche in termini di catalogo, tutto il gruppo è alle prese con il massacrante tour (nazionale e internazionale) relativo al prolungatissimo lancio di Manituana.
Non mi resta che ringraziare Wu Ming 1 per la lezione di visuale, già impartita nel caso di quel microsaggio che è stata la recensione a Littell, e, del pari, ringraziare i responsabili delle pagine culturali
l’Unità per l’attenzione dedicata al mio libro.
La pagina integrale de l’Unità col saggio di Wu Ming 1
Il nuovo romanzo di Giuseppe Genna è l’unico testo in cui un autore auspica che il proprio personaggio, in questo caso Hitler, si tolga di mezzo. Un libro che sogna l’impossibile: non essere mai stato scritto, né immaginato

wuming1.jpg«Spàrati, Adolf
Spàrati adesso»

di WU MING 1
“Non riesco ad ascoltare Wagner tanto a lungo. Dopo un po’ mi viene voglia di invadere la Polonia”. E’ una celebre battuta di Woody Allen, densa e folgorante. L’allusione è chiara: la musica di Richard Wagner – colonna sonora prediletta dei crimini nazisti – è stata per molto tempo proibita in Israele. Nel 2001 il pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim ruppe il tabù e le reazioni furono violente, si discusse a lungo, si riaprì il dibattito su “Wagner precursore del Terzo Reich”. Intervennero intellettuali prestigiosi, Edward Said difese la scelta di Barenboim e scrisse che la musica di Wagner (“ricca e straordinariamente complessa”) andrebbe in parte separata dal suo compositore (“personaggio oggettivamente ripugnante”). Vecchio e irrisolvibile dilemma, il rapporto tra autore e opera.
Oggi possiamo apprezzare un’ouverture di Wagner senza patemi d’animo, ma nel mondo tedesco fin-de-siècle le sue opere, miscelate ad altri reagenti, ebbero un effetto politico e mitopoietico, contribuirono ad alterare la chimica della mente sociale.
Lo stesso Adolf Hitler, com’è noto, era un grandissimo fan di Wagner. A conquistarlo era la titanica teatralità di Wagner. Si esaltava per la rappresentazione maestosa, andava in trance per la grande e percussiva messa in scena. Wagner calza scarpe chiodate, parte alla carica, ti assalta e frastorna finché non ti domina totalmente. Francis Ford Coppola si riferiva a questo quando, in Apocalypse Now, mostrò gli elicotteri USA calare sui villaggi vietnamiti al suono della Cavalcata delle Walkirie.
Nel suo ultimo libro, intitolato Hitler (Mondadori, pp. 624, € 20), Giuseppe Genna sfrutta quell’impeto per avviare la narrazione della vita del Führer. Dopo un classico inizio ab ovo (dal concepimento del protagonista) e un po’ di preludio familiare, vita e carriera di Hitler partono con la scoperta di Wagner, nel mezzo di un’adolescenza vissuta “da cretino” sullo sfondo dell’intorpidita provincia austriaca. “Wagner è un genio, l’uomo più grande che la stirpe tedesca abbia mai partorito!” dice Adolf al piccolo Kubizek, suo unico amico. “Abbiamo incontrato l’opera di un eroe, di un gigante, di un uomo che ha una visione! Tutto è una visione e sta a noi realizzarla! Tutto ha inizio in questo momento!”.
La catastrofe europea del periodo ’39-’45 fu il risultato di una lunga percolazione di sostanze tossiche nelle falde della cultura. Fior di storici, sociologi e filosofi hanno ricostruito i processi che formarono ideologia e immaginario del nazismo, risalendo le genealogie, mappando le ascendenze, ingrandendo ogni dettaglio del grande quadro. Alcune scoperte sorprendono, come l’influenza – indagata da George L. Mosse – dei film d’alpinismo durante Weimar. In quelle pellicole si distinse come attrice Leni Riefenstahl, in seguito regista e grande apologeta del regime.
Eppure non ha torto Claude Lanzmann quando, in una delle frasi riportate da Genna in exergo, dice che queste sono “semplici condizioni. Se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. Io dico che c’è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro”.
In questo iato si muove Hitler. Dopo il piccolo orrore della borghesia italiana dei nostri giorni (L’anno luce, 2005), dopo lo sguardo all’indietro sulle miserie degli anni Ottanta (Dies irae, 2006), dopo l’elegia medianico-stalinista per il padre morto da poco (Medium, 2007), in questo libro Genna si confronta con il grande orrore, l’orrore per antonomasia, di quando l’Europa divenne, per usare un’immagine trovata nel libro, “un immenso occhio che serra la sua palpebra, stritolando carne ossa membrane ricordi”.
Carne, ossa, membrane. Leggendo Hitler mi figuravo una lezione di chirurgia in un teatro anatomico, sezionamento di cadavere di fronte a un pubblico, a scopo didattico o di ricerca. L’autore lavora di sega vibrante, scalpello, encefalotomo, e intanto commenta ogni mossa, ogni fase, illustra i risultati.
E’ l’improba autopsia morale di Adolf Hitler, condotta dopo sei decenni su un corpo ormai ridotto a evanescenza. Oggi più che mai, Hitler sfugge alla comprensione. Sfugge, benché sia l’uomo del Novecento più discusso e analizzato. Sfugge, a dispetto di inchieste, biografie monumentali e perizie psichiatriche postume. Hitler è “non-persona”, simulacro, nebulosa di immagini e parole, icona per fantasticherie d’ogni ordine e grado.
A pag.133, Genna si rivolge direttamente al suo personaggio e lo invita a suicidarsi: “Spàrati, Adolf. Fallo”. E’ l’unico romanzo il cui autore, a nemmeno un quinto del percorso, si auspica che il protagonista si tolga di mezzo, scompaia, e con lui tutto ciò che gli sta intorno. Il libro sogna l’impossibile: la propria estinzione, non essere mai nato, non essere mai stato scritto e nemmeno immaginato. Con quest’artificio retorico Genna rimarca che Hitler non è il “suo” personaggio. Non c’è alcun tentativo di immedesimazione, nemmeno una frazione di secondo di empatia. L’autore mantiene distacco e straniamento, lotta per rimanere ancorato all’adesso e al senno di poi, e per questo adotta alcune strategie: usa parole che sono platealmente di oggi (“surfing”, “supermarket”, “beauty farm”); esprime netti giudizi di valore senza mimetizzarli nella narrazione (“Ed è un cretino. Uno zero assoluto che crede di avere una visione”); interrompe più volte il flusso delle storie per rivolgersi ai lettori (“Abituatevi a questo destino: a ogni crisi, il corso dei giorni riporta a galla Adolf Hitler”) e ricorre con frequenza alla prosopopea, interpellando enti astratti o inanimati (“Canto. Visione. Unitevi nel dolore che si annuncia, che si perpetra”).
A un certo punto, Genna arriva a celebrare la propria vittoria personale (non soltanto storica e simbolica) contro Joseph Goebbels, soprannominato “la scimmia”. Lo scrittore ci mostra i roghi di libri “infetti” organizzati dal ministro della propaganda, poi infligge la stoccata: “Io [descrivo Goebbels] in questo libro. Questo libro esiste, la scimmia no”. Il romanzo che sognava di non esistere esiste e si dichiara vincitore.
Una caratteristica di Hitler che pochi noteranno è la continuità col ciclo narrativo di un altro romanziere, Valerio Evangelisti. Il mondo di Hitler è lo stesso di Metallo urlante, Black Flag e Antracite, un mondo di licantropi e metallo senziente, che Evangelisti usa come metafore – rispettivamente – della borghesia e del capitale. Lupi mitologici e uomini-lupo affollano le pagine del libro di Genna. L’artiglieria tedesca è “metallo che chiede sangue e desidera da sé marciare sui territori che a quel metallo spettano”. Hitler è “l’uomo che ha dato l’anima al metallo, che al metallo ha inoculato il desiderio: di divorare, di bere sangue”. Alla firma del Patto Molotov-Ribbentropp, constata l’autore, “il lupo si è fuso con l’acciaio”.
Hitler, come tutte le opere di Genna, è un libro di eccessi. A tratti eccede nell’acribia documentale (avrei evitato gli stralci del diario di Rommel) e a volte indulge in riferimenti oscuri ai più, in una sorta di caccia al tesoro per iniziati. A pagina 310, l’autore camuffa nel testo versi da “The Waste Land” di Eliot; più avanti infila un omaggio alla canzone “Stalingrado” degli Stormy Six, dall’album Un biglietto del tram (1975), interamente dedicato alla Resistenza; in apparenza non c’è relazione, e invece l’omaggio retroagisce sull’utilizzo di Eliot. Tra i brani di quell’album, infatti, c’è anche La sepoltura dei morti, che fin dal titolo riprende “The Waste Land” e contiene i versi: “Quel corpo che tiene sepolto in giardino / di fiori ne dà o non ne dà? / Tenga lontano il suo cagnolino: / se scava lo ritroverà”. Se scava lo ritroverà. Pochi capitoli dopo, un soldato tedesco in ritirata inciampa e spezza un braccio nudo che spunta dalla neve, trovando una fossa comune.
Di questo libro non si può dire che sia discontinuo, anzi, è di una coerenza marziale, la prosa porta avanti un proposito granitico. La tesi – Hitler come personaggio del tutto vacuo – è svolta in modo inesorabile, e in fondo è questo il vero limite del romanzo: in nome della coerenza, Genna è costretto ad alternare capitoli formidabili ad altri di puro transito, di mera giuntura tra momenti-chiave. Poco male, se dopo i transiti ci attendono capitoli commoventi come quello dedicato a Van Der Lubbe (plagiato esecutore dell’incendio del Reichstag), squassanti come quello del bombardamento di Coventry, elettrizzanti come quello della controffensiva “siberiana” che allontana i tedeschi da Mosca. Genna, poi, è prodigo di immagini e scene memorabili: i fiori lanciati dagli abitanti della Saar in festa si seccano in volo prima di raggiungere i militi di Hitler. I paracadutisti appaiono come spermatozoi che cadono dall’alto. La Siberia è una regina di termitaio che copula con Stalin e depone le uova dei soldati che sconfiggeranno il Führer.
In mezzo a un tale frastuono, inattesa, si isola e si svolge una scena-madre di quiete e silenzio. Hitler, a Parigi, tocca il sarcofago di Napoleone e non capisce, è sordo al monito della storia. Non capisce, e attaccherà la Russia. Sarà l’inizio della fine, ma quella fine dura ancora, il pericolo non è scampato, quel ventre è ancora fecondo, è sempre fecondo, e anche libri come Hitler contribuiscono a ricordarcelo. Da leggere, e da capire.

Il romanzo Hitler: il primo capitolo

hitlercovermedia.jpgAnzitutto, una segnalazione. Poiché il prezzo fissato da Mondadori per le 630 pagine di Hitler è € 20, consiglio a chi fosse interessato a leggere il libro di acquistarlo attraverso iBS, che pratica uno sconto tale per cui il prezzo è € 16, che è un prezzo più civile.
Riproduco qui il primo capitolo del romanzo Hitler, scena iniziale che pone il fondamento metafisico e poetico di tutto il libro. Hitler è già vivente, ha sette anni. Poi si tornerà indietro, con un doppio passo, al momento in cui la non-persona esce nel mondo dall’utero della madre Klara.
Prima della riproduzione del capitolo, riporto i tre exergo ad apertura di romanzo, che ritengo fondamentali, perché costituiscono l’ossatura ideale e la prospettiva a cui non ho smesso di guardare mentre scrivevo. Eccoli:

“È fatto divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”
614ma norma del canone ebraico istituita da Emil Fackenheim, in La presenza di Dio nella storia
“Si possono esaminare tutte le ragioni, tutti i tentativi di spiegazione: il contrasto tra lo spirito tedesco e lo spirito ebraico, l’infanzia di Hitler, e così via. Ogni spiegazione può essere vera e tutte le spiegazioni prese insieme possono essere vere. Ma sono semplici condizioni: se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. E io dico che c’è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro. Non si può generare un male di questa portata. E se si comincia a spiegare, a rispondere alla domanda ‘perché?’, si finisce, lo si voglia o no, per giustificare. La domanda in se stessa esibisce la sua oscenità. Perché gli ebrei sono stati uccisi? Perché non c’è risposta alla domanda ‘perché?’”.
Claude Lanzmann, regista di Shoah, a Ron Rosenbaum in Il mistero Hitler
“Considerate se questo è un uomo”
Primo Levi, Se questo è un uomo
E adesso, cliccando su “CONTINUA”, il primo capitolo…

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Sul romanzo Hitler: dopo il “Corriere”, “Vanity Fair”

vanityfair23gennaio.jpgDopo l’intervista/anticipazione sul Corriere della Sera, a firma Ranieri Polese [qui leggibile], sul nuovo numero di Vanity Fair, da oggi in edicola, due pagine dedicate al romanzo Hitler.
L’autrice è Enrica Brocardo, che ha scavato e nel libro e nel “personaggio Giuseppe Genna” (qui valgono le considerazioni sulla confusione tra vero, finto e verisimile, più volte reiterate sulle pagine di questo sito). Ringrazio
Vanity Fair ed Enrica Brocardo per l’attenzione dedicata al sottoscritto e al libro.
Riproduco parte dell’intervista qui di séguito. Per leggerne la versione integrale in formato pdf, è sufficiente cliccare qui o sull’immagine qui sotto, sulla destra. gg.

Che cosa c’entra Hitler con la legge 194?

Seicento pagine dedicate al Führer, in un romanzo dove “non c’è una riga di finzione”. E’ l’ultimo libro di Giuseppe Genna,che raccontando il male del passato ha visto quello del futuro
di ENRICA BROCARDO
romanzohitler_vanityfair.jpgGiuseppe Genna ha scritto un libro, esce il 15 gennaio e si intitola Hitler. E’ un romanzo, ma dentro non c’è niente di inventato. Tanto che sul suo sito Internet (http://www.giugenna.com) lo descrive come “ROMANZO“. Scritto proprio così, con una riga tirata sopra. Per chiarire che non si tratta di finzione.
Domanda magari banale ma, in questo caso, inevitabile: perché un libro sulla storia di Hitler, dal parto fino alla caduta?
“Per demolirne il mito. La gente pensa che lo sterminio nei lager sia un evento unico nella storia, in quanto effetto catastrofico dell’azione di un demone altrettanto unico, ovvero Hitler. Questo significa che rendendo omaggio a quei sei milioni di morti si alimenta, inconsapevolmente, la mitologia di Hitler. E mitologizzarlo in quanto archetipo del male vuol dire concedergli una vittoria postuma. Sputare sulla tomba di Primo Levi”.
Siamo in un bar, a Milano, dove lo scrittore è nato 38 anni fa, e dove continua a vivere. Genna parla tanto, veloce e, a volte, strano. Alla domanda se la sua famiglia abbia origini ebree, spiega in modo molto chiaro che il suo cognome “viene dall’Antico Testamento, dove Geenna vuol dire ‘valle dell’Inferno’. Mio padre (morto due anni fa, ndr) era originario della Sicilia, della zona di Marsala, dove, in passato, c’era una comunità ebraica. Quindi, sì, è possibile, ma parliamo di radici molto lontane”.
Ma che differenza c’è tra Hitler e gli altri “cattivi” della storia? Purtroppo, dimensioni della strage a parte, non è stato l’unico sterminatore.
“Non è questione di quantità, ma di qualità. La differenza è che lui fa il male sapendo di farlo. Non ritiene che sia una necessità per il raggiungimento di uno scopo ‘buono'”…
CONTINUA: La versione integrale dell’intervista in formato pdf

Il romanzo Hitler è in libreria! L’anticipazione del “Corriere della Sera”…

hitlercovermedia.jpgE’ da oggi, 15 gennaio 2008, disponibile in tutte le librerie il romanzo Hitler. Nel giorno dell’uscita, il Corriere della Sera dedica al libro un’anticipazione prestigiosa, firmata da Ranieri Polese, tra le migliori firme dell’intero comparto del giornalismo culturale italiano. Qui sotto riproduco integralmente l’ampia anticipazione del Corsera (che ringrazio: è la prima volta che viene dedicata a un mio libro tanta attenzione da parte della testata di via Solferino), così come tenterò di riprodurre su questo sito tutti gli articoli e le interviste relative al libro.
Per scaricare e leggere la versione originale in pdf del pezzo/intervista di Ranieri Polese su Hitler, basta cliccare qui oppure sull’immagine a destra qui sotto.

Anticipazione – Un romanzo sul nazismo visto come punto terminale della crisi dell’Occidente

Hitler, dietro al Führer il Nulla

Il dittatore secondo Genna: un anti-uomo volto solo a distruggere
di RANIERI POLESE
romanzohitler_corriere.jpgUn romanzo con Hitler protagonista è un’impresa a dir poco audace. Ma Giuseppe Genna non ha paura delle sfide. Nel suo noir d’esordio, Catrame (torna in libreria in questi giorni negli Oscar a nove anni dalla sua pubblicazione), riapriva i misteri d’Italia: l’assassinio di Moro, la loggia P2, gli intrighi bancari con nomi e cognomi. Nel 2001, poi, l’uscita del suo Nel nome di Ishmael fu rinviata per certe allarmanti concordanze con l’organizzazione degli attentati alle Twin Towers. Certo, nella imponente bibliografia dedicata al Führer abbondano i saggi storici e le biografie, ma i romanzi scarseggiano. Fra i titoli che si ricordano c’è il recentissimo, ultimo lavoro di Norman Mailer, The Castle in the Forest (infanzia e adolescenza del futuro capo del nazismo) e Siegfried di Harry Mulisch (la ricerca di un figlio presunto di Hitler). Si può pure aggiungere il film Der Untergang – La caduta di Oliver Hirschbiegel, ispirato al libro di Joachim Fest sugli estremi giorni nel bunker. Poi, praticamente, nient’altro. Ma allora, perché un romanzo (Hitler, edito da Mondadori, da oggi in libreria), e perché Hitler?
«Ho cominciato a lavorare su Hitler circa dieci anni fa, come reazione alla rilettura revisionista del personaggio e del periodo che allora si faceva. La scelta della forma romanzo dipende soprattutto da due ordini di motivi. Primo: lo storico con le sue ricerche vuole trovare una spiegazione, una causa. Ma nel caso di Hitler, questo tipo di lavoro nasconde un rischio gravissimo: la deresponsabilizzazione del dittatore. Alcuni così fanno dipendere i suoi atti da una particolare disposizione psichica, altri chiamano in causa la frustrazione dei tedeschi dopo la sconfitta del 1918. E c’è anche chi parla di una congiura esoterica che lo avrebbe portato al potere. Mi sembrava che questo fosse, almeno in parte, un modo per giustificare lui e il male perpetrato: date queste premesse, non poteva essere altrimenti. L’altro motivo riguarda proprio il male, e le domande che noi uomini ci poniamo: che cos’è il male? Perché c’è il male? Questioni che non riguardano lo storico, che appartengono semmai alla metafisica. E alla letteratura. Il cui compito appunto è quello di fare interrogare il lettore sul senso del mondo, magari — come in questo caso — senza fornire una risposta. L’importante comunque è la domanda».
E il suo Hitler, chi è?
«Io vedo in lui il punto terminale, estremo della crisi dell’Occidente. L’antiumano che ha come progetto la distruzione dell’umanità. Il niente che assale il mondo e vuole annichilirlo. È un non-uomo, un essere vuoto, uno che dice di sé di appartenere a “un’altra specie umana”. Un’intuizione questa che ho trovato nella biografia di Joachim Fest, che io preferisco di gran lunga al monumentale lavoro di Ian Kershaw, uno storico in cerca di cause, di motivi che avrebbero determinato ascesa e opera di Hitler».
E come personaggio, Hitler come funziona?
«Direi, quasi, che è un non-personaggio: lui, infatti, non ha evoluzioni, non cambia, rimane lo stesso dagli anni giovanili di miseria e rabbia alla fine in cui chiede ai suoi gerarchi di far scomparire con lui tutto il popolo tedesco. Senz’altro è un soggetto afflitto da disturbi psichici: l’odio per il padre, il legame malato con la madre, i rapporti micidiali con le donne (due sue intime amiche, la nipote Geli e l’inglese Unity Mitford si suicidano; anche Eva Braun, la donna che lo sposerà in extremis, tenta di uccidersi). Senza una vera preparazione scolastica, imbevuto di pessime letture, crede di essere un grande artista e un grande architetto: respinto due volte dall’Accademia di Vienna, coltiva la sua voglia di vendetta. Questo comunque non può spiegare l’enormità del suo operato».
Lei lo definisce un uomo senza idee, senza intuizioni originali.
«Prendeva tutto dagli altri: da Wagner assorbe l’idea del primato germanico. Più avanti si appropria delle teorie antisemite, anche il simbolo della svastica non è suo. Come tutta la destra tedesca incolpa i ricchi ebrei e i comunisti della sconfitta del 1918. La svolta è a Monaco, primi anni ’20, quando scopre le sue capacità oratorie e l’effetto che i suoi discorsi provocano. Ma in fondo il giovane studente che a Linz, nel 1905, credeva fermamente di poter vincere la lotteria e il Führer che nel ’41 comanda a Guderian, ormai a 29 chilometri da Mosca, di spostare la sua armata verso Sud sono esattamente la stessa persona ».
Mailer, nel suo romanzo, fa raccontare la giovinezza di Hitler da un diavolo. Lei mette in scena il lupo Fenrir.
«I lupi sono un’ossessione ricorrente di Hitler. Il quartier generale era la Tana del lupo. Quando conosce Eva Braun, a Monaco, si fa chiamare Herr Wolf; Wolfie era uno dei suoi diminutivi. Nelle allucinazioni di cui a volte soffre, vede lupi. Quanto a Fenrir, il lupo delle saghe nordiche destinato a scatenare la distruzione finale, compare in una lettera di Martin Bormann alla moglie, scritta negli ultimi giorni nel bunker. Non ho voluto inventare niente su Hitler».
Come romanzo, il suo Hitler è fortemente atipico: ci sono frequenti interventi dell’autore che mette in guardia il lettore; il racconto procede per capitoli che a volte sono separati da stacchi temporali non piccoli; ci sono due larghe sezioni dedicate alle vittime dell’Olocausto.
«In queste ultime non uso quasi parole mie, ma un montaggio di testi delle vittime del genocidio: credo profondamente a quanto detto da Claude Lanzmann in Shoah, che è osceno fare opera di invenzione sui campi di sterminio. Per questo giudico molto male le parti del romanzo di Jonathan Littell,
Le benevole, in cui ci fa entrare nei campi. Quanto alla successione di quadri staccati, un po’ risponde al carattere di Hitler, al personaggio che non si evolve, che assomma cadute, fallimenti, ma riparte sempre senza veramente mutare. Infine, gli interventi di chi scrive: sono avvertimenti, chiedo al lettore di non indulgere alla mitizzazione del male, come quando alla fine chiedo di non udire lo sparo con cui Hitler si toglie la vita. Voglio lasciare aperta la domanda, com’è stato possibile tutto questo? Perché il male nel mondo?».
Un romanzo atipico, comunque: il Napoleone di Tolstoj non somiglia per niente al suo Hitler.
«Non potrebbe nemmeno. Hitler è la potenza assoluta del vuoto che vuole annientare il mondo, non ha altro progetto, non si ferma davanti a nessun ostacolo. In questo, fra l’altro, c’è la differenza fra lui e Stalin: sulle similitudini fra i due totalitarismi si è molto scritto, e anch’io concordo con questo paragone. La differenza sta nel fatto che Stalin, seppure a un passo dallo scatenare lo sterminio degli ebrei, non lo mette in atto. Hitler sì. Ma tornando alla forma-romanzo: oggi le gabbie, i generi sono saltati. Non c’è più il romanzo storico tradizionale. Ci sono forme ibride, diverse. Per esempio, American Tabloid di James Ellroy, che racconta la presidenza Kennedy e la preparazione dell’attentato di Dallas, narra la storia americana ma non si può definire un romanzo storico».
Il profilo
Non ha evoluzioni, non cambia, e alla fine chiede ai gerarchi di far scomparire con lui il popolo tedesco.

Dal romanzo Hitler: l’installazione APOCALISSE CON FIGURE

hitlercovermedia.jpgCome già annunciato, tutto il romanzo Hitler ruota attorno a una crepa, a una rottura, i cui lembi sono due pagine nere: si tratta del kaddish personale Apocalisse con figure (un titolo mutuato da Grotowski), il cui testo è stato anticipato inedito da l’Unità e letto a Officina Italia a Milano, in una versione ridotta e differente rispetto alla sezione interna al libro. Potete leggere una delle versioni qui e qui ascoltarne la lettura, mentre qui è acquistabile il libretto cartaceo della versione integrale stampato su Lulu.com.
Prima della chiusura per ferie invernali, su questo sito ho deciso di tentare la traduzione in slideshow di Apocalisse con figure: si tratta ovviamente di un analogon, che cerca di rispettare il comandamento poetico ed etico che viene conferito da Claude Lanzmann a qualunque tentativo di intrudersi storicamente o, peggio, esteticamente, nella questione della Shoah. Non ho dunque creato un’installazione come quelle già realizzate – qui non esiste alcun intento artistico, bensì il tentativo di abolire la vista a favore di quella che Lanzmann chiama “trasmissione” e Celan “testimonianza”.
Non è dunque un’installazione: come il romanzo Hitler è un romanzo, così questa è una installazione.
Al solito: essa è scaricabile e visionabile in versione html per Mac e Pc, oppure solo per Pc in file eseguibile (per vedere a schermo intero, cliccare sulla freccina obliqua arancione in basso, una volta downloadato il file e fattolo partire). Dato il peso, che si aggira intorno ai 5 megabyte, si consiglia il download a chi disponga di adsl o banda larga.
Apocalisse con figure – slide – versione html (4.9M)

Avvicinamenti al romanzo: Claude Lanzmann

1. Avvicinamenti al romanzo: Wu Ming 1 e Piperno su Littell
INTERVISTA A CLAUDE LANZMANN
di BERNARDO VALLI
[da “La Repubblica”]
lanzmann.jpgParigi – L´incontro comincia male. Claude Lanzmann si impenna. Si inalbera, non tanto perché risentito dalle mie domande, ma perché le trova stupide. «Non capisco perché mi pone questi interrogativi storici stravecchi e supertrattati, io vorrei che lei parlasse di Shoah, del mio film che è un capolavoro cinematografico, un´opera d´arte riconosciuta come tale…». In altre occasioni ha parlato del suo film come di una sinfonia o di una grande opera architettonica, come se si trattasse di una tragedia shakespeariana. In fatto di umiltà c´è di meglio. In fatto di egocentrismo è difficile fare di più.
Ma Lanzmann ha ragione. I superlativi che ti riversa addosso sono giustificati. E´ stato detto che Shoah è una « fiction della realtà»: ha il ritmo e le immagini di una fiction, in cui sono protagonisti testimoni autentici, diventati naturalmente veri attori, e al tempo stesso è un documentario di straordinaria esattezza, un documento storico rispettoso della realtà nei minimi particolari. Simone de Beauvoir ha parlato di un´inimmaginabile «mescolanza di orrore e bellezza». La formula suona come un ossimoro. Non so se sia ben trovata, ma io ho rivisto di filata le nove ore e mezza del film-documentario di Claude Lanzmann, già visto anni addietro, con intatta emozione.

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