Il romanzo Hitler: il primo capitolo

hitlercovermedia.jpgAnzitutto, una segnalazione. Poiché il prezzo fissato da Mondadori per le 630 pagine di Hitler è € 20, consiglio a chi fosse interessato a leggere il libro di acquistarlo attraverso iBS, che pratica uno sconto tale per cui il prezzo è € 16, che è un prezzo più civile.
Riproduco qui il primo capitolo del romanzo Hitler, scena iniziale che pone il fondamento metafisico e poetico di tutto il libro. Hitler è già vivente, ha sette anni. Poi si tornerà indietro, con un doppio passo, al momento in cui la non-persona esce nel mondo dall’utero della madre Klara.
Prima della riproduzione del capitolo, riporto i tre exergo ad apertura di romanzo, che ritengo fondamentali, perché costituiscono l’ossatura ideale e la prospettiva a cui non ho smesso di guardare mentre scrivevo. Eccoli:

“È fatto divieto agli ebrei di concedere a Hitler vittorie postume”
614ma norma del canone ebraico istituita da Emil Fackenheim, in La presenza di Dio nella storia
“Si possono esaminare tutte le ragioni, tutti i tentativi di spiegazione: il contrasto tra lo spirito tedesco e lo spirito ebraico, l’infanzia di Hitler, e così via. Ogni spiegazione può essere vera e tutte le spiegazioni prese insieme possono essere vere. Ma sono semplici condizioni: se anche sono necessarie, non sono sufficienti. Un bel giorno si deve cominciare a uccidere, cominciare a sterminare in massa. E io dico che c’è uno iato tra queste spiegazioni e il massacro. Non si può generare un male di questa portata. E se si comincia a spiegare, a rispondere alla domanda ‘perché?’, si finisce, lo si voglia o no, per giustificare. La domanda in se stessa esibisce la sua oscenità. Perché gli ebrei sono stati uccisi? Perché non c’è risposta alla domanda ‘perché?’”.
Claude Lanzmann, regista di Shoah, a Ron Rosenbaum in Il mistero Hitler
“Considerate se questo è un uomo”
Primo Levi, Se questo è un uomo
E adesso, cliccando su “CONTINUA”, il primo capitolo…


***

Lambach (Austria), marzo 1897

Confrontatevi con lui.
Considerate se questo è un uomo.
È scatenato nei cieli, immenso, invisibile, entra nel tempo e ne riesce, digrigna i denti giallastri, immensi, i suoi occhi di brace illuminano tutte le notti future.
È il lupo della Fine, si chiama Fenrir.
Gli antichi nordici sapevano che un giorno avrebbe rotto il vincolo. Fu allevato nella terra dei giganti, fu fatto rinchiudere da Odino e serrati i suoi arti con una catena che i maghi prepararono con rumore del passo del gatto, barba di donna, radici di montagna, tendini d’orso, respiro di pesce, saliva di uccello – alla vista e al tatto sembrava un nastro di seta, ma in realtà nessuno avrebbe potuto spezzare quella catena. E in attesa della fine, il lupo Fenrir è rimasto recluso, a ululare, a sbavare, a tentare di spezzare il vincolo.
E ora è riuscito.
Da fuori del tempo cala nel tempo e nello spazio, percorre ciclopico i vasti cieli europei, annusa i confini e marca il territorio, urina piogge acide sulle frontiere della Germania, ulula e stride, stalattiti di ghiaccio pendono dal suo ventre unto, le zampe cavalcano l’etere, velocissimo, non sa nulla, ispeziona con le narici dilatate, è il mostro dell’avvenire, il portatore dell’apocalisse.
Apocalisse significa: rivelazione. Rivelerà a chi?
Gira a vortice, a spirale, sull’Europa pronta al disfacimento. Sulle case borghesi. Sui patriarchi che tengono alla propria onorabilità. Sulle mogli accantonate. Sui molti bambini cresciuti a bacchettate. Sulla natura iridescente del pianeta che si prepara al degrado.
Di tutto ciò, il lupo Fenrir non vede nulla: sono forme che ai suoi occhi accesi evaporano. Il tempo è una breve distrazione tutta umana.
Ed ecco che l’olfatto capta.
Intercetta l’odore ricercato. Ecco la traccia. Avverte la presenza della non-persona. A lui si legherà, perché entrambi sono niente, e cresceranno insieme, e il lupo Fenrir apprenderà dal non-umano, si riempirà, si gonfierà di liquami e tradimenti e orrori non suoi, scaturiti da quello zero che non è una persona, e l’odore di quella annusa nell’aria e dunque precipita. Verso l’Austria, a capofitto, lasciandosi cadere attraverso i gradi multicolori dell’arcobaleno, perforando l’aurora, l’alba, le fasi del tempo umano, le ore trascorse.
È qui.
I due bambini hanno sette e otto anni e si sono staccati dal gruppo. Fa sera, cala buio, seppure le giornate stiano tornando ad allungarsi. I padri severi, così anziani e brutali, nelle case ordinate e pulite del piccolo paese di Lambach, li puniranno a cinghiate. Tutto il pomeriggio hanno giocato agli indiani, il bambino di otto anni era scatenato, ordinava e gestiva il gioco, e poi di un tratto ha detto all’altro bambino: «Andiamo nei boschi. Esploriamo la giungla africana».
E adesso che la tenebra cala, e il fondo del bosco è a tratti soffice e in certe zone melmoso, loro calpestano, lievi, le foglie marcite dell’inverno trascorso. Conoscono il bosco, cercano la radura ombrosa, nel semibuio.
Scostano rami gemmati, aggirano i sempreverdi. L’aria è pungente, ammoniacale.
Ecco la radura.
«Tu fai il negro» dice il bambino più grande «e io il cacciatore bianco e ti sparo.»
L’altro bambino protesta, urla che il negro non lo fa, ride, inizia a correre indietro gridando, a perdifiato, si graffia tra i rami, cade nelle marcite del sottobosco, si rialza, non ha voce, esce dal fitto degli alberi, corre nella strada polverosa bianca, ora è buio, vede la sua casa, entra spalancando la porta, e suo padre urla e estrae la cinghia, la scena drammatica famigliare ha corso, la madre cerca di interporsi tra la cinghia e il suo piccolo figlio, il padre urla, il bambino va recluso nella stanza.
Stasera non mangerà.
Il bambino più grande è rimasto solo nella radura buia. L’erba è fosforescente.
Dice tra sé: “Io ero il bianco”. Pensa: “Vado a casa”. Pensa che prenderà cinghiate dal padre.
Non fa in tempo a muovere un passo.
Come un nero asteroide, fatto di basalto illuminato dalle gocce di condensa, appare improvviso il lupo: gigantesco, alto più di un umano adulto. Puzza. Cola bava dalle fauci mostrate. Ringhia: un rumore continuo, non animale ma geologico, sembra che si scuotano le fondamenta della terra. I suoi occhi accesi di rosso fuoco fissano il bambino di otto anni.
Il bambino è immobilizzato dal terrore. È paralizzato. Fissa gli occhi fissi nelle pupille di brace dell’enorme lupo. Belva che puzza di cadavere umano. Mosche, moltissime, ronzano attorno al suo corpo colossale.
Sono immobili e si fissano.
E il lupo, all’improvviso, parla – una voce fatta di spilli e di sisma, il bambino fatica a restare immobile, e il lupo Fenrir dice: «Tu sei ciò che sei. Imparerò da te, perché io sono niente».
E all’ultima sillaba l’animale aziona la macchina dei suoi muscoli titanici, è titanio per aria, balza nel cielo notturno chiaro, a velocità sorprendente, e il bambino riesce a stento a cogliere la scia luminosa che scompare senza traccia.
È fermo sulle sue gambe magre, fragili.
Sta iniziando a scordare il lupo, come un sogno, come l’allucinazione che vaticina.
Senza paura si muove. Dà le spalle alla radura, ripercorre il tratto di bosco fino alla strada chiara che sembra fosforescente nella sera di Lambach. Si dirige alla casa dove suo padre ha portato la famiglia a vivere, chissà per quanto, dopo tanti trasferimenti.
Il padre che odia.
Il bambino apre la porta. Sa che è tardi. Si attende la punizione. Qualunque bambino se la attenderebbe.
Con voce monocorde dice: «Ho visto il lupo Fenrir».
E suo padre si alza da tavola, estrae la cinghia, la madre cerca di trattenerlo, il padre urla: «Adolf Hitler, hai passato ogni misura!» e la cinghia si abbatte sul bambino, come si abbatte su tutti i bambini in questi anni umani che preludono ai disastri.
La cinghia non fa la differenza.